Asimmetrie del terrore

daeshMassimo Conte

Riferendosi a Ponte delle spie, il suo ultimo film, dice Steven Spielberg che una volta si sapeva benissimo dove stavano i nemici e dove «noi». «È vero, avevamo paura, ma col tempo ci rendemmo conto che il nemico aveva un volto, era riconoscibile… Oggi, non sappiamo più chi siano, che volto abbiano, che cosa vogliano… La confusione, l’incertezza, l’ignoto spaventano più dell’arsenale sovietico negli anni Sessanta».

Per difendere i suoi valori e la sua egemonia nell’area, l’Occidente ha pagato i mujaheddin, nell’Afghanistan, con dollari e armi contro i sovietici: operazione fallimentare costata in quindici anni miliardi di dollari ai contribuenti occidentali. «Ci sono serviti, li abbiamo armati e pagati, hanno fatto il lavoro sporco, poi ce ne siamo andati» (Hillary Clinton). Il dopo non interessava, misto di cecità culturale e cinismo politico. Questo l’inestricabile brogliaccio costruito tra gelide montagne afgane e deserti iracheno e libico; poi in Siria, dove l’indignazione è emersa solo per l’uso (forse) di agenti chimici nel 2013 contro i ribelli anti Assad. Migliaia di morti con armi convenzionali erano accettabili, non l’emozione per l’uccisione di un uomo coi gas. Non pensiamo a un singolo morto ma ci sdegniamo per come muore! Senza parlare dell’Iraq, invaso alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Dunque il complesso militare dell’Occidente è più potente di leadership politiche incapaci di faticose strategie negoziali mai neutre, come ricorda Adorno: per il quale la minaccia di una violenza immediata sopraggiunge in ogni mediazione, un rischio fiduciario in ogni scambio sociale. Dalla fiducia interpersonale tra due attori che comunicano con il rischio di un reciproco inganno, a quella sistemica della deterrenza atomica.

Per riflettere su questi temi culturali partiamo da due assunti. Il primo: «ciò che noi chiamiamo Rinascimento segnò l’effettiva nascita del colonialismo e dell’antropologia. Tra l’uno e l’altra, rivali sin dalla loro comune genesi, è andata avanti per quattro secoli una disputa ambigua» (Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici). Il secondo: «in una società civile non potrebbe esserci giustificazione alcuna per l’unico crimine umano realmente imperdonabile, che consiste nel credersi permanentemente o temporaneamente superiori e nel trattare gli uomini come oggetti, che ciò si verifichi indifferentemente in nome della razza, della cultura, del progresso, di un mandato ufficiale o semplicemente di un pretesto contingente» (Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull’origine e sui fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini).

Valutiamo così le risposte della Francia agli attentati del 13 novembre, annunciati dall’eccidio, il 7 gennaio, dei disegnatori dell’insopportabile Charlie Hebdo. «Noi» siamo nella ragione perché abbiamo dalla nostra il «Dio» dei valori democratici, «loro» hanno torto perché il loro è un «Dio» di guerra. Non interrogandoci su come gli altri ci vedono, il mancato riconoscimento prelude a una difficile reciprocità. Gli attentati di Parigi hanno condotto all’immediata dichiarazione di un état d’urgence, stato di eccezione con limitazione delle libertà in nome di opzioni securitarie, un’autoritaria sospensione di tre mesi delle garanzie costituzionali e della Convenzione dei diritti umani. Poteri eccedenti e di eccezione, potere che esclude mentre include, «essere-fuori e, tuttavia, appartenere» (Giorgio Agamben, Stato di eccezione). Come il Patriot Act promulgato all’indomani dell’11 settembre, al fine di immunizzarci da contaminazioni inevitabili nelle società aperte, essendo impossibile una sicurezza totale anche coi controlli panottici che sono stati introdotti.

