La tecnica, il capitalismo e la società

Lelio Demichelis

Per gentile concessione dell’Editore, che ringraziamo, pubblichiamo uno stralcio della Introduzione del nuovo libro di Lelio Demichelis: Sociologia della tecnica e del capitalismo, Franco Angeli, in distribuzione da questi giorni. Analisi degli intrecci sistemici tra tecnica come apparato e capitalismo: dal lavoro che cambia dal fordismo alla sua uberizzazione, al capitalismo delle piattaforme; dal capitalismo pesante al capitalismo delle emozioni; dalla finanza alla desovranizzazione del demos; dalla alienazione dal tempo e dal futuro alla Silicon valley come «fabbrica di immaginari».

I filosofi, soprattutto – in verità non molti – si sono occupati di tecnica. E ovviamente non di come funzionano le macchine (a questo pensano ingegneri e tecnologi, oggi gli algoritmi), ma degli effetti che la tecnica come apparato (non la singola macchina, quindi ma un apparato di macchine) produce sugli individui (sull’uomo), sulla società, sulla democrazia e sulla libertà. In realtà, sul concetto di tecnica come apparato, il mondo si divide in modo manicheo. Da una parte i tecno-entusiasti sempre e comunque (gli ingegneri, i tecnici, ma anche i manager e gran parte dei mass-media e dell’industria culturale oggi 2.0, gli Dèi dell’Olimpo della Silicon valley). Scriveva, criticamente Hans Magnus Enzensberger (Scienziati, aspiranti redentori, in «Corriere della sera» del 4/6/2001): «Antichissime fantasie di onnipotenza hanno così trovato un nuovo rifugio nel sistema delle scienze», anche se non si tratta della totalità della produzione di sapere. Tuttavia, «la sua strategia è semplice – mira con abilità al fatto compiuto, al quale la società deve rassegnarsi, indipendentemente da come esso stesso si presenta. Con la stessa abilità viene liquidata ogni obiezione, vista come attacco alla libertà di ricerca, come ostilità inspiegabile verso la scienza e la tecnica e come superstiziosa paura del nuovo e del futuro. [...] La scienza fusa con l’industria si presenta come causa di forza maggiore, che dispone del futuro della società». E dall’altra parte i tecno-fobici a prescindere.

Entrambe le categorie escludono il pensiero (critico), cioè la critica come unica vera forma di pensiero. Producono l’incapacità di pensare la tecnica e alla tecnica per ciò che infine e inevitabilmente è diventata: la forma unica e omologante e religiosa della società, per cui nulla sembra più possibile e pensabile e immaginabile al di fuori di categorie (teologiche e teleologiche) strettamente tecniche e matematiche; e, insieme la norma del dover vivere (norma che regola comportamenti, azioni, pensieri, relazioni, emozioni, processi di socializzazione e di assunzione di ruoli sociali/tecnici). Norma normante ben più delle forme classiche del diritto e soprattutto norma normalizzante i comportamenti, i pensieri, le azioni degli umani. [...]

La tecnica come apparato non è più un mezzo per fare, ma è diventata il fine del dover fare di ciascuno – e delvivere, posto che vivere è oggi un incessante dover innovare, dover consumare, doversi connettere, dover fare a prestazioni e a produttività crescenti , a mobilitazione individuale e di gruppo permanente [...]. Agli uomini viene infatti pedagogicamente richiesto [...] di adattarsi al cambiamento tecnologico e capitalistico, e di farlo velocemente. Ma adattarsi significa, in sé e per sé negare l’uomo in quanto soggetto capace di individuazione e di libero arbitrio [...]. Adattarsi: questa è divenuta – per il combinato disposto di tecnica e capitalismo – l’essenza unica e unidimensionale dell’homo technicus, evoluzione e insieme involuzione dell’ homo oeconomicus. [...]

Così oggi, per un rovesciamento tra mezzi e fini, l’uomo è divenuto l’oggetto della tecnica come apparato e l’uomo, come scriveva Günther Anders non è più soggetto neppure della sua stessa storia (collettiva e individuale) ma è co-storico rispetto alla tecnica – o forse oggi, neppure co-storico ma a-storico. A sua volta, Herbert Marcuse aggiungeva che ormai l’universo tecnologico è un universo politico e plasma l’intero discorso sociale; ed entro il medium costituito dalla tecnologia, la cultura, la politica e l’economia si fondono in un sistema onnipresente che assorbe e respinge tutte le alternative. E la razionalità tecnologica, in verità del tutto irrazionale, è divenuta razionalità anche politica.

