Focus “Abitare collettivo” / Vivere nella fabbrica diffusa. Napoli 1973

Domani, lunedì 20 maggio 2019 si terrà a Napoli presso il CNR-ISSM (Via Cardinale Guglielmo Sanfelice 8, Sala convegni Polo Umanistico, 6° piano) un seminario intitolato Studi condominiali. Sguardi disciplinari sull’abitare collettivo. Il seminario sarà visibile in streaming dal canale https://www.issm.cnr.it/it/servizi/servizi-informatici/streaming. Per accedere direttamente alla diretta, basta collegarsi all’indirizzo https://live.cnr.it/liveIssm.html all’ora di inizio dei lavori. Nel focus proponiamo le rielaborazioni di due interventi.

(https://www.flickr.com/photos/jrgcastro/)
Jorge Castro, Napoli, quartieri spagnoli

Marcello Anselmo

La storiografia che, fino ad oggi, si è dedicata agli anni ’60 e ’70 si è concentrata soprattutto nello studio dei movimenti politici, della lotta armata o di quei contesti dove il conflitto sociale ha mostrato le sue forme più manifeste e la classe operaia aveva organizzazioni e forme definite. Al contrario, le dinamiche sociali e le forme di antagonismo che si sono sviluppate nel Mezzogiorno sembrano esser rimaste degli elementi secondari del lavoro degli storici. In particolare, Napoli è stata considerata una città priva di un tessuto industriale sviluppato e di conseguenza segnata dalla presenza di una classe operaia debole non in grado di incidere in modo efficace sul piano politico e sociale. Al contrario la città viene spesso descritta come popolata da un sottoproletariato indolente, restio ad accettare le dinamiche dello sviluppo capitalista e dedito a perpetuare pratiche economiche informali, paralegali o criminali.

Si tratta di una rappresentazione che rinunzia al parametro della complessità e, soprattutto, che si arrocca sul piano macroscopico. È necessario avventurarsi in un gioco di scala che provi a dilatare i contorni del contesto partenopeo di quegli anni. Addentrarsi in un contesto urbano dove la fabbrica è entrata nelle case degli operai, nei condomini, nei “bassi”. Attraversare non la capitale del sottosviluppo ma il contesto nel quale si è sperimentata una forma d’avanguardia del capitalismo post-fordista.

Tra l’agosto e l’ottobre 1973 a Napoli esplose l’ultima epidemia di colera dell’Europa occidentale. In quei mesi la città diventò il simbolo di tutte le contraddizioni del Mezzogiorno, la capitale del sottosviluppo e del fallimento delle politiche di industrializzazione e modernizzazione sviluppate dagli anni ’50 in poi. Nel 1973 la città aveva un tasso di mortalità infantile e l’indice di densità abitativa più alti d’Europa, il livello di disoccupazione e la maggiore congestione di traffico urbano d’Italia, malnutrizione infantile diffusa, una diffusione endemica di tifo ed epatite virale e un inquinamento marino devastante.

Il colera fu un detonatore che favorì l’emersione delle contraddizioni sociali profonde e, soprattutto, fece emergere il protagonismo politico e sociale della configurazione storica del proletariato marginale. Con il pretesto dell’epidemia fu messo in atto un tentativo di espellere definitivamente il proletariato marginale dal centro cittadino. Gli untori di Napoli vennero, infatti, identificati nelle donne e gli uomini che vivevano nelle abitazioni insalubri del centro antico e i ghetti periferici, sorti con la ricostruzione post-bellica ma privi di infrastrutture adeguate. Un proletariato marginale che, ben prima del colera, subiva le conseguenze di un modello di sviluppo basato sulla disuguaglianza e lo sfruttamento.

Qualche mese prima, nel maggio del 1973 cinquanta giovani donne (tra i 17 e i 20 anni) vengono ricoverate in diversi ospedali di Napoli presentando paralisi gravi agli arti superiori e inferiori. La loro malattia si rivelerà essere la polinevrite causata da collanti, ovvero un avvelenamento dovuto all’uso di materiali nocivi utilizzati nella realizzazione delle scarpe. In effetti le ragazze sono tutte operaie dell’industria calzaturiera e dei guanti, un settore produttivo molto radicato nell’area partenopea.

