ARP (Area Ricerca Progressiva)

Area Ricerca Progressiva, La valigia dei ricordi, installazione interattiva. Progetto e realizzazione di Davide Sgalippa, Paolo Solcia, Martina Rocchi, Dario Gavezotti, Federica Rebaudengo, Giacomo Ferrari

Ilaria Mariotti

Una delle caratteristiche che più apprezzo in Studio Azzurro è la capacità di accogliere e di costruire sistemi di relazione. Nelle installazioni e nei musei, in dialogo con i visitatori; ma più radicalmente in una sorta di intimità fattiva, di macro-dispositivo che attinge alle professionalità e, prima ancora, alle caratteristiche delle persone che entrano nella sfera dello Studio in merito a identità, saperi, specificità e infine competenze.

Raccolta, documentazione, ideazione, realizzazione sono sempre state fasi del lavoro discusse e sviluppate coralmente, nel segno della necessità del talento e della professionalità di altri, dello sguardo, della capacità di narrare, della consapevolezza dell’uso della tecnologia, in una moltitudine di saperi, di energie, che negli anni si sono alternate, con alcune presenze costanti, nella necessità di accogliere nuove e diverse soluzioni, rinnovate spinte, nel tentativo di percorrere strade che richiamino, oggi come dagli anni Ottanta, alla responsabilità del produrre pensiero (e favorire scenari per azioni e comportamenti) attraverso immagini/impianti visivi e la costruzione di mondi simbolici.

Non a caso come incipit della retroprospettiva Immagini sensibili in corso a Palazzo Reale un intero pannello è dedicato a decine e decine di persone che in questi anni e in modi diversi hanno collaborato o continuano a collaborare con lo Studio, grazie alle quali installazioni, video, spettacoli, musei, documentazioni, hanno avuto vita e forme. Le cui modalità di lavoro richiamano quella dell’“artista plurale” descritta da Andrea Balzola e Paolo Rosa ne L’arte fuori di sé, incline alla collaborazione con altri, consapevole della responsabilità dell’utilizzo delle tecnologie, che si interroga sulle potenzialità della creazione di immagini digitali e della potenzialità drammaturgica del mezzo, che esplora un medium specifico in relazione a spazi, soggetti, comportamenti, parola, memoria, immagine. Si confronta con necessità, committenze, esigenze diverse. Per il quale le tecnologie diventano strumento, linguaggio, espressione.

A testimoniare una ricchezza di relazioni che dall’esperienza con lo Studio Azzurro è nata, corre parallelamente ad altre, si intreccia a questa attraverso competenze specifiche, sviluppa in autonomia poetiche peculiari, raccoglie e restituisce la ricerca sulla multimedialità, sul racconto, sulla costruzione di dispositivi “in colloquio” con le persone, è nata ARP (Area Ricerca Progressiva), una parte dello spazio dello Studio all’interno della Fabbrica del Vapore.

Da aprile a novembre ARP ha ospitato e ospiterà le ricerche di alcuni collaboratori storici che intervengono con proiezioni, installazioni, alternando musica a dibattiti, invitando a loro volta, come ospiti, interventi di giovani creativi. Lo spazio si trasforma ogni volta mescolando sempre elementi poetici con la necessità di interrogarsi con la cronaca, la politica, l’accadimento, l’intrattenimento oppure con le necessità più profonde del fare arte.

Qui di volta in volta si susseguono, a ritmo sostenuto e per brevi periodi, interventi di segno diverso. Ai progetti già presentati in altre occasioni, in altri luoghi e che qui vengono riproposti nell’ottica di costruire intrecci e dialoghi inattesi, si alternano vere e proprie sperimentazioni che ad ARP trovano modi e forme, cercano un loro equilibrio, testano la relazione con lo spazio e con le persone, provano a definire una dimensione pubblica.

È in questa prima accezione che è stato riproposto Exit_02 di Luca Scarzella (da un’idea di Luca Francesconi allestimento Gianni Carluccio, musica Michele Tadini). Per ARP viene riadattata l’installazione realizzata per la Biennale Musica di Venezia del 2009, una sorta di macchina scenica per ciò che si sente con il corpo e che si fa fatica a dire, che tutto sottende senza parola.

