The Bling Ring: il lusso è un diritto. Per tutti

Augusto Illuminati e Tania Rispoli

Live fast, die young
Bad girls do it well
M.I.A., Bad girls

Prendi cinque adolescenti di Los Angeles che vivono su facebook, che la scuola la frequentano di striscio e guardano ammirate le trash-star della collina di Hollywood, perfetti concentrati del vissuto apparente. Prendi una colonna sonora da urlo, popolata dall'hip-hop ultraritmato della Banks, M.I.A. e Kayne West, con le novità sperimentali di Reitzell-Lopatin (Reitzell è autore anche in questa occasione dell’intera colona sonora del film – come in The Virgin Suicides, Lost in Translation e Marie Antoinette); prendi tutti i vestiti e i gioielli che possono possedere Paris Hilton e Lindsay Lohan. E ora… pensa a cosa faresti tu, se entrassi nelle loro case.

Rovesciamo – anche contro le intenzioni della regista, Sofia Coppola – la prospettiva secondo la quale The Bling Ring è un film sugli adolescenti. Sappiamo che nella società dello spettacolo diffuso l’opposizione fra giovani e adulti è un falso, perché tutta la dinamica capitalistica è in sé “giovane”, cioè fondata sull’incessante innovazione sostitutiva. Ecco allora adolescenti di famiglie borghesi americane che inseguono i loro modelli patinati, che raccolgono svariate migliaia di dollari in oggetti Chanel o Gucci, prelevati dalle case (puntualmente aperte!) dei vip per poi scattarsi selfies e farne subito l’upload sui social. E non ci sorprendiamo neppure se l’unico maschietto protagonista si fa trascinare da quel gruppetto di ragazzine che ha idee molto più chiare di lui o della madre di Rebecca che riempie le figlie di Ritalin e mantra new age.

Assumiamo pure che sia al di là del bene e del male la domanda della capobanda Rachel Lee, la cui unica preoccupazione durante l’interrogatorio pressante da parte della polizia è: «what did Linsday say?». Ma proviamo a pensare The Bling Ring – il cui titolo gioca sul doppio senso dell’anello appariscente e della banda dell’appariscente – non solo come una critica feroce al lusso, ma come una rivendicazione del diritto al lusso. Il vuoto che traccia i contorni del pieno (tutti i film di Sofia sono racconti zen).

E così, scartando le recensioni in media moralistiche e vagando invece su twitter, si scopre che il film è anche d’ispirazione e che: «#blingring mi ha messo voglia di rubare», oppure «anch’io voglio entrare a casa di Paris Hilton» e ancora «la mia vita così: #blingring», perché lì non solo viene mostrato come l’economia finanziaria reifichi il diritto alla felicità, ma si indica, si segnala, si visualizza, nel turbinio frenetico delle rapine nei maxi appartamenti di lusso dell’1% della popolazione mondiale, la smisurata sproporzione.

Guardiamo solo al passato, ché ciò che prefigura il nostro presente potrebbe travolgerci. Anche Janis Joplin a fine Sixties sognava una TV a colori, una notte in città e una Mercedes Benz, seguendo un claim già ampiamente presente in momenti molto più rivoluzionari e insanguinati della storia transoceanica dei neri (Watts, 1965). Allora il film ispira perché prende fin troppo alla lettera il messaggio della società dello spettacolo – Debord l’aveva notato proprio in occasione di Watts – e del must reaganiano e neoliberista “arricchitevi”.

Non siamo ancora fuori dal circolo del possesso e dello scambio – il gruppetto della Coppola oltre a indossare tutta la refurtiva, sistematicamente rivende (a due spicci) borse e orologi – ma si indica una tendenza in cui la circolazione non funziona girando in tondo, ma seguendo le nervature di un rizoma e che, quando si fa fenomeno di massa, restituisce all’uso e all’accesso tutta la dimensione comune immateriale e materiale.

Che poi anche la distinzione tra beni primari e non forse non sussiste, viene detto già da un po’: non parliamo solo di scarpe a tacco 12, ma della sfera protesico-informazionale cui rinviano i nostri schermi. È così che la lotta contro l’evasione e per la riduzione del lusso nei luoghi pubblici e privati, se ridotta ad austerità, rivela tutto il suo deficit simbolico, l’impraticabilità politica. Sarebbe non solo più cool ma notevolmente più efficace godere un po’ tutti, anche del lusso...