Si tratta di una filiera produttiva estesa in tutta l’area metropolitana napoletana. Dalle aziende di medie dimensioni dei quartieri periferici e dei comuni dell’Hinterland alle microfabbriche ospitate in sottoscala insalubri e nei “bassi” nei quartieri della Sanità e di Montecalvario. Se la prima tipologia di azienda insiste su aree scarsamente popolate, la seconda è, invece, incistata nei vicoli e nei palazzi del centro antico. Rumore di macchine, miasmi nocivi scaturiti dall’uso di collanti e prodotti chimici, scarti di lavorazione ammassati negli androni condominiali, il continuo carico e scarico di merci sono fattori che vanno ad aggiungersi alle condizioni igienico-sanitarie critiche e all’insalubrità delle abitazioni.

Se le microfabbriche di scarpe sono ancora circoscritte in ambienti delimitati, in spazi condominiali generalmente ospitati al piano terra o nei sottoscala, è il decentramento produttivo, strategia di una più ampia ristrutturazione capitalista, che apre le abitazioni proletarie alla fabbrica diffusa. Il lavoro diventa attività domiciliare. Le macchine da cucire e i collanti trovano ospitalità negli stessi spazi dove si cucina, si dorme, si fa all’amore. Si lavora come in fabbrica ma restando a casa propria. Si lavora per un salario miserevole. E mentre si cuciono scarpe o guanti tutt’intorno scorre la vita delle comunità condominiali.

La macchina da cucire diventa parte del mobilio se non addirittura la componente domestica intorno cui si organizza l’intero spazio abitativo. La casa, nei quartieri del centro antico molto spesso un semplice “basso” di un’unica stanza, diventa una propaggine della fabbrica. L’alta densità abitativa costringe, di fatto, tutti gli abitanti del vicinato a convivere con i ritmi della produzione e subirne le conseguenze nocive.

Per cucire le tomaie si utilizza il doppio dell’energia elettrica necessaria da pagare secondo le tariffe residenziali e non quelle industriali. Così come raddoppia l’utilizzo dell’acqua corrente. I costi di produzione ricadono sui lavoratori che di frequente si allacciano illegalmente alla distribuzione elettrica dell’intero stabile provocando l’intervento della forza pubblica e il distacco della fornitura. Il lavoro a domicilio irrompe all’interno delle dinamiche abitative e nelle forme di coabitazione condominiali. Nascono attriti ma anche forme di solidarietà. Una di queste è, ad esempio, lo sviluppo di comitati di quartiere per l’autoriduzione delle bollette elettriche. Si tratta di un primo momento di ricomposizione politica e sociale il cui il protagonismo del proletariato marginale risulta evidente e organizzato. L’autoriduzione è una pratica capace di riassumere un insieme complesso di contraddizioni. Denunzia l’attività del lavoro domiciliare evidenziandone lo sfruttamento, ma al contempo affronta anche la situazione abitativa e la drammatica condizione igienico-sanitaria in cui si trova la città nel suo insieme. I comitati sorti in parti diverse della città, nel nuovo ghetto periferico del rione Traiano così come nel centrale quartiere di Montesanto, mettono in contatto diretto gli abitanti dei condomini proletari, favoriscono lo sviluppo delle pratiche sociali di solidarietà. Attraverso la loro attività i meccanismi della fabbrica diffusa nelle abitazioni e la nocività del lavoro domiciliare diventano oggetto di un lavorio politico che porterà alla nascita della Lega dei lavoratori a domicilio nel 1975.

Il contesto condominiale e la prossimità abitativa si configurano, quindi, come terreni di analitici utili ad esplorare quegli effetti più celati delle trasformazioni sociali della storia recente.

Focus “Abitare collettivo” / Passato e presente della narrativa condominiale

Domani, lunedì 20 maggio 2019 si terrà a Napoli presso il CNR-ISSM (Via Cardinale Guglielmo Sanfelice 8, Sala convegni Polo Umanistico, 6° piano) un convegno intitolato Studi condominiali. Sguardi disciplinari sull’abitare collettivo. Proponiamo qui le rielaborazioni di due interventi.

