Alfadisco # 8 – gennaio 2019

Paolo Carradori

QUARTETTO MAURICE

4+1” (Stradivarius)

Quartetto d’archi + elettronica. 4+1. Composizioni che trasmettono un alto grado di elaborazione compositiva sul piano sonoro e della forma che, pensate per quel laboratorio di straordinaria duttilità che è il quartetto d’archi, esplodono. L’elettronica, con un peso specifico diverso nelle singole tracce, non si sovrappone, né fa da neutro sfondo ma entra con forza nella trama strumentale suscitando suggestioni di grande fascino. L’apertura non poteva essere migliore: la scoperta di un altro capolavoro di Fausto Romitelli Natura morta con fiamme (1991). Il glissare nervoso delle corde emerge sontuoso e inquietante da uno spazio dove pullulano misteri e fantasmi. Le corde provano a raccontare ma vengono come travolte, a loro volta coinvolte in una rincorsa a perdifiato verso il nulla. Mauro Lanza dedica il suo The 1987 Max Headroom Brodcast Incident (2017) alla memoria di Romitelli. Qui la trama si espande a strappi, voci enigmatiche, interferenze elettriche, solitudini urbane: le visioni del compositore goriziano vengono dilatate a dismisura, il quartetto quasi scompare. Riappare con tutta la propria energia in Legno sabbia vetro cenere (2009-10) di Andrea Agostini dove il dialogo a quattro si fa prima spasmodico per poi evaporare in un panorama nordico colmo di silenzi graffiati da sussulti e vibrazioni. Chiude Earwitness (familiar 2) (2017) di Silvia Borzelli che sviluppa una tensione magica e costante, costruzione intorno alla quale si aggrappano intrusioni quotidiane, voci deformate, pulviscolo sonoro, nell’irrequieto dialogo delle corde. Grande disco, lampo di luce sulla contemporanea che il Quartetto Maurice accende con una sfavillante e appassionata lettura.

Quartetto Maurice: Georgia Privitera violin – Laura Bertolino violin – Francesco Vernero viola – Aline Privitera cello

TERRY RILEY

THE PALMIAN CHORD RYDDLE -

AT THE ROYAL MAJESTIC” (Naxos)

Commissionata dalla Nashville Symphony The Palmian Chord Ryddle (2011) conferma le recenti fascinazioni di Riley verso la forma concerto, il coinvolgimento dell’orchestra sinfonica, come già espresso con “SolTierraLuna” del 2007 e “Zephir” (2009). Il violino a sei corde amplificato di Tracy Silverman percorre gli otto movimenti come voce narrante di struggente talento. Il lavoro è stratificato e fa riferimento alla composita cultura di Riley: l’oriente con le melodie dei raga e le scale della musica classica indiana, il blues, il charleston degli anni ’30 (nel brano dedicato ai genitori), suggestivi impasti pastello nell’immaginifico For Maresa, la cultura andalusa in Iberia. Ambienti, colori e ritmi accostati a volte con qualche meccanicità ma sempre in un ampio respiro creativo. Meno convincente At the Royal Majestic dove l’organo, tra accenni gospel, block chords politonali, ragtime e walzer, rimane scuro e su bordoni rigidi lontano dall’orchestra. Visionario il finale Circling Kailash dove un Riley mistico racconta il pellegrinaggio verso il monte Kailash in Tibet, dove si ritiene che viva la divinità hindu Shiva.

Tracy Silverman electric violin – Todd Wilson organ – Nashville Symphony / Giancarlo Guerrero

MARCO COLONNA

PLAYNG COLTRANE” (Manza Nera Label)

