Praticare Scompiglio (non solo in Lucchesia)

scompMaria Cristina Reggio

Si sa che nell’arte contemporanea, fin dai tempi delle avanguardie storiche, il corpo dello spettatore è stato spesso considerato non più quello di un semplice osservatore immobile di fronte a un’immagine, ma come un vero soggetto senziente all’interno dell’opera d’arte. Ultimamente, poi, si stanno diffondendo pratiche di coinvolgimento che fanno appello a tutte le potenzialità motorie e, contestualmente, ai cinque sensi del cosiddetto «fruitore». Insomma in campo estetico con il corpo si cammina, ci si arrampica, ci si riposa, si mangia, si gode dei momenti di sosta, ci si siede, si percorre un tragitto, si diventa tutti performativi.

È questo il caso, per esempio, della Tenuta dello Scompiglio, uno spazio privato, gestito da un’associazione culturale senza grandi contributi pubblici né di fondazioni, dove l’arte si fa multidisciplinare, con ibridi percorsi ambientali e sensoriali tra arti visive, performative, musicali e culinarie in un parco principesco con villa alle porte di Lucca. Ideata e diretta da Cecilia Bertoni, artista e maestra di Feldenkrais, che ha ristrutturato la vecchia fattoria secolare all’insegna del bio, la Tenuta ospita dal 2007 progetti artistici che dialogano con la terra coltivata, con il bosco e con la creazione culinaria.

Qui, dopo la pausa estiva, riprende in autunno la rassegna Assemblaggi provvisori, focalizzata sulla dicotomia tra genere maschile e femminile, con lavori di artisti di diverse nazionalità che si snodano, tra tante installazioni site-specific permanenti, nel parco di circa duecento ettari e nelle diverse costruzioni architettoniche che hanno il valore di autentiche presenze, segni della storia di questo luogo privatissimo: dalla sobria villa toscana con annessa terrazza per le performance, come Nannerl, sorella di Mozart di e con la stessa Cecilia Bertoni e di Carl G. Beukman dove le percussioni di Antonio Caggiano dialogano con gli zampilli delle fontane e i fruscii delle foglie del giardino all’italiana, alla piccola cappella sconsacrata nel bosco con il pavimento in vetro e piume di Alfredo Pirri, si accede al parco tra le vigne e l’uccelliera sulla collina che accolgono un collettivo Cimitero della memoria e una piccola costruzione inerpicata alla sommità di un sentiero, che nella sua inquietudine installativa ricorda la casa della fata morta di Pinocchio, fino al teatro vero e proprio, ricavato dal fienile restaurato secondo i più avanzati principi della bioarchitettura.

I cancelli della Tenuta si aprono nei weekend ai visitatori-spettatori per un’esperienza unica di scompigliatissimo viaggio per il quale sono necessari un fisico allenato e scarpe resistenti e anti-scivolo, ma soprattutto un’attenzione ai propri sensi che vengono stimolati nel loro divenire sensazioni ed emozioni, in costante rapporto con quella terra polverosa e quella natura mai selvaggia o pittoresca, ma coltivata dall’uomo con il rigore e l’ordine delle vigne, degli orti e dei frutteti .

La tenuta agraria, depositaria di quella tipica bellezza severa e assoluta delle ville italiane, soprattutto toscane, celebrata con ammirazione poetica da Rudolf Borchardt (Villa, in Città italiane, Adelphi 1989), più spesso contrasta, ma talvolta si incontra, con il disordine e le ibridazioni del contemporaneo e con la consapevolezza di un profondo legame collettivo con la terra, testimoniato dal rispetto di questo progetto estetico per la vita dei campi in Lucchesia. Tuttavia un’ombra cupa e inquieta avvolge la maggior parte delle installazioni. Ci si può però consolare nella Cucina dello Scompiglio dove i vini, gli oli e gli prodotti di questa terra vengono proposti al gusto e all’olfatto dello spettatore goloso, associati per contaminazione ai titoli, ai colori e ai sapori delle opere che popolano la Tenuta in un determinato periodo.

