La Storia, le storie: Vuillard, Åsbrink, Sales

Matteo Moca

Nel suo saggio fondamentale Il romanzo storico, Gyorgy Lukacs scrive che questo particolare tipo di romanzo deve contenere al suo interno la storia di un popolo. È nota però la natura multiforme di questo genere, che fugge continuamente dalle maglie strette della teoria per allontanarsi verso modalità molto differenti tra loro. Una di queste però sembra essere quella in grado di parlare in maniera più onesta e necessaria, quella che prende il proprio punto di vista dagli ultimi, personaggi semplici e comuni che subiscono il corso della storia. «Uno scandalo che dura da diecimila anni» definisce Elsa Morante la storia nel romanzo del 1974, affrontandola di petto, attraverso personaggi immaginari, ma verosimili (Manzoni docet), che si trovavano travolti dalla Storia ufficiale, quella che non risparmia nessuno e che viene ricordata dalla scrittrice con le pagine che anticipano ogni capitolo e ricordano le tragedie comuni a tutti.

Ci sono tre libri, recentemente pubblicati, che con coraggio propongono un punto di vista simile riguardo al racconto storico e che, nonostante le ovvie differenze del soggetto e di stile, consegnano al lettore un materiale poco rassicurante e addomesticabile, gettandolo in pieno in una riflessione non solo sul racconto che la letteratura può fare degli eventi, ma anche sull'ombra lunga, e mai arrestabile, delle conseguenze della storia. Si tratta del romanzo di Eric Vuillard, L'ordine del giorno, pubblicato dalle edizioni E/O con la traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca che racconta le combinazioni degli interessi economici nella nascita della Germania nazista, 1947 di Elisabeth Åsbrink (Iperborea con traduzione di Alessandro Borini), che si concentra sui fatti di un anno cruciale nella storia mondiale e, infine, Incerta gloria di Joan Sales (finalmente pubblicato da Nottetempo dopo una travagliata vicenda editoriale, con la traduzione di Amaranta Sbardella) che situa la sua materia attorno all'anno 1937 e alla guerra civile spagnola. Come si vede le differenze geografiche sono evidenti e notevoli, ma questo attribuisce a questi testi, e alla successiva riflessione, un'ulteriore ricchezza, quella di rendere questo materiale esteso e quasi universale, non rimanendo quindi chiuso tra i confini nazionali ma spalancando invece le porte su un ragionamento necessario sulle possibilità che il romanzo, o altre forme ibride, ha di raccontare la storia.

Il romanzo di Vuillard, vincitore del premio Goncourt 2017 e costruito su una scrittura millimetrica ed evocativa che non perde niente con la traduzione in italiano, si apre su un incontro, realmente avvenuto, tra importanti industriali tedeschi e Hitler, occasione per stipulare un patto economico a sostegno dell'ascesa del Fuhrer, e si chiude con alcuni frammenti successivi al processo di Norimberga, ovvero dopo che tutta la violenza tedesca si è riversata nell'Europa e nel mondo. Nel mezzo ci sono l'invasione dell'Austria, le violenze e le persecuzioni, in una serrata dialettica tra i ricchi industriali e politici che si muovono in sontuosi palazzi, e i poveri cittadini, questi senza nome a differenza degli altri, che subiscono le conseguenze di ciò che da altri è stato deciso e concordato. Ma in questo libro Vuillard fa un ulteriore scatto in avanti, scegliendo come protagonista principale la Storia, che necessita di essere raccontata dalla letteratura. In un racconto che fonde la storiografia, moltissima, il romanzesco, assai meno, Vuillard riesce a tratteggiare un ritratto di questo gigante protagonista intrecciando politica, economia e società, mettendone in luce i pericoli e i rischi: ciò che infatti scorre tra le pagine di Vuillard, e che viene sapientemente trasmesso al lettore, è la consapevolezza che la storia, questa terribile storia, possa continuamente replicarsi, con la coscienza che il potere, della tipologia di quello che si insinua tra queste pagine, sia in grado anche di controllarla e aggiustarla secondo le sue esigenze.

