Oxi. Il momento della verità

Francesca Coin

È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.

Il comunicato dell'Eurogruppo delle ore 16 del 27 Giugno, poi elegantemente commentato da Varoufakis sul suo blog, era chiaro: i diciotto ministri all'unanimità – cioè, senza il collega greco, in una forma eccezionale di unanimità, diciamo - hanno convenuto che la Grecia avesse rotto “unilateralmente” le trattative, concludendone che, a fine mese, cioé martedì, scadrà il programma d'assistenza alla Grecia, e con esso la possibilità per la Grecia di accedere all'assistenza europea oltre che ai proventi delle privatizzazioni e profitti Anfa e Smp. La reazione dei creditori all'ipotesi referedum in altre parole è stata scomposta, minacciosa, addirittura quasi onesta, come se quella parola proibita “re-fe-ren-dum” avesse innescato un desiderio di vendetta: se tu rivendichi la democrazia noi ti facciamo saltare le banche.

L'ha scritto Yanis Varoufakis, con la sua solita, spericolata aplomb. “La democrazia aveva bisogno di un incoraggiamento in Europa. L'abbiamo dato. Lasceremo decidere la popolazione. Ma fa sorridere quanto sembri radicale questo concetto!” L'aplomb di Varoufakis, quella stessa postura che gli è stata così spesso criticata, tradisce, infatti, un'ovvietà esplosiva: il fatto cioé che la democrazia non è affatto permessa, oggi. Anzi, la democrazia è proibita, e lo è in modo strutturale. Èquesta la verità proibita che i creditori cercano di occultare.

Vediamo cosa è successo negli ultimi giorni. Dopo la “sorpresa negativa” del referendum, per dirla con Dijsselbloem, ieri la Bce ha rilasciato un comunicato ufficiale. Era sull'Ela, il Programma di liquidità d'emergenza che la Bce fornisce alle banche greche. Il comunicato avvisava che in attesa di nuovi interventi, la Bce avrebbe lasciato il tetto dell'Ela inalterato. Inalterato significa due cose: primo, che la Bce intendeva dare un messaggio di normalità. Però, ed è il secondo punto, mantenere inalterata Ela in un contesto di crescente deflusso di capitali significa perpetuare una minaccia.

Siamo di nuovo al punto di prima: dietro quest'apparente normalità la finalità europea non è cambiata: il fine dell'Europa è e rimane destabilizzare la Grecia e possibilmente sostituirne il governo – ma in modo chirurgico e democratico. La risposta di Varoufakis, da questo punto di vista, è stata, al solito, spericolata e contro-intuitiva. Varoufakis ha fatto sapere a metà pomeriggio che non avrebbe posto capital controls in Grecia. Non avrebbe, in altre parole, introdotto controlli sulla circolazione dei capitali perché questi, parole sue, sono “incompatibili con il concetto di Europa”.

Si è sentito varie volte dire, in questi giorni, che i due uomini chiave di Syriza, Tsipras e Varoufakis, sarebbero ingenui. È stato detto che non hanno un piano B, questo e quello. Rigirata a cotante menti la critica di ingenuità sarebbe però troppo generosa. Quando Varoufakis dice che i controlli sui capitali sono “incompatibili con il concetto di Europa” dice che se l'Europa intende staccare la spina alle banche greche deve farlo in modo manifesto. Dice cioé che i creditori possono annientare la Grecia – in questi rapporti di forza possiamo realmente attenderci il contrario? - ma se vogliono farlo devono mostrare la loro vera faccia.

A che cosa sta pensando Syriza? Sicuramente a molte cose, ma tra queste alla divisione sociale, all'arretramento pauroso della consapevolezza collettiva rispetto alla radicalità di quanto sta avvenendo, a quella che Marazzi ha chiamato una sorta di “guerriglia semantica”, uno scontro di verità dietro al quale si cela un agguato.

