Arte, immaginazione e moltitudine

Angelo Guglielmi

Leggo una interessante lettera di Toni Negri a Giorgio Agamben che mi spinge a riassumerne il senso pur vergognosamente impoverendolo. Il tema: il postmoderno è il mercato, come superarlo e «uscire dalla macchina del mercato»? Toni Negri premette che per i veri rivoluzionari, e per tale lui si pone, l’essere non è un davanzale sporto sul vuoto e che dunque, contro quel che sostiene Heidegger, l’essere «non soffre la vertigine del vuoto ma quella dell’avanti, del futuro, di quel che ancora non è». A riscontro afferma che non è con la ragione della dialettica, «con l’esaltazione eroica della ragione» che potremo uscire dal mondo orrendo in cui, per nostra colpa, ci siamo imprigionati, ma con l’immaginazione. L’immaginazione è la potenza dell’essere, «una specie di ragione concreta e sottile che attraversa il turbamento e la paura» e ci consente «di ricominciare a provare sentimenti gioiosi e sensi aperti».

La riappropriazione della libertà e l’uscita dal postmoderno può realizzarsi, reitera Negri, non con «l’insurrezione del senso, ma con la potenza che l’ontologia del profondo produce». Una potenza che «non nomina solo ma divide l’essere e in questa differenza tra il dar nome e il discriminare l’essere sta il passaggio dalla teoria all’etica». Oltrepassare il sublime è uscire dalla macchina del mercato. E qui Negri sfida la comprensione del lettore e a far luce sul suo pensiero evoca la pittura astratta, che allungando (e intrecciando) una serie di fili al di là di ogni coerenza logica costruisce «forme essenziali e progetti innovativi dell’immaginazione» creando un nuovo mondo potente. «La pittura astratta è parabola del sempre nuovo rincorrersi dell’essere, del vuoto e della potenza».

L’opera astratta (e comunque l’opera d’arte) in quanto prodotto del singolo è esposta al sequestro da parte del mercato. È un destino inaccettabile e a salvarci interviene la riproducibilità. «La riproducibilità – proposta per primo da Benjamin – non è volgare, ma costituisce un'esperienza etica decretando la nullità esistenziale del mercato», l’estensione (all’infinito) del diritto di proprietà o, meglio, la sua cancellazione. «L’arte è l’antimercato in quanto pone la moltitudine delle singolarità contro l’unicità ridotta a prezzo».

È ingenuo vedere in questa riflessione di Toni Negri (che di tutto è sospettabile tranne che di ingenuità) il suggerimento a seguire (tout court) questo stesso percorso (appartenente allo sviluppo dell’ontologia) per uscire dalle strettoie politiche in cui oggi siamo impigliati (non solo l’Italia in particolare ma il mondo). L’esercizio della pratica politica non coincide con l’esercizio della pratica artistica.

Ma forse ciò che Negri ci vuole trasmettere sono due avvertimenti: il primo (e il più drammatico): che il superamento dei nostri turbamenti e paure è condizionato dalla proposta di una nuova cultura animata dal coraggio (e la capacità) di avanzare oltre gli approdi tradizionali della ragione (non ripetendone i suoi consumati orpelli); il secondo (l’altro): che solo il salto in un altro discorso (diverso per la forma e per la lettera) potrà trasformare le singolarità (umane) oggi numerose e disperse in moltitudine.

Toni Negri
Arte e multitudo
a cura di Nicolas Martino
DeriveApprodi (2014), pp. 180
€ 12,00

Lettera a Giorgio Agamben
Sul sublime

Toni Negri

Pubblichiamo un estratto dal libro di Toni Negri, Arte e multitudo (a cura di Nicolas Martino, DeriveApprodi, 2014) in libreria nei prossimi giorni. Che cos’è l’arte nella postmodernità? Cosa ne è del bello nel passaggio dal moderno al postmoderno? Cos’è il sublime quando la sussunzione reale del lavoro al capitale e l’astrazione completa del mondo si sono compiute? Sono le domande a cui risponde Negri con dieci lettere ad altrettanti amici (tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Nanni Balestrini). Qui proponiamo un brano dalla lettera a Giorgio Agamben.