Il libro di Åsbrink, scrittrice e giornalista svedese, si concentra invece su un unico anno, il 1947 del titolo appunto, che diventa luogo di un vertiginoso racconto che riesce a condensare la politica e la grande storia con gli eventi quotidiani, creando così un materiale per certi versi simile a quello della Storia di Elsa Morante. Il 1947 è un anno non così presente e discusso, ma Åsbrink dà ad esso, e con ragione, un'importanza decisiva: si tratta infatti dell'anno in cui esplode la guerra fredda, in cui l'ONU riconosce lo stato di Israele e viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, pubblicata l'anno successivo, ma è l'anno anche in cui si inizia a prendere coscienza della rovina e delle violenze della seconda guerra mondiale, in particolar modo dell'entità della soluzione finale hitleriana. E così, mentre reti clandestine oscure tentano di mettere in salvo alcuni gerarchi razzisti, gruppi di profughi ebrei si muovono per tutta l'Europa in cerca di un luogo dove trovare una nuova casa: tra questi c'è anche il padre della scrittrice (e da qui un'attenzione particolare nel libro alle vicende ebraiche e a personaggi fondamentali come Primo Levi, Nelly Sachs o Paul Celan), uno dei tanti uomini comuni, sconfitti, che cercano di ricomporre la propria vita. Ma l'intreccio di più storie dà a questo libro un alone europeo e universale, riportando in vita non solo il 1947 della famiglia Åsbrink, ma tanti 1947 quanti sono gli uomini che si muovono nel libro, tutti egualmente messi alla prova dalla Storia.

Incerta gloria infine, uno dei romanzi più importanti della letteratura catalana, è ambientato nel 1937, nel pieno della guerra civile spagnola, altro momento centrale del Novecento, quando praticamente tutta la Spagna è coinvolta in una guerra fratricida. Sales sceglie un punto di vista ben preciso, quello dei perdenti, ed entra perfettamente in tutti i risvolti del conflitto, siano essi etici, civili, politici e sentimentali. I protagonisti del romanzo sono tre, Lluis Brocà, Juli Soleràs e Cruells, tutti coinvolti nel complicato intreccio romanzesco, e il libro rappresenta una rivendicazione importante circa il ruolo della letteratura nella ricostruzione di un'identità nazionale, quella della Catalogna per Sales, devastata dalle vicissitudini della Storia. Incerta gloria è un oggetto multiforme, che unisce il racconto della storia, della guerra e delle relazioni umane, finendo per provocare una riflessione profonda sulla gioventù, l'amore e la spiritualità. Ancora una volta c'è la Storia e ci sono le storie dei protagonisti, amici la cui relazione finirà per complicarsi nel triste panorama della guerra. Il titolo del romanzo rimanda alla mente alcune battute shakespeariane, l'incerta gloria di un giorno di aprile, con il suo alternarsi tra la luce del sole e l'ombra delle nuvole. La nuvola di cui parla Sales è quella che va a coprire un'intera generazione, quella dei protagonisti, costretti come l'autore alle difficoltà e alla censura, cancellati dall'autorità e dal potere; ma a questa rimozione forzata può lavorare la letteratura come motore, onesto e importante, di una rifondazione.

Eric Vuillard

L'ordine del giorno

E/O

traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 144, euro 14

Elisabeth Åsbrink

1947

Iperborea

traduzione di Alessandro Borini

pp. 320, euro 18

Joan Sales

Incerta gloria

Nottetempo

traduzione di Amaranta Sbardella

pp. 608, euro 28

Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Contro il reato di negazionismo

Augusto Illuminati

Storici revisionisti, avvocati apologeti e preti lefebvriani meritano trattamenti personalizzati (Albano insegna), ma è contrario a ogni percorso scientifico e politico, a ogni uso pubblico della storia che si sanzioni con il codice penale un'opinione storiografica, che può essere contestata con gli strumenti scientifici e politici appropriati.

Senza rinunciare, con uso pubblico di altri mezzi ideali e materiali, a esprimere la propria indignazione. Nella stessa misura in cui vanno contrastati i divieti statali di nominare genocidi (la prassi della Turchia rispetto agli eccidi armeni, assiro-caldei e greci del 1915-1922), ci sembra assurdo condannare penalmente chi mette in discussione o minimizza l'esistenza di questi e di altri genocidi (l’Ucraina punisce, per esempio, chi nega le responsabilità sovietiche dello Holodomor, la carestia attribuita alla de-kulakizzazione degli anni ‘30): il caso macroscopico e più frequente è quello della Shoà. Altro discorso giuridico riguarda ovviamente chi ne fa apologia o minaccia di ripeterli.