I quali generano effetti perversi. Ultimo caso quello di Mustafa al Aziz al Shamiri, 37 anni, 13 (!) dei quali trascorsi nel carcere di Guantanamo (quello che Obama voleva chiudere, ma non ha chiuso). Trattenuto per uno scambio di identità, confuso con un’altra persona dal nome simile (!) mentre era un semplice miliziano yemenita («Lettera43.it»). Impossibile non pensare alle torture e alle umiliazioni di Abu Ghraib: solo una diversa legalità per l’amministrazione di Bush junior. Intanto si bombarda la Siria senza uno straccio di coordinamento di intelligence; da soli si fa bella figura.

L’effetto simbolico di restrizione dell’imprevedibile consiste in un’asimmetria informativa, mutuata dal processo economico: per cui un’informazione rilevante non condivisa da tutti finisce per favorire solo coloro che sono in possesso delle informazioni più riservate. Questa asimmetria accentua poteri eccezionali di controllo e finisce per rendere in apparenza visibili, nitide ed accertabili tutte le potenziali zone d’ombra di cui si compone il corpo delle società occidentali, mentre del Califfato di Daesh non sappiamo in sostanza nulla (per imperizia, scarsa efficienza o volontà di non interrompere contatti proficui). Mentre non riusciamo a districarci nel proliferare di clan e tribù che di continuo mutano i loro rapporti di forza sul terreno, perdiamo tempo per capire quali regole di ingaggio sarebbero più funzionali agli obiettivi.

Ma quali dovrebbero essere, questi obiettivi? Distruggere Daesh? Ammazzare tanti dei suoi affiliati, o tutti, mentre loro vendono petrolio, comprano da noi armi e usano canali finanziari globali? Grande è il disordine sotto il cielo, ma la situazione non pare eccellente. Nell’attuale gioco del terrore a somma zero, vittoria dell’uno e sconfitta dell’altro, l’alibi è che l’Occidente non ha chiesto di giocare e soprattutto non vorrebbe giocare con queste armi. Non potendo utilizzare l’«arma fine di mondo» del Dottor Stranamore (ma intanto Putin, negandola, ne azzarda l’uso!), per contrastare la quasi guerra urgono decisioni e azioni chiare, non geopolitiche ambigue a difesa di interessi personali.

Stupisce pure l’interrogarsi stupiti sui foreign fighters europei. Il problema, tra gli altri, è aver ritenuto che l’integrazione degli immigrati di prima generazione, che volevano essere inclusi accantonando le proprie radici, avrebbe funzionato anche per le seconde generazioni, nate nei nuovi territori, formalmente incluse ma nei fatti escluse. Non siamo dinanzi a «devianti» disperati, ma a integrati marginalizzati da nuovi codici e culture, vogliosi di ri-appropriarsi delle proprie radici etniche. Le banlieues parigine ne sono un esempio lampante. Con la crisi del modello melting pot, nel quale le culture sopraggiunte sono di fatto subordinate a quella che le accoglie, dovremmo riflettere sul più complesso salad bowl, un’insalata i cui ingredienti rilasciano ciascuno il proprio sapore. Le forze che sfidano i valori illuministi di libertà, eguaglianza, fraternità, da tempo in crisi nell’Occidente, obbligano a riflettere nella società globale sull’ardua costruzione di un uomo dell’umanità. Senza dimenticare che l’essere umano è ambivalente, agisce con e per gli altri ma anche contro, apre ponti ma alza muri. Il rischio è che l’uomo non determinato e indefinito, insomma un «essere libero e indefinibile» (Gunther Anders, L’uomo è antiquato), sia sottoposto a forme di restrizioni, controllo e sorveglianza che finiscono col coincidere con l’intero territorio; senza che ciò però scalfisca, e tanto meno sradichi, cattive coscienze, affari, ambiguità ed interessi, per far prevalere valori condivisibili che, al momento, sono perfettamente indeterminati. Quali valori? E chi li dovrebbe condividere?