Come “fare memoria”, quali siano le potenzialità del mezzo video, dell’intervista, quali siano i modi per coinvolgere le persone e chiedere loro un contributo su fatti recenti e molto personali sono i quesiti metodologici che poggiano sui differenti orizzonti emotivi di due proposte: il film documentario Il polline e la ruggine. Memoria, lavoro, deindustrializzazione a Sesto San Giovanni (1985-2015) di Riccardo Apuzzo (regia e montaggio) con Bianca Pastori, Roberta Garruccio,
Sara Roncaglia, Sara Zanisi (ricerche e interviste) e Gli Zagabri, film - documentario di Chiara Longo.

Ai bambini, utilizzando la realtà aumentata, è stata dedicata l’installazione C'è un Bosco in Fabbrica, con protagonista Topo Tip, noto personaggio televisivo, installazione che nasce dalla collaborazione tra Studio Bozzetto e StudioBase2.

Alla vocazione di ARP di essere una sorta di luogo della sperimentazione rispondono alcuni interventi che si sono succeduti in questi mesi.

protoTree di Orf Quarenghi (sound design Tommaso Leddi) ha dato il via agli appuntamenti: un progetto che si fonda su una sorta di omaggio alla natura geometrica e organica di certi dipinti di Paul Klee, che parte dalla natura profonda di Scheidung abends, un dipinto del 1922, dall’albero che genera rami (e forme e colori) grazie all’intervento del pubblico invitato ad annaffiare metaforicamente e il soggetto proiettato.

Giuseppe Baresi ha presentato ad ARP un’installazione che parte dalla proiezione in diapositiva (Titania è la marca del telaio e dei vetrini ed è il titolo del progetto) in composizione di code di film s8 applicate in modo casuale in fase di sviluppo in laboratorio alle estremità delle bobine di film di Baresi, provenienti da materiali dello stesso autore ma maggiormente da materiali non identificabili. Il ricucire, ricomporre, ri-fotografare senza utilizzare le tecniche digitali, dare nuova vita a materiali di scarto, totalmente anonimi, mescolandoli ad acetati colorati, frammenti dal testo Motion picture film processing, compone immagini in trittici e dittici variabili, in una sorta di dispositivo che rimanda all’associazione casuale, allo scarto di proiezione ma, prima ancora, ad un’operazione di sottrazione alla casualità e alla cura quasi artigianale che riflette su materiali, linguaggi, tecniche.

Il progetto curatoriale di Davide Sgalippa e Paolo Solcia coinvolge gruppi di studenti dello IED attraverso i quali si manifestano scelte legate alla narrazione (il film Terre desolate, progetto di tesi di Camilla Levi, Jacopo Marzi, Giacomo Gorla e Tommaso Bullo), alla dimensione allestitiva e ambientale (Il Bianco dell’Uovo, 
progetto di tesi di Ester Molteni, Devis Gigliotti e Beatrice Malerba), alla relazione con il pubblico, alla scelta del mezzo quale strumento metodologico ed estetico. Presenta installazioni audio/video interattive come La Valigia dei Ricordi di Davide Sgalippa, Paolo Solcia, Martina Rocchi, Dario Gavezotti, Federica Rebaudengo e Giacomo Ferrari, dedicata ai Caregivers dei malati di Alzheimer, o Lo Scrigno di Pinksie, frutto del laboratorio sulle differenze che nasce dalla collaborazione tra Pinksie e IED e realizzato con bambini della quinta elementare. Il pubblico, di volta in volta, guarda, entra, passeggia, si siede, prende, inserisce, ascolta.

