L’erba vorrei. Nicolas Martino

Vorrei che... tutti i mercanti d'arte chiudessero i battenti, perché sono mercanti di morte. Spacciano merce avariata. Ci si era quasi riusciti, ricordate, negli anni Settanta? Niente da vendere... perché come facevi a vendere una performance, un happening, un'azione comportamentale, un cartellino o una Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo?

La smaterializzazione dell'opera aveva messo in crisi il mercato dell'arte. Una grande occasione! E invece... oplà, ecco la controrivoluzione, il tradimento e la sua ideologia, e il sistema dell'arte riprendeva a girare splendido splendente come una giostra impazzita. Nuovi mercanti, nouveaux critiques, e la nave andava... con il suo carico di scampoli delle defunte avanguardie artistiche, in versioni neo e post, europee ed extra.

Vorrei che... gli artisti si rifiutassero di giocare un gioco dell'arte tenuto in vita artificialmente, la smettessero di giocare alla crisi e fare statuine, cosine belline... che va bene Duchamp, ma da Duchamp agli sciampisti il passo è breve! Ora la committenza è quella del cognitariato metropolitano, le sue opere d'arte possono essere solo quelle che esprimono i tempi e gli spazi del comune. Ricordate quando l'Europa fu attraversata da un movimento potente di costruttori di Cattedrali? Ecco, vorrei che si moltiplicassero le esperienze come quella del MAAM - Museo dell'Altro e dell'Atrove, che il Teatro Valle fosse attraversato ancora e sempre dal desiderio e dalla creatività, e che gli artisti iniziassero a costruire le nostre Cattedrali del comune.

La smettessero insomma di aggirarsi, estenuati, nelle stanze della storia dell'arte ossessionati dalla memoria. Vorrei invece fare l'elogio dell'assenza di memoria, perché davvero è troppo pesante questo bagaglio caricato sulle spalle, siamo sfiniti dalla conservazione, dai monumenti e dai musei. Chiudiamoli i musei, buttiamo giù un po' di monumenti, gli spregevoli anfiteatri della propaganda imperiale, l'infame basilica del Sacro Cuore, le orribili statue equestri che grondano sangue. Mancanza di memoria è libertà! Voglio, e non vorrei, un angelo della storia con lo sguardo rivolto in avanti, solo così potremo liberare il passato dalla prigione del museo e guarire dalla nevrosi del tempo che ci costringe a vivere in un eterno presente, catturati nella sindrome della fretta.

E quindi vorrei che... il pontefice di Santa Romana Chiesa abdicasse, si ritirasse in un eremo, ce ne sono di bellissimi sulla Majella per esempio, e dallo splendore silente della montagna vedesse la Chiesa tornare a essere quella comunità di uomini e donne cristiane che operano per il bene comune. Che si ritirasse per sempre insomma, e non per lasciare il posto a un successore, perché la missione della Chiesa come istituzione è venuta meno, perché del katéchon che trattiene non c'è più bisogno. Vorrei, infine, che venisse veramente il tempo della profezia paolina, profezia materialista. Che venisse il tempo nel quale tutti i morti risorgeranno incorrotti e vivranno in eterno con il loro corpo glorioso, perché di continuare a morire proprio non ne possiamo più.

 

Mettere a norma

Augusto Illuminati

Breznev, nel 1968, “normalizzò” la ribelle Praga riportandola agli standard del socialismo reale. Franceschini e Marino, nel 2014, intendono “mettere a norma” il Teatro Valle occupato, sanando una situazione “illegale” con lo sgombero consensuale o meno degli occupanti.

Avvertiamo la differenza fra i carri armati sovietici e i blindati della PS e dei CC, ma il linguaggio ha il suo peso. Già “normalizzare” era un eufemismo rispetto all’imperativo eterno del potere di “riportare l’ordine”, peraltro con tutta la brutalità penetrante e biopolitica della traslazione dalla violenza quotidiana sui comportamenti “devianti” alla violenza di Stato; mettere a norma è un eufemismo ancor più tecnocratico, che abbraccia tanto l’omogeneità alle regole Ue sugli impianti elettrici quanto la conformità alle regole neoliberali di mercato e concorrenza.

Il Valle, infatti, dovrebbe essere riconsegnato a qualche indefinita autorità (Comune o Ministero o Sovrintendenza) per procedere in santa pace ai lavori di messa a norma degli impianti ed eventuale restauro architettonico, fuori di scusa e di metafora per essere reinserito (quale attività o sua lacuna) nel miserando meccanismo spettacolar-mercantile del teatro di Roma – magari fosse Broadway! L’essenza è, in gradi diversi di arbitrio e di forza, la consueta logica poliziesca: non c’è niente da vedere, circolate, sgombrate sogni, desideri, pretese, sgombrate le piazze e le strade, gli spazi sociali e i teatri. Troveremo qualche residence per gli sfollati, purché normodotati.

