Nello Stato dei suicidi

Paolo B. Vernaglione

Il 9 a Macomer un falegname si toglie la vita nella sua segheria e a Siracusa un commerciante si impicca con un filo di nylon. Il 10 a Ortelli un imprenditore edile si spara un colpo di fucile. Il 15 a Santa Croce sull’Arno il titolare di un’azienda di prodotti chimici è stato trovato morto nella sua ditta. Il 17 a Torino, un muratore si è impiccato con un cavo elettrico in cantina. Il 22 a Bologna un uomo è stato trovato senza vita nella sua casa: aspettava l’ufficiale giudiziario. A Milano due amici, uno facoltoso, l’altro disoccupato, si sono uccisi con un sacchetto di plastica in testa e una bombola di gas aperta. L’elenco dei suicidi di aprile si è aperto con la morte dei coniugi di Civitanova Marche, a cui, in clima di pre-elezione del Presidente della Repubblica, i media hanno dato un certo risalto.

Puntuale, scontata e accattivante la notizia dei suicidi per debiti si accompagna all’inevitabile commento: “Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi”. Ciò che si comprende è il dato di fatto in cui si colloca il suicidio: per debiti. Ma l’apparenza inganna e l’atto estremo che la natura compie nel rivendicare sé alla vita, scarta la sociologia industriale e la psicologia individuale. Gli è che l’inspiegabile, in questo torno di tempo si è fatto evidente, al punto da torcersi nella molteplicità di ragioni che lo dettano: l’insolvenza, lo Stato debitore, la precarietà, l’ingiustizia sociale a livelli di guardia, il putrescente profilo della politica… lo dettano ma appunto, non spiegano alcunché dello Stato dei suicidi che ha sostituito i “suicidi” di Stato che avevano punteggiato la Prima Repubblica, da Pinelli a Tangentopoli.

Perché il grumo di possibili cause del togliersi la vita, la cui ragione rimane comunque incausata è probabile che non risiedano nell’espressione ambientale in cui matura il proposito, più che nella devastazione esistenziale in cui versa un’interiorità rivelata.
È probabile invece che l’uscita d’emergenza dalla stretta del patto di stabilità delle vite testimoni una resistenza in cui la negazione di sé diviene un’affermazione. L’incomprensibile accade infatti nella zona di neutralizzazione in cui si costituisce la nuda vita – nella variante indicata tempo fa da Giorgio Agamben, cioè come vita non sacrificabile ma uccidibile. Infatti il suicida non è il capro espiatorio che allude ad una passività mitologica dell’essere umano, bensì il soggetto di un’estremistica attività in cui si mobilita l’intera natura umana.

Ciò dipende forse dalla stratificazione generazionale di un dispositivo di mercificazione dell’esistenza, che, dagli anni della sig.ra Tatcher, si innesta nella nuda vita, realizzando un mutamento antropologico di cui oggi apprezziamo, per effetto della crisi, la moltiplicazione. Freud aveva tematizzato l’abolizione della facoltà di linguaggio e dell’orizzonte simbolico laddove si verifica un disimpasto delle pulsioni, cioè quando la pulsione eros si allontana in maniera asintotica dalla morte quotidiana chiamata reale.

In quel punto la potenzialità dell’animale umano, che ne caratterizza il profilo specie specifico, la facoltà di linguaggio, si scioglie dalla prassi dei concreti atti di parola e diviene astratta legge di formazione, sovrumana e inaccessibile; un modello inarrivabile di “umanità”, una divinità a cui non si resiste. Effetto di ciò è la caduta di un orizzonte di relazione, un’incapacità a pronunciarsi, a raccontarsi. D’altra parte il suicidio per debiti non si aggiunge ad una clinica dell’autodistruzione (anoressia, bulimia, dipendenze, soggetti panicati), in cui un soggetto porta inscritta nel corpo la facoltà propriamente umana di linguaggio. Il suicida vive infatti per natura, cioè la sua storia, nell’assenza di autonarrazione.

Ciò paradossalmente carica il suicidio di una rivendicazione radicale di esistenza, da rovesciare, quale ultima chance di contrasto, sul dispositivo di mutazione della vita costituito dal debito. Nell’indifferenza di esteriorità e interiorità, in cui non è più questione di consapevolezza, riflessione, cooperazione, che divengono ingiunzioni da tutori dell’ordine morale e del “rispetto delle regole”, il suicida scopre il vero senso della vita, che gli si para davanti senza veli – come autoproduzione di mercificazione, come apparato della “cura di sé”, come prassi di soggettivazione. Non si tratta allora di un istante irrazionale in cui si distrugge una intera vita, bensì dell’evento più razionale possibile, che accade però nel buco nero di un’individualità intemporale e senza luogo.