Tutto è atipico in questo cd di Colonna, la confezione cartonata 20x20 cm., l’edizione limitata e numerata, il blue intenso della foto di copertina di Alessandro Lisci, ma soprattutto il contenuto, l’esigenza di affrontare con i clarinetti capolavori del repertorio coltraniano (più qualche sconfinamento). Sono anni che il musicista romano espone talento e visioni in un turbinio di progetti ma la scelta Coltrane è tra le più rischiose. Dopo l’ascolto si potrebbe dire che Colonna esplora il genio del sassofonista americano come mezzo di autoanalisi, conoscenza di sé. Una immersione profonda, complessa la sua, che nei limiti della scelta strumentale rilegge temerariamente la ribellione sonora coltraniana sia sul piano tecnico che del linguaggio (lo smussamento di elementi blues a favore di colori mediterranei, per esempio). Ma ciò che interessa Colonna è più l’aspetto mistico, lo spiritualismo, quel senso di purezza e serenità che traspare in My Favorite Things - nata da una melodia a tempo di valzer – e, con un processo speculare, anche in Summertime – innocua ninna nanna di Gershwin - che trasfigurano in danze modali dal fascino inquieto e illimitato. Il tentativo di applicare la logica del Maestro nel risignificare la forma canzone affrontando Sennò me Moro di Gabriella Ferri risulta invece alquanto fragile. È con il breve Children di Ayler, sassofonista non proprio vicino alla sua sensibilità, che Colonna esprime probabilmente, in un lirismo estremo e commovente, il momento più alto di un lavoro che merita una grande attenzione.

Marco Colonna clarinetto, clarinetto basso

STEFANO SCODANIBBIO

ALISEI” (Ecm)

Se esistesse il luogo dei cd necessari, “Alisei” starebbe tra i primi posti. Sì, perché se tutti ricordiamo Scodanibbio - scomparso nel 2012 a soli 55anni - come sopraffino contrabbassista e agitatore culturale la figura del compositore è rimasta più velata. Queste registrazioni rendono pieno merito alla sua straordinaria capacità creativa e visionaria sempre indirizzata verso il proprio strumento in organici numericamente variabili, dal solo all’ottetto. Daniele Roccato, che con Scodanibbio ha condiviso idee e sogni degli ultimi anni e con lui fondato l’ensemble Ludus Gravis, seleziona quattro composizioni che vanno dal 1985 al 2011. Lavori che con approcci diversi trasfigurano il contrabbasso in un caleidoscopio di suoni, umori, colori, materia viva e pulsante. Ottetto (2011) si snoda in mezz’ora di stratificazioni, incastri sonori inquieti, fantasmi che vagano, accumulazione di tensioni, dialoghi e scontri. In Due pezzi brillanti (1985) e Alisei (1986) Roccato sottolinea con maestria, suono profondo e agile, la filigrana compositiva sempre tesa alla ricerca di un qualcosa che non sia ripetizione, luogo comune. Complessità che sviluppa in Da una certa nebbia (2002) per due contrabbassi (affiancato da Giacomo Piermatti), un panorama sottovoce, quasi fermo, angosciante.

Daniele Roccato double bass – Giacomo Piermatti double bass – Ludus Gravis double bass ensemble – Tonino Battista conductor

BEPPE SCARDINO

BS10 LIVE IN PISA” (Auand)

Scardino sa bene che sommare dieci talenti non garantisce un gran disco, con questa convinzione lavora su una scrittura rigorosa, agile, piena di fascino negli impasti delle voci, equilibrando spazi liberi da offrire alle variegate e notevoli personalità della band. Il risultato è un gran disco. Una musica che possiede un retrogusto stilistico/culturale riconoscibile mai usato però come formula statica ma come elemento moltiplicatore, propulsore di continue invenzioni sonore. Gil Evans evocato su tutti, con i suoi scenari impressionisti e armonie sofisticate, ma anche arditezze del Davis elettrico, le geniali ironie dell’Instant Composer Pool come gli schizzi astratti dell’Italian Instabile Orchestra. Questa materia pulsante intensa, profonda e scomponibile che sta sullo sfondo permette a tutti gli elementi di ritagliarsi squarci solistici di straordinaria efficacia creativa. Scardino non solo si conferma eccellente strumentista ma anche compositore, organizzatore di suoni di gran classe. Anche arrangiatore visionario quando nell’ultima traccia Giant Steps, coraggiosamente smonta e ricompone la giovanile rivolta sonora coltraniana in un quadro di commovente, tormentosa contemporaneità. Un disco che scalda il cuore.