Anche ai visitatori della più nota Fattoria di Celle, un’altra villa toscana a Santomanto di Pistoia, di proprietà dell’imprenditore Giuliano Gori, si raccomanda di indossare scarponcini, di avere un fisico allenato e molta passione per l’arte contemporanea, ma soprattutto di non soffermarsi oltre i dieci minuti dopo la visita: qui infatti non si mangia. Questa villa del Seicento, benché ricca di vigne e terreni agricoli, non prevede ristorazione di alcun tipo, ma è così intrecciata alla storia agraria di questa terra, da prevedere uno speciale regolamento etico-estetico, messo a punto da un’apposita commissione internazionale convocata ad hoc dal proprietario fin dal 1981, che protegge le specie vegetali del parco e stabilisce che le opere degli artisti chiamati a realizzarle in un luogo da loro scelto appositamente all’interno della proprietà, non possano per nessun motivo danneggiare il paesaggio né cambiare di posto. Così, dagli anni Settanta del secolo scorso, il proprietario ha realizzato un percorso visitabile gratuitamente nella stagione estiva con opere dei più grandi maestri italiani e internazionali contemporanei, da Burri a Castellani, a Kiefer, Anne & Patrick Poirier, Richard Serra, Robert Morris, Sol Lewitt, cui solo i visitatori più resistenti possono accedere, a patto di accettare la restrizione che non permette di intraprendere una visita ridotta né di tornare indietro a metà strada.

Lo spettatore en plein air trova nello spazio ridotto della Marrana, una casa colonica privata con molta terra intorno, a Montermacello, nei pressi di Amelia-La Spezia, una misura più adatta, forse, alle escursioni estetiche del fine settimana. L’idea dei proprietari Grazia e Gianni Bolongaro, è sempre quella di invitare artisti di grido come Jan Fabre, Kosuth, Airò, Vedovamazzei o Marina Abramović a modificare con le loro opere i campi, gli orti, le vigne e i frutteti, disegnandovi nuove segnaletiche, percorsi e soste per il viaggiatore; l’attrazione per l’escursionista è sempre quella della gita ecologica in campagna, lontano dai festival culturali che animano le piazze cittadine, e dove mente e corpo si inerpicano in un trekking dell’anima su sentieri concettuali alla ricerca del piacere postmoderno. Un agriturismo dell’arte dal sabato alla domenica.

Sulla home page di Alfabeta2 il video di Ugo Nespolo LA GALANTE AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL LIETO VOLTO (1966/67)

Mozart scompigliato

Paolo Carradori

Se siete tra coloro che pensano che l’utopia sia qualcosa di irrealizzato e non di irrealizzabile, allora fate un salto alla Tenuta dello Scompiglio a due passi da Lucca. Perché?

Perché lì su questa strada sono molto avanti. In una natura unica: spettacoli, concerti, mostre, installazioni, residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop. Contemporaneità non feticcio, etichetta vuota ma vissuta come verifica costante del pensiero nell’arte.

Sul fronte musicale, con la direzione artistica di Antonio Caggiano, prende il via un nuovo progetto “Mozart, così fan tutti”. Ambizioso percorso che, parafrasando una delle tre opere italiane del compositore salisburghese, punta a rileggere in modo atipico la figura del genio. Non solo opere mozartiane o di compositori che a lui si ispirano ma riscoperta degli aspetti esistenziali troppo spesso ignorati, occultati in nome di una lettura schematica.

Mozart era un anticonformista di grande cultura che credeva negli ideali di libertà ed eguaglianza. Anche libertario e anticlericale ma con una profonda connotazione di sacralità rispetto alla vita. Intellettuale spregiudicatamente moderno.

L’apertura sul palco dello Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta spetta all’ensemble Sentieri Selvaggi con la direzione di Carlo Boccadoro. Attiva da anni e composta da notevoli personalità strumentali la formazione si caratterizza per un forte senso del collettivo sia dal punto di vista degli equilibri che del suono. Sorprende soprattutto la passione e l’esposizione del piacere di suonare insieme, di questi tempi merce rara.