Nota stilistica finale. I più accorti l’hanno riconosciuto: il film ignora il moralismo e descrive in superficie, senza spessore drammatico, tanto meno figurale. “Poesia ingenua” degli Antichi in senso schilleriano, dove tutto sta in luce e in primo piano, senza ombre, contrasti e secondi sensi, descrizione che si abbandona alla vita, come nel realismo medio omerico, per dirla con Auerbach.

Coppola figlia si riconferma ben lontana dalla “poesia sentimentale” e dal realismo creaturale del padre e più in generale della narrazione di epoca industrialista e fordista. Ci aggiriamo in un universo dominato dalla finanza, dove si è compiuto il passaggio debordiano dall’avere all’apparire, l’epidermico esprime perfettamente l’anatomia profonda e tutto evapora: crimini, sentimenti, desideri. Tutto tranne la moneta, che non è elettronica, ma sono bigliettoni verdi contanti in scatole sotto il letto, oggettistica bling, scarpe innumeri e deliziose, qualche gemma, rolex...

Stile perfetto per i “figli del secolo”, ovvero (come in ogni secolo) per la frangia superficialmente trasgressiva, incosciente e onirica di una generazione. La Coppola decifra benissimo i sogni degli adolescenti dal XVIII al XXI secolo, coglie nei vizi dell’élite mediatica il riflesso delle pulsioni dei precari e dei diseredati o meglio lascia che lo spettatore lo colga – senza giurare sulle sue intenzioni, ripetiamo. Solo che ci piace un sacco.

Una ragion di Stato biopolitica

Tania Rispoli

Il titolo, necessariamente equivoco, Machiavellismo e ragion di Stato, esibisce già lo status quaestionis: un machiavellismo che non è Machiavelli (anche se in lui trova qualche aggancio) e una ragion di Stato che ne viene dissociata, contro l’opinione corrente. Nel testo, ben curato da Lorenzo Coccoli, deve essere in qualche modo distinto l’originale del 1989 e la prefazione all’edizione italiana che lo aggiorna. In quest’ultima, che riassume efficacemente le tesi argomentate e documentate nel libro e le verifica anche alla luce di eventi e dottrine contemporanee – dalla guerra infinita di Bush allo stato d’eccezione permanente di Agamben, nonché con un riferimento più esplicito alla categoria foucauldiana di governamentalità – risulta più netta la distinzione fra il machiavellismo e l’autore da cui, a torto o a ragione ma certo con un significativo scarto, aveva preso nome.

Ci sentiamo perciò autorizzati a mettere fra parentesi Machiavelli, altrimenti ridotto a una dimensione meramente polemologica (il conflitto incessante fra gli Stati e degli umori all’interno di ognuno di essi), per seguire l’argomentazione più convincente e originale di Senellart, che chiarisce l’esistenza nel Cinque-Seicento di due sistemi di discorso differenti e alternativi: il cosiddetto machiavellismo o tacitismo e il filone della ragion di Stato risalente a Giovanni Botero. Il primo s’identifica per un forte accento sulla politica di potenza, sia all’interno che verso l’esterno, estendendo il concetto medievale di necessitas da eccezione a regola costante del comportamento del sovrano e privilegiando l’aspetto militare e di conquista nella vita dello Stato, mentre il secondo si caratterizza (ferma restando una logica guerriera nelle relazioni fra Stati) per l’insistenza sulla stabilità interna dello Stato, conseguita grazie alla crescita dell’industria e della prosperità della popolazione in termini mercantilistici. Un anti-machiavellismo, dunque, non moralistico e predicatorio, ma che individua un nuovo fattore di “interesse” nell’acquisizione di ricchezza, volta secondo l’indirizzo generale alla comune utilità.

Il concetto stesso di ragion di Stato sorge in Botero quale riconfigurazione della ratio status medievale, ristabilimento di una vera ragion di Stato contro la sua presunta riduzione in Machiavelli a mero kratos, per usare il termine della lettura tradizionale di Meinecke: Botero non ritorna però agli specula principis medievali e umanistici, bensì fonda un paradigma di razionalità economica opposto (tranne in politica estera) a quello della razionalità guerriera.

