Il discorso sulla meritocrazia

Giorgio Mascitelli

Il discorso sulla meritocrazia, ossia sul premiare i migliori, appartiene a quella serie di truismi che al pari di punire i disonesti, difendere gli infanti e lottare contro il male si presta a ogni tipo di uso sociale. Premiare i migliori nel concreto di una società come quella attuale, nella quale il possesso di denaro è l’unica misura di successo riconosciuta universalmente, significa attribuire un riconoscimento economico. Il che contrasta largamente con l'esperienza quotidiana nella quale il modo, tra quelli leciti, largamente più diffuso per ottenere la quantità di denaro necessaria al raggiungimento della stima sociale è ereditarla (e questo vale anche per quello che Bourdieu chiamava il capitale culturale ossia denaro potenziale sotto forma di informazioni e know how).

Se ci si pensa bene, gli unici campi in cui il discorso meritocratico corrisponde a una realtà diffusa sono lo sport professionistico e, parzialmente, il mondo dello spettacolo e la ricerca applicata, quest’ultima però solo nel caso ci sia un sistema scolastico pubblico efficiente, ossia un sistema che per la sua inclusività cozza con i principi meritocratici. Proprio l’esiguità degli ambiti in cui la meritocrazia ha un effettivo riscontro, rivela il carattere ideologico del discorso che la sostiene, volto infondo a veicolare il messaggio che la gerarchia sia un ordine naturale e giusto.

Il discorso sulla meritocrazia oggi in Italia è rivolto particolarmente alla scuola perché oltre alla sua funzione ideologica esso ha molto più prosaicamente una funzione pratica di giustificazione dell’abbassamento degli stipendi degli insegnanti o del loro licenziamento, come già avvenuto in Grecia o in Spagna. Si può capire che, presentando l’operazione come la premiazione dei migliori anziché come la penalizzazione dei molti, l’opinione pubblica sarà meno incline a prendere in considerazione il fatto che il sistema scolastico nel suo complesso ridurrà drasticamente le proprie prestazioni.

Ma per tralasciare queste italiche miserie, occorre riflettere che anche se esistessero le risorse per istituire una meritocrazia più generosa, essa finirebbe non solo con il rispecchiare le idee dominanti sul sapere e sulla sua trasmissione, bensì anche per bloccare qualsiasi critica su queste idee perché in una meritocrazia solo i migliori, evidentemente selezionati sulla base delle idee dominanti, possono parlare. In particolare, per restare nel concreto della situazione attuale, due sono le idee guida a livello internazionale: l’unico sapere valido è quello spendibile sul mercato ( quella che Lyotard a suo tempo chiamò la validazione performativa del sapere) e quello misurabile aritmeticamente, di modo da poter stabilire un apparentemente oggettivo valore monetario equivalente.

L’opposizione al discorso sulla meritocrazia non passa pertanto per un’astratta rivendicazione dell’egualitarismo, magari negando l’evidenza che in tutti i campi c’è chi fa un po’ peggio e chi un po’ meglio il proprio lavoro, ma per la consapevolezza politica che oggi la meritocrazia esprime la concezione dominante del sapere. Così parimenti non serve a niente descrivere una meritocrazia perfetta o ben temperata: quegli studenti e quegli insegnanti che non credono nella scuola che nasce da quell’idea di sapere oggi dominante dovranno svolgere una critica politica e non ideale della meritocrazia. Questa critica potrà essere esercitata solo a partire dall’idea che la meritocrazia non sia un concetto metafisico con varie applicazioni storiche più o meno positive, ma un discorso ideologico di supporto a determinate pratiche di potere.

Il discorso sugli studenti

Giorgio Mascitelli

Il discorso sugli studenti è più complesso da tenere di quello sugli insegnanti per coloro che nella nostra società possono tenerlo ossia le persone di fiducia delle èlite internazionali perché gli studenti sono anche giovani e ciò complica obiettivamente le cose. I giovani nel discorso dominante della società sono un capitolo importante, come è spesso successo nel corso della storia, ma mentre nel passato erano la salvezza della società, ora sono loro a dover essere salvati. La situazione dei giovani è resa ancor più grave, in questo discorso, dal fatto che sono minacciati dai privilegi dei loro padri, che coincidono con quello che si chiamava un tempo lo stato sociale.

