Speciale Polonia / Dalla festa della mietitura a Karl Marx. I segni della memoria nell’arte contemporanea polacca

Manuela Gandini

Le tracce sono ovunque. Il peso delle dittature, nazista e comunista, sfociate nell’era del post-capitalismo grava sulle opere, per le strade e sui monumenti. Nel ghetto di Cracovia, tra case abbandonate, stelle di David e edifici dismessi, la vita rifiorisce dentro piccoli bar e ristoranti colorati. Seduto su una panchina si scorge, nella penombra di una piazza, Jan Karski: la statua di un uomo giusto dallo sguardo dritto e penetrante che nel 1943 informò il mondo di ciò che accadeva nei campi di sterminio nazisti. Il presidente americano Roosevelt non gli credette o non volle credergli. Gli echi della violenza e il senso di colpa permangono nella somma degli oggetti depositati sul territorio. Riappaiono improvvisamente i fantasmi dei vecchi scolari della Classe Morta di Tadeusz Kantor incurvati dal peso dei bambini che furono. Quei fantocci, che gli studenti rugosi e cadenti si portano in spalla, sono i macigni della memoria alternati al vuoto della demenza cui siamo condannati come specie. Camminando lungo le rive della Vistola sembra di sentire una musica di violino mentre nei nostri ricordi teatrali si fanno strada i generali in divisa che marciano suonando. La Cricoteka di Kantor, che ha oggi sede in una vecchia centrale elettrica, ospita installazioni sculture e video del geniale drammaturgo. Qui, tra i banchi di scuola, le carrozzine terree e i fantocci allucinati, la vita e la morte condividono in simultanea lo stesso spazio.

Il legame con la tradizione, il folklore, la guerra, l’Olocausto e l’ingombro delle religioni cattolica, giudaica e comunista è rimarcato nella cultura polacca dall’insistenza di elementi simbolici indissolubili. Il peso dell’ideologia congelata circonda le forme di Cracovia e Varsavia, anche se quest’ultima è in forte fermento urbanistico. In settant’anni i monumenti urbani, hitleriani e staliniani, sono stati piazzati, abbattuti e rimpiazzati a seconda dei governi. Al Krolikarnia, Xawery Dunikowski Museum of Sculpture, una straordinaria mostra storiografica (su cui Alfabeta tornerà prossimamente), Monument, curata dalla direttrice Agnieszka Tarasiuk, riassume il panorama moderno e contemporaneo della Polonia attraverso le forme simboliche e politiche dei monumenti che si sono succeduti. La narrazione nello spazio pubblico, come in ogni paese dell’est, ha subito mutamenti repentini a seconda dei poteri. Tuttavia la parte immateriale della memoria, cioè il pensiero, e gran parte dell’architettura continuano a essere efficaci pagine delle prodezze umane.

Le croci di legno del “teatro della morte” piazzate dentro i banchi di scuola nelle installazioni di Kantor, sono presentissime larve della memoria. Al Museum of Modern Art di Varsavia, un attuale prefabbricato in attesa dell’insediamento in un nuovo edificio, campeggiano croci colorate rivestite come spaventapasseri nella personale di Daniel Rycharski. Il giovane artista proveniente dal villaggio di Kurówko, collabora con la cittadinanza e con associazioni agricole e religiose, con un club sociale di casalinghe rurali e con attivisti LGBT. Una pesante lapide, dismessa dal cimitero, a forma di croce è piantata su di un letto matrimoniale. I lavori di Rycharski sono frutto di operazioni relazionali che l’artista conduce con gli abitanti del paese. Alle installazioni si alternano performance rituali che ripercorrono lo sterminio ebraico o si affiancano alle lotte dei lavoratori. Famiglia, conflitti sociali, rapporto città/campagna, identità rurali sono i temi portati al museo con un linguaggio rude e “cricotiano”. Sintomatica è l’espressione dell’angoscia e della conflittualità popolare che permane nel presente. Le ferite sono ancora tutte aperte. Il pregiudizio, la disoccupazione, la discriminazione e la marginalizzazione delle minoranze sono i temi dominanti di tutte le società contemporanee. Ma il campanello d’allarme circa l’ondata reazionaria che sta avvolgendo il paese è qui più forte che altrove. I diritti acquisiti – e anche noi ne sappiamo qualcosa - sembrano scivolare via dal mondo “democratico”. Anna Bargiel, Lidia Krawczyk, Anna Molska in mostra alla Bunkier Sztuki Gallery di Cracovia, sono “Three women, artists, rebels. Three powerful voices to ring in the new year” si legge nella presentazione alla mostra curata da Anna Lebensztejn. Irena Kalicka usa la simbologia rurale componendo collage fotografici colorati chiassosi e inquietanti che sembrano veicolare messaggi di un’atmosfera oscurantista. Credenze, superstizioni ed economie sono indagate, raccontate e isolate in apposite mise en scène. “la festa della mietitura” è oggetto della prima parte delle fotografie di Kalicka. La campagna vista come luogo idilliaco in epoca romantica è anche luogo di violenza familiare e sociale. La strega, il forcone, il jolly, il pane, il cavolo, i simboli nazionalisti della festa e del quotidiano precedono le immagini generazionali metropolitane delle amiche dell’artista. L’indagine oscilla tra la città e il ventre bucolico di un populismo che imperversa con le sue radici, le sue bave e le sue metastasi.