Sull’interazione suono-immagine si fonda la performance Appunti sul mare di mezzo che chiude il primo ciclo di appuntamenti. Il suono di Dissói Lógoi (Franco Parravicini, Alberto Morelli e Federico Sanesi), le immagini girate da Studio Azzurro lungo i molti anni e le molte tappe che ha fin qui dedicato al progetto sul Mediterraneo, si relazionano in un editing e messa in onda in tempo reale da Antonio Augugliaro

Da settembre, dopo la pausa estiva, il ciclo di presentazioni – che verrà documentato da una pubblicazione edita da Silvana Editoriale - riprende nuovamente con un fitto calendario.

Studio Azzurro a Palazzo Reale. Percorsi tra visibile e piacere dell’assenza


di Claudia D'Alonzo

La storia di Studio Azzurro è una storia lunga e plurale che la mostra Immagini sensibili ripercorre tra gli spazi di Palazzo Reale a Milano fino al 4 settembre. Laboratorio di sperimentazione sul rapporto tra arti e tecnologie, Studio Azzurro realizza installazioni, video ambienti, performance teatrali, allestimenti museali e si distingue, soprattutto dalla seconda metà degli anni '90, per la creazione di sistemi interattivi ambientali basati sul tocco, sulle interfacce naturali che umanizzano complessi sistemi tecnologici e la relazione con chi ne fa esperienza.

Nell'opera di Studio Azzurro la dialettica tra visibile e invisibile, tra materiale e immateriale è ritmo fondamentale di una ricerca estetica che non nega l'occhio ma lo rende uno tra gli elementi di un'azione che si estende a tutte le ramificazioni del sensibile, per indagarne l''oltre'. Le opere di Studio Azzurro sono dense di corpo, oggetto, parola e materia, producono eventi in bilico, immagini oscillanti tra presenza e assenza, aprono varchi nella materia dell'immagine tecnologicamente mediata per lasciarci intravedere l'invisibile, ciò che si mostra negandosi.

Studio Azzurro, Che memoria scricchiolante avremo, video installazione  Sala delle Otto Colonne , Palazzo Reale, Milano foto Claudia D'Alonzo
Studio Azzurro, Che memoria scricchiolante avremo, video installazione Sala delle Otto Colonne , Palazzo Reale, Milano
foto Claudia D'Alonzo

La vocazione all'invisibile è un'attitudine che si contrappone al dominio del visibile che caratterizza fortemente il nostro contemporaneo, malgrado la diffusione di interfacce e dispositivi touch. "Gli occhi della nostra epoca" afferma Paolo Rosa "vogliono sempre di più vedere ed essere visti. Si sgranano per guardare la realtà e per osservare il proprio riflesso, ma desiderano appropriarsi, dandone piena forma, di sogni, fantasie, impressioni, perfino concetti. Al punto che per farlo abbiamo inventato i più sofisticati strumenti capaci di materializzare ciò che era raffigurabile soltanto nel pensiero".1 L'arte può essere, in reazione al trionfo del visivo, ricerca della bellezza dell'invisibile, del valore del lato ombra, del buio e del silenzio. La produzione di immagini di Studio Azzurro stimola l'esercizio di quello che Didi Huberman definisce un altro sguardo che dà accesso al reame dell'invisibile. Dalle video installazioni agli ambienti, la sua produzione, nei momenti di massima espressione, si è contrapposta alla mancanza di capacità di ascolto propri dell'iper-visività e della moltiplicazione delle immagini. Come, ad esempio, in Luci di inganni (1982), video ambiente nel quale questo dialogo è reso attraverso un rispecchiamento tra la fisicità dell'oggetto e la sua rappresentazione nel monitor. L'immagine non è nel reale o nella sua rappresentazione bensì nello scarto percettivo che si genera cercando di attribuire veridicità all'uno o all'altro. In questo altalenare sta l'immagine, che è visibile e invisibile al tempo stesso. O come in Il nuotatore (1984), video ambiente nel quale il corpo a dimensione naturale è medium di un loop di apparizione e sparizione, che, sottraendosi, suggerisce un altrove. Il giardino delle cose introduce in questo gioco di oscillazioni la dimensione aptica: le mani che plasmano l'immagine immateriale rendono visibile ciò che l'occhio non potrebbe guardare: sono il medium che permette al non visibile di essere mostrato. Nei Tavoli la dimensione aptica si sposta dall'immagine della mano a quella in carne e ossa dello spettatore che inizia ad incarnare il ruolo di medium tra le due dimensioni. Ruolo che trova piena espressione negli ambienti sensibili e nei cicli di Portatori di Storie, nei quali le mani producono eventi di territorio-tempo, recuperano e danno parola, si mettono in ascolto di lingue eterogenee. 2