Un filo diretto con Mozart lo tira emblematicamente Arvo Pärt con Adagio-Mozart. In una ambientazione religiosa, commovente e raccolta il compositore estone riscrive per trio una pagina mozartiana trascinandola nella contemporaneità con suoni, timbri e colori magici, senza toccare le note. Il risultato è sorprendente: una visione sonora profonda e spirituale dove si incontrano due mondi lontani che trovano nella bellezza un possibile momento di dialogo.

Anche Carlo Galante con L’Incantevole ritratto (in prima assoluta), attraverso materiali provenienti dal Flauto Magico, costruisce un percorso di figure musicali che, alludendo all’opera mozartiana, la deformano, la ricompongono spostando e modificando il senso. Non la trasfigura, come fa Pärt, la cita e gioca su sfalsamenti minimi dove tutto scorre in una ambientazione suggestiva e pacata. Solo nel finale, in un crescendo ritmico più marcato, l’opera ha come una accelerazione per poi chiudersi.

In Soul Brother N°1 di Boccadoro - dedicato ad Andrea Dulbecco - il vibrafono è in rilievo per tutto il brano, dirompente e intrigante nella sua leggerezza svolazzante. La formazione intorno a lui crea e contrappone continui vortici ritmici ma, nonostante una maggiore potenza sonora a disposizione, pare soccombere alla poetica delle lamine. Di grande impatto emotivo il passaggio dove violino e violoncello stendono una ragnatela nervosa dietro l’energia e l’inarrivabile virtuosismo del solista.

Con Musica Profana Filippo Del Corno mette insieme tre sue composizioni. La prima ispirata da una antica canzone popolare francese L’homme armé è caratterizzata da una sottolineatura ritmica che la percorre tutta mentre l’ensemble elabora un motivo accattivante distribuito in ciclici unisoni. La polifonia rinascimentale di Fault d’argent si tramuta in una ipnotica ripetizione di frammenti sempre uguali a se stessi. L’apertura del violoncello, poi affiancato dal flauto, è il momento più poetico, poi il martellare ossessivo del pianoforte infrange tutto. Chiudono toni scuri e inquieti che prendono le mosse da un'antica melodia Réveillez vous. Un riferimento ad estranianti ritmi techno fin troppo schematico.

Gavin Bryars conferma con il brano Non la conobbe il mondo mentre l’ebbe – noto verso petrarchiano – il carattere meditativo della sua visione musicale, una magica semplicità melodica mai banale sempre coerente ad un equilibrio armonico che si macchia di mistero, sospensioni e colori tetri. Il momento più seducente della serata.

L’ensemble si esalta nel finale con The Telephone Book per quintetto di Michael Torke. Trittico scanzonato ispirato agli elenchi telefonici statunitensi. Composizione che esplora e amplia le esperienze minimaliste. Energia, ironia, spruzzate di jazz, pop rassicurante, momenti ballabili. Tutto credibile e coinvolgente. Irriverenza e leggerezza che piace.
Anche a Mozart?

Mozart, così fan tutti
Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio
Vorno (Lucca) 30 novembre 2013
Sentieri Selvaggi Ensemble:
Paola Fre flauto – Mirco Ghirardini clarinetti – Andrea Rebaudengo pianoforte – Andrea Dulbecco vibrafono e percussioni – Piercarlo Sacco violino – Aya Shimura violoncello – Carlo Boccadoro direzione

Rebus per un parco a tema

Maria Cristina Reggio

Vicino a Lucca cʼè un parco singolare che contorna una bella villa restaurata da pochi anni, la Tenuta dello Scompiglio. Il nome sembrerebbe fare riferimento a un'antica famiglia proprietaria da secoli di tanta bellezza, invece non si tratta di un patronimico, bensì di un sostantivo che indica il tipo di relazione tra le arti a cui la Tenuta è dedicata: lo scompiglio, per lʼappunto, ovvero scompaginamento delle arti. La performance art, le arti performative e visive, quelle culinarie e musicali, nonché i metodi per la cura del corpo come il Feldenkrais, si incrociano negli spazi aperti e in quelli chiusi di questa proprietà, dove gli spettatori-avventori, preferibilmente muniti di calzature sportive, vengono invitati a compiere diversi percorsi alla scoperta delle installazioni (tra le altre, una di Alfredo Pirri nella cappella sconsacrata e una di Jannis Kounellis sotto un immenso albero secolare) e dei video in mostra, nonché delle performance e delle contaminazioni in esse contenute tra linguaggi artistici e para-artistici, come in un parco a tema, dedicato alle epifanie del corpo (un poʼ trekking, un poʼ fitness, un poʼcirco, e molto happening sontuoso).