Sui titoli fondativi del primo paradigma in Machiavelli stesso, come si è detto, non vogliamo trattenerci, data non solo la complessità largamente attestata (da Hegel a Gramsci, da Lefort ad Althusser) del Segretario fiorentino, ma anche i recenti studi sulla dimensione economica, fiscale e “governamentale” tutt’altro che “arcaica” dei suoi scritti più operativi. Risulta invece di spiccato interesse l’apertura del libro dedicata alla genealogia medievale del problema (rapporto fra legge e detentore del potere, fra ratio status e necessitas), soprattutto nel Policraticus di Giovanni di Salisbury, con il suggestivo sviluppo etico-logico che Tommaso applicherà alla distinzione fra equità e legislazione positiva.

Da questa base comune si dipartono, senza una netta cesura, i due indirizzi della ragion di Stato: l’una che spezza l’equilibro fra necessità e vincolo a una legge superiore in direzione di una politica di potenza giustificata in nome della salute pubblica, l’altra più attenta alla dimensione “pastorale” e che sfocia, dunque, in un primo disegno di economia politica entro i limiti del mercantilismo, che non riuscendo ancora a pervenire a una concezione liberale della divisione internazionale del lavoro, conservò sempre l’elemento machiavellico nel rapporto fra Stati.

A Machiavelli, secondo Senellart, si deve la scoperta dell’«illusione della pace», poiché sotto l’imperativo morale della stabilità e della quiete si celano pur sempre rapporti di forza. È forse questa la traccia più rilevante di tutto il libro, riassumibile nella questione posta alla fine, volutamente inevasa, aperta a segnalare la corrispondenza tra ragion di Stato e perpetuità della guerra: «Ma è la permanenza della guerra a perpetuare la ragion di Stato o è la logica della ragion di Stato a riattivare all’infinito la guerra?»

Proprio la dimensione del rimosso guerriero (altrettanto acutamente segnalata) nell’apparente trionfo omologante del neo-liberismo – che esorcizza sistematicamente la violenza “degli altri”, delle sue vittime – è forse lo spunto che rende questo livre de poche ancora istruttivo a più di vent’anni dalla sua prima pubblicazione. Il passaggio boteriano all’economico non disattiva del tutto le macchinazioni del politico, anzi «l’estensione diffusa dello stato d’eccezione nelle nostre società» può essere invece intesa come «l’oscura vendetta della politica sulla ragione economica». La gestione pastorale che il potere fa della vita (implicita nella versione originale del libro, esplicita nell’aggiornamento per l’edizione italiana) porta al suo interno la minaccia latente della morte, rendendola non più solo intimidatoria, ma integralmente produttiva.

Michel Senellart
Machiavellismo e ragion di Stato
Traduzione e curatela di Lorenzo Coccoli
Ombre Corte (2014), pp. 155
€ 13,50

Il Principe

Tania Rispoli

In occasione del Cinquecentenario del Principe esce la prima traduzione interlineare in italiano moderno del testo di Machiavelli (analogamente a quella in francese di J.-L. Fournel-J.-C. Zancarini, 2000). Traduzione o, per usare le parole del curatore del commento, Gabriele Pedullà, "riformulazione", come problematizza anche nella Nota il traduttore Carmine Donzelli. La scrittura in italiano moderno conserva dunque il ritmo, la sintassi, sceglie anche di non tradurre ove sia possibile per affinità linguistica tra il fiorentino volgare e l'italiano moderno, costituendo così un utile supporto alla lettura, se non sostituisce (almeno per gli italofoni) l'approccio diretto al testo e alla lingua di Machiavelli.

Di notevole importanza è il commento al testo, che non solo riporta e si confronta con le precedenti edizioni più accreditate, ma le integra con un ricco repertorio di antecedenti e contemporanei umanisti su cui Pedullà si era già in parte misurato nella sua monografia Machiavelli in tumulto (2011), registrando in tal modo la possibile diffusione a livello di «luoghi comuni nella letteratura politica» di alcuni testi decisivi per la cultura dell'epoca (ad esempio, Pontano). Un primo esperimento diretto sul testo del Principe, che valorizza nella ricerca delle fonti il ruolo dell'oralità in rapporto alla scrittura.

