Semaforo #2 – novembre 2016

woman_traffic-300x202Identità

Togliete il suono e potreste guardare un video dal blog di un hipster maniaco delle bici a scatto fisso, gran mangiatore di avocado – un attivista ambientale o un giornalista musicale, forse. Ma Martin Sellner non è un liberal. Ventisette anni, residente a Vienna, Sellner utilizza social media come YouTube, Facebook, Twitter, Instagram, per promuovere il movimento "identitario" di cui è leader. Gli identitari sono la risposta europea alla American "alt-right", che ha aiutato a portare Donald Trump alla Casa Bianca.

Meet the IB, Europe’s version of the American alt-right, “The Economist”, 12 novembre 2016
Media

C'è tanto da imparare da ieri sera: per esempio, la diversificazione delle redazioni in modo da riflettere più accuratamente il paese che dovremmo coprire; la rottura dei serbatoi informativi rappresentati dalle agenzie ufficiali e dai portavoce; la minore enfasi sui social media perché la gente possa seguire storie importanti e vere, che non si traducono in una raffica di retweet in un arco di 15 minuti. Nei prossimi due mesi, Donald Trump inizierà a prepararsi per il suo trasferimento alla Casa Bianca. Ha già messo in chiaro che non è amico della stampa. Ha minacciato di citare in giudizio i media che non gli piacciono, ed è ufficiale la sua opposizione ad alcune norme sulla diffamazione che sono fondamentali perché la stampa svolga adeguatamente il suo lavoro. Non sarà mai troppo presto per avviare la nostra rifondazione.

Kyle Pope. Here’s to the return of the journalist as malcontent, “Columbia Journalism Review”, 9 novembre 2016

Normalità

Alla fine del Rinoceronte (di Eugène Ionesco, ndr), Daisy trova il richiamo del branco irresistibile. La sua pelle si tinge di verde, le cresce un corno e se ne va. Berenger, imperfetto, tutto solo, viene invaso dai dubbi. È deciso a mantenere la propria umanità, ma guardandosi allo specchio, improvvisamente si ritrova abbastanza strano. Si sente un mostro per essere tanto dissonante rispetto al consenso generale. Ha paura di quello che gli costerà questa sua indipendenza. Ma mantiene la sua determinazione, e si rifiuta di accettare questa nuova orribile normalità. Ingaggerà una lotta, dice. "Non capitolerò!".

Teju Cole, A Time for Refusal, “New York Times”, 11 novembre 2016

 

Il Semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

Semaforo #3

semaforoDifficoltà

La macchina fotografica è uno strumento di trasformazione. Può rendere ciò che vede più bello, più raccapricciante, più gentile, più oscuro, insistendo per tutto il tempo sulla semplice realtà della sua rappresentazione . Questo è ciò che voleva dire Brecht nel 1931 quando scrisse: “La macchina fotografica è capace di mentire tanto quanto la macchina da scrivere “. Cosa dobbiamo dunque fare con questo subdolo strumento? Una possibilità è resistere alla rappresentazione della violenza, schierarsi con il lettore che contesta una foto sgradevole e difende i limiti del buon gusto. Ma un'altra - e per me migliore - opzione consiste nel capire che il problema non è nel fatto che ci sono troppe immagini inquietanti, ma che ne sono troppo poche. Quando si rende visibile la tragedia e la sofferenza solo di certe persone in certi luoghi, i confini del buon gusto non sono affatto violati. “Tutti noi abbiamo la forza di sopportare le disgrazie degli altri” ha scritto La Rochefoucauld. Quello che è difficile, è essere vividamente immersi nel nostro dolore.