Lʼultimo progetto alla Tenuta dello Scompiglio, previsto fino alla fine di maggio, è la Trilogia dell'assenza, di Cecilia Bertoni: un allestimento multiplo che comprende tre lavori nei quali si mescolano performance, video e mostre con itinerari a piedi per visitare le installazioni del parco. Il primo si svolge nel buio di una cornice teatrale, Tesorino, perché hai perso?, una composizione di Cecilia Bartoni, Carl Beukamn, Serge Cartellier, Claire Guerrier e Saskia Mees, è incentrato su temi autobiografici come la perdita, il ricordo, lʼinfanzia. Il secondo, Riflessi in bianco e nero, ideato e diretto da Cecilia Bertoni, con musiche e suoni di Carl G.Beukman, riprende e svolge le stesse tematiche, ma le sviluppa allʼesterno, nel parco, in un'ulteriore tripartizione che comprende lʼAttesa, il Cimitero della Memoria e il Funerale del Tempo.

Qui gli spettatori vengono coinvolti con il loro corpo in un aspro cammino che sembra quasi un pellegrinaggio, sollecitati a muoversi in gruppo dagli ordini perentori di uomini-guide in completo scuro muniti di altoparlanti astili, gli stessi che precedono le processioni postconciliari. Anche in questo caso ritornano i ricordi di una criptica esperienza passata, in un faticoso tragitto che, inerpicandosi sulle alture della Tenuta, incontra sepolture diverse, accompagnate sempre da atletici performer che saltano, corrono, si inseguono, fino a un'immagine finale molto intensa, nel ninfeo, con un'acrobata-angelo sospesa sul filo orizzontale di un piccolo lago. Trionfo della morfologia e della vastità delle Ville della lucchesia. Come in un rebus che si snoda a grandezza quasi innaturale, i personaggi restano portatori di un messaggio poco comprensibile, scompaginato come un quaderno di appunti o come un dizionario dai fogli strappati, mentre il sottofondo musicale, diffuso da potenti amplificatori, disturba con la sua teatralità l'armonia naturale del paesaggio sonoro.

Nel suo Arte come esperienza, un testo ispiratore per molta perfomance art, John Dewey scriveva che «Lʼesperienza accade continuamente, poiché l'interazione tra la creatura vivente e le condizioni ambientali è implicata nello stesso processo del vivere», e dunque l'arte che presuppone l'esperienza fisica dello spettatore non richiede necessariamente una trasformazione teatrale dell'ambiente, e si accontenta di mostrare, come fa la land art, ciò che esiste già. Per questo, forse, la musica appare ridondante e in contrasto con questo raro ambiente naturale, già ricco di suoni.

L'ultimo tassello della trilogia, Kind of blue, anchʼesso firmato da Cecilia Bertoni, con Mauro Carulli in scena e le musiche di Carl G. Beukman, è il ritorno per gli spettatori a uno spazio chiuso e prevede il passaggio attraverso un'installazione grande come un magazzino di ricordi (Estados indefinidos para una existencia di Pablo Rubio, a cura di Antonio Arévalo) che conduce in una stanza dove un video proiettato su tutte le pareti, interagisce con il corpo vivo di un performer e con i suoi tentativi, continuamente frustrati, di partecipare a un banchetto virtuale. Nel video i temi della perdita e della sconfitta prendono una consistenza più chiara e risolta, dovuta anche allo stesso linguaggio del mezzo che si presta particolarmente alla sospensione, al gesto interrotto, all'immagine frammentata.

