Salvare l’Europa. E gli europei

Lelio Demichelis

«La cosa più triste, nella crisi europea, è l’ostinazione con la quale i leader europei al potere presentano la loro politica come l’unica possibile; e il loro timore per ogni scossa politica che possa alterare anche solo di poco l’attuale quadro istituzionale. La palma del cinismo spetta sicuramente a Jean-Claude Juncker il quale, dopo le rivelazioni di LuxLeaks spiega tranquillamente all’Europa sbalordita di non avere avuto altra scelta, quand’era alla testa del Lussemburgo, se non quella di gonfiare la base fiscale dei suoi compatrioti: “L’industria declinava, vedete, dovevo pur trovare una nuova strategia di sviluppo per il mio paese; cos’altro potevo fare se non trasformarlo in uno dei peggiori paradisi fiscali del pianeta?”». Lo scriveva nel 2014 su Libération Thomas Piketty, economista all’École des hautes études en sciences sociales e all’École d’economie di Parigi – ma soprattutto autore del famosissimo, e molto citato, Il capitale nel XXI secolo, pubblicato da Bompiani un paio d’anni fa.

Ora quell’articolo e altri, apparsi sul quotidiano francese tra il 2004 e il 2015, sono raccolti nel volume Si può salvare l’Europa?, pubblicato in italiano sempre da Bompiani. Offrendo una sintesi – molto condivisibile in quasi tutti i punti – del suo pensiero di economista e di storico della disuguaglianza oltre che di critico delle politiche europee di austerità. Una sintesi che copre campi diversi – molto francesi alcuni, più europei se non globali altri – che parte appunto da un prima della crisi per arrivare poi alla analisi dettagliata e appunto critica della crisi scoppiata nel 2007 in America e in Europa nel 2008 – e delle diverse strade scelte da Stati Uniti e Unione Europea per uscirne. Con un taglio giornalistico, certo, anche se mai semplicistico e tuttavia con immagini o metafore spesso accattivanti come l’accusa (sempre del ’14) al presidente Hollande di essere non più un socialista ma di voler passare alla storia, se va avanti così, per un socialmaldestro, ovvero «un adepto dell’improvvisazione permanente, uno che prima delle elezioni avrebbe fatto meglio a riflettere su cosa intendeva fare una volta eletto».

In verità, in questi ormai quasi dieci anni di crisi l’Europa ha conseguito un primato assoluto di concentrazione di politici maldestri, che hanno pensato di risolvere la crisi stessa non con doverose politiche anti-cicliche ma tutte assurdamente pro-cicliche, aggravando cioè la crisi anziché risolverla. Maldestra, incapace e ostinata – questa Europa? O forse, e piuttosto (viene da dire): perfettamente coerente con l’ideologia neoliberista austro-americana e insieme ordoliberale tedesca che appunto da oltre vent’anni la sta dominando (e, dovremmo dire anzi, minando: consumando, distruggendo nella conseguente proliferazione di populismi, razzismi e di destra estrema: Ungheria, oggi Polonia). Un’ideologia, cioè un sistema chiuso di pensiero, che vive nella propria autoreferenzialità (i mercati funzionano in automatico, ha sentenziato Mario Draghi), per cui se la realtà contraddice l’ideologia è la realtà «sbagliata», non l’ideologia stessa. Un’ideologia che ha fatto della critica al welfare, della deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro, delle privatizzazioni, delle disuguaglianze deliberatamente prodotte (dato che «la progressività dei sistemi fiscali è stata fortemente ridotta», sintetizza Piketty) e del dover diventare ciascuno imprenditore di se stesso il proprio credo assoluto – la sua teologia economica (capitalista).

Scrive Piketty: «Nel corso degli ultimi decenni, le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia punizione, sia economica, sia politica. Lo sviluppo economico non ha certo favorito i gruppi sociali più svantaggiati dei paesi sviluppati e un tale corso politico non ha fatto che inasprire le tendenze in atto. Si sarebbe potuto pensare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, le politiche adottate nel loro complesso si adeguassero alla nuova realtà, chiedendo di più ai beneficiari del nuovo corso (i ricchi sempre più ricchi), per provvedere con maggiore energia ai gruppi sociali più colpiti. Invece è accaduto l’esatto contrario».

E dunque, come salvare l’Europa? Non basta scusarsi, scriveva Piketty nel ’14, è piuttosto giunto il tempo di ammettere «che sono le stesse istituzioni europee ad essere chiamate in causa e che solo una rifondazione democratica dell’Europa può aiutare a portare avanti politiche di progresso sociale». Il problema – chiosiamo – è che nessuno si è ancora scusato, né mai lo farà, e che anzi l’Europa prosegue lungo il suo piano inclinato. Un piano che vediamo inclinato solo noi critici ma non la classe dirigente europea (Piketty insiste molto sulle colpe non solo tedesche ma anche francesi e italiane): perché quanto si è realizzato (non vediamo un’altra spiegazione) era precisamente l’obiettivo ideologico da raggiungere. Piketty aveva molta fiducia in Syriza e in Podemos: i leader europei ma anche i mass media dovrebbero avere l’intelligenza, scriveva sempre nel ’14, di capire che «questi movimenti politici a sinistra della sinistra sono fondamentalmente internazionalisti e filoeuropei. Anziché emarginarli, bisogna collaborare con loro per tracciare i contorni di una rifondazione democratica della UE». Già, perché a bloccare l’Europa «sono innanzitutto i vincoli antidemocratici su cui è stata costruita: rigidità dei criteri di bilancio, regola dell’unanimità sulle questioni fiscali, la tecnocrazia. E ancora di più, l’assenza di un investimento sul futuro».