In quello spazio senza dimensioni, divenuto quotidiano, si dispone un ferreo rigore esistenziale da cui non c’è scampo. Se il reale è il luogo in cui si torna, qui esso è il buco nero in cui non è questione di articolare parola, dislocare un immaginario; bensì di vivere in un vortice in cui si riconosce un destino, in cui come scrisse Walter Benjamin, il tuo carattere è compreso. Non puoi che farla finita. Nello Stato presidenziale dei suicidi.

Modesta proposta a proposito dei suicidi

Augusto Illuminati

Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. In questo senso sarebbero raffrontabili al comportamento di alcune tribù semi-umane che vanno al disastro per scelte cieche, pensiamo ai leghisti della Brianza o ai pieddini alle primarie e al ballottaggio di Palermo.

Nella decisione individuale al suicidio si manifesta, in negativo, l’indeterminata unfitness umana all’ambiente e la possibilità di rapporti plurimi con un «mondo». La dissonanza cognitiva con il mondo, fra aspettative legittime e suo andamento reale o percepito, è l’anomia che Durkheim riteneva lo sfondo storico-naturale del suicidio. Vi rientrano molte considerazioni personali difficilmente identificabili da un osservatore esterno, che dunque deve mostrar loro pietà e rispetto, riconducendole a quell’esser vinti da cause esterne e così indotti a scegliere un male minore in confronto a uno maggiore, di cui parla Spinoza, Ethica IV, pr. 20, sch. Fino all’ammirato consenso in alcuni casi storici: vittime della tirannide, gesti pubblici di protesta, ma anche rifiuto di un’estrema medicalizzazione. Da Seneca a Bobby Sands, da Deleuze a Monicelli. In altri casi constatiamo che la barca dell’amore si è infranta sulla vita.

L’ondata di suicidi oggi concomitante con la crisi mostra invece, a livello di gruppi sociali (imprenditori in difficoltà, lavoratori precari e disoccupati cronici, tartassati dal fisco) e facendo la tara sulle fragilità psicologiche e sugli effetti di emulazione, il nesso micidiale fra indebitamento e colpevolizzazione che fa dell’homme endetté la figura centrale dell’economia e delle pratiche sociali del neoliberismo finanziario globale. Finché le cose vanno bene, l’indebitamento produce ricchezza per i signori della finanza, rischio e rapido degrado per gli indebitati. Quando le cose cominciano ad andar male, i finanzieri e i loro reggicoda pubblicitari (nel mondo accademico e professionale si chiamano: economisti) rastrellano bonus e si tirano indietro, e quelli che non hanno più credito ma solo debiti e mutui da rimborsare e tasse da pagare stanno alla fame, loro e le loro famiglie.

Stranamente, i primi non saltano giù dai grattacieli vecchiotti di Wall Street, della City e da quelli postmoderni di Pudong, mentre ad ammazzarsi sono artigiani-imprenditori veneti, precari e disoccupati assortiti, impiegati «in mobilità» di Telecom France, operai stremati della Foxconn. E, se non si ammazzano, sprecano la loro carica di violenza non dirigendola più contro se stessi ma scegliendo altre persone solo simbolicamente responsabili dello stato di cose che induce al suicidio: sequestri di impiegati di Equitalia, gambizzazioni di dirigenti inquinatori o tagliateste, bombette varie...

Ci piacerebbe persuadere suicidi e shahid a trattenersi, ad adottare altre forme collettive di resistenza e protesta. Ci piacerebbe altresì incoraggiare i veri responsabili a togliersi di mezzo, in senso proprio o figurato (mi sento buono stamani). I dirigenti delle banche fallite o salvate con i soldi pubblici, che hanno scaricato i debiti sui clienti e sugli Stati (dunque sui contribuenti). I dirigenti delle banche prospere, che evidentemente sono riusciti a dissanguare clienti, imprese e bilanci statali senza finire in rosso. Gli economisti accademici e mediatici, singoli e in coppie gemellari (Giavazzi-Alesina, Alesina-Ichino, Ichino 1 e 2), che hanno proclamato per decenni l’homo oeconimicus imprenditore di se stesso e adesso invece i sacrifici lacrime & sangue, che hanno lodato le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale e, per l’Italia, hanno detto prima che la crisi non c’era, poi che era meno grave del resto d’Europa, infine che c’è, è gravissima e quindi occorre fronteggiarla abbassando i salari, tagliando e procrastinando le pensioni, precarizzando il lavoro, togliendo le tutele sui licenziamenti e la maternità. I giornalisti specializzati che hanno suggerito l’acquisto dei bond Cirio, Parmalat, argentini, che hanno spiegato come farsi una pensione integrativa con i fondi privati.