Già in un recente articolo scritto insieme ad Andrea Fumagalli avevamo osservato come la Grecia avesse portato avanti le proprie negoziazioni a partire da una posizione di “debolezza coercitiva”, utilizzando cioè la posizione di debolezza del debitore per ricattare i creditori, spingendoli per quanto possibile a ristrutturare il debito greco a partire dalla constatazione che un default avrebbe avuto un effetto domino sugli stati che hanno concesso prestiti bilaterali potenzialmente innescando un evento creditizio sui Cdc. In questo gioco il collaterale del debito greco è la tenuta del sistema finanziario europeo nel suo complesso - l'ordine stesso del mondo per come l'abbiamo conosciuto negli ultimi quarant'anni. Ciò che la Grecia facendo, da questo punto di vista, è arditamente coraggioso: la Grecia sta usando il proprio corpo come esca per disvelare le volontà del creditore. In altre parole sta mettendo in gioco tutta se stesa – consapevole di non avere alternative.

L'hanno ammesso in tanti, in questi anni, incluse voci interne al FMI da Paulo Nogueira Batista al Mea Culpa di Strauss Kahn. La finalità dei creditori in Grecia non è mai stata salvare la Grecia. Come ha spiegato egregiamente Minenna, docente di finanza matematica alla Bocconi:se si ritiene che l’obiettivo della Troika fosse quello di risanare le finanze pubbliche e riportare il debito su una traiettoria sostenibile, si dovrebbe registrare una disfatta su tutta la linea”. Ma non questa è la prospettiva che dovremmo usare.

La verità è che il debito greco per taluni creditori è stato un affare. Sia nel primo che nel secondo salvataggio, il controvalore dei prestiti concessi alla Grecia è stato simile all'esposizione delle banche Francesi e tedesche prima, e poi anglo-americane, configurando il salvataggio del paese ellenico più propriamente come un processo strumentale al completo trasferimento del rischio sul debito greco dai grandi sistemi bancari ai contribuenti dell'Eurozona. La Grecia, da questo punto di vista, è il modello stesso del capitalismo finanziario odierno, un paese da cui estrarre la linfa, risorse, ricchezza, vita, capitale per il sistema finanziario, per quel minotauro globale che, secondo Varoufakis, dalla crisi del Fordismo negli anni Settanta si tiene in vita risucchiando la nostra.

Cosa dobbiamo attenderci, dunque, nei prossimi giorni. Certamente il tentativo di destabilizzare il governo greco con le armi della finanza minacciandone le banche e il governo nel tentativo – vitale per i creditori – di mantenere la Grecia in una condizione di sudditanza.

Syriza invece ha una carta sola in mano. L'unica carta che può realmente giocarsi è quella della ribellione e della solidarietà sociale. Sta a noi, adesso. Lasciare la Grecia sola o fare sì che da questa sofferenza emerga almeno una visione collettiva. Il cinque luglio non deve essere un referendum. Deve essere un'ovazione, una celebrazione, il volto stesso di una nuova Europa in erba.

Tre riflessioni sull’orlo dell’abisso

Franco Berardi Bifo

L’errore del 2005

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi come i democratici italiani hanno tradito le loro già pallide promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli intellettuali non si impegnano. Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non esistono più da almeno venti anni, a meno di considerare Bernard-Henri Levy un intellettuale mentre a me pare che si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.

Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra. Non so come andranno le elezioni. Le sorprese sono possibili perché il sentimento anti-razzista dei francesi potrebbe alla fine sottrarre al Front National la vittoria. Ma è improbabile. Solo il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 avrebbe potuto rappresentare le ragioni di un europeismo progressista, libertario, egualitario, ma il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 non ha più alcuna credibilità almeno a partire dal 2005.