Studio Azzurro, Che memoria scricchiolante avremo, video installazione  Sala delle Otto Colonne , Palazzo Reale, Milano foto Studio Azzurro
Studio Azzurro, Che memoria scricchiolante avremo, video installazione Sala delle Otto Colonne , Palazzo Reale, Milano
foto Studio Azzurro

La mostra Immagini sensibili ripercorre l'intero percorso di questa ricerca, attraverso un progetto espositivo curato da Studio Azzurro e diviso in quattro nuclei principali, corrispondenti ai principali formati: i video ambienti, gli ambienti sensibili, le produzioni teatrali, il ciclo portatori di storie. Una retrospettiva che non rinuncia al tentativo di mettere in evidenza il presente del gruppo. Gli spazi più sontuosi di Palazzo Reale sono, infatti, riservati a due nuove opere. Il primo è Che memoria scricchiolante avremo, video installazione che giganteggia nella Sala delle Otto Colonne e che ripercorre la memoria in immagini di luoghi siriani grazie alla guida di una poesia scritta da Khaled Soliman Alnassiry. Il percorso si chiude nella sala delle Cariatidi con Miracolo a Milano, installazione che, in un dialogo, non particolarmente riuscito con lo spazio, mette in scena, con traiettorie ascensionali, le storie di chi vive situazioni di disagio a Milano.

Il corpus di opere di ciascuno dei quattro nuclei della mostra è proposto attraverso una selezione limitata di lavori installati, accompagnata da un apparato documentale costituito da una serie numerosa di pannelli con brevi testi, progetti e foto insieme a postazioni di accesso a video documentazioni. Quella di esporre un archivio così ampio di documenti è una scelta in linea con la ricerca più recente di Studio Azzurro. Infatti, negli ultimi anni il gruppo ha realizzato una serie di progetti di rigenerazione del ruolo del museo, mettendo l'esperienza maturata nel campo dell'interattività e degli ambienti sensibili al servizio della valorizzazione di patrimoni e memorie culturali. Sono nati così i Musei Narrativi, come il Museo della mente di Roma, luoghi viventi e immersivi per raccontare e insieme interagire con il tessuto umano e sociale che lo abita, socializzando la memoria.3 Tali caratteristiche non sono messe in opera nel progetto espositivo di Immagini sensibili nel quale l'accesso ai documenti è privo di interazione e di messa in relazione tra gli spettatori:: non c'è una nuova lettura dei documenti né un tentativo di costruire interfacce che permettano allo spettatore di costruire e decidere come fruire, immergersi nell'archivio e farne esperienze che possano essere individuali ma anche collettive. Gli apparati audiovisivi, documenti di grande interesse perché restituiscono la grande attenzione e la ricerca di Studio Azzurro su metodi e pratiche di documentazione della propria opera, sono presentati attraverso un'interfaccia che consente solo l'avvio e la visione lineare di ciascun video, dall'inizio alla fine. Forse tali modalità di displaiyng e accesso ai documenti denotano l'intenzione di non spostare il discorso complessivo della mostra dalle opere installate ai materiali d'archivio. Al tempo stesso la presenza dei documenti video, sistematizzati secondo i nuclei salienti nello sviluppo della produzione di Studio Azzurro, rappresenta una sottotraccia della mostra che lascia intravedere un grande potenziale per successivi progetti espositivi dedicati all'archivio del gruppo, a partire dall'esperienza dei Musei di Narrazione. «Visitare un museo - scriveva Paolo Rosa in Musei di Narrazione, libro dedicato a questa linea di ricerca di Studio Azzurro - è innanzitutto un’esperienza fisica, in cui dovrebbe essere unica la possibilità di esperire in quel modo, in quel tempo e con quelle persone: significa partecipare a un evento culturale. [...] In questo modo la mostra diventa un mezzo d’accesso all’archivio storico, di cui la narrazione ne presenta una scelta che deve essere completata dal visitatore e magari successivamente approfondita» .4