Il modo tortuoso, abituale nelle procedure parlamentari italiane (un emendamento con cui il divieto di negazionismo è stato introdotto mediante un emendamento al reato di istigazione all’odio razziale e la pretesa di assegnare alla stessa commissione la sede deliberante, scavalcando l'aula), esibiscono la natura di un imbarazzato colpo di mano, che è fallito scatenando una gazzarra di cui sono stati protagonisti l'invadente Napolitano, sempre propenso ad assegnare compiti a casa alle altre istituzioni, il presidente Grasso e la sen. Finocchiaro.

I senatori M5S hanno per ora sabotato l'operazione con una delle poche decisioni intelligenti da loro assunte negli ultimi tempi. La fretta con cui si voleva chiudere la faccenda con sospetto zelo bi-partisan, copriva non solo il disagio per la confusa gestione della discarica Priebke (dietro le giravolte del prefetto Pecoraro c’è la strutturale insipienza della gestione Alfano del Ministero degli Interni, già rivelata nell’affaire kazako), ma voleva essere uno spot per le larghe intese, maldestramente annunciato in occasione della commemorazione in Sinagoga dell’anniversario della razzia nazista del 18 ottobre. Miserie a piccoli passi, memoria con il cacciavite.

Al detto hobbesiano auctoritas, non veritas facit legem non si può opporre la pretesa illusoria di una verità che fa la legge e che troppo facilmente si capovolge nella mistificazione di una verità per legge, ma solo una battaglia per la verità nell'opinione pubblica e nel ramo scientifico specifico, rafforzata al margine dall’opportuno esercizio della potenza extra-legale della moltitudine.

Come scrisse Rodotà in occasione di un precedente tentativo di introdurre nel 2007 il reato di negazionismo con tutto il prestigio del suo proponente, Mastella!, si tratta di misure insieme «inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che si vorrebbe debellare e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi». All’epoca numerosi storici – da Ginzburg a De Luna e Luzzatto – si schierarono contro la statalizzazione della verità e la lesione del libero confronto scientifico e anche oggi si sono levate autorevoli voci (Della Seta sul manifesto, per esempio) che invitano a osteggiare le idiozie negazioniste «sull’unico terreno appropriato, quello dell’educazione, dell’informazione, della cultura», non del divieto e del conseguente vittimismo.

Questo vale non solo all’interno dei circuiti specializzati e accademici, ma soprattutto nella società. Di particolare significato ci sembra allora l’iniziativa del Nuovo Cinema Palazzo – esso stesso testimonianza del recupero di un bene comune strappato alla speculazione e alla criminalità organizzata – di organizzare, dopo il successo della prima edizione su “Roma città ribelle”, una seconda edizione del suo Festival di storia, stavolta dedicato all’American Revolution (da domani, venerdì 25 ottobre).

Il collegamento che in queste manifestazioni si opera fra università e quartiere, fra evocazione del passato e problemi e forme di lotta del presente, è l’unica forma accettabile di memoria condivisa, l’approccio consistente grazie al quale gli uomini e le donne, se ci è consentito richiamare il Proemio dei machiavelliani Discorsi: «possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie».

Quando un paio di anni fa il sindaco curdo di Diyarbakir, Osman Baydemir, inaugurando la restaurata chiesa armena di Surb Kirakos finanziata dal comune, fece un’esplicita autocritica delle corresponsabilità (subalterne) curde nel genocidio armeno-assiro del 1915, compì un gesto assai più significativo del divieto turco di menzionarlo e dei contrapposti divieti parlamentari di altri paesi di negarlo: stabilì un nesso fra un massacro del passato e una rivendicazione di autonomia e di libertà nel presente, una solidarietà degli oppressi contro la continuità della repressione e dell’autoritarismo.

Fare storia è il riscatto dei vinti rispetto ai vincitori, una perpetua revisione dal basso delle verità ufficiali, non la cristallizzazione per legge della penultima verità. E che poi i nazisti dell’Illinois o i fascisti del terzo millennio riscuotano il dovuto.

