Il giuoco con la scimmia

Un estratto dello spettacolo andato in scena all'Elfo Puccini il 26 Novembre a Milano all'interno della manifestazione 63x50: Cinquant'anni del Gruppo 63

Il giuoco con la scimmia
di Enrico Filippini - ideazione e regia Franco Brambilla

I materiali a cui attinge l’autore sono relativamente pochi: un’immagine ambigua di una scimmia di un circo, una bambina d’oro fiabesca, alcuni riferimenti alla corrida, frammenti sparsi di favole da Lo spirito nella bottiglia, le stazioni del Rosarium philosophorum analizzato da Jung in “la psicologia del tranfert”.

L’azione scenica è prevalentemente visiva, essa ha relegato a un ruolo secondario la parola. Questi materiali  sono stati immessi in un teatro grottesco, ironico-parodiaco.L’azione drammatica de Il giuoco con la scimmia è sottratta ai personaggi, che risultano essere più agglomerati di voci e immagini che protagonisti del dramma, essi si muovono all’interno di una struttura circolare che non permette uno sviluppo temporale. Ne risulta un’azione scenica libera e seducente che procede affermandosi e negandosi di continuo senza mai identificarsi con i materiali che hanno originato il lavoro. Le didascalie sono assunte a voce-personaggio con un fine non descrittivo ma intenzionalmente drammatico.

Il filo conduttore dell’azione è Alpha che procede attraverso un monologo che sembra accentrare su di se l’azione stessa invece è soltanto la negazione che spezza e ricompone di continuo il filo conduttore. Il gioco scenico segue la dinamica del sogno e del mondo onirico, dove le immagini, le azioni, le parole fluiscono senza soluzione di continuità.

 

alfadomenica novembre #4

Interventi di:
Gianfranco BARUCHELLO - Gea PICCARDI - Lidia RIVIELLO - 
Juan Domingo SÁNCHEZ ESTOP - Duccio SCOTINI -

ELOGIO MATERIALISTA DI PAPA FRANCESCO
Juan Domingo Sánchez Estop

Dal numero 33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria da oggi
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Doppia cover  (600x390)

VOTÀN ZAPATA
Duccio Scotini e Gea Piccardi

Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l’autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell’Escuelita.
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DRIVERLESS
non guardate il conducente
Lidia Riviello

linea a attiva
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50 ANNI DEL GRUPPO 63
a Milano

- Milano, 24 novembre – Castello Sforzeco ore 17.00
- Milano, 25 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00
- Milano, 26 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00

gruppo-63 (800x550) (400x275)

TRE LETTERE A RAYMOND ROUSSEL (1969-1970) -
Un film di Gianfranco Baruchello


Il film è stato proiettato a Torino, Roma e Milano in occasione dei 50 anni del gruppo 63

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il processo necessario

Enrico Donaggio

“Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci )?”. Iniziava così una delle ultime Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, uscita sul Corriere della Sera circa un mese prima del suo ammazzamento. La “litania” di enigmi e misteri sgranati nella requisitoria andava dagli esecutori e i mandanti delle stragi di Milano, Brescia e Bologna, fino al degrado urbanistico, paesaggistico e antropologico di un paese sempre più afflitto.

La soluzione invocata da Pasolini consisteva in un “Processo Penale” nel quale tutti questi reati potessero venire svelati e puniti complessivamente: “Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata”. Quale termine di raffronto e decenza minima di questa sua visionaria sanatoria, Pasolini indicava il processo contro Richard Nixon; la sua “cacciata” in seguito allo scandalo Watergate. A quel fatto del luglio 1974, veniva ancorata la tenuta, se non altro formale, del “gioco democratico”.