Fantasticheria

Andrea Inglese

Certo che Andreotti avrebbe potuto morire molto prima, anzitempo, abbastanza giovane, e di morte violenta, trucidato come si suole dire, così avrebbe potuto morire, seguendo l’inclinazione di una delle possibili fantasie politiche, anzi diciamolo, seguendo semplicemente la china di una fantasia terroristica, una tra le tante, perché mica si hanno solo fantasie sessuali, e specialmente fantasie sessuali proibite, si hanno anche fantasie di giustizia popolare, e quindi illegali, delittuose, criminali, e così fantasticando non è stato difficile trovarselo più volte tra le mani, al momento di trascinarlo sul furgoncino, dopo aver “neutralizzato la scorta”, per utilizzare il vocabolario più attinente al caso, e una volta nel furgoncino, si salta, con ellissi banale, al “covo”,  e il covo è bene che sia squallido, squallido e vasto, anche contro ogni verosimile prudenza, per tenere squallidamente prigioniero Andreotti, ma tutto poi dev’essere ancora deciso, in sede fantastica, se ad esempio procedere ad umilianti interrogatori, o magari improvvisarsi torturatore, anche se torturare Andreotti non sembra desiderabile neppure in ambito di più sfrenata e torbida fantasticheria, ma immaginiamo pure di seguire un più assodato e burocratico copione, siamo nella pelle di uno dei celeberrimi sequestratori di Moro, solo che abbiamo meditato più accuratamente sui nostri obiettivi, e per le mani non abbiamo Moro ma Andreotti,
e quindi è pure del tutto possibile che, nella veste degli esecutori, ora si decida di ammazzare un uomo che sappiamo non essere innocente, o pochissimo innocente, o molto meno innocente dell’altro, noi uccidiamo, così, ben motivati politicamente dalla lotta antimperialista, ecc. ecc., uno come Andreotti, che si è effettivamente macchiato di crimini che non gli varrebbero, questo è pur vero, una condanna a morte nel regime democratico nel quale viviamo, ma almeno in sede fantastica, nel regime assai poco statalizzato della mia fantasia, Andreotti può anche meritarsi, per le succitate ragioni politiche, una netta, convinta, imperterrita condanna a morte, e certo il momento culminante della fantasia si realizza con l’annuncio, ossia quando a quest’uomo, così amico di tanti politici e di tanti americani e di tanti mafiosi e di tanti vescovi e di tanti imprenditori e di tanti dirigenti dei servizi segreti e alte gerarchie dell’esercito e della polizia, ebbene quando a quest’uomo così potente, forte di così schiaccianti alleanze, così abile nel manipolare e fottere l’ordinaria massa dei comuni cittadini, a questo tizio gli si annuncia non che è arrivato il caffelatte, ma che è ora di prepararsi ad essere ucciso, dal momento che tutta la fantasia, probabilmente, ruota intorno a questa piccola soddisfazione, infantile certo, ma di schietta e circoscrivibile consistenza, sennonché la realtà, la grigia e banale realtà, così densa di crimini orrendi che mai saranno denunciabili, condannabili e punibili, ebbene questa realtà irrimediabilmente tragica, selvaggia, inospitale all’uomo nei secoli dei secoli, fa anche le cose per benino, di tanto in tanto, e se mai Andreotti fosse stato ammazzato non nella mia fantasia, ma da un vero brigatista in carne ed ossa, all’epoca in cui avrebbe potuto lontanamente rischiare una tale fine, ebbene oggi noi dovremmo piangere ancora, anno dopo anno, la sua scomparsa,
e immense statue equestri mostrerebbero nelle piazze di ogni importante città italiana, e non solo siciliana o laziale, Andreotti in sella, dedito dignitosamente alla funzione di zelante guida della nazione, anche se verosimilmente al posto del destriero lo avremmo messo a sedere di fronte ad una scrivania di presidente del consiglio, ed è comunque certo che se si vorranno tra qualche anno fare ad Andreotti statue del genere, essendo egli morto di vecchiaia, e con qualche processo alle spalle, e con alcune verità e storiche e giudiziarie inequivocabilmente emerse, sarà difficile che, anche in questo paese, tutti siano quel futuro giorno, che senza dubbio verrà, sarà difficile – dicevo – che tutti si trovino d’accordo sul metterlo in piazza, nobilitato dal bronzo, anche se nessuna faccia mai, come la sua, durante i lunghi anni di vita rispettata e illustre, è stata così perennemente e massicciamente bronzea.

