La televisione secondo Eco, storie di guerriglia semiologica

Tiziana Migliore

Un particolare registro discorsivo permea la raccolta di scritti di Umberto Eco Sulla televisione a cura di Gianfranco Marrone: è l’umorismo. Insieme al far chiarezza in un linguaggio limpido, ragione dell’apprezzamento da parte di ampie fasce di pubblico, la cifra di Eco è uno humour irresistibile. Il suo interesse per le proprietà contagiose e distensive della risata è noto, mosso dall’esigenza di tenere alto il discorso senza sottrargli lo spirito. E sul riso che accanto al falso è la via di accesso alla verità ruota il mistero del Nome della rosa.

In queste analisi della televisione, dal 1956 al 2015, l’umorismo nasce dalle forme stesse, che nella scatola televisiva all’inizio apparivano comiche; è anche un “ridere con”, un ammiccare al lettore per costruire adesione al proprio discorso – vedi già Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961); e diventa nel tempo un umorismo pirandelliano, venato di compassione fino al sarcasmo, da “Corrado e il paese reale” (1995) in poi. Eco aveva scommesso sulla tv come strumento educativo e visto affermarsi invece il realytismo, che promuove la trivialità. Deluso, ha però continuato a dire: “non spegnete la tv, accendete la libertà creativa”.

Funzionario della RAI, Eco ha coltivato il pensiero del pubblico. Lega la sua “professionalità” a “un’organizzazione della presa di parola, a una capacità di affrontare e discutere nuove soluzioni” per la formazione del pubblico. E invita a fare controinformazione e “guerriglia semiologica” rispetto a notizie false, capziose, distorte o irregimentate. Un lungo saggio della raccolta è dedicato alla critica (“Per una definizione della critica televisiva”, 1972), perché sia descrittiva e inventiva: deve spiegare come un’opera funzioni e attivare l’immaginazione e l’intelligenza, ma esprimendo giudizi di valore. La tv permette a Eco di comprendere i mutamenti di coscienza collettiva. Come? Sotto forma di atteggiamenti ricettivi che i programmi prospettano. Nella tv, infatti, un linguaggio delle immagini, una “iconosfera” meno intensa di quella cinematografica ma più insistente e continua, plasma l’individuo e orienta le condotte. La visione televisiva, secondo Eco, agisce per via sensoriale e in simultaneità, comportando già prima di Internet la perdita del senso storico.

Da questi saggi si scopre come è cambiato l’immaginario del popolo italiano. Se in un primo tempo gli si faceva desiderare di essere Superman, di proiettarsi in Kirk Douglas, presto il modello diventa l’everyman, l’uomo mediocre, che neo-tv e realytismo ingloberanno nella scena televisiva, esaltandone i limiti e simulandone poi il superamento, con i talent show. Nella coscienza dell’uomo si forma l’idea che la visibilità è “il bene primario, più importante del sesso e del denaro”, da perseguire anche a scapito della privacy. E per essere visibili non serve eccellere in alcune qualità – essere il migliore ballerino, la migliore conduttrice, per esempio; basta suscitare chiacchiere. Di qui l’amara constatazione riassunta in uno degli articoli più belli, “Perché scannarsi per la tv” (1993): gli atteggiamenti ricettivi hanno non solo disatteso, ma rovesciato i programmi di educazione della paleotv.

L’invadenza della tv nelle case degli italiani oggi è superata e l’invasione degli italiani in tv è la norma, tanto che viceversa i personaggi televisivi entrano nella vita reale (Gianfranco Marrone, Storia di Montalbano, Edizioni Museo Pasqualino 2018). E curiosamente risorge l’educativo: le serie, che soddisfano il “bisogno infantile del ritornello”, di essere nutriti e quindi di affezionarci alla ripetizione (“L’innovazione nel seriale”, 1985), formano e richiedono spettatori sempre più competenti; Montalbano ha un’audience più alta del Grande fratello e Alberto Angela supera lo share di ascolti dell’Isola. La tv post Internet un servizio pubblico?

Umberto Eco

Sulla televisione

a cura di Gianfranco Marrone

La Nave di Teseo 2019