La democrazia, dunque, come via obbligata per salvare l’Europa (e gli europei). Ma anche un pensiero politico progettuale capace di investire sul futuro. Ancora più difficile, certo in un’Europa che dopo la crisi economica si trova oggi incapace di gestire anche la crisi dei migranti. Un’Europa oggi sempre più affascinata dalla non-democrazia, dal populismo, dal nazionalismo.

Solo la democrazia salverà l’Europa. Il come e con chi è ancora tutto da costruire.

Thomas Piketty

Si può salvare l’Europa? Cronache 2004-2015

traduzione di Sergio Arecco

Bompiani 2015, 392 pp., € 20

Il capitale nel XXI secolo

Fabrizio Tonello

Non capita tutti i giorni che un libro di 696 pagine diventi un bestseller negli Stati Uniti, almeno dopo Harry Potter e i doni della morte, che nell’edizione inglese riempiva ben 784 pagine. Capita ancora meno se il libro in questione è opera di un francese (era appena dieci anni fa quando le patatine fritte, french fries, vennero ribattezzate liberty fries in spregio alla codardia di Parigi, che rifiutò di approvare l’invasione dell’Iraq).

E, infine, ogni speranza di successo dovrebbe essere cancellata del tutto se il libro in questione ha come titolo Il capitale nel XXI secolo, Capital in the Twenty-First Century dove “Capital” è scritto a grandi lettere rosse, tanto per ricordare al lettore che la secolare lotta contro il comunismo iniziò con il libro di un barbuto giornalista europeo che scriveva per i quotidiani americani, Das Kapital.

Ebbene, le astuzie della Storia (e dell’editoria) a volte si fanno beffe degli esperti del mercato editoriale: Capital in the Twenty-First Century di Thomas Piketty non solo è un bestseller ma è esaurito su Amazon, dove è in assoluto il libro più venduto, e la Harvard University Press lo sta freneticamente ristampando dopo averne venduto 80.000 copie in pochi giorni, oltre ai 12.000 in versione e-book. Per la casa editrice universitaria si tratta del maggior successo editoriale in assoluto: bisogna risalire al volume del paleontologo Stephen Jay Gould Dinosaurs in a Haystack: Reflections on Natural History e a quello del filosofo Charles Taylor A Secular Age per trovare dei volumi che abbiano venduto più di 60.000 copie nel primo anno dopo l’uscita.

Per chi segue i dibattiti sulla crescita della diseguaglianza, ovviamente, il nome di Piketty non è nuovo: benché giovane (compirà 43 anni fra pochi giorni) vent’anni fa era già professore al MIT di Boston, mentre nel 2001 pubblicava insieme a Emmanuel Saez Les hauts revenus en France au XXème siècle, Inégalités et redistribution, 1901–1998. Gli economisti sanno chi è, mentre la pioggia di recensioni che ha preceduto il suo tour promozionale americano lo ha fatto scoprire anche al grande pubblico progressista (Paul Krugman, Thomas Edsall, Robert Solow e molti altri). Il suo successo, in un certo senso, è la versione 2014 del movimento Occupy Wall Street (un altro libro sulla speculazione finanziaria, Flash Boys del giornalista Michael Lewis, ha venduto 130.000 copie nella prima settimana di lancio).

Ma di cosa parla Capital in the Twenty-First Century (uscito l’anno scorso in Francia con il titolo Le capital au XXI siècle, mentre in Italia non si sa quando arriverà)? In realtà parla pochissimo del ruolo produttivo (“rivoluzionario” avrebbero detto Marx e Schumpeter) del capitale per la crescita economica e parla quasi esclusivamente della distribuzione del capitale all’interno della società, arrivando a due conclusioni: primo, la diseguaglianza è fortemente aumentata negli ultimi anni, essenzialmente per scelte politiche (oltre che per ragioni demografiche) ed essa è destinata ad aumentare ancora; secondo, la crescita economica non tornerà ai livelli del dopoguerra (men che meno a quelli cinesi di oggi) e si assesterà su cifre modeste, attorno all’1%, per l’Europa forse ancora meno. Le due cose, ovviamente, sono legate.

Proposte? Una tassa mondiale sui patrimoni per ridurre la concentrazione di ricchezza nelle mani dell’1% più ricco della popolazione, ma lo stesso Piketty non sembra crederci troppo. Alla fine delle 696 pagine, quindi, si resta un po’ con l’amaro in bocca: malgrado l’immensa mole di dati sistematizzati e interpretati, il giovane francese (più allievo di Braudel che di Marx) sembra dire: “Non è mio compito fornire ricette di politica economica”.