Fotografia di Maria Teresa Carbone

Gloria Bonaguidi

Se, come ha scritto Jean-Pierre Mourey in Parcours et figures du paysage urbain («Littérature» 1986), «chaque époque construit ses édifices, et aussi son lieu mental», si può senza esitazione riconoscere nel condominio uno degli spazi architettonici privilegiati della modernità. Questo edificio, «organisation spatiale plurielle, univers d’objets hétéroclites et changeants, système de rapports humains», è stato a ragione definito da Francesco Fiorentino sulla rivista "Il confronto letterario" «uno dei maggiori topoi dello spazio nel romanzo realista ottocentesco».

La narrativa francese del XIX secolo intuisce le grandi potenzialità del condominio, non ultima quella di potersi fare replica in piccolo di una dimensione urbana che, uscita profondamente modificata dai fenomeni di trasformazione innescati dalle rivoluzioni, necessita di essere sottoposta a un processo di rimappatura. È così che a partire dalle sue prime apparizioni letterarie – Le père Goriot di Balzac, Les mystères de Paris di Sue, l’Assommoir e Pot-Bouille di Zola – il condominio, utilizzato in funzione sineddochica, si presenta (è ancora Mourey a parlare) come «espace et enjeu des tensions sociales, affectives», instaurando «un topos stratifié de chassés-croisés, de coudes et de couloirs qui répète la ville».

L’intento documentaristico che sta alla base di questo primo filone della narrativa condominiale, resterà presente per tutto il corso della nostra tradizione. Talvolta però suonerà in sordina, sopraffatto dalla tendenza a rispondere ad altre esigenze. Una è, per esempio, quella di approfittare dell’ambientazione condominiale per rappresentare narrativamente la simultaneità, affrancando il racconto dalla logica della successione e conferendogli una forma eminentemente spaziale. Questa è la sfida che anima un secondo filone del nostro sottogenere, di stampo formalista, che prende avvio con Mort de quelq’un di Jules Romains e raggiunge la sua piena espressione in La vie mode d’emploi di Georges Perec, opere in cui la tecnica dell’entrelacement viene applicata all’esposizione di scene che si svolgono nelle diverse aree di un immeuble in un tempo dilatato fino al limite della sospensione. Si inscrive all’interno di questa linea di tendenza anche Passage de Milan di Michel Butor, romanzo in cui la ricerca sulla simultaneità si apre alla rappresentazione del pluriprospettivismo. Il condominio qui non viene descritto soltanto come spazio in cui si svolgono parallelamente diverse esistenze, ma anche come dimensione in cui varie coscienze esercitano la loro capacità percettiva su una medesima realtà. L’estrema mobilità del narratore butoriano dà luogo a una frenetica alternanza di punti di vista e di voci, fino a produrre un effetto caleidoscopico. Il mondo fenomenologico subisce così una scomposizione in frammenti: di esso vengono proposte tante versioni parziali quanti sono i personaggi che lo esperiscono.

Un’altra finalità cui può rispondere l’adozione del setting condominiale è l’esigenza di mettere in scena un delitto e un'indagine. Sono infatti diversi gli aspetti del condominio che possono risultare funzionali alla costruzione di un giallo. Innanzitutto quel suo carattere misterioso su cui già insisteva la narrativa condominiale di impronta romantica, in cui gli immeubles venivano dipinti come luoghi prescelti dai criminali per esercitare in incognito i propri loschi traffici, o, quantomeno, come case dense di segreti, ciascuno nascosto dietro alla porta chiusa di un appartamento. In secondo luogo il suo presentarsi come serbatoio di potenziali testimoni e dunque spazio in cui può aver corso una fertile indagine alla ricerca di informazioni da mettere in relazione per la ricostruzione degli eventi. Si può rintracciare in seno alla nostra tradizione una vera e propria linea di tendenza “gialla”, che ha inizio con L’Ombre chinoise di Georges Simenon e in cui si annoverano opere assai diverse, inglesi, francesi e italiane: More work for the undertaker di Margery Allingham, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, La patience de Maigret ancora di Simenon, Il ladro di merendine e Gita a Tindari di Andrea Camilleri, e il recente Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Amara Lakhous.