Qui, in un blu che satura lo sguardo, l'escursione allo Scompiglio si conclude mentre già si fa notte e le luci del parco illuminano i percorsi che un tempo furono strade per il lavoro dei contadini e che oggi portano gli artisti e i loro spettatori smarriti a ripercorrere, in un'urgenza di condivisione impossibile, le proprie memorie. Il cuoco, più tardi, prepara tre menù contaminati dalla Trilogia, con tanto di patate blu (naturalmente, senza coloranti).

Sul nuovo numero di alfabeta2 – nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno – il «Nuovo Teatro Italiano» a cura di Valentina Valentini: «Potremmo considerare il teatro degli anni Zero come la terza avanguardia, come propone Silvia Mei? E a cosa si contrappone, se è proprio dell’avanguardia un’azione di rottura? È possibile delineare dei tratti che distinguono la generazione anni Zero per differenze e/o per condivisione con i teatri che li hanno preceduti?». Con testi di: Silvia Mei, Matteo Antonaci, Chiara Pirri, Marco Valerio Amici/Gruppo Nanou

Berio ancestrale

Paolo Carradori

È forte il condizionamento ambientale nello Spazio Performatico ed Espositivo dello Scompiglio. L’evento musicale risente del “fuori”, della forza della natura che circonda la struttura sulla collina lucchese. Non solo. Si riflette anche su chi possa aver solo pensato, progettato, su un pezzo di terra e foresta abbandonato, completamente ricoperto di rovi, uno straordinario recupero di aree agricole nel rispetto della sostenibilità ambientale e funzionali interventi di carattere (bio)architettonico, legandoli ad una vivace, multidirezionale programmazione contemporanea. Non è poco di questi tempi coniugare attività agricole, boschive e culturali, ripristinare un dialogo tra l’uomo e la terra. Dimostrare, scompigliando natura e arti, che Cultura è più di un qualcosa di collaterale, edonistico, sono i gesti, le azioni, i pensieri della vita quotidiana.

Alla presentazione pomeridiana del concerto, nel piccolo gioiello della Cappella dello Scompiglio dove si ammirano affreschi del ‘600 e si cammina sul pavimento trasparente opera di Alfredo Pirri, sia Tonino Battista che Francesco Giomi, coordinati da Antonio Caggiano, sintetizzano con esemplare chiarezza la ricchezza delle fonti di approfondimento di Berio compositore: il popolare, le nuove tecnologie, il mito del suono, la stratificazione degli elementi sonori, l’ascolto analitico, le contraddizioni delle notazioni, le potenzialità della voce.

La sera, nel teatro dello Spe, il piatto forte di un evento che sottotitola l’ancestrale nel contemporaneo non possono che essere i Folk Songs. Scritti per Cathy Berberian, tra il ’47 e il ’64, risultano spiazzanti perché in realtà non tutte sono vere tracce popolari, comunque c’è la mano, l’arrangiamento, le armonizzazioni, le riconoscibili vesti strumentali di Berio. Come interprete non potevamo chiedere di più: Cristina Zavalloni. Sta di fatto però che i problemi di acustica, già evidenti con i brani strumentali precedenti, si accentuano.

La voce del soprano non si libera, rimane intrappolata, armonici, sfumature e dinamiche oscurate, non rende la ricchezza degli undici mondi sonori. Se mettiamo in conto poi una certa distanza tra l’ensemble e la cantante, il set rimane anonimo, freddino. La Zavalloni si sposta sul palco, cerca spazi comunicativi migliori, perde concentrazione. Si intravede appena la dolce eleganza di I wonder as I wander come gli slanci ritmici del canto armeno Loosin yelav. Le sporche tinte popolari di A la femminisca sono edulcorate, la magia del brevissimo Malurous qu’o uno fenno svolazza via.

Naturale (1985-86) disegna per la viola una ricca trama che da accenni lirici, romantico-popolari scaturisce in una vera e propria deflagrazione dello strumento, tutto rischia però di rimanere nelle intenzioni. Le percussioni agiscono in sottofondo mentre la voce registrata – lamentazioni della tradizione siciliana – appare, scompare e riappare in una logica fin troppo meccanico didattica. Sequenza II (1963) per arpa sola dichiara l’attrazione di Berio per il virtuosismo strumentale.