Pasolini si mostrava scettico riguardo alla effettiva volontà di sapere degli italiani, alla forza di cui realmente disponevano per costringere il potere ad “autocriticarsi e smascherarsi”. Cosa che, per altro, sino alla primavera del 1977, non fece nemmeno Nixon. L'impeachment, le dimissioni e le condanne dei suoi collaboratori non coincisero infatti con un'ammissione di colpevolezza da parte del presidente rispetto agli insabbiamenti e agli ostacoli alle indagini e alla giustizia di cui si rese responsabile. Questo sino al momento in cui, incalzato dalle domande di David Frost, nel corso di una serie di interviste televisive destinate a fare epoca nella storia della politica e del giornalismo, confessò finalmente quella verità che aveva ostinatamente negato a magistrati e commissioni d'inchiesta.

Rileggete la lettera luterana di Pasolini - sostituendo “venti” a “dieci” per quel che riguarda gli anni di vita, pubblica e privata, scippati e avviliti dal potere – e guardate su Youtube i video originali delle interviste o la loro trasposizione cinematografica da parte di Ron Howard nel 2008. Poi andate a teatro, a vedere quello che Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno saputo fare di quella straordinaria vicenda e del testo di Peter Morgan a cui anche il film si ispira. Godetevi anzitutto lo spettacolo di due vecchie volpi con il talento e il mestiere cuciti sulla pelle, supportate da alcuni tra i migliori giovani che il teatro italiano abbia espresso in tempi recenti.

E l'effetto che tutto ciò produce su un pubblico – siamo in uno dei pochi lembi di Europa che Milano, dal punto di vista culturale, possiede: l'Elfo Puccini – che da quarant'anni vive insieme a una compagnia. Sentirete cosa significa per attori e spettatori “giocare in casa”, nel senso meno enfatico e autoindulgente che si può attribuire a questa formula.

Ma poi allargate lo sguardo e il ricordo. Quella che l'Elfo sta proponendo negli ultimi anni, con la valorizzazione di testi anglosassoni di grande qualità e impatto critico, è una sorta di archeologia del nostro presente individuale, politico, sociale. Angels in America, The History Boys, in fondo anche Red, e ora il duello tra Nixon e Frost sono scene madri, prime assolute, miniature e affondi profetici di quel che sarebbe poi accaduto in Italia, con qualche decennio di ritardo rispetto ad avamposti come Stati Uniti e Inghilterra: l'imporsi della società del consumo e dello spettacolo globale, con tutti gli effetti di manipolazione delle coscienze e involgarimento dei comportamenti che oggi ben conosciamo.

Si tratta di una strategia culturale e politica di ampio respiro. Di un antidoto intelligente per affrontare una crisi che infuria come una catastrofe naturale, tutto riducendo algrado zero dell'oblio, alla linea di galleggiamento brutale del giorno per giorno e della sopravvivenza.

Vedere sul palco la maschera dell'uomo più potente del mondo che si liquefa sotto i colpi di un giustiziere improbabile - qualcuno che, fatte le debite proporzioni, sarebbe per noi una sorta di mix tra Enzo Tortora, Pippo Baudo e Fabio Fazio. Scoprire il giro di denaro, sponsor, interessi che lega intervistato e intervistatore (il compenso e le percentuali stellari che Nixon pretese per la sua imprevista catarsi catodica). Questo e altro, portano infatti a chiedersi – il pensiero è inevitabile – se, quando e come qualcosa del genere potrebbe mai avere luogo in Italia; dove l'intreccio di potere mediatico, sfruttamento a fini privati della politica e oscena attitudine alla menzogna dei leader riproduce in sedicesimo quello che Morgan e l'Elfo hanno messo sulla scena.

Sperando, malgrado troppe apparenze di segno contrario, che la posta in palio di questo processo necessario sia sempre quella fiduciosamente fissata da Pasolini: “Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere”.

di Peter Morgan
uno spettacolo di Ferdinando Bruno e Elio De Capitani
Teatro Elfo Puccini
18 ottobre - 10 novembre

Nessi caustici della coscienza bergonzoniana

Manuela Gandini

Potrei riassumere Nessi, l’ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni, con La rete di Indra: una folgorante allegoria buddista sull’interdipendenza di tutti gli esseri e di tutte le cose. “Si dice che nel cielo di Indra esista una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo, ogni oggetto del mondo, non è semplicemente se stesso ma contiene ogni altro oggetto e, in effetti, è ogni altra cosa”.