Anche la solida Introduzione fa autorevolmente il punto su alcune questioni interpretative molto spinose, arricchendo di carte geografiche e schemi esplicativi le ipotesi di lettura e permettendo così a questa nuova edizione di adempiere a una duplice funzione didattica e di ricerca. In essa ben si chiarisce perché quel "geniale scritto d'occasione" – steso post res perditas sotto la pressione di congiunture storiche drammatiche, l'invasione spagnola e la concomitante caduta del Gonfalonierato di Soderini – sia tuttora attuale: «nel Principe vi è qualcosa che ancor oggi cattura i lettori di tutto il mondo e va ben oltre il presunto scandalo di una politica liberata dalla morale. Passione. Energia. Intensità. Poche altre opere della filosofia occidentale ci ricordano altrettanto bene che, per chi lo sa cogliere, il momento giusto è ora, e che già domani potrebbe essere troppo tardi». Il contenuto della metafora della Fortuna, sempre più rappresentata iconograficamente alle soglie del Cinquecento in stretta assonanza con l'Occasione, piuttosto che attraverso la tradizionale immagine boeziana della ruota.

L'obiettivo di Machiavelli è, nell'ipotesi complessiva di Pedullà, proporre a Lorenzo II dei Medici un nuovo principato capace di fondarsi su «un'alleanza con la moltitudine contro i grandi», dando corpo teorico, nelle vesti di uno scritto apparentemente tradizionale (lo speculum principis), all'Ordinanza, ovvero una milizia reclutata nel contado per rendere Firenze simultaneamente indipendente dai mercenari (e dal dispendio finanziario che comportavano) e dalle potenze esterne, come recentemente hanno documentato A. Guidi e J. Barthas. Con grande puntualità Pedullà mostra che il rapporto tra Principe e Specula non è di pura contrapposizione, ma di volta in volta le novità vengono inserite in un quadro di innovazioni che funzionano per «dislocazione, inserzione e sottrazione».

Di altrettanto interesse è la rilettura del Centauro nell'intersezione con il ruolo fondamentale della caccia, con una pedagogia realistica e l'imitazione della bestia, con la conoscenza del territorio e l’addestramento alla guerra. Un attento confronto con la teoria bartoliana del tiranno e l'annosa questione dell'assenza del termine all'interno del Principe mostra quali siano gli spostamenti introdotti da Machiavelli in vista di una nuova concezione del bene comune. L'autonomia della politica, infine, è riletta come autonomia del politico (il principe nuovo) dalle ingerenze esterne, dal sistema pattizio feudale e infine anche dal ruolo degli umori (il principe deve avere il favore del popolo, ma al contempo mantenersene indipendente), controbilanciata d'altra parte dai "vincoli" che gli impediscono di diventare ab-solutus.

Più opinabili appaiono invece alcune considerazioni sul ruolo dei Romani – nel Principe e nei Discorsi –, sul posto della filosofia e sui destinatari. Nel primo caso si potrebbe discutere del ruolo del modello in rapporto a una teoria dell'imitazione che si confronta tanto con il tempo lungo (la diacronia della storia di Roma), quanto con la contemporaneità (la sincronia spaziale). Nel secondo caso, la teoria politica (e insieme la permanenza e la ricorrenza di alcuni problemi e concetti) non esclude di per sé la "performatività", sempre a patto di chiarire cosa s'intende per teoria e filosofia.

Infine, riguardo ai destinatari, resta plausibile l'ipotesi, ispirata dalla teoria della perspectiva naturalis (rapporto fra azione e posizione di un corpo nello spazio), che il Principe, oltre ad essere un libro per i Medici, sia anche un libro rivolto al popolo (Frosini, La prospettiva del prudente, 2013), individuando di volta in volta i limiti del potere e le possibilità per la moltitudine di un'immaginazione politica e progettuale.

Niccolò Machiavelli
Il Principe
Traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli
Introduzione e commento di Gabriele Pedullà
Donzelli Editore (2013), pp. CXXII-350
€ 30