Essi non possono quindi fidarsi dei loro padri che li hanno messi nei guai, ma non possono neanche fidarsi di se stessi, che non sono educati all’obiettività, devono invece fidarsi delle figure disinteressate che sono state preposte a eliminare questi privilegi con metodi scientifici. Insomma, parafrasando il vecchio slogan sessantottino che esortava a non fidarsi di chiunque abbia più di venticinque anni, il messaggio ai giovani è di non fidarsi di chiunque abbia ancora bisogno dello stato sociale.

Il problema è che questo discorso che riguarda i giovani in quanto giovani si ingarbuglia se riguarda i giovani in quanto studenti sia perché le scuole e le università che essi frequentano, per quanto malconce, sono una parte importante dello stato sociale sia perché molti di questi studenti hanno tempo, che è denaro, per essere studenti grazie ai privilegi dei padri. Dunque in un certo senso il giovane per salvarsi dovrebbe lottare contro lo studente che è in lui, che è senz’altro un buon argomento per un’opera alla maniera di Ionesco, ma come programma politico sociale rischia di non essere particolarmente credibile. Per esempio se giustapponiamo due differenti dichiarazioni del presidente del consiglio onorevole Monti come l’invito a mostrarsi insoddisfatti di come sono stati trattati in passato, rivolto ai giovani in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università Bocconi, con le esortazioni rivolte a più riprese ad accettare di non avere particolari pretese nel presente, un vago sapore alla Ionesco pervade la sfera di questo discorso pubblico.

Si tratta di un’impressione sbagliata naturalmente perché sono due categorie di giovani diversi quelli a cui il presidente Monti si rivolge nelle differenti circostanze in quanto appartengono a differenti categorie di studenti: gli uni studenti di una prestigiosa università privata, alla quale ci si iscrive grazie ai soldi dei padri, gli altri di scuole pubbliche, che esistono grazie ai privilegi dei padri. È probabile che se il discorso sugli studenti distinguesse sempre a quale tipo di studenti si rivolge nelle sue varie articolazioni diventerebbe meno complicato: ma non credo che questa via così semplice verrà percorsa.

È più probabile che qualcuno pensi di semplificare le cose: per esempio se si provvedesse a eliminare i privilegi dei padri, le scuole pubbliche costerebbero come quelle private e gli studenti di quelle si iscriverebbero grazie ai soldi dei padri oppure smetterebbero di essere studenti e così magari non farebbero più neanche gli schizzinosi.

Eventi natali

Augusto Illuminati

Accade raramente nella vita di essere testimone diretto di un nuovo inizio, di una rottura della routine politica o, più banalmente, di vedere un po' di gente che si tira fuori dalla palude. Come sempre in questi casi, i protagonisti non ci badano, perché sembra a loro (che sono vivi) un fatto del tutto naturale. Come sempre in questi casi, gli zombies, che non si ricordano più di quando erano vivi, non se ne accorgono, continuano a litigare fra loro barcollando e schiaffeggiandosi, magari esecrando la violenza con cui i vivi si ribellano al morto, “oscurano” od “opacizzano” la loro causa. Lo storico, il testimone a metà fra passato e futuro, a volte ha la fortuna di afferrare allo stato nascente una frattura fra il vecchio e il nuovo e il genuino scaturire di un'azione politica, che in un attimo rende desueta tutta la scena precedente e riduce a stato larvale gli antichi protagonisti.

Non sto commentando Arendt o Rancière, faccio la cronaca di una manifestazione romana vista con i miei occhi (fortuna che non si è abusato in lacrimogeni), di 50.000 giovanissimi studenti e non solo (e di altri 200.000 nel resto d’Italia, e di tanti altri a Lisbona, Atene e Madrid) che hanno marcato la loro estraneità a un mondo politico ridotto, non allegoricamente, a police, con le consuete prestazioni (“circolate”, “identificatevi”, e giù botte). Nessuno li ha capiti prima (vedere i quotidiani di mercoledì), nessuno li ha capiti dopo (vedere i quotidiani di giovedì).