I filosofi e la tecnica, dunque. [...] E i sociologi? Ben pochi si sono occupati di tecnica e se lo hanno fatto, prevalentemente in forme marginali e parziali, senza vederne gli effetti di sistema. [...] Tecnica come apparato e capitalismo sono infatti un sistema unico, sono una struttura integrata e sempre più coesa, perseguendo due obiettivi coerenti e funzionali tra loro: l’accrescimento dell’apparato, la tecnica; l’accrescimento del profitto, il capitalismo. Oggi divenuti una autentica forma di vita, individuale e collettiva con l’egemonia globale del neoliberalismo e della rete. [...]

Davanti a questa realtà sistemica e ideologica ma soprattutto religiosa di tecnica & capitalismo – dove la vita è essa stessa messa a valore essendo stata sussunta nel capitalismo e nella tecnica-apparato/rete – serve dunque una riflessione sociologica (oltre la filosofia della tecnica) che analizzi i legami e le connessioni funzionali tra forme/norme tecniche forme/norme capitalistiche. Appunto: una sociologia della tecnica e del capitalismo. Che è l’oggetto e l’obiettivo di questo libro.

Lelio Demichelis

Sociologia della tecnica e del capitalismo

FrancoAngeli, 2017, 240 pp., € 26

Non è un problema di artigianato

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un'affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c'è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un'altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte "visibile" del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura - per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Leggi tutto "Non è un problema di artigianato"

Il tempo e lo sciopero delle renne

Lelio Demichelis

È arrivato Natale, arriverà l’Anno Nuovo e butteremo (anzi, secondo la nuova grammatica della politica: rottameremo) quello vecchio. Tempo di festa, dunque e finalmente. Quel tempo della festa che una volta era sospensione dal lavoro e dalla fatica, dalla normalità/banalità quotidiana. Un tempo di-verso da quello di tutti i giorni, che portava gli uomini verso un altro tempo e in un altro senso della vita, anche se spesso (“noi li obbligheremo a lavorare, ma li faremo anche divertire”, dice il Grande Inquisitore di Dostoevskij) era lo stesso potere che dettava non solo il tempo di lavoro ma anche quello delle feste (appunto) comandate secondo calendario.

Ma se le renne di Babbo Natale, questa notte avessero fatto sciopero (o creato un evento, dicendolo con termine massmediatico) per richiamare l’attenzione di tutti sull’eccesso di velocità in cui stiamo vivendo? Se avessero protestato per un carico di lavoro ormai insostenibile e richiesto loro da una economia che ha come unico valore l’incremento incessante e compulsivo della produttività (anche delle renne di Babbo Natale)? E se per questo loro merito le chiamassimo con il loro vero nome – Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder, Blitzen e infine Rudolph, quella dal naso rosso – cioè se le considerassimo soggetti con dei diritti e che dicono cose importanti per noi - e non le pensassimo quindi solo come animali sia pure magici?

Già, perché da tempo hanno rubato il Natale. Hanno rubato il tempo della festa. Di più: hanno rubato il tempo della vita libera e autonoma e non connessa a qualche apparato tecnico che ci detta il tempo e il ritmo e la velocità e la necessaria dose di flessibilità. La distinzione tra tempo tecnico e tempo di vita è stata cancellata, come cancellata è la distinzione tra tempo di lavoro e di non-lavoro (o di lavoro precario e sfruttato) e sempre occorre essere al lavoro, sia esso di produzione, di consumo, di divertimento. Un lavoro a produttività e a organizzazione scientifica crescente. Tempo in cui si deve consumare perché il tempo della festa è la festa del consumare (e se per colpa della crisi molti oggi consumano meno, sperano di poter tornare a consumare domani).