Festival di Storia - Nuovo Cinema Palazzo
American Revolution - Controstorie da un’America Ribelle
25-26-27 ottobre
Piazza dei Sanniti, Roma

Riscrivere la storia

Giorgio Mascitelli

Lo scrittore britannico Howard Jacobson, nel quadro di un progetto di riscrittura della tragedie di Shakespeare promosso dalla casa editrice Penguin Random House, ha annunciato che si produrrà in una versione de “Il mercante di Venezia” priva di quegli aspetti antisemiti che caratterizzano in particolare il personaggio di Shylock. Nel rivolgere i miei auguri all’autore per la migliore riuscita del suo lavoro, anzi della sua impresa, devo confessare che questa notizia mi è apparsa subito come una potente manifestazione dello spirito dei tempi.

Naturalmente non vale la pena di perdersi in filologismi scandalizzati: da sempre nella letteratura si riscrivono le opere e l’esito di queste operazioni dipende esclusivamente dalle qualità dello scrittore che riscrive, visto che in alcuni casi i modelli furono addirittura superati dalle nuove versioni. In questo caso, però, ciò che colpisce sono i motivi della riscrittura esclusivamente di carattere etico, Jacobson cioè vuol presentare al pubblico un capolavoro depurato di quegli aspetti che oggi giustamente la morale ritiene inaccettabili. Anche questo tipo di riscrittura vanta una sua tradizione letteraria, che è piuttosto prossima a quella dei vari Plauto e comici antichi moralizzati però di ogni aspetto sconveniente, se non privati addirittura dei personaggi femminili, nel teatro sei-settecentesco dei collegi gesuitici.

Indubbiamente il personaggio di Shylock rientra nei peggiori canoni dell’antisemitismo (l’usuraio che affama subdolamente i gentili per invidia e vendetta), per di più composto tre secoli dopo la Commedia in cui Dante dava ampia prova che i cristiani non erano secondi a nessuno nelle arti usuraie, ma la grandezza di Shakespeare, come di ogni altro grande, sta nella sua storicità, che comprende anche aspetti bui e inaccettabili per la nostra coscienza odierna. Dico questo perché credo che Jacobson sia sinceramente combattuto tra le necessità di salvaguardare il capolavoro e di non fornire pretesti agli antisemiti del giorno d’oggi. Il prezzo che però rischia di pagare è quello di occupare un ruolo analogo a quello del pittore di epoca controriformista, Daniele da Volterra, che dipinse i braghettoni sulle nudità michelangiolesche nella cappella Sistina.

I committenti di quest’ultimo paventavano la libertà dei sensi rinascimentale, nei nostri tempi non sarà troppo sbagliato parlare di una paura della storia o meglio della storicità. C’è infatti in questo progetto, in forma implicita e inconsapevole, il desiderio di cancellare il fatto che la storia d’Europa sia stata caratterizzata anche dall’antisemitismo a vantaggio di un passato più rispettabile secondo i criteri del presente. Tra l’altro non è da escludere che finisca con l’essere più pericolosa questa ansia di sfuggire al passato rendendolo simile al presente che il fatto che qualche gruppo neonazi usi Shylock per giustificare il proprio odio antisemita.

L’ansia di riscrivere la storia, anche se a fin di bene come in questo caso, è rivelatrice di una difficoltà della nostra società di percepirsi storicamente ed è attestata da molte opere della narrativa storica contemporanea sia letteraria sia cinematografica, che intrecciano un rapporto ambiguo con la verità storica. Da un lato questa viene chiamata a fondamento del valore dell’opera stessa, dall’altro non si esita a rappresentarla entro schemi narratologici convenzionali. A questo proposito qualcuno potrebbe affermare con Debord che «si rifà addirittura il vero per farlo assomigliare al falso» e sarebbe difficile dargli torto: il grottesco è che si tratta di un processo sociale che si realizza indipendentemente dalla coscienza, infelice o meno, dei singoli autori.

Ora che le crepe di questa organizzazione sociale sono visibili non solo ad alcune menti sopraffine in anticipo sui tempi, ma, per così dire a occhio nudo da chiunque, è fin troppo facile, ma non per questo meno vero, ricordare che la perdita del senso storico è la principale forma di miseria culturale del nostro presente perché ci impedisce di parlare in maniera tragica di qualsiasi argomento tragico.

Storie di schiavi

Salvatore Finelli

Nel cinema l’invenzione narrativa regola sia il film di finzione sia le opzioni più radicali di cinéma-vérité o d’avanguardia:
la distinzione tra fiction e docu-drama non solo diventa insostenibile, ma si fa addirittura illegittima nel caso del film storico. Lo schermo cinematografico restituisce una Storia manipolata dalle stesse regole di invenzione, espedienti narrativi, modelli di racconto e stilemi figurativi cui si conforma qualsiasi altro genere di fiction, come sostenuto da Siegfried Kracauer.

