Susan Sontag, la disciplina del marginale

susan_sontagRaffaella D’Elia

«Cosa mi fa sentire forte?», si chiedeva Susan Sontag in una pagina del suo diario. Per rispondersi: «Essere innamorata e lavorare». Così ribadendo la propria fedeltà alle «fervide esaltazioni della mente». È questo un passaggio centrale, che si riannoda a diversi altri nel libro-intervista «su amore, dolore e scrittura» pubblicato da Jonathan Cott nel 2013, e ora proposto dal Saggiatore. L’impegno e la fiducia nella parola scritta sono per Sontag qualcosa da rinsaldare e rendere vivi in maniera costante, quasi come un bisogno primario da assolvere, da soddisfare. Il nucleo che emerge da questo lavoro si situa proprio laddove il laboratorio sulla scrittura, la necessità di affidarsi alla fotografia come viatico per purificare la visione, raggiunge livelli di rigore, intransigenza e improntitudine che lasciano tracce nette nella vita quotidiana.

Il profilo dell’autrice di Contro l’interpretazione e Sulla fotografia si conferma improntato a valori quali necessità, urgenza, impegno. Trovano, queste tracce scritte, una corrispondenza incandescente nell’esistenza di Sontag, laddove l’interesse per il lavoro muta in impegno verso il lavoro stesso e quindi nel proprio condursi nel mondo, nella vita. Il mestiere di scrittrice, le scelte che questo ha comportato nella vita, la violenza con cui l’arte in un certo senso strappa alla vita, e insieme il movimento con cui la vita si rende terra esplorabile anche attraverso l’arte e la visione, trovano qui risposte significative: «arriva il momento in cui occorre riconoscere che non si sta più posticipando qualcosa, e che una scelta è stata fatta», si legge ad un certo punto. Ma una scelta è stata quella di Sontag, anche quando la perentorietà di una condizione e posizione ancora non si annunciava, ma l’istinto umano e artistico la conduceva proprio verso quelle che sarebbero, poi, state riconosciute come prospettive nitide, e vivide. Per chi definiva la sua biblioteca di ottomila volumi «il mio sistema di recupero» e «l’archivio dei miei desideri», l’approdo a uno sguardo lucido e comprensivo sulla realtà arriva come una evidenza, quasi un piccolo miracolo capace di restituire (rendere) alla realtà ciò che le spetta, nulla di più e nulla di meno: «Tutto in questa società – nel nostro modo di vivere – cospira per eliminare qualunque cosa superi il livello dei sentimenti più elementari. Non c’è più quel senso del sacro o della trascendenza di cui, in una forma o nell’altra, gli uomini hanno sempre parlato sin da quando hanno cominciato a riflettere».

In un mondo in cui, come lei sostiene, una spiritualità artificiosa viene sempre più spesso collegata alla malattia e all’arte, Sontag demolisce questa coazione a ripetere anche a partire dall’esperienza vissuta in prima persona, quell’operazione chirurgica a cui ha fatto seguito una chemioterapia (e travasata in Malattia come metafora): «Non c’era bisogno di attribuire tutto ciò alla malattia, perché vi erano altri tipi di situazioni – inventate, istituzionalizzate e ritualizzate nel corso dei secoli […]. Oggi ci resta ben poco: i due fenomeni che associamo alla spiritualità, dopo il tracollo della fede religiosa, sono l’arte e la malattia».

La lungimiranza e il rovesciamento, tipici dello sguardo di Sontag, si aprono anche al concetto di marginalità, rinsaldato – nei brani dedicati alla relazione sentimentale e alla stessa malattia – dal senso di responsabilità, di cui il titolo è ulteriore testimonianza: «chi ha detto che c’è qualcosa di sbagliato nell’emarginarsi? Io credo che il mondo dovrebbe proteggere le persone marginali». E ancora: «Sono anche consapevole, ovviamente, che non possiamo tutti optare per la marginalità – la maggior parte di noi deve scegliere una forma centrale di esistenza. Ma perché, invece di diventare sempre più burocratizzati, standardizzati, oppressivi e autoritari, non permettiamo a un numero sempre maggiore di individui di essere liberi?»

Ciò che colpisce, in prima e ultima battuta, è il sigillo con cui Sontag esamina ciò che esamina, lo sfondo emotivo e razionale che c’è prima e dopo ogni sua analisi, descrizione, indagine, tanto più calata nella realtà (anche politica, anche strettamente contingente, e storica appunto) quanto più, e a dirlo è lei stessa, lo sguardo si muove un passo indietro (un passo avanti) rispetto al panorama in visione: «Credo che occorra un’enorme disciplina e che la vocazione dello scrittore, al pari di quella del pittore, sia profondamente asociale».

Una forma potentissima di autentica prassi rivoluzionaria, capace di coniugare un raffinato senso della realtà e di adoperarne le possibilità, nel segno di una sfida personale e artistica continuamente sollecitata e rinnovata.