In quell’anno i francesi (e anche gli olandesi) furono chiamati a votare su un referendum a favore o contro la Costituzione europea che rappresentava la definitiva torsione in senso liberista del progetto europeo. L’attenzione si concentrò sulla questione del mercato del lavoro: per il ceto politico europeo l’obiettivo era soggiogare definitivamente il lavoro e ridurne il costo sfruttando il vantaggio della globalizzazione del mercato del lavoro.

Ma i lavoratori francesi (e olandesi) compresero che il sì a quel referendum avrebbe sancito definitivamente la sottomissione del loro salario alle regole ferree del neo-liberismo: competizione feroce tra i lavoratori, riduzione costante del salario, aumento costante del tempo di lavoro. Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo.

È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva, e ha, la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro. Dopo il 2005 solo la destra ha finito per rappresentare la resistenza contro la violenza finanziaria. A partire del 2005 è così iniziata l’ascesa del nazionalismo, che si presenta come difesa nazionalista contro la dittatura finanziaria. I lavoratori francesi (e olandesi) sconfissero l’offensiva neoliberista con il sostegno delle forze nazionaliste e delle forze più retrograde del movimento operaio. Da quel momento in poi solo la destra è in grado di opporsi alla violenza finanziaria, al prezzo di un’altra violenza che rischia di inghiottire il continente.

Il futuro d’Europa

L’austerità ha devastato l’economia greca tanto quanto la sconfitta militare devastò la Germania dopo la prima guerra mondiale: il prodotto nazionale lordo greco è caduto del 26 per cento dal 2007 al 2013, mentre quello tedesco declinò del 29 per cento tra il 1913 e il 1919.

Così Paul Krugman in un articolo intitolato Weimar on the Aegean. Il Congresso di Versailles spinse la Germania in una situazione catastrofica e preparò la strada all’ascesa di Hitler. Il governo tedesco sta seguendo oggi esattamente la stesa direzione che condusse alla distruzione d’Europa. La vendetta della classe finanziaria contro il popolo greco è ingiustificata perché i greci non sono responsabili per i misfatti del sistema bancario. Spinta dagli zeloti dell’austerità l’Unione europea sta uccidendo se stessa.

La vittoria elettorale di Syriza ha aperto una prospettiva di discussione, ricontrattazione dei rapporti interni all’Unione e quindi di trasformazione dell’Unione. Il governo greco ha tentato di dare priorità al salvataggio umanitario, come è stato chiamato, ha tentato di attenuare il rigore austeritario. Per quanto possiamo giudicare, dopo la firma di un accordo il 20 febbraio, la strada verso una riduzione umanitaria del rigore finanziario è stata chiusa dagli zeloti dell’austerità. I pensionati greci possono morire di fame, la gente può essere cacciata di casa se non può pagare l’affitto, i lavoratori pubblici che sono stati licenziati dal governo Samaras non saranno riassunti. Non si possono mantenere le promesse perché l’ordine dell’algoritmo ha preso il sopravvento.

Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori. Penso che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta. Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è divenuta una parola ripugnante e ipocrita. Qualcuno del partito nazista di Alba dorata ha detto qualche settimana fa: “Adesso Syriza ci proverà e fallirà. Dopo verrà il nostro turno.”

Abbiamo il dovere intellettuale di riconoscere la realtà. Adesso è il turno della violenza scatenata del Finanzismo, e la sola opposizione al Finanzismo è il fascismo identitario. La sola opposizione all’ordine violento dell’austerità ordo-liberista è il disordine della destra che cresce in tutta Europa,e presto travolgerà gli argini, distruggendo l’Unione e scatenando in tutto il continente un’ondata di violenza razzista, e paradossalmente ultraliberista. Quando la matematica cancella il corpo, il corpo ritorna sotto orribili spoglie.

L’algoritmo finanziario non può comprendere la sensibilità, e la matematica non può comprendere l’imperfezione umana. La guerra verrà a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto. Dopo la sconfitta di Syriza, Jugoslavia ’90 è il futuro d’Europa.