Hollywood ha codificato il rapporto con la Storia secondo precise strategie retoriche in linea con due tendenze dominanti: il mito dell’eroe/demiurgo che plasma la Storia attraverso scelte individuali; l’esperienza della microstoria, in cui storie private di personaggi anonimi si inseriscono nel divenire della Storia. Il passato filmato dalla macchina da presa si struttura come una commistione di realtà storica e fiction, per una forza tensiva, connaturata alla specificità del linguaggio cinematografico, che muove dalla sfera della realtà a quella dell’immaginario. La Storia si costituisce come una delle possibili interpretazioni del passato e proprio la diversità dall’evento accaduto qualifica il passato schermico come fantastoria, accumulo di eventi selezionati e organizzati non tanto nel rispetto di un ordine causale, quanto di una presunta idealità.

È sul piano di una fantastoria che possono essere accostati film stilisticamente tanto diversi, quali Lincoln e Django unchained: da un lato la solennità ieratica di Steven Spielberg, dall’altro il manierismo cannibale e autoreferenziale di Quentin Tarantino. Il film di Spielberg recupera la funzione paideutica della tragedia per rielaborare sul piano dell’immaginario collettivo quella libertà fondamentale su cui si fonda la società civile, in un processo di ricostruzione dell’identità nazionale. La libertà passa attraverso la metamorfosi dello schiavo in lavoratore salariato, con l’impiego nella forza lavoro del Paese: la secessione, infatti, significò il trionfo del capitalismo industriale degli stati unionisti del Nord sull’economia agricola del Sud.

Mentre la Guerra Civile volge al termine, al Congresso infervora il dibattito per l’approvazione del tredicesimo emendamento in favore dell’abolizione della schiavitù.
La dicotomia tra costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico, avanzata in ambito giuridico da Massimo Luciani, viene risolta in favore del secondo, in un susseguirsi di dialoghi, trattative e negoziazioni. La Storia di Spielberg procede attraverso un processo di umanizzazione dell’eroe, che non è solo psicologica nel mostrare la crisi dell’uomo Lincoln nella sfera privata, ma soprattutto politica: Lincoln è machiavellico nel negoziare e contrattare i voti necessari a far passare il tredicesimo emendamento alla Camera. Ragion di stato e ideali si confondono e a trionfare è la legge del compromesso, come quando il deputato Thaddeus Stevens, repubblicano fieramente antirazzista, limita il proprio egualitarismo pur di far approvare l’emendamento.

A questa visione statica, si oppone una visione dinamica, degenere della Storia, in quello che costituisce l’ultimo capitolo della personale saga tarantiniana di reinvenzione dei generi cinematografici. Tarantino si diverte a coniugare motivi dello spaghetti western all’italiana, in particolare i film di Sergio Leone e di Sergio Corbucci, con i tòpoi della blaxploitation, in un’ibridazione tipicamente postmoderna di generi e sottogeneri cinematografici, di cultura alta e cultura pop. Ambientata nel Sud degli Stati Uniti, due anni prima dello scoppio della Guerra Civile, la parabola di Django comincia con la liberazione dalle catene ad opera di un cacciatore di taglie di origine tedesca, il dott. King Schultz.

La finzione filmica in grado di trasformare uno schiavo nero in cacciatore di taglie, si moltiplica nei diversi travestimenti di Django, prima valletto in sgargianti abiti blu (quindi libero dalle catene, ma ancorato a una condizione servile), poi negriero (un nero libero diventato mercante di negri). Tarantino sembra ricordare allo spettatore che il cinema ha il potere di macinare e reinventare la Storia, rovesciando gli oppressi in oppressori.

Django si pone sulla scia del concetto di historiographic metafiction elaborato da Linda Hutcheon, in un tentativo estremo di svecchiamento della storiografia che in Inglourious Basterds sfociava nell’ucronia dell’attentato a Hitler: come in quel caso la vendetta di un soggetto marginale, una donna ebrea, era in grado di falsificare e alterare gli eventi della Storia, ancora una volta è la vendetta di un soggetto marginale, uno schiavo nero, a far implodere i meccanismi della finzione. Tarantino sottopone la Storia a un processo semiosico che non si limita a una mera rielaborazione secondo i canoni dell’invenzione cinematografica, come nel caso di Spielberg, ma trasfigura in Metastoria, riflessione sulla Storia attraverso la storia del cinema.