I governanti che hanno gioiosamente applicato tutte le indicazioni di cui sopra, i parlamentari di maggioranza e di opposizione che, con commovente simultaneità, difendono i loro sozzi privilegi, i rimborsi zombies e l’impunità giudiziaria, mentre introducono unanimi in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, ovvero la messa fuori legge delle opzioni keynesiane. Una media di tre suicidi al giorno di povera gente mi sembra eccessiva. Una media di zero suicidi nel ceto politico-giornalistico-finanziario mi sembra troppo esigua.

Piazza maggiore, all’inizio del secondo decennio

Franco Berardi Bifo

Fin dal tredicesimo secolo la piazza di Bologna è un posto politicamente significativo, quindi bene ha fatto la FIOM a sceglierla per iniziare una nuova fase e per anticipare lo sciopero nazionale dei metalmeccanici che avrà luogo domani. Si comincia con uno sciopero pienamente riuscito in tutte le fabbriche metal meccaniche della regione (percentuali che stanno intorno all’85%) un corteo di cinquantamila e forse più, una partecipazione studentesca imponente. Vedremo domani cosa accade in tutto il paese, ma un paio di cose ormai possiamo dirle.

La prima è che i metalmeccanici, come altre volte nei decenni passati, sono avanguardia culturale di un paese senza democrazia. La seconda è che ora la questione del lavoro diventa quella centrale sulla scena italiana, e l’era dei governi di mafia si avvia alla conclusione. Leggi tutto "Piazza maggiore, all’inizio del secondo decennio"

Effetto Werther ed effetto Papageno

Marzio Barbagli

Nei primi mesi del 2012, nei media italiani, si fece prepotentemente strada l’idea che nel nostro paese fosse in corso un’epidemia di suicidi provocata dalla crisi economica. Tutti i giornali e tutti i canali televisivi iniziarono a dare sempre più spazio alle notizie dei piccoli imprenditori, dei commercianti o dei disoccupati che si toglievano la vita, senza tralasciare neppure i più impressionanti e tristi dettagli.

Talvolta, i telegiornali si aprivano con queste notizie e i quotidiani le presentavano in prima pagina. Questa tragica epidemia divenne subito oggetto di polemica politica. “Lei ce li ha sulla coscienza questi suicidi”, disse il 4 aprile di quell’anno, rivolgendosi al presidente del consiglio, Mario Monti, l’on. Antonio di Pietro, in un suo intervento alla Camera dei deputati. E molti pensarono che le cose stessero realmente così, pochi giorni dopo, quando la CGIA di Mestre, analizzando i dati dei suicidi rilevati dalle forze dell’ordine, mostrò che, dal 2008 al 2010, quelli “per motivi economici” erano aumentati, passando da 150 a 187. Da allora, queste statistiche furono citate centinaia di volte negli editoriali dei giornali, nei dibattiti televisivi, nelle discussioni fra amici, da tutti coloro che sostenevano la tesi dell’epidemia di morti volontarie.

Evidentemente, i ricercatori della CGIA non sapevano che la fonte della quale si erano serviti era la meno affidabile e che i dati che avevano presentato erano privi di valore, per almeno due motivi. Sottostimano (del 25-30%) il numero dei suicidi realmente avvenuti e fanno pensare che i carabinieri o i poliziotti possano stabilire, dopo aver parlato con un paio di parenti o di conoscenti di chi si è tolto la vita, quello che neppure un’ equipe di medici e psichiatri è in grado di fare dopo molti giorni di lavoro, cioè i motivi del gesto. Che questi dati non ci dicano nulla è noto da molto tempo agli esperti. Come ha ricordato, nel 1897, Emile Durkheim, già alla metà dell’Ottocento, Adolph Wagner e molti altri studiosi europei erano arrivati alla conclusione che “ciò che chiamiamo statistiche del motivi di suicidio è in realtà una statistica delle opinioni che si fanno di questi motivi i poliziotti, spesso subalterni, incaricati del servizio informazioni” (“Il suicidio”, Torino, Utet, 1969, p.187). Per questo, tutti i paesi europei rinunciarono, già nell’Ottocento, a raccogliere e pubblicare queste “pretese cause di suicidio”, come ricordava lo stesso Durkheim. In Italia però questa rilevazione è ripresa nel 1955.