Lo spiazzamento dell’ascolto, legato alla scommessa di un possibile superamento delle limitate peculiarità timbriche dello strumento, si riduce a un espressionismo appena increspato. La scelta di inserire nel programma una composizione visiva dell’olandese JacobTV ci ricorda Berio sperimentatore, tra i primi a maneggiare suoni sintetici, ma stride con l’ancestrale. Grab it! (1999), con poca originalità, si avvale di un montaggio video aggressivo, ripetitivo, racconta storie urbane, dinamiche sociali. Le parole del testo dal taglio rap, si deformano, esplodono sulle immagini mentre il clarinetto basso zigzaga in un free controllato.

Alla Tenuta dello Scompiglio si è consumato l’ennesimo omaggio a Luciano Berio che non ci aiuta a capire quale sia, nell’ intrigo di fascinazioni e interferenze delle sue opere, il fulcro vitale di quella spinta creativa che lo ha visto elaborare progetti linguistici, entrare come pochi nella materia stessa della musica. Chi interpreta Berio assicurandoci non ci da certo una mano. Solo con un approccio profondo e radicale potremo godere pienamente della bellezza sovversiva dei suoi suoni, delle sue contraddizioni.

Folk Songs, l’ancestrale nel contemporaneo
Omaggio a Luciano Berio in occasione del decennale della morte, a cura di Antonio Caggiano
Cristina Zavalloni, voce PMCE - Parco della Musica Contemporanea Ensemble,  Roma direttore Tonino Battista
sabato 16 marzo 2013
Associazione Culturale Dello Scompiglio
via di Vorno 67, Capannori (Lucca)

Ritratti d’autore

Paolo Carradori

Si apre con una sospetta commistione, coinvolgente miscela tra esterno (natura)-interno (arte) “Concerto-Portrait” nello Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio. Fuori, uno spicchio di tiepido sole calante si staglia tra le colline, ombre si allungano. Dentro, i cinque di Alter Ego, ensemble protagonista della serata, si sistemano in semicerchio nello spazio scenico.

Con Two Circles di Alvin Lucier (per flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte e suoni sinusoidali/2012) introducono la loro performance come sacerdoti in un rito purificatore, preparatore di quello che verrà. Offre questa possibile lettura il brano del compositore americano, nel concentrico rincorrersi degli strumenti, nell’ipnotica accumulazione di tenui onde sonore, temporalmente più o meno lunghe distribuite su un tappeto di costanti interferenze provenienti dal computer. A salvarci da un totale disorientamento ci prova il pianoforte attraverso una punteggiatura di note singole, secche, periodiche.

Ripuliti da scorie e assuefazioni siamo pronti a tutto. Anche ad uno criptico e misterioso Salvatore Sciarrino con il suo Omaggio a Burri (per violino, flauto e clarinetto basso/1995). I primi brevi quadri sono connotati da slap, soffi, sospiri e giochi ritmici sulle chiavi mentre il violino tenta inutilmente di costruire una trama sulle corde stoppate. Le ance trovano poi lampi di dialogo ma in una ambientazione rarefatta zeppa di silenzi e riflessioni. Più che entrare nell’informalità della materia viva dei sacchi, delle plastiche bruciate, delle crete di Burri, Sciarrino si concentra su una ricerca più rischiosa dal sapore proustiano, dentro la memoria, il valore mitologico del segno, nel tempo esistenziale. Ricerca riuscita?

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Alter Ego alla Tenuta Dello Scompiglio di Vorno (Lucca) - foto di Marco Delogu

Sicuramente riuscito e geniale il lavoro di Stefano Scodanibbio Ritorno a Cartegena (per flauto basso/2003). Scrivere una brano percussivo prevedendolo per flauto basso può apparire bizzarria intellettuale, ma le capacità uniche, il rigore del compianto contrabbassista e compositore maceratese è qui sviluppato in tutte le sue sfaccettature creative, gestuali, sonore e ironiche. La costante azione ritmica sulle chiavi, usate come un drum set, non solo trasmette visioni ancestrali, con l’aggiunta di soffi e immissioni d’aria, disegna un’originale e affascinante polifonia dove dimentichi il ruolo tradizionale di quello strumento.

