Focus Città e cultura / Spazi pubblici e territori di scarto

Giovanni Semi

Mai come in questo periodo storico si è assistito a una biforcazione singolare tra il concetto di spazio pubblico, come ci è stato tramandato da secoli di elaborazione politica, e la miriade di pratiche di progettazione, design ed elaborazione di spazi pubblici nelle città del pianeta. È bene infatti ricordare che con spazio pubblico si è tradizionalmente inteso quel territorio, spesso urbano ma più genericamente metaforico, che è neutro rispetto alle differenze tra individui e ammette perciò chiunque al suo interno. Uno spazio di libertà, di discussione e di conflitto che produce cittadinanza, discorsi e politica.

A seconda delle matrici culturali di origine, i pensatori liberali, marxisti e post-strutturalisti hanno attribuito significati molto diversi allo spazio pubblico; i primi pensandolo come un territorio dove la prevalenza della ragione sulle differenze sociali, in primo luogo, genera una forma raffinata di sfera pubblica, dove le persone si riconoscono come eguali nelle loro differenze e pensano al bene comune grazie all’esercizio della razionalità. Per i marxisti, viceversa, lo spazio pubblico è un’invenzione intimamente borghese che legittima il dominio politico e discorsivo di una classe sulle altre, laddove pensatori e pensatrici femministe e genericamente “critici”, vedono nello spazio pubblico l’affermazione di alcune differenze che “contano più di altre”, in particolare quelle di genere, con il dominio maschile.

Per tutti, comunque, vi è l’idea di uno spazio artificiale, che esalta o minimizza le differenze di ciascuno e produce dei risultati politici. Lo spazio pubblico è il risultato di un’ingegneria politica, ha delle forti connotazioni storiche e connette pezzi di società. Se pensiamo a pensatori come Arendt, Habermas o Rawls, le loro riflessioni su questo tipo di spazio avvengono nel corso del Novecento, in particolare nella seconda metà del secolo, quando le società occidentali di cui facevano parte e per le quali scrivevano erano caratterizzate da una sorprendente fase di pace sociale, crescita economica e livellamento delle differenze sociali.

Nello stesso periodo storico, l’urbanistica, l’architettura, l’arte e le scienze sociali sembrano meno interessate a riflettere sugli spazi pubblici nella misura in cui essi erano già, nei fatti, l’arena all’interno di cui proprio queste discipline e questi mondi culturali proponevano le proprie visioni di ciò che è bello, giusto e democratico. Quando lo spazio pubblico esiste, non si vede. È la cornice, il contesto che permette l’incontro, il disaccordo e il progetto. Non è un caso dunque che il ritorno di fiamma di questo concetto, la sua golden agesia molto tardivo, a partire cioè dagli anni Ottanta in poi, nello stesso momento in cui la grande fase espansiva occidentale entra in crisi. Mentre comincia l’erosione di salari, diritti e prospettive future, il mondo occidentale comincia perciò a parlare sempre di più di spazio pubblico, a farne un tema visibile nell’agenda di governi urbani e di professionisti.

Se guardiamo al quotidiano in cui siamo immersi, lo spazio pubblico è al centro delle preoccupazioni sia dell’arte contemporanea sia del progetto urbano. Non vi è conferenza, incontro, articolo di giornale, proposta che riguardi il futuro delle città che non parta dal bisogno di fornire luoghi aperti, condivisibili e democratici.  In parziale contraddizione con un’epoca che non ha più il coraggio o il desiderio di progettare, pianificare e decidere, assistiamo a un moltiplicarsi su scale diverse di piazze, streetscapes, waterfronts e parchi urbani che invadono il tracciato urbano precedente. La città delle notti bianche, dei festival, delle sagre e delle fiere, degli eventi e degli incontri, delle parate e delle manifestazioni, della movida e degli aperitivi ci viene offerta come palcoscenico normalizzato, rovesciando la prospettiva moderna secondo la quale la festa era il contraltare, rituale e dunque occasionale, di una certa rigidità dominante la scansione dei tempi di vita e di lavoro.

Il carattere spontaneo, festoso e creativo con cui questi nuovi spazi puntellano la vita urbana è fatto però di numerose scelte, saperi e poteri che si localizzano continuamente, producendo una città che di leggera e discontinua ha solo la facciata. La città dello spazio pubblico e dell’evento è infatti una città strategicamente pianificata, fordista nei ritmi del consumo e dell’occupazione del tempo libero. Provare a mettere in discussione la svolta creativa, culturale e turistica dei suoi spazi corrisponde alla messa in discussione, nel passato, della divisione tra città produttiva e quartieri-dormitorio. È dunque una gentrification dello spazio pubblico, con una chiara propensione alla selezione dei pubblici, in termini di capacità di consumo e di comportamento appropriato.