L’identità nazionale, anzi ideologica, si rivela nell’icona comunista per eccellenza, quella di Carlo Marx. Nel lavoro di Krzysztof M. Bednarski la testa decapitata di Marx è sempre presente, coloratissima e ripetuta come una Marylin tardo-pop in ogni possibile forma. Nella sua retrospettiva - Karl Marx vs Moby Dick: An Analysis of Form and Demolition of Ideas al Mocak di Cracovia, curata da Achille Bonito Oliva - Marx e Moby Dick si fronteggiano e giganteggiano in area politico e letteraria come figure da Luna Park o serissimi oggetti di studio ondeggianti come simulacri in una società che li ha completamente cannibalizzati.

Out of order

Valentina Valentini

Il tema del libro affronta una tematica complessa e molto discussa, quella del rapporto tra Corpo e Spettacolo e testimonia, con i suoi molteplici esempi, utili riflessioni per confrontarsi con il cambiamento in corso. Gli autori di questi nove saggi - alcuni giovani ricercatori italiani e francesi, e altri più maturi docenti di spettacolo - sciorinano una serie di esempi di “corpi famosi” di attori e artisti di ieri e di oggi, e ne analizzano i percorsi esistenziali, con particolare attenzione per la relazione tra arte e vita.

Gli artisti di cui si parla appartengono a diverse generazioni e provenienze: Pippo Del Bono, Antonio Rezza, ma anche Michael Jackson e i Pink Floyd, Tadeusz Kantor, Antonin Artaud, Samuel Beckett, insieme all’analisi delle opere di Robert LePage e Steve Marc Quinn. Il disegno complessivo che ne emerge, quanto mai ricco di contaminazioni e suggestioni, è capace di produrre riflessioni irrituali e transdisciplinari, e di far affiorare nel lettore pensieri inattesi e non banali su una questione a lungo dibattuta: ha ancora senso la ricerca di un canone per definire quel Corpo perfetto dell’artista che, con apposito lungo lavoro di training psico-fisico, sappia agire la scena?

Nel libro, invece di rispondere ai canoni della rappresentazione odierna con esempi di Corpi allenati e superiori – si descrive l’articolata e complessa realtà di corpi diversi che abitano le diverse scene. Da corpi allenati a corpi alienati, nel significato inglese di stranieri e diversi. Si parla del corpo attraversato dalla scrittura di Antonin Artaud ormai prossimo alla morte, che incarna in fondo nel suo corpo tutte le tensioni che hanno attraversato il teatro del suo tempo, fino a morirne, facendo di questo suo corpo lo spazio del suo ultimo teatro (Maia Giacobbe Borelli), di narrazioni televisive che hanno come protagonista il Dr House, il medico che, mentre sfianca il suo corpo, usa i corpi malati per una sua personale battaglia contro il Male (Luigi Avantaggiato), di un altro corpo-teatro, quello dell’attore Antonio Rezza, fatto a pezzi dalle scenografie di Flavia Mastrella, e del suo modo particolare di scatenare reazioni fisiche nei suoi spettatori, e di fare del teatro uno spazio di condivisione profondissima di energie e di emozioni (Paola Quarenghi), del corpo umiliato e denudato di Pippo Del Bono e del suo Bobo (Suzanne Fernandez), di corpi reali dei giocatori che vivono nei videogiochi come in mondi paralleli, con tutta la loro partecipazione emotiva (Marco Andreoli), dei Pink Floyd, grandioso corpo musicale, macchina scenica creata per nascondere i corpi (Gianni Pingue), per tornare alla narrazione, alla scena vuota, carica di immagini ritrovate e proiettate, dove risuonano le voci degli attori di Robert LePage nello spettacolo teatrale Lipsynch (Antonella Ottai).