Susan Sontag

Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott

traduzione di Paolo Dilonardo

il Saggiatore, 2016, 163 pp., € 20

Sulla home page di Alfabeta2 Antonio Rezza in Basta Cani di Nanni Balestrini

Regarding Susan Sontag

Valerio De Simone

Era il 28 dicembre del 2004 quando Susan Sontag, in seguito alle complicazioni della sindrome mielodisplasica, si spegneva in ospedale dopo una lunga battaglia. Anche nel momento del trapasso, la Sontag è riuscita a ispirare due nuove opere profondamente differenti: la serie di fotografie scattate dalla sua compagna Annie Leibovitz (presenti in Fotografie di una vita 1990-2005) che ripercorrono la malattia e la morte della scrittrice e il libro Senza consolazione di David Rieff, figlio della Sontag.

E proprio in questi giorni così vicini al decimo anniversario della scomparsa, le immagini dei terroristi fondamentalisti islamici che assaltano e trucidano la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo ci ricordano l'ultimo saggio scritto dalla Sontag, Davanti al dolore degli altri, analisi condotta sulle fotografie di guerra e sul loro influsso sugli spettatori.

Ma a riportare alle cronache il pensiero sontaghiano è il recentissimo documentario Regarding Susan Sontag di Nancy Kates. L'opera, prodotta dall'emittente televisiva statunitense HBO e narrata dall'attrice Patricia Clarkson, ha un intento preciso: ricostruire la vita e il pensiero della Sontag in maniera non agiografica né santificatrice ma realistica, soffermandosi in particolar modo sull'aspetto umano.

Seguendo, tendenzialmente, una linea cronologica, il documentario, facendo riferimento ai suoi diari Reborn: Early diaries 1947- 1963 e As consciousness is Harnessed to flesh: Diaries 1964-1980 (sfortunatamente entrambi inediti in Italia), presenta Susan come una ragazza precoce intenta a voler fare ingresso nel mondo adulto il più presto possibile.

Infatti a quindici anni si iscrive all'università, a diciassette convola a nozze con il professore universitario Philip Rieff e a diciannove da alla luce il suo unico figlio, David Rieff. Ma presto Sontag scopre che la vita matrimoniale non fa per lei, dopo il divorzio si trasferisce a Parigi per proseguire i suoi studi e inizia una relazione con la compagna di università Harriet Sohmers Zwerling. E proprio a proposito della scoperta, in età adolescenziale, dalle sue pulsioni omosessuali che Susan Sontag riscoprirà se stessa "tutto ha inizio da ora. Sono rinata".

Nel documentario di Nancy Kates, la bisessualità della Sontag viene analizzata senza alcun elemento di malizia o desiderio morboso scandalistico, ma evidenziandola come parte integrante della sua vita, inscindibile dalla sua formazione e dalla attività creativa. Tra i suoi amori si annoverano la commediografa cubana Maria Irene Fornès, l'attrice francese Nicolé Stephane, la coreografa Lucinda Childs e il pittore americano Jasper Johns. Eppure nonostante il numero delle relazioni proprio una delle sue compagne, l'accademica Eva Kollische, parlando del legame con la Sontag la definisce "una persona poco sensibile".

Con l'arrivo degli anni Sessanta, l'autrice acquista fama soprattutto grazie alla pubblicazione del volume Contro l'interpretazione (1966), raccolta eterogenea di saggi avanguardisti come L'immagine del disastro breve, ma dettagliata analisi dei film di fantascienza americani degli anni Cinquanta. La scrittrice americana, figura di spicco della sinistra radicale americana, sostiene che tutte le sue azioni sono politiche e le sue opere ne sono una prova evidente. Pensiamo alla provocatoria e profonda affermazione "la razza bianca è il cancro della storia umana" in cui anticipa i cosiddetti Whiteness studies.

Oltre ad affrontare questioni razziali, Sontag si confronta anche con il suo essere donna arrivando, nuovamente in anticipo con i tempi, a decostruire i concetti di donna e di femminilità definendoli rappresentazioni teatrali. Nonostante fosse emblema di donna emancipata, libera e indipendente Susan Sontag non si lega apertamente al movimento femminista pur sostenendo di essere "una militante femminista, ma non non una femminista militante".

Differentemente dallo stereotipo dell'intellettuale salottiero, la scrittrice di Malattia come metafora ha condotto in prima linea battaglie politiche progressiste: dal suo impegno nella lotta contro la guerra nel Vietnam, culminato con il suo arresto, fino al soggiorno a Sarajevo durante la guerra nell'ex Jugoslavia (documentato da alcuni scatti memorabili della Leibovitz) nel quale diresse un adattamento della piéces Aspettando Godot.

Saggista, romanziera, guardiana della cultura popolare e da questa omaggiata (da Andy Warhol fino a film quali Bull Durham e Gremlins 2), regista di film d'avanguardia (Una tarantola dalla pelle calda,1969) di documentari (Promised Land,1974), ma anche attrice, in Il triangolo circolare (Pierre Kast,1964) come ricorda l'accademico Noël Burch ex assistente del regista, in Ultimo tango a Parigi (Bernardo Bertolucci,1972) e in Zelig (1983) di Woody Allen.

Anche l'Italia, paese cui l'autrice era profondamente legata tanto da ambientarci uno dei suoi più famosi romanzi L'amante del vulcano, in occasione del decimo anniversario della sua morte ha deciso di renderle omaggio, la città di Bari intitolerà alla sua memoria una piazza. Speriamo sia l'inizio di una riscoperta delle opere della Sontag ormai quasi tutte fuori catalogo.