Beppe Scardino baritone sax, bass clarinet – Dan Kinzelman tenor sax, bass clarinet, Piero Bittolo Bon alto sax, bass clarinet – Mirko Cisilino trumpet – Mirco Rubegni trumpet – Glauco Benedetti tuba – Gabrio Baldacci guitar – Simone Graziano fender rhodes, synth – Gabriele Evangelista double bass – Daniele Paoletti drums, electronics

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO

SILENT RIDES” (Filibusta Records)

La Michisanti è una musicista irrefrenabile, dalle idee chiare e coraggiose, con questo lavoro si conferma strumentista e compositrice di valore, esponendo maturità e notevole personalità. In “Silent Rides” con un avventuroso, inusuale incastro strumentale paritario (tromba, sax e contrabbasso) dipana una suite avvincente, attraverso scenari ritmici, lirici, melodici, liberissimi e contemporanei. La affiancano e condividono pienamente questo percorso le ance di Bigoni, con la riconosciuta capacità e ricchezza interpretativa che spazia dai classici ai linguaggi più innovativi e introspettivi. E la tromba di Lento che dell’ultima generazione di trombettisti è tra i più sensibili ed espressivi, con chiare fascinazioni verso Cherry e Davis. Il contrabbasso della Michisanti rilegge le pulsioni ornettiane di Izenzon e Haden, l’eleganza e la densità di Holland, sempre dentro una personalissima cifra poetica. L’intrigante gioco polifonico della formazione esteso in molti brani sviluppa un alto tasso di piacevole estraneazione, free da camera. La rotazione dei soli che i tre disseminano con lirismo, astratto senso della forma su tutte le tracce rendono “Silent Rides” tra i lavori di più accattivanti, originali e aperti degli ultimi tempi.

Francesco Bigoni tenor sax & clarinet – Francesco Lento trumpet & flugelhorn – Federica Michisanti double bass

RICCARDO ONORI

SONORISTAN” (Black Candy Records)

Non si può non avere simpatia d’acchito per un cd che recita nelle note…Sonoristan è un Paese che non c’è, un paese dove ogni persona può entrare senza permesso di soggiorno. Benvenuti…Dichiarazione di intenti inequivocabilmente politici e attualissima del chitarrista storico di Jovanotti al primo album da solista che introduce un lavoro piacevole nel miscuglio, collage vitale di musiche del mondo. Colori e ritmi non come evocazione esotico turistica ma racconto di storie, di luoghi e uomini. Come in una autobiografia sonora Onori mette in gioco la propria storia musicale, dalle clinics giovanili con Metheny, Abercrombie, Frisell alle collaborazioni più svariate, Diaframma, Gezz Zero Group, Dirotta su Cuba, Irene Grandi, Stefano Bollani eccetera fino a Lorenzo Cherubini. Musicista apertissimo ai linguaggi in “Sonoristan” la sua chitarra preziosa mai invadente sviluppa idee e composizioni in un percorso mosso zeppo di fascinazioni per Africa, America del Sud, sapori mediterranei e ritmi afrobeat. Lo affiancano musicisti che sanno garantirli un pregevole livello di complicità creativa, provenienti da ambito jazzistico, etnico, pop…Sonoristan, il paese dove vorremmo vivere.

Riccardo Onori chitarra elettrica/acustica, programmazione – Filippo Guerrieri/Franco Santernecchi tastiere – Stefano Tamborrino batteria, percussioni – Dimitri Espinoza sax – Mirko Rubegni tromba – Francesco Cangi trombone – Dan Kinzelman clarinetto, clarinetto basso – Sabina Sciubba voce – Gianluca Petrella trombone, tastiere – Hindi Zahara voce – Ahmed Ag Keady voce, chitarra acustica – Roberto Migoni batteria, percussioni – Ziad Trambelsi voce, oud – Grintv voce – Ruben Chaviano violino, voce – Mohamed Azizi voce, chitarra elettrica – Mudimbi voce

Terry Riley

Mario Gamba

Se è un declino non è cominciato oggi. Questo Terry Riley non esalta. Nel momento in cui si ascoltano sue musiche nuove o relativamente recenti viene da pensare che sia stato un grande, ma proprio un grande, solo per un breve tempo e per pochi lavori: il notissimo In C, quasi un manifesto, i meno noti e altrettanto pregevoli Keyboard Studies, il più volte manipolato Tread on the Trail. Anno 1964 i primi due, 1965 il terzo.

Il meglio degli States negli infiniti ’60 (nel senso che il loro apporto lo sentiamo oggi e non si sa quando smetteremo di sentirlo). Riley ha sempre attribuito a La Monte Young l’«invenzione» del minimalismo in musica, che poi è quell’idea di prendere un nucleo piccolo di suoni e ripeterlo moltissime volte, con altri nuclei che si intrecciano o senza, con slittamenti di accenti o senza. Tracce di India o Indonesia ed empatia fortissima con l’anima meccanica della metropoli, estasi e frenesia. In C e gli Studies: esemplari. Non sarà stato il primo, Riley, come diceva lui, ma han preso tutti da lì, alcuni molto bene come Philip Glass e Steve Reich.