Dai nostri inviati a Tassimodas

Augusto Illuminati

Mentre l’ennesima tragedia si abbatteva su una generazione sfortunata, la farsa andava in scena nel grande reality nazionale. Copiando sfacciatamente la Caterina Guzzanti inviata sul luogo del delitto a Tassimodas, si è esibito a Brindisi il meglio della stampa, Tv, magistratura e ceto politico italiano (con un filo di maggior riservatezza riconoscibile alle due ministre competenti), non senza evidenti danni alle investigazioni e rischi di incitamento al linciaggio. All’inizio, e sull’onda dello choc, il corale incitamento all’unità nazionale e alla concordia degli animi: Quirinale, vescovo, Papa, Bersani, Casini, Berlusconi (!), tutti preoccupati del conflitto sociale, della violenza e soprattutto di elezioni anticipate. Ci hanno risparmiato - mi sembra - solo Capezzone e la Santanchè.

Poi l’altrettanto corale evocazione della mafia, via via frammentata in specificazioni capziose: non la Sacra Corona Unita, che non ha interesse a esporsi così a casa propria (Mesagne, da cui provenivano le vittime, è un suo feudo storico), piuttosto la mafia siciliana, ma troppo fuori casa e fuori tempo, magari una scheggia impazzita (adesso ci sono i mafiosi «informali» dopo gli anarchici e i servizi deviati), e alla fine a sostenere la tesi ci sono rimasti solo i mafiologhi storici e l’inevitabile Saviano. Il tutto condito con un’insopportabile retorica sulla legalità, in una paese dove il responsabile operativo e il suggeritore politico di Genova 2001 (Diaz e Bolzaneto, per non dimenticare), De Gennaro e Fini, sono, rispettivamente, sottosegretario alla sicurezza di freschissima nomina e presidente di lungo corso della Camera. Legalità e continuità.

Nel frattempo Veltroni ha sostenuto la plausibilità del delitto passionale, l’illuminato Mentana ha sostenuto, senza scoppiare a ridere, la tesi del complotto islamico per punire le femmine scostumate di una scuola intitolata a una femmina (immaginiamo i barbuti qaedisti cercare Brindisi su Google Earth dal fondo di una vallata afghana o in un villaggio maghrebino), PS, CC e GdF hanno passato al setaccio le liste di sbarco dei traghetti per individuare un anarchico greco, mentre per fortuna o distrazione ci è stato risparmiato quello no-Tav. Alla fine è prevalsa l’indicazione pluriversa del folle isolato, del sociopatico che odia il mondo e ghigna impugnando il telecomando e il procuratore locale, per fare uno sgarbo a quello distrettuale anti-mafia, ha lasciato esfiltrare il video relativo (altrimenti chi l’ha dato alla Tv, lo Spirito Santo?). Addosso al disabile, taciturno, con compagna romena e figlioletta poppante (ma non era sociopatico?), capace malgrado la zoppia e un solo braccio buono di trascinare le bombole e organizzare il tutto senza aiuto. Inquinamento delle prove, parole, parole e prevedibile buco nell’acqua, come da rituale dichiarazione post-rilascio del sospettato: nessuna pista va esclusa.