Caro Giorgio,

Postmoderno è dunque il mercato. Noi prendiamo il moderno per quello che è – un destino di deiezione – e il postmoderno come il suo limite astratto e forte, l’unico dei mondi oggi possibile. Non ti sarò mai abbastanza grato per quello che mi hai ricordato: la solida realtà di questo mondo vuoto, questo rincorrersi di forme che, per essere fantasmi, non sono meno reali. Mondo di fantasmi, ma vero.

La differenza fra reazionari e rivoluzionari consiste in questo: che i primi negano, i secondi affermano la massiccia ontologica vuotezza del mondo. I primi dunque sono votati alla retorica, i secondi all’ontologia. I primi tacciono, i secondi soffrono del vuoto. I primi riducono la scena del mondo a un orpello estetico, i secondi l’apprendono praticamente. Solo i rivoluzionari possono dunque praticare la critica del mondo, perché hanno un rapporto vero con l’essere. Perché riconoscono che questo mondo inumano pure l’abbiamo fatto noi. Che la sua mancanza di senso è nostra mancanza di senso e la sua vuotezza nostro vuoto. Solo questo? Il limite non è mai solo un limite, è anche un ostacolo. Il limite determina un’angoscia terribile, una feroce paura, ma è in questo, nella radicalita dell’angoscia, che il limite si sente come possibilità di superamento. Come ostacolo da sormontare, come deriva da bloccare. Superamento dialettico, esaltazione eroica della ragione? No davvero, come possiamo pensare che la ragione astratta ci permetta di lasciare alle spalle il turbamento, la paura, l’incubo e di ricominciare a provare sentimenti gioiosi e sensi aperti? No, non è la ragione che toglie il disagio ma l’immaginazione: una specie di ragione concreta e sottile che attraversa il vuoto e la paura, l’infinita serie matematica del funzionamento del mercato, per determinare un evento di rottura. Quella modernità che abbiamo costruito ci annichilisce per la sua enorme quantità di vuoto, per la spaventosa sequenza di eventi insensati, eppure quotidiani e continui, nella quale si presenta. Ma questa dura consapevolezza nello stesso tempo libera in noi la potenza dell’immaginazione. Per andare dove? Nessuno lo sa.

Eccoci ancora a riguardare quest’essere. Fin qui lo abbiamo considerato come una grande liquida massa. Dobbiamo considerarlo anche come una massa solida, enorme e solida, un grande marmo sul quale cerchiamo di leggere, attraverso le venature, come una figura scolpita possa nascerne – o come un arido deserto, le cui sole differenze sono lunghe siepi di pietrose dune. Ci muoviamo su queste pianure cercando impossibili rotture. Potrebbe essere linguaggio questa montagna di marmo, questa pianura di sabbia: linguaggio che solo di tanto in tanto mostra una scintilla di senso. Variazioni impreviste, irraggiungibili. Quest’orizzonte della più straordinaria aridità ontologica lo chiamiamo Wittgenstein, così come quel mare dell’essere il cui squallore non impediva il sublime, bene, quel mare voglio chiamarlo Heidegger. Ma perché cerchiamo, o fingiamo di cercare, qua e là, bricolage dispersivo, – quando conosciamo benissimo tutto questo? Quando la nostra vita intera ne è stata prima un’attesa, poi una testimonianza? Wittgenstein e Heidegger sono il postmoderno, la base non del nostro pensiero ma della nostra sensibilità, non della filosofia ma dell’esistere – e del nostro poetare.