Se molto del dibattito teorico e critico relativo alle pratiche artistiche a carattere mediale si interroga su come documentare e raccontare opere complesse - che coinvolgono spesso lo spazio, l'interattività, l'aleatorietà di gesti ed eventi sempre diversi - l'archivio di Studio Azzurro rappresenta un patrimonio che molto potrebbe apportare a tale ambito di ricerca. In tale prospettiva, un progetto espositivo dedicato rappresenterebbe non solo la possibilità di immergersi in profondità nel corpus documentale secondo i modi che sono stati propri fin'ora della poetica del gruppo ma anche di offrire nuove prospettive a tale dibattito.5

La retrospettiva Immagini Sensibili rappresenta, quindi, un'operazione importante perché raccoglie in un unico percorso gran parte della ricerca e della produzione, dell'archivio e del pensiero di Studio Azzurro. Rappresenta una risposta alla necessità di offrire ad un pubblico ampio e non specialistico una panoramica importante della storia delle arti elettroniche, nella città nella quale ha avuto inizio.

1 Paolo Rosa, Per un'estetica dell'invisibile, in Studio azzurro, Immagini Sensibili, catalogo, Silvana Editoriale, p. 72.

2

ibidem.

3 Paolo Rosa, Dai musei di collezione ai musei di narrazione, in Studio Azzurro, Musei della narrazione. Percorsi interattivi e affreschi multimediali, SilvanaEditoriale, 2011.

4

Ivi

5 Si veda, ad esempio, Alain Depocas, Jon Ippolito, Caitlin Jones (a cura di), Permanence Through Change. The Variable Media Approach, The Solomon Guggenheim Foundation e Daniel Langlois Foundation for Art, Science and Technology, New York e Montreal, 2003.

STUDIO AZZURRO immagini sensibili

STUDIO AZZURRO

immagini sensibili

Palazzo Reale
 Milano, 9 aprile - 4 settembre 2016

Studio Azzurro testimonia con le opere in mostra a Palazzo Reale più di trent’anni di ricerca artistica con le nuove tecnologie applicate alla narrazione video. Il suo lavoro si orienta verso la realizzazione di opere fortemente dialoganti con l’ambiente che le ospita, dove viene sperimentata l’integrazione tra immagine elettronica e ambiente fisico, e dove lo sviluppo di “interfacce naturali” permette un’interazione che si affida a gesti istintivi e spontanei, anziché a procedure. Fin dalle prime opere prevale l’intento di far partecipare lo spettatore al punto da renderlo spett-attore, mentre si muove all’interno di un ambiente che reagisce alla sua presenza e ai suoi gesti. Studio Azzurro ha esteso questo paradigma anche al proprio percorso teatrale e performativo, trovando una modalità di integrazione tra azione teatrale e immagine video, che ha portato presto all’invenzione della “doppia scena” – l’interazione in diretta tra il corpo dell’attore e lo spazio virtuale del video.

Il percorso espositivo si articola in quattordici sale dove si alternano installlazioni e un’ampia documentazione delle opere non presenti in mostra.

A conclusione del percorso, la Sala delle Cariatidi ospita un’opera inedita, dedicata alla città e ispirata al finale dello straordinario film di De Sica e Zavattini, Miracolo a Milano.

L’opera si inserisce nella serie dei Portatori di Storie, un format ideato da Studio Azzurro per progetti in cui l’intenzione è raccontare un territorio e le persone che lo abitano.