Mettendo da parte il lutto e la vergogna, una considerazione oggettiva. Il terrorismo intimidatorio ha una lunga tradizione in Italia e il momento si presta a meraviglia. La sua efficacia è però oggi minore che negli anni ’70 e nel 1992-1993, proprio perché subito degradato in reality. Le note inesorabili con cui a mezzanotte si annunciava la fine delle trasmissioni dell’unico canale Tv in bianco e nero annullavano il golpe del geniale Vogliamo i colonnelli monicelliano, il golpe e autogolpe fordista. Oggi, in epoca postfordista di Facebook e Tv interattiva, la proliferazione dei commenti disperde il terrore e i riflessi d’ordine in un interminabile chiacchiericcio. Il golpe lo fa la grande finanza, non i militari. Berlusconi è stato rimosso dalla Bce non dai carabinieri, come qualche improvvido aveva auspicato. Resta da sperare che una generazione martoriata dalla precarietà, dalla disoccupazione e ora anche dalle bombe faccia saltare, prima o poi, questo gioco immondo, come la speculazione finanziaria sta facendo saltare l’economia.

Lo sterminio della memoria

Alberto Burgio

Da dieci anni, dall’inizio della «guerra contro il terrorismo» scatenata all’indomani dell’11 settembre, si parla di nuove guerre. La guerra è cambiata nelle sue forme, nelle sue finalità. E nelle sue conseguenze. Non la si dichiara più e la si pianifica dissimulandola. La si combatte sotto mentite spoglie (non sono guerre, sono missioni internazionali di pace) e nobilitandola come difesa dei diritti e della democrazia. Soprattutto, le guerre regionali non sono più, da vent’anni ormai, metafore del grande scontro geopolitico tra l’Impero del Male e il Mondo Libero, avendo quest’ultimo vinto un’altra guerra, fredda, cominciata prima ancora della fine della Seconda guerra mondiale e durata quasi mezzo secolo tra il 1945 e il 1991. Leggi tutto "Lo sterminio della memoria"

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"

L’ombra del potere

da «Alfabeta», n. 69, febbraio 1985


Paolo Volponi

Pare che si debba giungere, oltre lo smarrimento morale e lo sgretolarsi della ragio­ne, a considerare che il terrorismo portatore di strage si realizza nella distruzione e nello scempio dei più semplici modi della vita e della so­cietà di uomini, intesi e presi come gente e massa prima ancora che come popolo. Ormai da circa ven­t’anni le culture civili, filosofiche, economiche non vengono più in­dagate e proposte con i metodi dell’analisi e del confronto, ma vengono affermate o deformate da un principio assunto fuori da ogni relazione e coerenza (culturale e scientifica) allo scopo di determi­nare la sopraffazione più che l’e­gemonia di alcune e al fine di di­struggere valori e misure di altre. Leggi tutto "L’ombra del potere"

Un’islamizzazione della rivolta radicale

Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.

Come ha interpretato gli attacchi terroristici dei primi dell'anno a Parigi?

Qualche giorno dopo gli attentati del 7 e del 9 gennaio ho letto Underground. In questo libro, basato essenzialmente su interviste, il romanziere giapponese Haruki Murakami prova a comprendere l'attacco mortale al gas nervino Sarin perpetrato dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Ha così interrogato alcune vittime e alcuni membri della setta. Il suo lavoro mostra fino a che punto, in questo genere di situazioni, le irriconciliabili esperienze soggettive delle vittime e degli assassini si oppongano sul senso dell'evento. L'esperienza delle vittime è quella di un perché senza risposta. La ripetizione circolare delle testimonianze e dell'estremo dolore non produce alcun significato. Lo abbiamo visto a gennaio in Francia, lo abbiamo rivisto a Tunisi a marzo. Quando «le parole non bastano più», o quando «non esistono parole» per dirlo, significa che l'evento è «impensabile», nel vero senso della parola. Ma ciò che restituisce il senso dell'atto e ne assicura la sua continuità soggettiva prima, durante e dopo l’evento, è ciò che pensano coloro che ne sono stati attori o che avrebbero potuto esserlo. Questo è l'intento di Haruki Murakami quando dà la parola ad alcuni membri d'Aum. Ci offre così la possibilità di leggere una intellettualità condivisa da qualche assassino e da molti altri più pacifici giapponesi, nel nome dei quali sono stati commessi gli assassinii. Sebbene il passaggio all'atto sia sempre eccezionale, ci mostra come si radichi in una visione del mondo e in un'esperienza condivisa. Questo è l'elemento mancante per un'autentica comprensione del 7-8-9 gennaio 2015.