Memoria ed esorcismo

Mario Gamba

Niente da fare. L’informazione e l’opinione democratica mainstream non ce la fanno ad accettare che la lotta armata sia stata un capitolo della storia politica di sinistra degli anni Settanta. Non di un romanzo criminale tipo banda della Magliana. In Italia e altrove. Eppure dovrebbe essere noto a molti, specie agli storici, che la diffusione di libretti di istruzioni per la guerriglia metropolitana (Marighella ecc.) e per la confezione di bottiglie Molotov ha addirittura preceduto e poi accompagnato il ’68 italiano e non solo italiano. L’ipotesi della lotta armata era tra quelle che si sono presentate alla nuova generazione della sinistra rivoluzionaria.

A un certo punto hanno operato le Brigate rosse, Prima linea e altri gruppi. Tutti formati da militanti che provenivano da varie esperienze e da varie culture di sinistra: quella insurrezionalista di correnti del Pci legate all’idea dello sviluppo della guerra partigiana, quella operaista, quella lottacontinuista erano le culture politiche più note nella vicenda. Ma i rivoli erano tanti: nel ’77 si notarono file di ragazzi che andavano in giro a chiedere «come ci si iscrive alle Br», per dire che nemmeno gli amici degli indiani metropolitani erano così refrattari all’ipotesi guerrigliera.

È andata come è andata. Male. La scelta dell’omicidio politico come metodo principale (diversa, per fare un esempio, da quella degli Weathermen americani, evocati nel recente film di Robert Redford uscito in Italia col titolo La regola del silenzio) è stata discussa e a volte ripudiata da esponenti degli stessi gruppi armati di sinistra. Si è discusso sugli obiettivi: perché Moro e non Andreotti, per esempio? Ma il capitolo è lì, è una parte della storia degli anni Settanta. Molti militanti della lotta armata sono stati conosciuti, frequentati, amati da una moltitudine di persone impegnate nelle lotte del ’68 e oltre, anche da semplici simpatizzanti (ce n’erano davvero molti a quel tempo), nei bar delle città, nelle assemblee studentesche e operaie, nelle manifestazioni, nelle discussioni domestiche.

Molti non erano d’accordo. I gruppi e i partiti extraparlamentari si sono distanziati con diversi gradi (rigida Avanguardia operaia, meno rigide Autonomia e Lotta continua) dalle formazioni guerrigliere. Ma il sentimento dell’aver comunque qualcosa da condividere con i protagonisti della lotta armata, il desiderio del grande cambiamento, di nuove relazioni libere tra gli uomini, quelle cose, insomma, nel corso degli anni Settanta restavano in circolo.

Eppure il funerale di Prospero Gallinari, un uomo che si sapeva generoso e rigoroso, un uomo che aveva avuto l’occasione di far conoscere la sua natura di sincero rivoluzionario e non di freddo killer, questo funerale che si è svolto in un’atmosfera di raccoglimento e di commozione, con un rituale discreto, di pugni chiusi e canto sommesso dell’Internazionale (discorde, miscelato come nei brani musicali dell’avanguardia, per usare la dizione che ancora si usa, a volte, a proposito della musica disarmonica), un po’ in italiano un po’ in francese un po’ in assolo un po’ in coro un po’ nel testo tradizionale un po’ in quello reinventato da Franco Fortini, quel funerale accompagnato da piccoli pronunciamenti e ricordi e dichiarazioni politiche e dichiarazioni d’amore, quel funerale che si chiudeva nel cimitero di Coviolo, frazione di Reggio Emilia, con Sante Notarnicola, l’anarchico, che omaggiava «la generazione più pura, infelice e cara», non è andato giù ai commentatori autorizzati del senso comune democratico.

Erano assassini. Lui, Prospero, era un assassino e basta. Questo il ritornello. In aggiunta: considerazioni sull’obbrobrio del legame ancora mantenuto con la figura di un brigatista e con una vicenda vissuta intimamente come un’epopea. Ho scritto un articolo per «il manifesto» sul funerale di Gallinari. Cronaca. Con commozione e partecipazione.