Greci ed ebrei

In un articolo del 1918 scrive Carl Gustav Jung:

Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio. (Jung, Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la belva bionda (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la belva bionda provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa.

Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso. Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali, pigri, ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria.

E poi cosa gli accadrà? Saranno espulsi, gettati nell’isolamento e nella miseria, esposti alle furie dei mercati dopo l’impoverimento imposto dalla troika? E poi? Sopravviverà l’Unione alla punizione degli insolventi? Oppure l’Unione è condannata a crollare? Oppure quelli di Alba Dorata hanno ragione nel dire che Syriza sarà sconfitta (con l’aiuto della Merkel e di Draghi) e sarà finalmente il momento del nuovo fascismo, non in Grecia soltanto?

urgeurge/net

Europa significa ampio sguardo

Giacomo Pisani

La vittoria di Tsipras in Grecia e il successo crescente di Podemos in Spagna tirano in causa anche l’Italia. La vittoria di Syriza lancia una sfida all’Europa dei mercati e dell’austerity, aprendo un fronte internazionale che rimette al centro una politica dei diritti e della dignità, a partire dai processi di soggettivazione e dai conflitti territoriali che si sviluppano autonomamente nel tessuto sociale. Non si tratta di proporre aggiustamenti o di ammorbidire gli imperativi della troika. È necessario ripartire dalla materialità della vita, che sempre più preme alle porte di un mercato del lavoro che svilisce la dignità e cancella il futuro, per riprendersi diritti e costruire nuovi modelli di sviluppo e di cooperazione sociale. La vittoria di Tsipras non è la composizione astratta di un cartello elettorale, come molti in Italia si affrettano a fare in questi giorni, attraverso accordi di segreteria e apparenti aperture alla società civile.

Il successo greco parte dalle piazze, dai conflitti, dalla costruzione di pratiche sociali e di mutualismo per contrastare la crisi non attraverso le restrizioni e la negoziazione di diritti e possibilità, ma per mezzo della definizione di un immaginario comune di pratiche e di relazioni. Di fronte alle privatizzazioni, allo smantellamento del welfare e alla chiusura di scuole, ospedali e servizi, non c’è più da delegare ai poteri pubblici la tutela della dignità come pre-condizione dei diritti fondamentali delle persone. È proprio l’autorità pubblica, infatti, che ha sostenuto in questi anni l’espansione del mercato fino a subordinare l’assicurazione dei diritti fondamentali alle disponibilità finanziarie. Per questo sorge la necessità di ripensare le stesse istituzioni, attraverso un processo costituente che si nutra delle istanze dal basso e che faccia sintesi delle vertenze territoriali.

Anche Podemos nasce dal movimento degli Indignados e sintetizza una storia di lotte, facendola confluire entro una piattaforma organizzata. Veniamo dal basso, per sconfiggere l’alto. L’opposizione del basso contro l’alto è ricorrente e sostituisce quella della sinistra contro la destra, quella sinistra che ha sostenuto in questi anni la razionalità del mercato e la logica delle privatizzazioni, degli sgomberi, delle liberalizzazioni e degli sfratti.

L’eterogeneità della produzione, oggi, si coniuga con una divisione internazionale del lavoro che trasferisce il piano del conflitto a livello trans-nazionale. Il debito, imposto dalle logiche di finanziarizzazione dell’economia, diviene un dispositivo di disciplinamento delle popolazioni in varie parti del mondo. Uno dei pilastri del programma di Podemos in Spagna, è proprio il recupero della sovranità, non in senso nazionalista o identitario, ma attraverso un processo costituente che prenda le mosse dai bisogni e dai desideri dell’eterogeneità dei soggetti sfruttati. Dell’operaio cinese come della studentessa spagnola, del ricercatore italiano come dell’omosessuale.