Una nuova esperienza della potenza è dunque quella che noi qui veniamo facendo, una potenza tanto solida e forte quanto quella dell’essere che ci schiacciava. No, la liberazione non sarà piu un Blitz-Zeit, un’insurrezione del senso – non perciò essa sarà tolta – essa avrà bensì quella potenza che l’ontologia dal profondo produce. Un evento. Eccoci dunque di nuovo su questo bordo potente. La potenza che è azione discrimina il mondo. Essa dunque non nomina solamente ma divide l’essere. In questa differenza fra il dar nome e il discriminare l’essere sta il passaggio dalla teoria all’etica, ed è anche il superamento del postmoderno. Il passaggio all’etico, e cioe alla potenza di costruire un mondo sensato, questa è la fuoruscita dal postmoderno. Oltrepassare il sublime sarà dunque uscire dalla macchina del mercato, romperne la circolarità insignificante, rimettere i piedi sulla materialità del vero. Una nuova verità, certo, così come un nuovo mondo, quello che sta nell’astrazione liberata.

Eccoci dunque dove anche tu, Giorgio carissimo, cerchi sempre di arrivare. Ma senza riuscirvi, perché anche tu, come Heidegger, vedi il senso dell’essere volto verso il vuoto. Non è in verità quello che possiamo concludere dalla nostra analisi, non è vero che vuoto sia il concetto dell’essere. E bensì la potenza del suo concetto. La sua immaginazione – perché l’essere immagina, crea. Vi è un limite, ma su di esso l’essere si tende in potenza. Non soffre la vertigine del vuoto ma quella dell’avanti, del futuro, di quello che ancora non è. Se inseguiamo l’esperienza della grande pittura astratta, lo vediamo bene, corteggiando quegli infiniti fili che legano forme essenziali e progetti innovativi dell’immaginazione, eccoci davanti a una macchina che – tra tensioni, cadute, superamenti, come se un disegno potesse prendere corpo in uno spazio metafisico – costruisce un nuovo mondo potente. La pittura astratta e parabola del sempre nuovo rincorrersi dell’essere, del vuoto e della potenza. Non possiamo fermarci a mezza strada. Il vuoto non è limite, è un passaggio. Heidegger non e l’ontologia, e ancora fenomenologia. Il mercato è superato dalla potenza, il postmoderno e superato dall’etico: l’arte è insieme potenza ed etica. Eccoci finalmente a un punto positivo.

L’arte è creazione e riproduzione del singolare assoluto. Esattamente come l’atto etico. E in seguito vedremo perciò come l’atto artistico, esattamente come l’atto etico, sia definibile quale moltitudine. La singolarità dell’opera d’arte non è medietà né intercambiabilità, e bensì riproducibilità dell’assoluto. La pittura come la musica come la poesia mostrano la loro universalità in quanto fruibilità da parte di una moltitudine di individui e di esperienze singolari. Il mercato e la proprietà privata stravolgono quest’essenza dell’arte. Riappropriarsi privatamente dell’arte, rendere l’opera d’arte un prezzo, è distruggere l’arte. Queste chiusure non sono accettabili: l’arte è formalmente tanto aperta quanto lo è una democrazia vera e radicale. La riproducibilità dell’opera d’arte non è volgare, ma costituisce un’esperienza etica – rottura del compatto insieme della nullità esistenziale del mercato. L’arte è l’antimercato in quanto pone la moltitudine delle singolarità contro l’unicità ridotta a prezzo. La critica rivoluzionaria dell’economia politica del mercato costruisce un terreno di fruibilità dell’arte per la moltitudine delle singolarità.

Non so, caro Giorgio, se tu sia d’accordo con la mia concretissima utopia. Sono convinto che l’umiliazione quotidiana della riduzione dell’atto artistico (di creazione o di fruizione) al mercato possa essere evitata. E per questo che non accetto che la forma dell’essere possa correre verso il vuoto. In linguaggio più esplicito, questo potrebbe voler dire eternità del mercato. No, si deve andare al di là del vuoto, attraversarlo, riassumerlo nel meccanismo di costruzione della potenza. Dunamis che viene dal nulla.

7 dicembre 1988