Che la “sinistra” diventi paladina della normalità-normalizzazione, che si faccia carico della banalità dell’ordine, non è proprio inedito (all’epoca il socialismo reale sovietico svolgeva il ruolo di “sinistra” internazionale), oggi però il tono soft delle pratiche normalizzatrici si sposa meglio con il concetto, che è quello di una manutenzione continua e repressiva più che di un brutale intervento diretto. La vaselina è spalmata a piene mani, per esempio l’ultimatum di sgombero viene accompagnato dalla proposta (peraltro non ancora formalizzata) di una “partecipazione” a future attività del teatro normalizzato – quando? Magari fra dieci anni, con i tempi del restauro del Petruzzelli di Bari o, per restare alla prassi romana, del completamento della linea C della metro. Circolate, poi vi daremo le registrazioni delle videocamere di sorveglianza.

Un altro apprezzabile nesso logico-linguistico è il rapporto fra il “semplificare” legislativo e il “mettere a norma” esecutivo (poliziesco). Non a caso il governo Renzi, rompendo ogni indugio delle precedenti amministrazioni statali e comunali, ha preso (con dichiarazioni del leader sin dal giorno dell’insediamento) due grosse iniziative parallele in materia culturale: metter fine allo scandalo dell’occupazione del Valle e metter fine al potere di interdizione della Sovrintendenze sugli scempi territoriali, de-finanziandole, degradandone collocazione gerarchica e poteri e privilegiando la gestione manageriale (mcdonaldiana o eatalyana, si vedrà) di venti musei privilegiati. Dare un esempio e fare cassa, nella vecchia logica craxi-demichelisiana dei “giacimenti culturali”.

Beninteso, questo progetto non è privo di contraddizioni, come testimonia la riluttanza di Renzi ad approvare in CdM la riforma franceschiniana dei beni culturali, considerata ancora troppo statalista e preservazionista. Altre contraddizioni similari si presenteranno, magari in connessione con la travagliata negoziazione del Trattato di libero scambio fra Usa e Ue (TTIP), sul tema Ogm: di qui le incipienti tensioni fra Renzi e gli sponsor ideologici Petrini e Farinetti, di qui l’oscillazione fra una gestione manageriale dei musei alla McDonald’s o all’Eataly, fra Cinecittà disneyana all’Abete e restauri appaltati a Della Valle (ultimamente assai tiepido verso il Grande Riformatore).

La “semplificazione” renziana sostitutiva della “rottamazione”, al di là dagli effetti retorici, significa esenzione neoliberale dai “lacci e lacciuoli” residui della fase keynesiana per imporre a forza il principio di concorrenza nell’area pubblico-statuale, smantellando vincoli ambientali e sindacali ed esorcizzando qualsiasi prospettiva di beni comuni. Per questo c’è una profonda affinità fra la svendita del patrimonio pubblico, statale e comunale, e la mercificazione dei beni ambientali, archeologici, teatrali, che in realtà è la prosecuzione più esplicita e radicale della troppo celebrata cultura veltroniana: non a caso l’assessore capitolino che formalmente ha in mano il destino del Valle è una burocrate veltroniana riciclata.

Per questo la battaglia degli occupanti e della Fondazione avrebbe dovuto porsi a livello della sfida, che è Renzi-Franceschini, non il fantasma comunale Marino e i suoi funzionari, e muoversi insieme a tutte le altre occupazioni, romane e non, del patrimonio abitativo e sociale, risposta simbolica e materiale all’ideologia e alla pratica della privatizzazione. A rischio pure di spaccare la vischiosità di una sinistra culturale attardata nel mito di Berlinguer e Veltroni, dell’austerità e flessibilità “buona”, della subalternità a un mercato asfittico, al dominio dell’invenduto artistico e abitativo. Può darsi che le forze non bastino per questa battaglia, ce ne saranno altre.

 

Discorso grigio (politico)

Valentina Valentini

Fanny & Alexander, una formazione teatrale attiva sin dagli anni Novanta con una fervida, originale e non autoreferenziale produzione ed elaborazione di pensiero, con Discorso grigio e Discorso giallo ha avviato il progetto che prevede l’allestimento di sette discorsi rivolti a una comunità: “A partire dalle forme primarie tradizionali del discorso pubblico declinato nei suoi vari ambiti sociali, discorso politico grigio, pedagogico giallo, religioso celeste, sindacale verde, giuridico violetto, militare rosso, diritti rosa, a partire anche dalla ferita di un rapporto ormai quasi interrotto tra singolo e comunità”, leggiamo nella nota di presentazione dello spettacolo.