Miracolo a Milano nasce con l’intenzione di rendere manifesta una città "invisibile". Non perché sognante e lieve, ma perché poco conosciuta o addirittura evitata. Milano è costellata di strutture che offrono accoglienza a chi non ha una casa e a chi non ha mezzi per il sostentamento quotidiano. Sono luoghi di grande discrezione, che sfioriamo tutti i giorni senza accorgercene. Con la crisi di questi ultimi anni sono tante le persone che si sono trovate improvvisamente in serie difficoltà economiche. Anche chi non si sarebbe mai aspettato di vivere una condizione di indigenza o chi ha attraversato esperienze imprevedibili che hanno compromesso la sua quotidianità. L’imprevedibilità è diventata un elemento importante per il dispositivo di quest’opera. Il visitatore, giunto davanti a uno dei quattro grandi specchi sensibili inseriti nella Sala delle Cariatidi, si vede riflesso per un istante, dopo un attimo dall’oscurità si avvicina una persona, gli si ferma di fronte e gli racconta una breve confidenza. Poi, alleggerita della sua storia, con un salto si solleva e raggiunge il cielo, al centro della sala, nel grande ovale, dove si unisce a tutti coloro che già volano tra le nuvole, nel cielo ceruleo di Milano.

Il network artistico

STAZIONE CREATIVA

In concomitanza con l’inaugurazione della mostra, allo Spazio MIL di Sesto San Giovanni è stata avviata per la prima volta la sperimentazione di una Stazione Creativa, che aveva trovato la sua definizione teorica nel volume L’arte fuori di sé di Andrea Balzola e Paolo Rosa (Feltrinelli 2011). Giovani artisti, studenti e cittadini, raccolti attorno ad artisti più maturi, docenti e ricercatori hanno sperimentato un modello di formazione aperto, in cui la partecipazione è finalizzata all’incontro, all’intreccio di competenze e alla realizzazione di un progetto condiviso da presentare nella giornata organizzata a conclusione delle attività. Il 12 maggio i nove gruppi progettuali hanno popolato lo Spazio MIL con una ventina di opere.

RASSEGNA FILM E VIDEO

Di seguito, nel mese di giugno, in accordo con Anteo spazioCinema, si terrà una rassegna dei film e di video inediti di Studio Azzurro. Dalla sperimentazione di Facce di festa (1980) fino a Il Mnemonista (2000) girato negli spazi della Fabbrica del Vapore prima del restauro e dell’insediamento al suo interno di realtà creative come lo stesso Studio Azzurro.

Catalogo Silvana Editoriale

#arearicercaprogressiva

Per tutto il periodo della mostra, è stata avviata una sperimentazione nella sede dello Studio, alla Fabbrica del Vapore. L’Area Ricerca Progressiva è uno spazio flessibile, che da aprile si è aperto al pubblico e fino ad ottobre propone una rassegna di lavori realizzati dai collaboratori storici di Studio Azzurro: Riccardo Apuzzo, Base 2, Giuseppe Baresi, camerAnebbia, Riccardo Castaldi, Elisa Giardina Papa, Karmachina, Chiara Ligi - Martina Rosa - Micol Riva - Silvia Pellizzari, Chiara Longo, Alberto Morelli - DissoiLogoi - Antonio Augugliaro, N!03, Orf Quarenghi - Tommaso Leddi, Davide Sgalippa, Luca Scarzella - Vertov.

scheda tecnica mostra

STUDIO AZZURRO. Immagini sensibili

Palazzo Reale - Piazza del Duomo 12 - Milano
9 aprile - 4 settembre 2016

Una mostra di Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, Studio Azzurro
in collaborazione con Arthemisia Group
Nell’ambito del palinsesto Ritorni al futuro
Curatela e Progetto espositivo Studio Azzurro
Catalogo Silvana Editoriale

Orari
Lunedì dalle 14.30 alle 19.30
Martedì, mercoledì, venerdì, domenica dalle 9.30 alle 19.30
Giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30
La biglietteria chiude un’ora prima

Informazioni e prenotazioni T +39 02 54911

Biglietteria online http://www.ticket24ore.it/studioazzurro
Intero € 12
Ridotto normale € 10

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Paolo Rosa artista plurale

Paolo Fabbri

Paolo Rosa, artista plurale. Il primo modo che viene a mente per mettere insieme un nome e una definizione che gli stava e mi sta a cuore. Un artista e più precisamente un regista che, in collaborazione del suo Studio Azzurro, ha esplorato, dall’inizio degli anni Ottanta, tutti i linguaggi nuovi della creazione e della comunicazione.