Teju Cole, Against Neutrality, The New York Times Magazine, 14 gennaio 2016

Lezioni
Imparare a conoscere la disuguaglianza di genere a scuola è il modo perfetto per spezzare il mito secondo cui il femminismo equivale all'odio per gli uomini. Un programma scolastico femminista dovrebbe insegnare ai giovani come gli stereotipi di genere ci limitino e ci vincolino tutti e perché è nell'interesse di tutti lottare per l'uguaglianza, indipendentemente dal sesso. Dai maggiori profitti conseguiti dalle compagnie dove al vertice ci sono uomini e donne alla maggiore stabilità di cui godono i paesi in cui le donne hanno un ruolo importante, ci sono infiniti argomenti sul perché il femminismo è vantaggioso per tutti.

Laura Bates, Rewriting the school book: what should be on the feminist curriculum?, The Guardian, 13 gennaio 2016

Sorprese

Se si osservano i cambiamenti della nostra dieta negli ultimi decenni, il principale è questo: l'ottanta per cento di tutti gli alimenti nei supermercati britannici contengono zuccheri aggiunti. Una volta che si comincia a guardare il contenuto di zuccheri ci si ritrova più e più volte ad arretrare con orrore. La Coca-Cola era considerata una bevanda zuccherata. Con il suo 10,6 per cento, però, contiene molto meno zucchero di molti alimenti ufficialmente salati: la ketchup Heinz, per esempio, contiene il doppio di zucchero della Coca-Cola, il 22,8 per cento. Quasi un quarto di maledetto zucchero.

John Lanchester, Short Cuts, London Review of Boks, 21 gennaio 2016

a cura di Maria Teresa Carbone

Città aperta

Maria Teresa Carbone

Come un sofisticato Pollicino della letteratura, Teju Cole dissemina nel suo romanzo d’esordio Città aperta, a mo’ di luccicanti pietruzze bianche, diversi indizi, piccole frasi o riferimenti che aiutano il lettore a orientarsi in questo testo denso e affascinante, dove racconti e citazioni, riflessioni e rimandi si susseguono ininterrotti.

Tanto più utile dunque che, in una delle primissime pagine del libro, l’io narrante spieghi di avere appreso da un docente molto amato «l’abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni». A parlare è il protagonista del romanzo, Julius, specializzando in psichiatria, figlio di padre nigeriano e di madre tedesca, trapiantato da anni a New York e appassionato flâneur, che rievoca quello che gli è accaduto negli ultimi mesi (il libro è ambientato fra il 2006 e il 2007): le lunghe passeggiate per Manhattan, la ricerca quasi volutamente vana della nonna materna a Bruxelles, il ritorno a New York.

Ma potrebbe benissimo essere Teju Cole, nigeriano statunitense, fotografo e storico dell’arte, esperto di pittura olandese del XVI secolo, che proprio intorno alle ellissi e alle omissioni fonda il suo libro. Lo stesso Julius non viene mai mostrato in piena luce, dal momento che – sembra dire lo scrittore – a dispetto dei nostri sforzi nessuno riesce a conoscersi per intero («a un certo livello ciascuno di noi […] deve immaginare che lo spazio della sua mente […] non può essergli interamente opaco» osserva il personaggio, sottintendendo l’illusorietà di questa idea).

E sulle assenze del nostro presente, su quello che non vediamo (taciuto o dimenticato) e che tuttavia continua a proiettare la sua ombra su di noi, punta Cole il suo radar. Sono ovviamente, nell’America degli anni Zero, gli spettri delle Twin Towers e del conflitto iracheno, lontano e già pronto a essere sostituito da nuovi scenari di guerra; ma sono anche, per l’africano Cole, le tracce di stermini antichi e recenti (il cimitero degli schiavi i cui resti riaffiorano a pochi passi dai grattacieli di Wall Street, i ragazzi ruandesi che ballano in un locale di Bruxelles e appaiono sereni a dispetto del genocidio alle loro spalle), o semplicemente la scoperta tardiva della morte di una vicina, proprio al di là della parete di casa. «Non ti accorgi mai dell’ossigeno finché non finisce», dice a Julius uno dei tanti messaggeri di vita, se non di verità, che l’uomo incontra lungo i suoi percorsi.