Affiancare Scodanibbio a Fausto Romitelli procura una sottile fitta di dolore. Due straordinari, coraggiosi rivoluzionari della nuova musica scomparsi prematuramente nel pieno del loro percorso creativo. Ci mancano molto. La prima delle Domeniche alla periferia dell’Impero (per flauto basso, clarinetto basso, violino e violoncello/1995) di Romitelli è un vero cammeo. La marginalità evocata dal compositore, ai confini di un’industria culturale che omologa tutto, racconta la noia, comunque carica di attese, di domeniche inutili. Non succede nulla ma in realtà tutto in poco più di sette minuti.

La sensualità di figure, ombre ascendenti e discendenti si confondono in un groviglio timbrico, una densità commovente che Alter Ego garantisce in una pregevole concentrazione. Rimane il dubbio che interpretare Romitelli acusticamente tolga qualcosa, quella saturazione sporca che l’autore amava e che l’amplificazione garantirebbe quale ulteriore elemento comunicativo.

Obiettivo comunicativo ampiamente centrato da Emanuele Casale con 5 (per flauto, clarinetto e nastro magnetico/2002). Un pullulare di guizzi ritmici, domanda e risposta, su un’elettronica che rimbalza giocosa incastrandosi nei pochi varchi liberi. Tutto però si decompone lentamente, il dialogo si prosciuga, diviene più magnetico, frammentato per poi esplodere in un dirompente e frizzante epilogo.

Un finale godibile della serata lo propone Serenade (per flauto, clarinetto, violino, violoncello e pianoforte/2004) di Riccardo Vaglini. Idealmente dedicato al giovane Bruno Maderna, partigiano, Serenade è musica che gira, ritmicamente marcata su ostinati, con spruzzi vocali, gutturali, l’uso di fischietti. Tra ironie disseminate qua e là si prefigura una melodia danzante, un canto (partigiano?) che emerge dallo sfondo e coinvolge l’ensemble trasfigurato in una sgangherata, calorosa orchestrina klezmer. Calore utile perché fuori ora è buio, la primavera incerta.

Rassegna “Made in Italy 3x1” Direzione artistica Antonio Caggiano
Alter Ego in “Concerto-Portrait”
18 aprile 2015 ore 19,30
SPE – Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio
Via di Vorno, 67 – Vorno, Capannori (LU)
Alter Ego: Manuel Zurria flauto – Paolo Ravaglia clarinetto – Aldo Campagnari violino – Francesco Dillon violoncello – Lucio Perotti pianoforte

Musikautomatik

Paolo Carradori

Mentre una misteriosa nebbia avvolge le colline di Vorno intorno alla Tenuta dello Scompiglio, all’interno, nel suo Spazio Performatico ed Espositivo c’è luce e calore. Si svolge lì l’ultimo atto della lungo e accattivante progetto Mozart, così fan tutti, rassegna, che sotto la direzione artistica di Antonio Caggiano, ha scandagliato in molteplici direzioni, possibili connessioni, interferenze tra il genio di Salisburgo e suoni, modi e mondi della contemporaneità. Attraverso concerti, performance, teatro musicale e arti visive.

Lo spazio scenico è già spettacolo: marimbe, vibrafoni, xilofoni, tastiere, campane a lastra, campane tubolari, campanelli, steel drum, gong, glockenspiel, scatole sonore. Oboe, clarinetto e sax poggiati su una piccola sedia. Tutto è fermo e luccica, ma l’energia nell’aria è già frizzante. Musikautomatik viaggio musicale ispirato ai molteplici aspetti della riproduzione sonora meccanica, così recita il programma di sala. Ma dove andare a pescare? L’apertura è una succosa prima assoluta: Il Casanova elettrico omaggio a Nino Rota e Federico Fellini di Rota/Catalano. Pasquale Catalano, che vanta collaborazioni prestigiose con registi teatrali e cinematografici, su invito dell’ensemble Ars Ludi - protagonista assoluto dell’intera serata - questa volta non crea per le immagini ma prende le partiture di Rota per il Casanova felliniano, le rilegge, le reinterpreta.