A differenza dei suoi colleghi o continuatori, almeno per quanto riguarda la prima stagione della loro produzione, Riley ha mostrato ben presto una propensione a inserire nella piattaforma di suoni iterativi linee melodiche abbastanza estese e a curare sviluppi «narrativi», o meglio «divaganti», delle composizioni. Per una parte questo derivava dall’adesione più ampia, rispetto agli altri autori minimalisti, al raga indiano, con i suoi processi erratici sulle scale e l’uso di materiali melodici non elementari. Per un’altra parte, forse più consistente, Riley ha lasciato scorrere nelle sue musiche un cordiale amore per le tinte jazz e per quelle del ‘700 e ‘800 europeo «dotto», però in salsa popular.

Si ritrova qualcosa del genere nel duetto con John Cale Church of Anthrax (1970, dove ci sono pure tinte rock) o nella colonna sonora per il film Le secret de la vie di Akexander Whitelaw (1974). Se saltiamo agli anni ’80 la metamorfosi è compiuta. Cadenza On The Night Plain, scritta nel 1984 e affidata per il debutto all’emergente e poi trionfante Kronos Quartet, è appunto un quartetto per archi classico, ben fatto, ricco di suggestioni, sentimentale ma con giudizio. Procedimenti ripetitivi ormai pochi o nulli. Una bella composizione classico-moderna. Della radicalità degli esordi nemmeno il ricordo. Ci si comincia a chiedere: che ce ne facciamo della musica di Terry Riley?

Ce lo si chiede anche la sera della prima mondiale di Organum for Stefano (un Requiem in memoria di Scodanibbio) nella Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna per l’edizione 2013 di AngelicA Festival, la prestigiosa rassegna di musiche extravaganti di cui è direttore artistico Massimo Simonini. L’organo elettrico Terry Riley l’ha suonato tante volte, agli inizi della carriera in special modo. In A Rainbow in Curved Air (1969) e in Persian Surgery Dervishes (1972), per esempio, musiche sognanti e danzanti, nobili, mica fuffa, musiche da sballo pigro-intenso con cannabis, tra scrittura e improvvisazione. Ripetitive ma sfumate, senza ossessione, con dolci modulazioni in melodie orientali e pop e classiche-romantiche.

Ma l’organo vero e proprio, quello della Toccata e Fuga in re minore di Bach, per dire, e delle cattedrali cristiane, è un’altra storia. Lo sa, Terry Riley. E gli pesa. Fin dalle prime battute. Leggerezza, addio. Subito accordoni solenni, pesantissimi. Musica osservante della tradizione timbrica dello strumento per come è usato in chiesa. Che la struttura sia quella del raga indiano (con qualche vocalizzo di maniera, orientale ma «d’importazione») conta poco. La sostanza sono melodie che si attorcigliano e tornano a confluire in un gorgo che le assorbe, e i pochi respiri di «soluzioni» in blues sono gli unici ristori.

La sera dopo, in un’altra chiesa bolognese (AngelicA Festival è in cerca di luoghi diversi in città, ma quest’anno ben dieci concerti su quindici sono in chiesa…), il Santuario del Corpus Domini di Santa Caterina, Riley è presente solo come autore di Chanting the Light of Foresight (1987) per quartetto di sassofoni. Si ascolta in pubblico per la prima volta in Italia. I virtuosi svizzeri e tedeschi dell’ARTE Quartett (davvero splendidi) sono gli interpreti. Sei movimenti molto diversi tra loro.

Si passa da una musica giocata mirabilmente sui suoni unici tenuti in atmosfera di raccoglimento morbido agli unisoni fortemente drammatici che ricordano il suono d’organo e rimandano alla musica antica (addirittura al gregoriano?). Da un episodio struggente di ballata con venature blues che a un certo punto fa venire in mente certi lavori di John Surman a una sorta di mandala sonoro molto complesso. Da un episodio decisamente free e rumorista (è stato elaborato dal Rova Saxophone Quartet ed inserito di comune accordo nell’opera di Riley) a un finale di sapore gershwiniano.

Musiche di Terry Riley
AngelicA Festival
, Bologna

7/8 maggio 2013