Molti gli raccontano storie, alcuni gli scaraventano addosso ossessioni e aggressività, con altri (in particolare il marocchino Farouq, dotto e disilluso impiegato di un internet café belga) intavola discussioni di politica e filosofia alla luce delle comuni letture, da Foucault a Serres a Chomsky. «È, questo, uno dei rari libri contemporanei, dove la teoria critica e letteraria non sia oggetto di satira o pretesto per sfoggiare la cultura dell’autore, ma faccia parte del contesto di una persona», ha scritto sul «New Yorker» James Wood, fra i più convinti sostenitori di un libro che ha avuto notevole successo negli Stati Uniti e nei vari paesi in cui è stato tradotto, e che è stato paragonato con insistenza a Austerlitz di Sebald, sicuro modello di Cole.

E tuttavia l’accostamento, per quanto fondato, non mette in risalto forse l’elemento più interessante del romanzo: la sua tecnica agglutinante, che giustappone i materiali e solo poco alla volta lascia intravedere un tessuto coerente. Autore di tweets fulminanti e sarcastici, Cole ha dichiarato di avere costruito Open City per un lettore lento, pronto a riprendere in mano il libro appena finito, per cogliere gli indizi sfuggiti nella prima lettura. Segnale, se non altro, di una sicurezza di sé che pochi scrittori hanno di questi tempi.

Teju Cole
Città aperta
traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi, (2013), pp. 270

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria
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Leggi anche:
Alberto Burgio, Processo di Giordano Bruno
Andrea Cortellessa, Il rovescio del dolore
Nicolas Martino, Filosofia del comune

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Ogni giorno è per il ladro

Maria Teresa Carbone

In Italia i proverbi non li dice più nessuno, appartengono alla lingua delle zie zitelle votate al benessere della famiglia, che abitavano romanzi e film del primo Novecento e che scomparendo (dai libri, dal cinema, dalla vita) hanno portato via con sé i caval donati e i topi ballerini. A usarli, i proverbi, si ha l'impressione di impolverarsi, di essere vecchi: un peccato mortale. Sono invece vivi in Africa: sarà che lì la vecchiaia, ancora un bene raro, resta una virtù e gli scrittori sopportano con grazia il fardello della tradizione, a rischio di rimanere incollati al cliché del binomio oralità/scrittura. “I proverbi sono l'olio di palma con cui si condiscono le parole” diceva Chinua Achebe, scomparso l'anno scorso, uno dei grandi romanzieri del Novecento, da noi ostinatamente ignorato (il suo capolavoro, Things Fall Apartin italiano Il crollo, da tempo si trova solo in biblioteca).

Non ci meravigliamo, quindi, se il più sofisticato tra gli autori africani d'oggi, il nigeriano/statunitense Teju Cole, ha scelto un proverbio yoruba come titolo del suo primo libro, da poco arrivato nelle librerie italiane – in parallelo agli Usa, qui come là sulla scia del successo dello splendido Città aperta – in una versione appena rimaneggiata rispetto a quella uscita nel 2007 per una casa editrice di Abuja, la Cassava Republic. (La traduzione, di Gioia Guerzoni, è prodigiosamente aderente al testo nella sua precisione lessicale, nel suo tono lievemente straniato).

Un proverbio, o più precisamente metà proverbio: Ogni giorno è per il ladro, recita il titolo del libro. E omette il seguito: “ma uno è per il padrone”. Equivalente, parrebbe, del nostro “Chi la fa, l'aspetti”, lascia intendere – grazie all'ellissi, un procedimento caro a Cole – che la resa dei conti arriverà, ma fino ad allora, e forse oltre, le regole saranno tranquillamente trascurate. E in effetti questo è il paesaggio entro il quale l'io narrante – come lo Julius di Città aperta, uno specializzando in medicina, nigeriano di madre europea trapiantato a New York – si deve muovere quando decide di tornare, dopo molti anni di assenza, nel suo paese. Addirittura non ha neanche bisogno di attraversare l'oceano per ritrovare il mondo intessuto di soprusi e furbizie che aveva lasciato da ragazzo: al consolato nigeriano, dove è andato a rinnovare il passaporto prima della partenza, è vittima insofferente dei trucchi messi in atto dal personale per intascare qualche dollaro extra sulle varie pratiche.