L’uscita ha suscitato reazioni diverse e opposte tra i lettori. Dai concordi agli orripilati. Colpisce in questa platea di estrema sinistra la presenza dell’esorcismo. Ci sono stadi del discorso sugli anni Settanta nei quali non si ragiona più. Era un assassino, punto. Colpisce non lo spirito gandhiano, ma la nettezza sentenziosa della condanna assoluta. Eppure c’eravate anche voi, compagni scandalizzati lettori del «manifesto», la sera al bar dell’Operetta in corso di Porta Ticinese, la mattina presto al picchetto duro all’Alfa Romeo di Arese, c’eravate a conversare o a discutere con i compagni di Renato Curcio. Vedevate bene di che pasta erano fatti. Molto simile alla vostra. I ricordi sbiadiscono, come è giusto. Saper leggere la storia, il capitolo di quella storia, è sempre utile.

Festival a Palazzo

Augusto Illuminati

Festival tematici e mostre presentano spesso due difetti: inclinano senza necessità talune discipline in senso spettacolare e (in Italia) sostituiscono con eventi effimeri la normale gestione di musei e università abbandonati a uno scoraggiante sottofinanziamento. Va in controtendenza il Festival di storia Roma città ribelle, organizzato per il 26-28 ottobre in collaborazione fra Nuovo Cinema Palazzo, Anomalia Sapienza, Circolo “Gianni Bosio”, Dipartimento di Storia Culture Religioni dell’Università La Sapienza di Roma, Associazione Culturale “La Lotta Continua”, Gruppo Archeologico Romano e alfabeta2, non perché l’idea sia inedita (manifestazioni consimili abbondano), ma perché è suggestivo che il primo promotore sia non un’istituzione paludata ma un pezzettino stesso di storia, della storia della riacquisizione dei beni comuni quale il cinema Palazzo.

L’occupazione di questo spazio, che si colloca in una serie ben nota di iniziative riappropriative analoghe (dal teatro Valle di Roma all’edificio Macao di Milano, dall'ex-Asilo Filangieri di Napoli al Teatro Garibaldi e ai Cantieri della Zisa a Palermo, al teatro Coppola a Catania, dall’Ex-Q di Sassari al recentissimo teatro Rossi di Pisa), ha la caratteristica di un legame molto stretto e vissuto con un quartiere storico – della resistenza antifascista dal 1922 prima che della movida cittadina – ed è nata sul fronte di una battaglia contro il dilagare mafioso del gioco d’azzardo che, in Italia come in Spagna e sin dalle origine negli Usa, è un laboratorio sperimentale dell’aggressiva pervasività del capitalismo finanziario. Che una rilettura della storia parta da un protagonista d’avanguardia della storia presente, con il sussidio prezioso dei professionisti in senso largo della ricerca scientifica, è un dato significativo, cui non a caso partecipa attivamente anche una rivista sperimentale e dis-organica come alfabeta2.

Il programma del festival (vedi qui) si articolerà su tre sedi romane (il cinema Palazzo, P. dei Sanniti 9, l’aula II della Facoltà di Lettere e Filosofia, P.le Aldo Moro 5, e La Casa della Memoria e della Storia, V. S. Francesco di Sales 5) e comprende lezioni e discussioni sulle repubbliche romane del 1798 e 1849, sulle eresie della Roma papalina, sulla storia orale e il romanzo storico, sul ventennio nella capitale e sulla Resistenza, sull’evoluzione della cucina locale. Interverranno M. Caffiero, L. Villari, C. Lucrezio Monticelli, A. Foa, G. Marcocci, A. Ciccarelli, S. Portelli, G. Monina, V. Evangelisti, L. Villani, V. Gentili, R. Carrocci. D. Conti, R. Sansone, G. Pisani Sartorio e A. Sotgia, cui si affiancheranno concerti di S. Modigliani, P. Brega, del Coro multietnico Romolo Balzani, del gruppo Muro del canto, letture belliane con P. Minaccioni, una mostra del libro storico, la degustazione di piatti popolari. A conclusione, una stimolante rassegna dei luoghi e delle lotte degli anni ’70, presentata da M. Gotor e G. Bonacchi, con contributi di alcuni dei protagonisti. Per tutta la durata del Festival al Palazzo saranno esposte le fotografie di Tano D’Amico, cronista e poeta di tutta quella stagione.