In tutti i paesi occidentali, da almeno un secolo, ci si serve di un’altra fonte, che gli esperti considerano l’unica affidabile, perché presenta le morti avvenute in un determinato periodo di tempo per cause (e dunque anche quelle per omicidio o per suicidio), certificate dalle autorità sanitarie. Non fornisce informazioni sui “motivi”, perché sappiamo che ve ne sono sempre molti dietro ogni decisione di porre fine alla propria vita e accertarli è straordinariamente difficile. Le lunghe serie storiche che essa permette di costruire ci dicono che, nell’ultimo secolo e mezzo, l’Italia, la Spagna e la Grecia hanno avuto tassi di suicidio più bassi dei paesi dell’Europa centro-settentrionale; che in tutti i paesi occidentali è in corso da una ventina di anni una diminuzione di questo tasso; che nel nostro paese, la crisi economica non sembra aver prodotto, almeno fino al 2011, alcun mutamento di rilievo (come si può vedere dalla tab. 1).

Tab. 1 Tasso di suicidio in Italia, per 100 mila residenti, dal 1993 al 2011

1993 8,3
1998 8,1
2001 7,1
2002 7,1
2003 7,1
2006 6,4
2007 6,5
2008 6,7
2009 6,7
2010 6,7
2011 6,9

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat sulle cause di morte.

Ci vorrà un po’ di tempo prima che siano disponibili i dati del 2012 e del 2013. Ma se per caso indicassero un aumento del tasso di suicidio ci dovremmo chiedere se esso è dovuto alla crisi economica o all’effetto Werther prodotto dai media. Che i media possano avere un effetto imitativo è stato sostenuto già dal 1774, da quando Wolfang Goethe pubblicò il suo romanzo “I dolori del giovane Werther”, il cui personaggio principale si toglieva la vita sparandosi alla testa, e quando alcuni giovani si uccisero tenendo vicino a loro una copia del suo libro.

“Werther – scrisse Madame de Staël – ha provocato più suicidi della più bella donna del mondo”. Un secolo dopo, questa tesi fu ripresa dal sociologo francese Gabriel Tarde, secondo il quale l’imitazione aveva grande importanza per la vita sociale e anche per i suicidi. Durkheim la confutò con decisione e per oltre mezzo secolo gli studiosi non sono riusciti ad arrivare ad una conclusione sicura e condivisa in proposito. La situazione è cambiata nel 1974, quando un sociologo americano, David Phillips, ha dimostrato, con metodi di analisi assai rigorosi, che ben 26 dei 33 suicidi verificatisi nel suo paese nel ventennio precedente, ai quali la stampa aveva dedicato un articolo in prima pagina, erano stati seguiti da un aumento del numero di morti volontarie.

Da allora, altre ricerche condotte nell’America del nord, in Europa e in Asia hanno dimostrato che, dando spazio e rilievo ai casi di persone che si tolgono la vita, i media possono provocare effetti emulativi. L’imitazione non si limita ad anticipare degli eventi, cioè a far compiere prima dei suicidi che sarebbero stati comunque commessi dopo, ma ne provoca di nuovi, incoraggiando a congedarsi dal mondo persone che, sia per le vicende della propria vita, sia per le condizioni psicologiche e sociali in cui si trovano, sono particolarmente vulnerabili. L’emulazione è tanto più probabile quanto più i lettori e gli ascoltatori possono identificarsi con che si è ucciso, con la sua situazione e i suoi problemi. Recentemente, alcuni studiosi, richiamandosi ad un personaggio de “Il flauto magico” di Mozart che si lascia convincere a non togliersi la vita, hanno mostrato che i media possono avere anche un effetto Papageno, protettivo e dissuasivo, dando spazio a storie di persone con pensieri suicidi che sono riuscite a trovare soluzioni diverse ai loro problemi.

Basandosi sui risultati di tutte queste ricerche, l’Organizzazione mondiale della sanità si è rivolta in più occasioni ai professionisti dei media, indicando loro delle regole di condotta da seguire per evitare l’effetto Werther: non dare spazio e rilievo alle informazioni sulle persone che si tolgono la vita, relegandole invece all’interno dei giornali, in fondo alla pagina, o al termine dei telegiornali; non mettere mai la parola “suicidio” nei titoli degli articoli; non fare uso in nessun caso di espressioni allarmanti come “epidemia di suicidi”; non descrivere il metodo usato da chi ha fatto questa scelta; non parlare del luogo in cui questo è avvenuto; non pubblicare in alcun caso le note eventualmente lasciate; non presentare mai fotografie di quello che è avvenuto. Tutte regole che i professionisti dei media italiani hanno ignorato nel 2012 e che, anche se in misura minore, hanno continuato a non seguire nel 2013.