Come ricostituire o completare questo quadro?

Nonostante l'orrore che ci evoca, bisogna comunque comprendere il senso che costoro hanno dato a quegli atti. La categoria di terrorismo è troppo generale e generica. Abbiamo a che fare con l'incontro di esperienze personali e di una figura contemporanea e mortifera della rivolta che la sola logica poliziesca e militare non riusciranno a far scomparire. Gli atti di Amedy Coulibaly e dei fratelli Kouachi, come quello di Mohammed Merah, sono il frutto di storie singolari, di storie francesi. Come quelle di alcune migliaia di giovani francesi partiti in Siria. Come quelle di coloro, molto più numerosi, che, a differenza nostra, non guardano per forza con tanto orrore questa guerra annunciata contro l'occidente corruttore. Allo stesso modo, i salafiti tunisini frequentati dagli assassini del Bardo sono particolarmente ben radicati a Sidi Bouzid e Kasserine, culle della rivoluzione di dicembre 2010/gennaio 2011. Meglio ancora: alcuni di loro, all’epoca non appartenenti a dei gruppi salafiti, sono stati gli artefici della rivoluzione tunisina.

Come interpreta la conversione all’Islam di giovani senza alcun rapporto con la cultura araba, a volte cresciuti in realtà impegnate e di sinistra?

Penso che sia necessario capire che non abbiamo a che fare con un fenomeno settario isolato, e soprattutto che non abbiamo a che fare con una «radicalizzazione dell'islam», ma piuttosto con un'islamizzazione della rivolta radicale. Sappiamo che i candidati francesi alla jihad sono spesso dei convertiti o, come nel caso di Coulibaly e dei fratelli Kouachi, dei praticanti tardivi. La verità dei loro moventi e del loro pensiero non deve essere cercata più di tanto nella teologia, dell'islam in generale o del wahhabismo in particolare, ma nella coerenza contemporanea dei propositi politici di cui sono portatori. [...]

Per tutta una generazione che varca oggi l'età adulta, s'impone un'evidenza: alla fine del cammino, imboccato dai propri genitori, che sono emigrati per una vita migliore, che hanno militato per il sol dell'avvenire o intrapreso il percorso della riuscita personale, c'è un’impasse. Non c'è più speranza collettiva di rivoluzione o di progresso sociale e vi è poca speranza di riuscita individuale. [...]

Che cos'è una rivolta che non ha più né futuro né speranza? Quando abbiamo questo in testa, capiamo meglio la potenza soggettiva dei propositi jihadisti. Il solo avvenire proposto è la morte: quella «dei miscredenti, degli ebrei e dei crociati», come quella dei martiri. [...]

Il crollo della categoria di futuro di cui abbiamo parlato, e che l'antropologo Arjun Appadurai ha messo al centro de suo ultimo libro The Future as Cultural Fact, è senza dubbio una delle dimensioni dell'ondata di scontri che hanno toccato il mondo intero dall'inizio di questo secolo. […] Questi scontri possono sfociare su due divenire possibili: la costruzione di una figura durevole della rivolta e della speranza che s'incarna nei movimenti politici organizzati e nelle prospettive istituzionali, o la deriva verso lo sconforto e la violenza minoritaria.