Certamente anche in Italia si impone la necessità di una coalizione sociale, come la definisce Rodotà in questi giorni, che sappia trasferire il piano della rivendicazione sindacale entro una prospettiva politica costituente. L’affermazione di un welfare universale, di fronte allo smantellamento costante dei diritti sociali ad opera della troika, è la condizione imprescindibile per l’abilitazione dei soggetti ai diritti civili e politici e per dare a tutti la possibilità di autodeterminarsi.

Ma già il percorso dello sciopero sociale, negli scorsi mesi, ha segnato un orizzonte di elaborazione e di conflitto da cui non si può tornare indietro. In una fase in cui la precarietà e il ricatto lavorativo invadono sempre più l’esistenza e assoggettano la vita intera, mettendola al tempo stesso a valore, il conflitto deve tenere insieme la dimensione tradizionalmente sindacale e quella politica. Quando il neoliberismo fa leva sull’autovalorizzazione, sul continuo investimento sul proprio capitale umano, anche attraverso stage e tirocini non pagati, una coalizione sociale che tiene insieme una molteplicità di soggetti – dal precario all’operaio, dal lavoratore autonomo al ricercatore, dal migrante allo studente – supera il tranello della rivendicazione corporativa e comincia ad immaginare un orizzonte politico comune. In cui la libertà non sia indivisibile dalla proprietà e i diritti fondamentali, anziché essere negoziabili, trovino terreno fertile in una politica inclusiva di accesso a quei beni e servizi che ne favoriscono il riconoscimento sostanziale. L’Expo di Milano porta in scena il culmine dell’astrazione del lavoro e dello sfruttamento, attraverso tirocini e stage gratuiti o sottopagati, alimentandosi di quella classe precaria, spesso altamente scolarizzata, costretta a cedere a qualsiasi ricatto pur di accumulare titoli, arricchire il curriculum e sopravvivere.

È importante, allora, organizzare questa piattaforma e tradurla in un soggetto di lotta e di conflitto a lungo termine. Il secondo atto dello strike meeting, previsto a Roma per il 13-14-15 febbraio, va proprio in questa direzione. Non una coalizione elettorale elettorale, ma un processo costituente che parte dalle vertenze territoriali e dai bisogni reali per inserirli in una strategia politica. Un soggetto di movimento, che sfida le maglie del ricatto e dello sfruttamento per rimettere in moto desideri e passioni di una generazione ricca, propositiva, che può ribaltare le politiche delle restrizioni e delle passioni tristi. Non con la negazione, il rifiuto e la chiusura, ma con una spinta verso l’alto, che si appropria del linguaggio della creazione e della cooperazione per ridire il mondo.

La guerra di Tsipras

Roberto Ciccarelli

“L’Europa è lo spazio di una battaglia comune - disse Alexis Tsipras il 2 febbraio 2014 al teatro Valle, allora occupato, dove il leader di Syriza che oggi ha vinto le elezioni con il 36,3% dei voti apriva la campagna elettorale europea - Dobbiamo rompere il muro di vetro dogmatico del neoliberismo”.

Queste frasi generarono una seduta di training motivazionale nella platea italiana. Per due volte dal pubblico salì un moto di sfiducia in se stesso, nella sinistra, nell’Europa, nella vita. Quando Tsipras ribadì che per Syriza è stato fondamentale il patrimonio culturale dei comunisti italiani e della sinistra No Global, la platea rise istericamente. Tsipras provò a rassicurarla: «Nessuno è profeta in patria – disse - invece di autofustigarvi prendete le cose positive, andate avanti”. Ci furono applausi non troppo convinti. Le cose positive le ha prese Syriza, mentre in Italia la mancanza di politica continua a generare mostri.

Contro il sovranismo e il nazionalismo
L'aneddoto restituisce una visione politica difficilmente applicabile in Italia, ma operativa nel resto del continente. La vittoria di Syriza si spiega con la proposta di un nuovo spazio politico in Europa. Né liberale, né socialdemocratico, tale spazio non è mai esistito dalla creazione dell’Europa unita a oggi. L’affermazione di Podemos in Spagna alle elezioni di novembre potrebbe rafforzarlo.