Tutto inizia al buio, un buio che dura alcuni minuti a sipario chiuso. La voce narrante vi costringe entro un angusto pertugio nel quale siete prigionieri, potenzialmente vittime di una fuga di gas. Nonostante le strampalate istruzioni di un amico all’esterno non riuscite a uscire. Lo spazio è strettissimo. Le parole di Bergonzoni disegnano la scena che si fa sempre più surreale e buia. Una surrealtà così estrema e minimalista che farebbe decidere al vecchio Andrè Breton di espellere l’attore dal gruppo surrealista.

Il battitore solitario, sicuro dell’assoluta necessità che le persone acquisiscano urgentemente consapevolezza di sé e dei propri rapporti col mondo, si cala in uno spettacolo ancora più duro e irriducibile dei precedenti. Le parole scorrono liquide sulla scena. È un bagno nella dilatazione semantica delle nostre microrealtà frammentate: “un’autopsia sul pensiero e sulle azioni”. Quando si apre il sipario e s’accendono le luci, è protagonista la Morte, con i suoi fumi e miasmi, con il suo ingombro e la sua lunga spaventosa ombra. E, mentre avanza sovrana e lenta, con lei avanza un’incubatrice. Lo spettacolo è un gioco di continui di rimbalzi tra la morte, la vecchiaia, la malattia e la nascita.

Mi accompagni in bagno?/Non puoi andarci da solo?/Mi sto preparando per quando sarò paralizzato …/Mi accompagni o no?/No, mi sto preparando per quando sarò sorda.

Le quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, inerenti a tutti gli esseri viventi, delle quali parlava Shakyamuni, sono portate sulla scena e visualizzate attraverso la parola generatrice di mondi. Mondi precisi, mondi al di qua, mondi che fanno “Nesso”. E, dai nessi linguistici, psicologici e fisici occorre ripartire. Ripristinare il senso di comunità, includere anziché escludere. Creare all’interno anziché distruggere all’esterno. Assumersi la responsabilità anziché fottersene. “Sei pronto a vivere, a nascere, a unire i fili dell’esistenza? Collega non è più solo un sostantivo: è un verbo! Siamo tutti collegati”.

Nella Rete di Indra, le linee orizzontali rappresentano lo spazio, quelle verticali il tempo e ogni intersezione è illuminata dalla perla, perché tutto è con-nesso. Non possiamo più prescindere - sembra dire Bergonzoni, frequentatore di carceri, di asili e di case dei risvegli – dall’accogliere l’altro, dal rivoluzionare violentemente la nostra accidia, i nostri limiti e le nostre credenze. “Dobbiamo lavorare su noi stessi, sull’arte e sulla poetica, se lo facessimo, un certo governare e delinquere non esisterebbe. Dobbiamo stare attenti ai nostri geniocidi, quelli che uccidono la parte più geniale di noi stessi, la legge poetica”.

Sulla scena, gli altri tre attori muti, sono tre incubatrici. Le mani di Bergonzoni, sono infilate in una di queste e, di quando in quando, sfogliano un quaderno, (una vita?) mentre le storie fluiscono. Una sala parto, un cerchio sospeso, il buio. La scenografia di “Nessi”, come quella di “Urge” - il suo penultimo spettacolo - è essenziale, fatta con opere (le sue) disposte secondo un rigoroso spazio concettuale. Nascita e morte, ben visibili, rimangono alla fine appese al braccio di Bergonzoni mentre conclude lo spettacolo. Una fascia nera da un lato e bianca dall’altro, sollecita il pensiero di quanti muoiono e quanti nascono in questo momento.

Alessandro Bergonzoni Nessi, in scena al Teatro Elfo Puccini sino al 14 giugno.