Durante questi dieci ultimi anni, una generazione si è rivoltata. Se nulla sembra muoversi, come sconvolgersi che alcuni decidano di passare alla «fase 2»? È l'esperienza biografica degli assassini di gennaio. Il 17 settembre 2000, Amedy Coulibaly, che aveva allora 18 anni, ruba delle moto con un amico, Ali Rezgui, 19 anni. Vengono inseguiti dalla polizia... che spara, e Ali muore nelle sue braccia in un parcheggio di Combs-la-Ville. Nessuna indagine viene aperta per questa bavure [abuso poliziesco]. Ciò provoca due giorni di scontri alla Grande-Borne di Grigny. Dove sono oggi tutti gli attori degli scontri delle banlieue del 2005? E tutti quelli che li hanno guardati fare con simpatia? Come vedono la vita e la politica? Che sguardo portano sugli eventi di gennaio? Non li abbiamo ascoltati prima, né durante, né dopo il 7 gennaio. La sera dell’8 gennaio, non sono andato alla République, ma all'appuntamento davanti al comune di Saint-Denis, città nella quale abito. Ho raramente visto così tanta gente, così emozionata. Era presente tutta la rete dei militanti, ma non c'erano quasi le persone ordinarie, gli sconosciuti, la gente e i giovani «dei quartieri». Presi nella nostra emozione collettiva, non so se ci siamo resi conto della frattura silenziosa che stava prendendo forma.

Come ha vissuto la grande manifestazione dell'11 gennaio?

È un evento complesso. Non so se abbiamo mai conosciuto nella storia une mobilitazione così massiccia, costruita su uno smarrimento. Non l'ho propriamente vissuta come una marcia funebre, come il funerale della generazione del ‘68. È su questo smarrimento che lo Stato ha potuto costruire un senso al quale ha dato il nome di «L’esprit du 11 janvier». Nell'espressione «Je suis Charlie» ci sono almeno due cose che è necessario chiarire. Innanzitutto il «je» che non è uno scontato nous sommes Charlie. Poiché il «noi» non è preesistente allo smarrimento, si costruisce nella condivisione dell'emozione e nell'assembramento. Per questo è ideologicamente plastico. Poi c'è Charlie. Ma ci sono stati tre tipi di categorie di vittime: i «miscredenti» (Charlie), gli ebrei (l'Hypercacher) e i «crociati» (il poliziotto dell'11ème arrondissement et la poliziotta di Montrouge). Mohammed Merah se l'era già presa con gli ebrei e i «crociati» senza suscitare tante emozioni. E scommetterei che se Coulibaly avesse agito solo e i fratelli Kouachi non avessero attaccato Charlie, la mobilizzazione non sarebbe assolutamente stata la stessa. Qualche cosa si è annidata attorno all'attacco ad un giornale poco conosciuto e poco letto, diventato sicuramente simbolo di una libertà collettiva. È anche contro un bersaglio, testimone degli anni ‘60-‘70, che se la sono presa, senza saperlo, gli assassini, ossia a dei ricordi di infanzia e giovinezza, alle ultime tracce di una rivolta giovanile di un'altra epoca. Ma una parte delle incomprensioni nazionali si trova qui. In un certo modo, un’équipe ereditiera del maggio ‘68 ha condotto fino all'ultimo delle battaglie diventata fuori-luogo rispetto alle questioni pressanti dell'oggi. Charlie ha iscritto la sua irriverenza nei confronti dell'islam nella sua postura d'opposizione alle chiese e ai dogmi che impediscono la liberazione della società. Non ha calcolato che in Francia nel ventunesimo secolo, prendersela con l'Islam, significa soprattutto ferire le persone dominate per le quali la religione è un punto d’appoggio per far fronte alla sofferenza sociale.

«L'esprit du 11 janvier» non l'ha coinvolta?

Una volta ancora, chi controlla il senso dell'evento? Chi lo costruisce? È il potere che parla dello «spirito dell'11gennaio». Lo ribadisco, la condivisione dell'emozione si è fondata su un non-detto. Gli incidenti attorno al minuto di silenzio sono stati rivelatori di questo non-detto. E piuttosto che ascoltare il malessere che si esprimeva allora, sono stati nel vero senso dell'espressione «ridotti al silenzio», sottomessi all'obbrobrio generale e addirittura messi sotto accusa. Siamo così passati da un'emozione condivisa all'emozione intimata. Si pensa di inculcare attraverso l'autorità i valori della Repubblica? Lo sappiamo bene, da almeno una generazione, che questi valori sono anche delle promesse non mantenute. L'obbligo di aderirvi è una violenza supplementare. [...]La proprietà dei valori è di fornire un senso etico all'esperienza. E, ahimè, per alcuni, la jihad risponde proprio a questo.