Un esempio lampante di questa fusione biografica tra l’uomo e il suo spettacolo è descritto nel saggio che illustra la traiettoria mitica e disperata di Michael Jackson, analizza il suo corpo sfiancato e sbiancato, ridotto già a spettro sulla scena dei suoi ultimi spettacoli, corpo mostruoso destinato al sacrificio, come un solitario Minotauro, perso nel labirinto da lui stesso costruito (Katia Ippaso). Ma cosa hanno in comune gli artisti di ieri e di oggi, raccontati nella stessa raccolta, pur così lontani tra loro? Probabilmente il loro stare tra due o più mondi in modo non più oppositivo: in bilico tra il mondo dell’azione fisica e quello della scrittura, tra il testo e l’attore che lo incarna, ma anche tra natura e tecnologia, tra azione e percezione, in un percorso di ibridazione sempre più spinta tra elementi che in altri tempi erano considerati come assolutamente inconciliabili.

Un altro elemento emerge dalla visione complessiva proposta dal libro: tanto più lo spettacolo, grazie ai nuovi media, cerca strade tecnologicamente avanzate, quanto più appare evidente e necessario il suo scopo principale, la relazione tra l’attore e lo spettatore, attraverso un rapporto emotivo tra i due, fisico e mentale insieme, che entra a far parte a pieno titolo della scrittura scenica. Che peso ha in questa relazione la storia personale? Questi artisti, scavalcando i propri personaggi, vengono incontro agli spettatori, attraverso la verità tragica dei propri corpi. Cito dal libro: Il corpo dell’attore è da sempre al centro dello spettacolo, ma cosa succede quando, sullo schermo e in scena, al cinema al teatro ma anche in tv o ai concerti, la narrazione sostituisce al corpo i suoni e le immagini prodotti dalle nuove tecnologie? Sfuma ogni distinzione tra corpo materiale e virtuale, e davanti agli occhi dello spettatore scorrono visioni di corpi invivibili, svuotati, martoriati, eppure vibranti di energia.

L’aspetto più interessante del libro è nel suo vagare apparentemente casuale nel tempo e nello spazio, tra arti diverse, mettendo in relazione personaggi dell’altro secolo - grandi maestri, come il sempre luminoso Antonin Artaud, il grande artista polacco, Tadeusz Kantor, e l’altrettanto immortale Samuel Beckett - al localissimo Antonio Rezza, odierno giullare dello sberleffo e del nonsense, passando dal visivo delle arti, della televisione e dei videgiochi al sonoro musicale e teatrale, ricostruendo storie, vicende, atmosfere diverse, parti frammentarie di una stessa inchiesta indiziaria sul rapporto tra i corpi e le arti nel contemporaneo. I libro non parla direttamente e semplicemente dei corpi come strumento primo di lavoro degli attori e degli artisti, bensì della loro sparizione dalle scene, e ne cerca le tracce in quei corpi virtuali, narrati nei serial e nei videogiochi e maltrattati sulla scena artistica, ovvero di quello che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo, come recita il sottotitolo.

Interessante quesito, dopo il passaggio negli studi teatrali del pensiero sui Cso «corpi senza organi» e le apparizioni degli spettri, intravisti dai filosofi francesi che li hanno teorizzati proprio prendendo spunto da personaggi cardine della scena teatrale come Artaud e Amleto. Ogni saggio mette quindi al centro i corpi e li declina in modi vari e inaspettati, proponendo riflessioni che risultano come una serie di frammenti; solo alla fine della lettura emergono in modo evidente alcune connessioni, utili a rivelare come ogni discorso, analizzando aspetti diversi, faccia parte di un unico grande disegno: quello che vede il passaggio dal Corpo (con la maiuscola) dell’attore santo o biomeccanico delle avanguardie teatrali di ieri ai molteplici corpi di oggi, e l’abbandono della ricerca di uno Spettacolo che cambierà la vita del suo spettatore.

Il tutto è presentato sotto l’egida di Évelyne Grossman, curatrice delle opere di Antonin Artaud per l’editore Gallimard, che si interroga sui danni che le nuove tecnologie hanno apportato alla psiche dei nostri giovani. Nella sua prefazione le ipotesi che il libro rilancia e che riguardano lo spettacolo diventano facilmente applicabili alla realtà dei corpi fuori scena: un corpo svuotato dagli affetti è un corpo che non risponde alle sollecitazioni dell’arte, così il corpo virtuale che, nello spettacolo contemporaneo è spesso rappresentato come frantumato, svuotato dalle emozioni, disperato, sfiancato, si rivela lo specchio fedele dei corpi reali degli stessi suoi spettatori. Così il discorso si allarga ad uno scenario ancora più interessante, quello dei corpi invivibili nel mondo reale...

IL LIBRO
Out of order. Quel che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo
Maia Giacobbe Borelli (a cura di) con una prefazione di Évelyne Grossman
Autori: Marco Andreoli, Luigi Avantaggiato, Suzanne Fernandez, Maia G. Borelli, Guillaume Gesvret, Katia Ippaso, Antonella Ottai, Gianni Pingue e Paola Quarenghi
Bulzoni (2012), pp. 250
€ 20,00