Esistono poi romanzi che si servono dell’ambientazione condominiale per instaurare un discorso sui temi, assolutamente cogenti a partire dal secondo dopoguerra, della sottile dittatura del conformismo e dell’omologazione, tipica delle società massificate e consumistiche del tardo capitalismo. La casa multipiano in questi testi assume le sembianze di un edificio carcerario, uno spazio in cui un potere tirannico, omnipervasivo, pulviscolare e disincarnato, attraverso quella che Foucault ha chiamato, in Surveiller et punir, «art de la répartition», incasella i corpi per poterli controllare, disciplinare e manipolare. Questo filone “politico-esistenziale”, si apre con Le locataire chimèrique di Roland Topor e viene portato al successo da High-rise di J. G. Ballard. Nel primo di questi due romanzi il condominio viene rappresentato come una prigione angusta in cui una maggioranza dispotica, attraverso uno sguardo invisibile e ubiquo, esercita il proprio potere sul singolo, annientandone la volontà; nel secondo i lussuosi comfort di cui l’architettura funzionalista ha dotato il grattacielo londinese che fa da personaggio principale saranno proposti come il mezzo con cui il capitalismo modernista cerca di imporre alla popolazione urbana i propri modelli di monotonia e irreggimentazione.

Verso gli anni ’60 del Novecento tutte queste linee di tendenza sono state ormai aperte. Da ora in poi agli scrittori non resterà che scegliere i propri modelli e attingere da un paradigma ormai definito le strutture e i temi più conformi ai propri intenti per ibridarli e rielaborarli in forma del tutto personale. Si apre una fase, che si prolunga almeno fino alla fine degli anni Novanta, in cui il territorio del romanzo condominiale presenta un aspetto disomogeneo, riflettendo il carattere di quello che è il paesaggio artistico contemporaneo, «una regione disgregata che si evolve senza seguire un telos, e nella quale convivono tendenze eterogenee» (Guido Mazzoni, Teoria del romanzo).

Procedendo avanti nel tempo e considerando i romanzi condominiali prodotti nel nuovo millennio, ci accorgiamo però di come, all’interno di questo scenario dall’aspetto variegato, emerga la presenza di una tendenza dominante e molto produttiva, nella quale si legge una sorta di ritorno agli albori della nostra tradizione. Il recupero delle poetiche realistiche da parte della letteratura highbrow, cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni, infatti, riporta alla riscossa quella «fiducia nel racconto come strumento d’analisi della società» (per citare Raffaele Donnarumma nel suo Ipermodernità) che nell’Ottocento aveva determinato il grande successo del tòpos condominiale, e in questo modo rinverdisce l’interesse per la casa multipiano nella sua originaria e forse più caratteristica funzione, quella di strumento utile all’indagine documentaristica, funzione in cui il nostro cronotopo sembra essere sfruttato dalla maggior parte dei romanzi di oggi.

Pare proprio che in questi anni, l’emergere dei cosiddetti “nuovi realismi”, congiuntamente al rinnovato interesse per una dimensione urbana profondamente mutata sotto le spinte dei crescenti flussi migratori e del diffondersi delle pratiche consumistiche, abbia fornito un nuovo impulso al sottogenere, dotandolo di quella vitalità che aveva conosciuto ai suoi esordi.

Tra i testi di questa recente produzione meritano a mio parere di essere menzionati due romanzi italiani: Scontro di civiltà di Amara Lakhous e Amiche per la pelle di Laila Wadia. Entrambe le opere, che si servono del condominio per riprodurre in scala ridotta le dinamiche di interazione tra individui nelle attuali città multietniche, recuperano diversi temi canonici della nostra tradizione per descrivere una realtà metropolitana che il processo di globalizzazione ha trasformato forse ancor più drasticamente di quanto non avessero fatto le rivoluzioni a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Se già allora i mutamenti subiti dal tessuto sociale cittadino avevano reso il confronto con l’estraneo un’esperienza di vero e proprio spaesamento, adesso, la convivenza di più culture all’interno di uno stesso ambiente ha riportato in primo piano il tema, assai caro alla letteratura condominiale sin dal suo avvio, della vicinanza coatta tra sconosciuti dal passato misterioso, personaggi enigmatici che suscitano curiosità e paura al contempo, coinquilini con cui si condividono spazi e coi quali dunque è necessario trovare una strategia di convivenza, spesso passando attraverso lo scontro. Il condominio, in letteratura, diventa il luogo in cui mettere in scena questi meccanismi, il laboratorio in cui riprodurre la difficile partita dell’integrazione.