Il meccanismo si ripeterà di continuo nelle settimane seguenti, a mano a mano che il narratore ritrova i ritmi e le abitudini della Nigeria, da solo o in compagnia dei parenti presso cui è ospite. La sopraffazione, la violenza, l'incuria sono impastate nella vita quotidiana di un paese, dove la presenza del petrolio ha favorito grandi disparità. A lui, abituato – dopo anni di vita negli Stati Uniti – a un altro genere di contratto sociale, non resta che prenderne atto, con malinconia, con rabbia, con esultanza quando si trova di fronte a qualche indizio di cambiamento: un'ignota lettrice intravista sull'autobus, un negozio di libri e musica che, a differenza degli altri, non vende copie-pirata, un conservatorio gestito in modo efficiente.

L'anonimo protagonista, probabilmente condividendo la prospettiva di Cole, sa bene che si tratta di segnali minuscoli, che l'ottima organizzazione del Muson, la Musical Society of Nigeria, si fonda sui soldi delle compagnie petrolifere e si dirige solo ai pochissimi che possono permettersi rette proibitive. E tuttavia questo, riflette, “è meglio di niente, con l'aumento di domanda e offerta i prezzi si abbasseranno”.

Ma nel presente “ogni giorno è per il ladro”, e come sarà per Julius nella New York “aperta” del libro successivo, il narratore non si limita a osservare e a registrare la sofferenza di cui è testimone. Se ne fa rabdomante. La capta dietro il volto sorridente di un'anziana signora il cui marito è stato ucciso in modo stupido e brutale anni prima nel corso di una rapina, la avverte nel brulichio di un incrocio stradale “sempre gremito di corpi che si muovono in fretta”, dove la sua mente “fa un'associazione inaspettata e cupa”, un sanguinoso gemellaggio fra Lagos e New Orleans, per secoli i poli principali del commercio di schiavi. Una storia sepolta con cura: “Non ci sono monumenti a ricordare quella profonda ferita, nessun giorno della memoria”. E sì che Faulkner – ce lo ricorda il narratore – ha scritto che “il passato non è mai morto, non è neanche passato”.

Storie invisibili, fantasmi che ci circondano e a nostra insaputa ci ossessionano: sono i materiali che ritroveremo, articolati in una struttura narrativa più complessa, in Città aperta e che qui prendono la forma di piccoli quadri distinti, come era nel blog che ha dato origine al libro. Quadri cui corrispondono spesso fotografie scattate a Lagos dallo stesso Cole: immagini a volte velate o fuori fuoco, sagome che si indovinano dietro un vetro bagnato o oltre un cancello, figure prese di spalle – tracce visive di una realtà imprendibile, che non si racchiude in una foto o in una forma letteraria chiusa.

“Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent'anni fa” osserva ironicamente il narratore, alludendo al giacimento inesauribile di racconti che la vita quotidiana in Nigeria offre, rispetto ai “sonnolenti sobborghi americani”, dove scene di divorzio sono “simboleggiate da un lentissimo risciacquo di piatti”. Per fortuna Teju Cole non vuole scrivere il Grande Romanzo Americano, e neppure un romanzo, forse. Quello che gli interessa (lo ha dichiarato in un'intervista sul “Guardian”) è “creare uno spazio”. Impresa difficile e rischiosa, ma i movimenti finora sono quelli giusti. (Peccato però che lo scrittore – o è il suo personaggio? – definisca James Hadley Chase “un'imitazione minore di Ian Fleming”. Probabilmente l'uno e l'altro non hanno letto Eva).

Teju Cole
Ogni giorno è per il ladro
Traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi (2014), pp. 142
€ 16.00