«Bottega d’arte», laboratorio singolare di sperimentazioni e di esperienze, fondato – con Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi – come Collettivo militante di controinformazione, Studio Azzurro è un luogo riflessivo e performativo del fare e del pensare, documentato nel libro e dvd Videoambienti e ambienti sensibili (Feltrinelli, 2009). Come regista penso a realizzazioni che mi sono care: al teatro (Il nuotatore, Venezia, 1984; Vedute. Quel tale non sta mai fermo, 1985; La camera astratta, da Documenta 8, Kassel); e soprattutto al cinema «espanso» – per sua definizione – non nella direzione delvideogioco ma della videoarte (Il giardinodelle cose, 1992).

E alle installazioni nei musei e sui musei, veri affreschi digitali e interattivi, tra creazione artistica e ricerca antropologica, didattica e ricezione estetica (Tavoli. Perché queste mani mi toccano?, 1995). Opere costitutivamente aperte che hanno preso la misura immersiva delle nuove tecnologie. Opere che indicano e invitano a una inversione dell’arte e della cultura contemporanea: passare dalla forma e dalla rappresentazione alla relazione e alla partecipazione.

Un’attività di esplorazione e di continua ricerca che Paolo Rosa (con Andrea Balzola) ha articolato teoricamente nel suo ultimo libro, L’arte fuori di sé. Un manifesto per l’età posttecnologica (Feltrinelli, 2011). Un manifesto – formato discorsivo delle avanguardie – di analisi e di proposta che parte da una constatazione radicale: la rete è un connettore semantico, una forma simbolica che ha il valore che ebbe ai suoi tempi l’invenzione della prospettiva. Per Rosa, artista e docente, essere connessi non è essere in rapporto; la sola tecnica non è condizione sufficiente alla generazione di legami collettivi, estetici e culturali.

Estetici in primo luogo: l’interattività permette la produzione di opere «impermanenti» che hanno un carattere di evento e provocano (diamogli la parola) «responsabilizzazione etica ed estetica dello spettatore e […] comportamenti fruitivi imprevedibili che […] producono a loro volta delle possibili trasformazioni dell’opera». E legami culturali: come dimostra il lavoro sui «musei narrativi» (Percorsi narrativi e affreschi multimediali, Silvana, 2011), sulla didattica e la memoria, la cui realizzazione promette un inatteso rinnovo della funzione e del senso dei musei, tramutandoli in luoghi interagenti di conoscenza e in cliniche per gli sguardi.

Un’attività internazionale (Usa, Cina, Giappone ecc.) e nazionale, come il ruolo recente di progettista e direttore artistico della mostra Fare gli italiani. 150 anni di storia italiana, per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, Contro il consumismo e la mercificazione, così Rosa pensava al progetto d’un museo felliniano a Rimini, di cui chiedeva la realizzazione nella sua risposta alla consegna, da parte della sua e mia città, del Sigismondo d’oro. Paolo Rosa sapeva che non solo le connessioni, ma neppure le relazioni bastano. Ci vuole attachment, cioè capacità di attaccamento, di prossimità sensibile e affettiva. Qualità singolare che l’amico Paolo, aperto e generoso, possedeva in sommo grado, nonostante gli impegni di insegnamento – al Dipartimento di progettazione e arti applicate dell’Accademia di Belle Arti di Brera – e di gestione, e nonostante le delusioni politiche.

Ma è venuto per me il momento lasciare l’imperfetto che non avrei voluto usare – per ricordare a futura memoria il suo progetto di «stazioni creative». Moltiplicare il collettivo felice di Studio Azzurro? Comunicare e realizzare una pratica teorica delle arti? Non c’è bisogno di sperare per crederci. Toccherà al futuro – per quel che resta oggi della tensione verso quel tempo – dirci se sarà soltanto un’utopia.