Ma non ci lamentiamo dell’incomprensione. Chi dovrebbe preoccuparsi è il governo, i partiti, i quotidiani. Un’intera generazione non capisce più il governo e le forze parlamentari e forse bisognerebbe dire che l’Italia reale, anche i non più adolescenti minatori del Sulcis, gli esodati, i pensionati al minimo, i cassintegrati non capiscono più, che gran parte dell’Europa non ci sta più. Un solo elicottero è bastato per esfiltrare i ministri da Carbonia, novella Saigon. Quanti ne serviranno domani?

Québec, studenti in lotta

Maria Teresa Carbone

Montréal brûle-t-elle?, «Montréal brucia?», era il titolo, qualche anno fa, di una raccolta di poesie della scrittrice quebecchese Hélène Monette. E davvero, oggi la capitale della provincia a larga maggioranza francofona del Canada è al centro di uno scontro durissimo per la decisione del governo del Québec di aumentare le tasse universitarie del 75 per cento nell’arco di cinque anni.

In sciopero dall’inizio di febbraio, gli studenti degli atenei di Montréal hanno organizzato il 22 marzo una manifestazione così allegra e insieme così imponente, che sul quotidiano «Le Devoir» Antoine Robitaille l'ha vista come quel momento «politicizzatore» che ogni generazione conosce, o dovrebbe conoscere. Ma né la manifestazione né il moltiplicarsi dei quadratini rossi di carta, simbolo dell’adesione al movimento universitario, sui baveri di uomini e donne non direttamente coinvolti nell’aumento delle tasse universitarie e tuttavia contrari alle politiche neoliberiste del premier Jean Charest, hanno smosso il governo del Québec. Soltanto a metà aprile, dopo quasi un mese di silenzio, è stato avviato un negoziato, ma la ministra dell’educazione, Line Beauchamp, ha deciso di escludere dal tavolo delle trattative l’organizzazione studentesca più attiva, CLASSE, accusata di non avere condannato in termini sufficientemente espliciti una irruzione negli uffici della stessa ministra, qualche settimana fa. Per questo, anche le altre associazioni di studenti hanno abbandonato il tavolo, in segno di solidarietà.

Così, nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, decine di migliaia di giovani (ma anche non pochi docenti e famigliari) sono di nuovo scesi nelle strade. Partita in modo relativamente calmo, la manifestazione è stata dichiarata illegale dalla polizia, dopo che alcuni casseurs avevano preso a sassate le macchine delle forze dell’ordine. Così pesante il bilancio finale (ottantacinque arresti, macchine e negozi danneggiati) in una città abitualmente piuttosto tranquilla, che il sindaco della città, Gérald Tremblay, ha lanciato giovedì un appello alla ripresa dei negoziati, affermando che a essere in gioco, in questi giorni, è la pace sociale non soltanto di Montréal, ma dell’intero Québec. Per dimostrare la sua «buona volontà», Charest ha annunciato allora che l'aumento delle tasse universitarie sarà spalmato su sette anni. Ma gli studenti non ci stanno. Sera dopo sera scendono in piazza e al grido di «Questa non è un'offerta, è un insulto» studiano nuove forme di mobilitazione. Battaglia aperta, insomma, anche se – fa notare nel suo blog il giornalista Patrick Lagacé – i rischi non mancano: tre quarti dei quebecchesi sono insoddisfatti dell'attuale governo, ma sulla protesta studentesca sono in tanti ad avere un atteggiamento dubbioso, e sicuramente il premier Charest non mancherà di approfittarne.

Versione aggiornata di un articolo uscito su «il manifesto» sabato 28 aprile 2012

Londra: and the struggle continues

Paolo Mossetti

Nei giorni in cui il Belpaese finisce sotto i riflettori per gli scandali sessuali del suo premier  - il motivo meno serio, forse, tra tutti quelli per i quali avrebbe dovuto dimettersi – mi trovo Oltremanica a seguire gli sviluppi di una generazione che ha deciso di non rassegnarsi al grigio gotico delle sue classi dirigenti, e in questa immersione vi trovo parecchi spunti su cui riflettere: sia per chi è rimasto ad assistere al grottesco declino del berlusconismo, sia per chi ne è già fuggito da tempo. Leggi tutto "Londra: and the struggle continues"