Operazione ambiziosa, difficile, il connubio Rota/Fellini è tra i più emblematici e indissolubili della storia del cinema (anche della musica). Quasi intoccabile. Eppure Catalano cerca, costruisce una strada possibile. È Rosalba la bambola meccanica – l’ultima ebrezza erotica - ma anche la forza simbolica dell’uccello meccanico del film, a stimolare il compositore verso una lettura estraniante: la meccanicità come estensione del corpo, l’automatismo come possibile trasposizione ritmica. Le sei parti dell’opera vanno a costruire un labirinto leggero, mai banale. Una stratificazione dove le ripetizioni, la ragnatela percussiva dai colori e volumi variabili, è sempre ben radicata in una strategia sonora che evoca, attraverso le ance, l’uso della voce, la tastiera minimalista, ma garantisce anche continuità estetica. Il Casanova elettrico rischia però di depurare il carattere visionario e destabilizzante della pellicola che Rota arricchisce e caratterizza mirabilmente. Le inquietudini del poema visuale felliniano, con le avventure libertine, le esibizioni orgiastiche, le pantomime, si disperdono in un percorso, quello proposto da Catalano, che cerca di mettere a posto troppe cose.

Permettere il cambio di palco è occasione per l’ascolto, in sottofondo nel foyer del teatro tra una chiacchera ed una riflessione, di musiche di Mozart, Haydn e Beethoven per strumenti meccanici. Piacevole intermezzo, ma la curiosità è tutta per Musik in Bauch per 6 percussionisti e scatole sonore di Karlheinz Stockhausen che seguirà. Scritto nel 1975, ispirandosi ai giochi casalinghi della figlia, si tratta di un vero e proprio brano di teatro musicale. Al centro un totem, feticcio, figura alta dalla testa d’uccello, grandi occhi, mani e piedi umani. I musicisti entrano muovendosi meccanicamente. Ognuno raggiunge il proprio strumento. La struttura musicale prevede l’uso di tre melodie scelte liberamente dagli esecutori. I due musicisti a destra, quelli alla marimba, sembrano agire in modo autonomo, scolpiscono note singole tra lunghi intervalli. A sinistra gong, campane tubolari e una trottola multicolore che attivata emette un sibilo tenue. I tre al centro, dopo un folgorante intreccio di glockenspiel e piattini orientali, si muniscono di agili frustini, colpendo ritmicamente l’aria producono vibrazioni e schiocchi (per allontanare spiriti maligni?). Poi estraggono a turno dal torace del totem piccole scatole di legno. Carillon in origine che, in aggiornata versione tecnologica diventano iPhone, sistemate e aperte su tre piattaforme dedicate. I suoni si mischiano.

Per finire un vero e proprio rito: i tre musicisti si alternano al glockenspiel centrale, brevi frasi si incastrano con i giocosi trilli degli iPhone/carillon. Come automi i tre escono dalla scena. Forse ci si aspetterebbe un maggiore calore da un’opera che sviluppa un gioco bambinesco, ma nell’algida accumulazione di tracce ritmiche, suoni e gestualità, Stockhausen pare voler evidenziare come dietro anche al gioco più ingenuo si nasconda, si sviluppi, una drammaturgia. Un pensiero.

Musikautomatik
Tenuta della Scompiglio – SPE (Spazio Performatico Ed Espositivo)
Via di Vorno, 67 – Vorno, Capannori (LU)
Sabato 13 dicembre 2014 – ore 21

Ensemble Ars Ludi
Antonio Caggiano, Alessandro Di Giulio, Pietro Pompei, Gianluca Manfredonia, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri - percussioni
Mario Arcari oboe - clarinetto e sax
Lucio Perotti – tastiere
Domenico De Luca - regia del suono