Il tempo della festa, della vita, il tempo per se stessi ovvero il tempo di ciò che deve essere straordinario e a-normale è stato banalizzato e standardizzato dal mercato e divorato dalla velocità crescente imposta dalle macchine. Perché la macchina del tempo non è quella immaginata da H.G. Wells nel 1895, dove l’uomo-viaggiatore nel tempo era ancora un soggetto che sapeva viaggiare, agendo sulle leve della macchina e decidendo la meta del viaggio temporale. La vera macchina del tempo – quella che produce il tempo degli uomini e per gli uomini - esiste da più di duecento anni e si chiama capitalismo e tecnica.

Lo aveva capito Charlie Chaplin nel suo Tempi moderni (1936), dove i titoli iniziali hanno come sfondo un orologio, mentre le prime immagini accomunano un gregge alle persone che escono dalla subway per andare al lavoro là dove si realizza il gregge della società industriale. In realtà, per chi crede, il tempo nasce con Dio, che lavorò sei giorni ma poi si riposò, perché anche Dio può stancarsi e perché tanta produttività meritava poi un giusto riposo. Ma a quei tempi Dio ragionava ancora in termini di giornate di lavoro, un tempo oggi assolutamente inefficiente (un’intollerabile perdita di tempo), tutti presi da una frenesia che fa dire incessantemente: non ho tempo! O che fa fare mille cose contemporaneamente, perché se il tempo deve andare più veloce (perché sia a produttività crescente) occorre imparare a fare più cose nello stesso momento e non solo più velocemente una cosa per volta.

E dunque: chi controlla il tempo – dividendolo sempre più per aumentarne la produttività, spezzandone la linearità e il senso dà il tempo alla società e agli individui ed è padrone non solo del tempo ma degli uomini e della loro vita. Perché se scomporre il lavoro significa impedire a chi lavora di conoscere l’intero processo di produzione/consumo (e quindi di volerlo magari controllare o modificare, riducendo almeno un poco l’alienazione), suddividere il tempo e velocizzarlo significa togliere ogni senso umano e ogni futuro alla vita. Dalla alienazione del lavoro alla alienazione del tempo.

Scriveva un grande sociologo americano del secolo scorso, Lewis Mumford: “l’orologio e non la macchina a vapore è lo strumento basilare della moderna era industriale”. E l’orologio ha dissociato (ancora Mumford) il tempo dagli esseri umani, che sempre più si sono affidati a una macchina per misurarlo e suddividerlo sempre di più, quindi a velocizzarlo. Così rinnegando la linearità stessa del tempo, ormai senza più storia, senza futuro e senza più un’utopia o un pensare umano e politico.

È la vecchia questione della produttività e del profitto (dalla catena di montaggio di Ford alla rete di oggi), autentica ossessione industriale e capitalistica diventata ossessione sociale e individuale, con tutti che ora devono essere a prestazioni crescenti, mettendo al lavoro il massimo del proprio capitale umano. Ma insieme a questa ossessione, anche il mito della tecnica e davvero siamo tutti futuristi in servizio permanente effettivo. Un mito che vive nel sillogismo: più macchine uguale più tempo libero per gli uomini.

Una falsità clamorosa (una favola per bambini), ma che tutti ogni volta credono vera - e la rete ne è l’ultima conferma. Una falsità, però utile e necessaria per l’economia e la tecnica, perché se tutti abitano sempre più in momenti di tempo senza dimensione – ancora la rete - smettono di pensare al futuro e a progettarlo e si concentrano invece proficuamente (per l’economia) sull’oggi e su produrre-consumare-divertirsi-innovare-connettersi smettendola di fare cose inutili come ‘immaginare una società migliore’ o conoscere se stessi per essere se stessi.

E dunque? Dobbiamo sperare che le renne (che già erano sufficientemente veloci per realizzare i nostri desideri), questa notte (analogamente a milioni di uomini che nel Novecento hanno lottato per contrattare anche, riducendoli, i tempi di lavoro) abbiano scioperato (e che nessuna Authority le accusi di interruzione di pubblico servizio, ovvero di interruzione dell’economia capitalista) – o dobbiamo chiedere loro di farlo almeno il prossimo Natale. Solo modo, forse, per riprendere - gli uomini - il potere sovrano di dire alle macchine a quale velocità devono andare (le macchine; non gli uomini).