Tale spazio è antitetico rispetto a quello delle destre xenofobe e nazionalistiche che hanno cercato di intestarsi questa vittoria anti-austerity. Nel prossimo biennio l'Europa verrà squassata da un'alta volatilità politica che potrebbe rovesciare il bipolarismo connivente tra socialisti e democristiani, aprendo a due opzioni: le destre sovraniste contro l'europeismo politico delle nuove sinistre. Questo conflitto si spiega con la caduta rovinosa del pactum sceleris tra l’Europa conservatrice e quella socialdemocratica in nome del neoliberismo e dell’austerità. Resta da capire quale sblocco avrà la crisi: se a destra o a sinistra. O resterà fermo, paranoicamente, al centro.

Prima di arrivare alla definizione di un simile campo, c'è da capire come si comporterà Syriza a cui sono mancati due seggi per raggiungere la maggioranza assoluta. In maniera spregiudicata, Tsipras si è alleato con la destra anti-austerity di Anel per ottenere la massima unità sul tema del debito, forse a discapito delle questioni sociali o dell'immigrazione. Tsipras punta sulla sua forza elettorale, anche se non è escluso che gli equilibri parlamentari potranno cambiare. A causa dell'esito del voto, questo nuovo spazio politico resta in gestazione, anche se la vittoria di Syriza ne ha rivelato i lineamenti decisi.

Quando l'austerità è una guerra
Il progetto di Syriza resta minoritario, ma dimostra un potenziale di crescita. Al momento le proposte di Tsipras restano compatibiliste e finalizzate alla ricostruzione di un legame tra capitalismo e democrazia. Più in là, non può andare, né forse vuole andare. Tuttavia, la paradossale debolezza di Syriza apre già oggi uno spiraglio impensabile in Europa. Il suo tentativo andrebbe sostenuto tatticamente per rafforzare un’alleanza politica contro l’Europa germanizzata e contro l'estremismo centrista e liberista di partiti come il Pd in Italia.

Se l’”austerità è una guerra”, dice Tsipras, e il primo fronte è quello dei “paesi dell’Europa del sud”, allora questa guerra va combattuta. Non è detto che il suo esito porterà ad un nuovo patto tra il capitalismo e la democrazia in nome di un riscoperto neokeynesismo. Una soluzione economica tutta ancora da inventare, in realtà. La crisi ha spostato la produttività del capitalismo verso la finanza, lasciando macerie nella realtà. E nessuna risorsa per lo Stato sociale.

Tra mille difficoltà Syriza potrebbe rappresentare il primo passo verso ipotesi più radicali di governo in Europa. Ma tutto questo è prematuro e forse non ci sarà mai una risposta. In compenso, dopo i primi cinque anni di guerra, Tsipras ha in registrato due punti contro il social-liberismo e il nazionalismo sovranista di sinistra che nel 2004 affossò il referendum sulla Costituzione europea. Non che oggi essa vada difesa, anche perché le critiche al suo impianto neoliberista erano, e sono, ragionevoli.

È lo scenario ad essere cambiato. Così lo ha descritto Tsipras: con la crisi l’Europa è diventata lo spazio della lotta di classe, sociale ed economica, il campo privilegiato per cambiare gli equilibri a favore di chi lavora, di chi è precario o disoccupato. La guerra che combattiamo non è tra gli Stati o tra i popoli tornando alla svalutazione competitiva delle monete nazionali. È contro i banchieri e il capitale finanziario. Per questo dobbiamo cambiare la costituzione politica e materiale dell’Europa”.