Questa svolta a favore del tempo libero e dei loisirs riguarda sempre di più le città occidentali, “liberate” dal passato del pieno impiego e piene di cittadini “in eccesso”, siano studenti, disoccupati, anziani o turisti. Più in generale, dietro al favore per gli spazi pubblici contemporanei vi è la spinta della classe media emersa dal terziario, la quale pur non possedendo più la capacità di spesa e consumo della generazione che l’ha preceduta (non è un caso che sia considerata l’ossatura del cosiddetto “precariato”) dispone di due asset importanti: la cultura e il tempo libero.

La crescita delle posizioni occupazionali che richiedono titoli di studio superiori, la classe creativa” per non citare che uno degli slogan più diffusi dei due passati decenni, si è saldata su un mutamento delle condizioni di lavoro, sempre più incentrate sulla flessibilità e sull’irregolarità. Le classi medie contemporanee che affollano le nostre città, e che dalle nostre città sono sempre più richieste, sono dunque più colte di quelle del passato ma anche più instabili, precarie e con molto più tempo a disposizione da spendere in attività non produttive.

Ecco dunque che lo spazio pubblico diventa il luogo deputato a rassicurare queste popolazioni sul fatto di aver operato la scelta giusta, scegliendo quella città piuttosto che un’altra. Lo spazio pubblico contemporaneo diventa perciò un parco-giochi per classi medie, un contesto dove praticare le virtù socialmente accettabili e legittime di questo nuovo scorcio di millennio. L’enfasi sull’orizzontalità dei rapporti, sulla sostenibilità ambientale e sociale, sulla co-partecipazione e, in generale, la presa di distanza retorica contro ogni rapporto che sia gerarchico diventa uno degli elementi chiave della costruzione di questi spazi. Essi non vengono “imposti”, ma emergono magicamente dagli infiniti tavoli di partecipazione cui sono soggetti i cittadini esemplari. La critica, se ammessa, dev’essere “costruttiva”, per non contaminare l’armonia post-politica con retaggi del passato. Molti autori denunciano la diffusa depoliticizzazione che ormai caratterizza la definizione di ciò che è comune e giusto.

Lo spazio pubblico contemporaneo rappresenta nella maniera più limpida questo paradosso: viene prodotto estromettendo ogni forma di possibile conflitto affinché generi una socialità disciplinata, apolitica e piacevole. Ecco dunque che tornano al centro dell’azione pubblica discipline e prospettive, come l’architettura, il design urbano e la paesaggistica, che hanno il compito di tramutare queste istanze in progetti. Fioriscono concorsi internazionali e le archistar viaggiano senza sosta da un capo all’altro del pianeta per permettere “ai territori” di svilupparsi esaltando le proprie particolarità lungo delle linee-guida spesso identiche tra loro. Fontane, giochi d’acqua, panchine colorate, illuminazioni sgargianti, marciapiedi, piste ciclabili, orti urbani e piantumazioni diffuse ci rassicurano sulla maggiore sensibilità dei governi urbani nei confronti dell’estetica e della sostenibilità urbana. Il green-washing è dappertutto.

Tra le righe osserviamo però un’attenzione minuziosa a non concedere spazi ai comportamenti devianti, eccentrici, anti-sociali, non consumistici, disinteressati o conflittuali. Lo spazio pubblico deve essere pulito, igienico, calmo e rassicurante.

Ci sono però molte porzioni di urbano che non rientrano in questo modello gentrificato, e sono precisamente quelle che ancora adesso vengono designate come periferie (e quando si trovano nei centri storici, allora sorgono concetti problematici come ‘periferia esistenziale’ o ‘periferia sociale’). Sono quei territori di scarto dove viene, appunto, scaricato ogni processo e forma di vita che, in qualche modo, non rientri nella gentrification. Su questi territori la violenza politica e culturale si abbatte in forme e modi particolarmente severi: viene esportata la ‘cultura’, con modelli organizzativi che ricordano spesso degli approcci coloniali, come se quei territori non fossero in grado di elaborare codici, significati, linguaggi in maniera autonoma e innovativa (e lo fanno, ovviamente, ma spesso non è la Cultura che il centro si aspetta da loro). Sempre su queste ‘periferie’ operano delle vere e proprie macchine di stigmatizzazione territoriale, con l’etichetta del ‘degrado’ che viene attribuita a luoghi ed esseri umani, senza la più elementare riflessività e cautela.

A mio modo di vedere, una questione democratica emerge sempre di più e non riguarda semplicisticamente delle periferie che si starebbero fascistizzando: al contrario dobbiamo operare sui centri, che sono territoriali ma anche e soprattutto politici e simbolici, e rivedere rapidamente il loro modo di operare e di concepire la realtà urbana. Non si tratta più, se è mai stato il caso, di ‘portare la cultura in periferia’ ma di mettere quei mondi in condizione di sicurezza sociale e legittimità culturale, riducendo fino ad eliminare il peso delle disuguaglianze che le affliggono e consentendo loro di poter continuare a produrre codici culturali in pace e senza il costante scrutinio e scherno tipico delle classi superiori. Siamo molto lontani da questo scenario, eppure non vedo ragionevolmente altra via. Quella che abbiamo intrapreso sinora sta aumentando le differenze e minando seriamente la coesione sociale.