Qual è il rapporto tra jihadisti di qui, che partono in Siria, e coloro che contestano il minuto di silenzio?

Siamo di fronte a delle traiettorie soggettive diverse e in parte disgiunte. È un errore grossolano assimilare quelli che hanno contestato il minuto di silenzio a dei candidati jihadisti, o anche a dei turiferari. E anche tutti coloro che partono in Siria non sono forzatamente devoti all'assassinio individuale. C'è in questo passaggio all'atto ultimo una parte di distacco irrazionale. Ma c'è anche un contesto condiviso e dei vissuti che si fanno eco. Come in altre epoche, questo contesto è oggi abbastanza potente per polarizzare questi distacchi psichici, per dare un senso contemporaneo alla follia. Per i giovani del La Grande Borne, Amédy Coulibaly è identificato come uno un «po' fuori». Ma in quale contesto soggettivo si trova? Un contesto dato da esperienze condivise, smarrimento e ribellione di fronte ad un mondo politico, mediatico, istituzionale che non tiene conto del malessere o della sofferenza di una parte delle classi popolari. È più di un'esperienza di «esclusione» oggettiva. È l'esperienza collettiva di una negazione soggettiva.

Quali sono le conseguenze di questa negazione d'esistenza?

Non bisogna sottostimare gli effetti devastanti di questa esperienza popolare: l'esperienza della menzogna permanente dei discorsi politici e giornalistici che ha per oggetto i territori da loro abitati. Questa esperienza distrugge il senso della nozione stessa di verità e alimenta tutte le voci e tutti i complottismi diffusi da Alain Soral e dai suoi amici. Da questo punto di vista, l'influenza di Dieudonné come eroe «anti-sistema» doveva essere precedentemente considerata come un sintomo più globale e non una deriva morale solitaria. Dall'altra parte, non si sottovaluti che l'indifferenza generale nei confronti dell'islamofobia ha anche aperto la strada a un rinnovo dell’antisemitismo. Oggi, il risultato è che se l'islamofobia progredisce, l'antisemitismo anche. In concorrenza alla destra ufficialmente islamofobica del FN, oggi trova terreno fertile una nuova destra estrema, «rivoluzionaria» , popolare e antisemita.

E adesso?

Un periodo si chiude... La conversione allo jihadismo è oggi una delle figure possibili della rivolta. La risposta a questo dramma non può certamente incarnarsi nell'ordine, repubblicano o no che sia. La risposta è piuttosto da cercarsi in una figura alternativa e contemporanea della rivolta, una rivolta che non si pone sul terreno della negazione del futuro, della negazione del passato e dell'odio del pensiero. Le due questioni chiave che sono davanti a noi sono quella del possibile e quella della pace. «Podemos», ci dice il movimento di Iglesias in Spagna. Quando la finanziarizzazione del potere ci racchiude nel calcolo delle probabilità e dei rischi, è urgente aprire dei possibili senza i quali il futuro non è che una parola vuota. E quando la guerra o la minaccia della guerra (o del terrorismo) tendono a divenire una modalità di governo, è tempo di ridare senso a una prospettiva di pace collettiva che non passi per una politica securitaria, né per degli attacchi aerei un po' ovunque nel mondo. È forse anche questo ciò che ci hanno detto i manifestanti dell'11 gennaio. Non sono sicuro, però, che siano stati ben ascoltati su quest'ultimo punto.

Traduzione dal francese di Marta Lotto

* Alain Bertho è professore di antropologia a Parigi VIII, direttore della Maison des sciences de l'homme de Paris-Nord e autore del libro Le temps des émeutes (2009). Da dieci anni si occupa di rivolte urbane nel mondo, di cui segnala in tempo reale l'evoluzione sul blog  http://berthoalain.com/