I soggetti della lotta di classe
Con quali soggetti condurrà questa lotta di classe per una nuova costituzione europea? Non con i comunisti del KKE che hanno impedito la formazione di un governo di sinistra in Grecia. Per loro quello di Tsipras è un tentativo “neo-capitalista” e “pro-euro”. Sono scenari, e disastri, già visti in Europa.

Il giornalista del Guardian Paul Mason segnala che la crisi ha generato in Grecia (e non solo in Grecia) nuove classi sociali. Il voto a Syriza è infatti trasversale. Ci sono i poveri e i disoccupati, il ceto medio, e poi una generazione ispirata alla “fiducia in se stessi, alla creatività, alla propensione a trattare la vita come un esperimento”. È la generazione senza futuro. Sulle sue spalle gli oligarchi hanno scaricato il peso dell'austerità che non intendono pagare. Il voto a Syriza è una rappresaglia contro la loro corruzione. L'appello ai ricercatori e alla Grecia della creatività, rivolto da Tsipras nel discorso di domenica 25 gennaio, è rivelatore.

Questa è anche la base della nuova economia sociale che si è affermata in Grecia. Comprende il mutualismo dei gruppi di acquisto, delle cooperative, dell'economia della condivisione e del cowork (Impact Hub promuove impresa sociale e l'innovazione). È a questo quinto stato che si rivolgono esperienze di autorganizzazione come la rete Solidarity for All. Un modello ricavato dalla Piattaforma degli Ipotecati in Spagna che ha lanciato una campagna anti-sfratti, sgomberi e pignoramenti. Poi ci sono le esperienze di mutualismo sui medicinali, le mense popolari, le fabbriche recuperate, il commercio dei prodotti alimentari in circuiti auto-gestiti. Tutto questo non fa una classe in sè, ma è parte di un esperimento fondato su pratiche emergenti, dal basso verso l'alto.

Come far durare un movimento?
Per esistere Syriza dovrà coesistere con questi movimenti, tutelando la loro autonomia fino al punto di scontrarsi. Senza il movimento la sua debolezza politica travolgerà il governo di Tsipras. Pur con una base militante limitata (30 mila iscritti) Syriza vuole unire la resistenza dal basso con le lotte dei lavoratori e dei precari, i movimenti di solidarietà, il mutualismo e l'economia della condivisione creati nell’ultimo terribile quinquennio. Per resistere, queste pratiche vanno strutturate e politicizzate in organismi autonomi sostengono i loro protagonisti.

Si sta parlando di pratiche istituenti, quelle descritte dal filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. L'autore de L’istituzione immaginaria della società sosteneva che il sociale non significa molte persone. E il politico non è l’istanza verticale che serve a decidere. La ricchezza della “società civile” non viene sintetizzata nella persona unica del sovrano. Syriza, come Podemos in Spagna, non occupano il posto al vertice e non governano lo spontaneismo delle masse. La miseria della sinistra europea sta nell’ostinata riduzione della politica alla psicologia collettiva, mentre il progetto di Syriza, e domani di Podemos, non è il risultato della connessione sentimentale tra un Capo (o un “ceto dirigente”) e le masse.

Il progetto di Tsipras è invece basato sull’istituzione. Tutto parte dalle pratiche che formano regole le quali costituiscono organi collettivi che modificano comportamenti individuali. Poi c’è la creazione di circuiti e flussi che attraversano forme politiche nelle quale singoli e gruppi riversano la propria volontà di esistere e si riconoscono in base alle azioni e ai rispettivi benefici. Parliamo di istituzioni auto-governate che generano decisioni politiche. Sono ricavate da una ricostruzione microfisica di un tessuto sociale all’interno di uno spazio politico aperto sul futuro non determinato.

Questo sporgersi sull’ignoto consiste nel tentativo di ripopolare dispositivi che sembravano desueti: innanzitutto il mutualismo, riemerso dopo 70 anni di Stato sociale, 40 di neoliberismo, 5 di austerità. Al governo di Syriza spetta il compito di riconoscerlo.