L’attore Marco Cavalcoli è la presenza live: suoni, microfoni e cuffie connettono la sua figura ad altre presenze non visibili, fuori scena. Una di queste è la voce che ascolta in cuffia e che gli detta i gesti e le azioni da eseguire. Le sequenze in cui l’attore compie gesti privi di parole, sono frequenti, ma non è un mimare, è una sottrazione, è come se fosse posseduto dal suo proprio ruolo – il personaggio politico che fa un discorso a una folla di persone convenute per ascoltarlo - che lo trascina suo malgrado, senza controllo. Il testo verbale è svuotato, iterato, l’attore può anche non proferire parola: conta la postura.

Cavalcoli ascolta in cuffia la partitura gestuale, con la sua voce registrata che impartisce i gesti da eseguire. Come nei trattati di recitazione ottocenteschi si codificavano per ogni stato d’animo le corrispettive espressioni del volto, le posture del corpo, così nel repertorio di gesti eseguiti e impartiti a se stesso dall’attore, possiamo scoprire i modi di fare di un soggetto svuotato. Da un orecchio riceve istruzioni per gli organi di fonazione, riceve la partitura verbale con i brani dei discorsi di politici italiani selezionati e montati da Chiara Lagani con le voci autentiche di Monti, Bersani, Bertinotti, Grillo, Renzi, Berlusconi e altri. Con l’altro orecchio l’attore riceve ed esegue gesti e movimenti e posture. Solo alla fine, quando indossa la maschera e esegue il girotondo, si odono le voci registrate di Obama, Martin Luther King, Berlinguer, Kennedy e Churchill nel suo famoso discorso in cui incita il popolo britannico a resistere e combattere il nazismo.

Questo effetto di invasione del corpo umano da parte di un altro (un demone, un dio) così da comandarne gli atti, trova nel meccanismo dell’eterodirezione, come la definisce Fanny & Alexander, la forma espressiva consona a questo progetto (già sperimentata con Him nel 2007 e in altri spettacoli). Discorso grigio rappresenta la manipolazione di /actor e spectator, l’essere in balia di qualcosa che ti fa dire certe parole e fare certi gesti, espressioni facciali, assumere certe posture del corpo. L’attore-presidente con il suo discorso è eterodiretto da una regia che predispone, dal vivo o registrato, in parallelo le azioni e i gesti, le espressioni che l’attore in scena dovrà compiere.

Siamo lontani dalla presenza di Tadeusz Kantor seduto in scena, visibile, che faceva semplici cenni ai suoi attori. Siamo più vicini al rapporto fra il sound designer e il cantante (Blixa Bargeld per esempio) e ancor di più alle speculazioni di Donna Haraway sul cyborg: organismi biologici che sono diventati sistemi biotici, dispositivi comunicativi come altri. Con la differenza che per Donna Haraway non si tratta di manipolazione, quanto di un potenziamento, di una possibilità di innesto fra organico e macchinico, di estensione di tecnico nell’organico.

Discorso grigio invece mette in scena il dispositivo dell’essere posseduti, sia colui che rappresenta il potere politico sia il cittadino, chi parla e chi ascolta, chi applaude e chi è applaudito, entrambi nella stessa condizione. Il tema della sovradeterminazione, della devastazione dell’immaginario, della sua corruzione tocca sia l’actor che lo spectator, senza differenza, sono entrambi posseduti. Questa ipotesi è costruita genialmente con il dispositivo dell’eterodirezione, ossia il sottrarre all’attore la sua integrità di corpo mente.

In Discorso grigio la presenza dell’attore e l’assenza (degli ascoltatori, dell’audience) si bilanciano: il registro sonoro crea l’impressione di folla, gli applausi registrati rendono la presenza dell’uditorio acclamante, la complicità con chi è stato convocato per ascoltare il discorso del presidente. Gli ammiccamenti, del presidente, il suo presupporre un tu che sta oltre il monitor televisivo, l’audience, i suoi gesti, i suoi tic da schizofrenico creano un oltre. E quell’audience alla fine dello spettacolo /discorso assume consistenza, le luci in sala si accendono e il presidente, senza maschera, fissa gli spettatori come se volesse dire qualcosa proprio a loro, che sopportano lo sguardo in silenzio.

Finalmente vuole dire qualcosa che è una comunicazione autentica, non stereotipata, non retta da regole assunte per inerzia, per invasamento, per cliché. Discorso grigio verso la fine assume una connotazione fra il grottesco e il surreale che interrompe il gioco di oscillazioni fra reale, immaginario, mentale, fra intimo e pubblico. La chiave di lettura non è la parodia, né la caricatura: “[...] è questa la cosa mostruosa, non è travestitismo è proprio una specie di fantasma che si imprime sul volto sui gesti sulle cose”, osserva Chiara Lagani, che ha curato la drammaturgia.

Discorso grigio
di Fanny & Alexander
Teatro Valle Occupato
31 gennaio > 2 febbraio 2014