Dopo la politica

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in metropolitana in un cartone pubblicitario che rappresentava una ragazza fotografata di nuca e riportava lo slogan “Bella ciao. L’Italia guarda al futuro. Che parte per l’estero”. È di un’azienda di abbigliamento che dichiara di voler usare come testimonial la gente comune.

Questo slogan cita ironicamente una canzone simbolo della storia politica italiana, che nessun pubblicitario si sarebbe azzardato a usare fino a pochi anni fa, e un sintagma tipico del discorso politico, demistificandoli poi con un crudo riferimento alle difficoltà attuali. È però una demistificazione senza contenuti alternativi, visto che si tratta di un messaggio commerciale che si risolve in uno sberleffo alla classe politica.

Il fatto che questo sberleffo si trovi in una réclame, quando i pubblicitari di solito evitavano in passato la politica come un terreno minato, non è solo sintomo di uno stato d’animo largamente condiviso, ma anche della convinzione che non possa essere mutato tanto facilmente. Non mi sembra che ci sia prova più eloquente del discredito di cui gode la politica, che del resto si sforza di offrire uno spettacolo pressoché quotidiano di incompetenza e corruzione. Né si tratta di un fenomeno solo italiano: basti pensare ai risvolti mediatici delle presunte avventure extraconiugali o per meglio dire postconiugali del presidente della repubblica francese.

Che le vicende d’alcova abbiano spesso giocato un ruolo nella vita politica, dalla contessa Castiglione in poi, non è certo una novità. Eppure questo trattamento dei protagonisti con cadenze da telenovela trent’anni fa sarebbe stato riservato alla casa regnante di Monaco e prima ancora a un reame immaginario, tipo Zenda. Mai in ogni caso a figure dotate di poteri operativi. La decadenza della politica e il suo onore perduto ricordano per più aspetti il fenomeno della crisi dell’oratoria nella società romana imperiale del I secolo d. C.

L’oratoria, disciplina formativa delle classi dirigenti romani e strumento ed emblema della vita pubblica stessa, conosce un degrado progressivo: al posto dei grandi oratori politici che parlano di scelte storiche e di leggi importantissime, emergono declamatori che scelgono argomenti assurdi o malsani per far colpo sui sentimenti peggiori del popolino.

Si accende un dibattito sulle cause di questa crisi: chi lamenta la decadenza morale seguita all’allontanamento dal mos maiorum, l’ethos consuetudinario romano, chi l’inadeguatezza della scuola, chi l’eccessiva ambizione delle famiglie, che vogliono una carriera senza gavetta per i propri rampolli, chi infine timidamente rivendica la bellezza della nuova oratoria adatta ai tempi. ÈTacito con il suo brutale realismo nel Dialogus de oratoribus a risolvere la questione: la decadenza della retorica è dovuta al fatto che, non essendoci più la libertà politica in un impero, non c’è nessun bisogno di persuadere il senato o il popolo a prendere questa o quella decisione e dunque non c’è bisogno di nessuna oratoria.

Infondo ci si può azzardare ad applicare lo schema di ragionamento di Tacito alla crisi attuale della politica. Se è perfino scontato indicare nell’attuale potere neoliberista con le sue pratiche governamentali l’equivalente dell’impero, è interessante guardare con maggiore attenzione al meccanismo di decadenza dell’oratoria. Essa infatti non viene osteggiata dal nuovo potere imperiale né perde di centralità nel sistema scolastico romano, semplicemente sfrattata dalla grande arena politica e giudiziaria si cerca un seguito o meglio un audience nel pubblico sfaccendato degli spettacoli e dei processi di piccolo cabotaggio. Cambia in questo modo anche il livello delle persone che la praticano professionalmente.

Coloro che avrebbero la tempra morale e la preparazione culturale per essere grandi oratori, si astengono dal parlare in pubblico; un personaggio del Dialogus de oratoribus afferma esplicitamente che adesso è meglio dedicarsi alla poesia, più dignitosa in quanto attività lontana dal grande palcoscenico pubblico. Perfino uno scrittore di alta cultura come Plinio il Giovane, che evidentemente non vuole seguire i consigli contenuti nel libro del suo amico Tacito, ci ha lasciato un’orazione per l’imperatore Traiano, che è un impressionante documento di piaggeria, ben superiore a quelli lasciati dai Bondi e dagli altri cortigiani della reggia di Arcore nelle loro giornate di grazia.

Purtroppo per noi, le analogie con i tempi di Tacito finiscono qui: all’epoca era sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Come ricorda Paul Veyne, perfino la repressione dei più tirannici dei cesari si esercitava su quella frazione di senatori che giocavano il grande gioco della lotte di corte e delle ambizioni politiche. Per gli altri, presa qualche precauzione, era sempre possibile una vita privata abbastanza libera.

Oggi invece abbiamo un potere che non reprime nessuno o quasi, ma che si insinua in tutti gli aspetti della vita sociale e quotidiana, perdipiù facendoci subdolamente credere che sia sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Anche se qualcuno, disgustato dalla decadenza della politica, volesse in un placido ozio scrivere qualche bucolica o una nuova versione delle Argonautiche in endecasillabi sciolti, la verità è che non troverebbe nessuna via di ritirata.

 

Reminiscenze scolastiche

Augusto Illuminati

Un mio antenato assisiate, Pietro Trapassi autotradottosi e più noto come Metastasio, aveva già presagito certe vicende attuali ed esaltato nel neoclassico Settecento la virtù dei Romani, tanto cara ai giacobini che rimisero in scena l’Attilio Regolo durante la Repubblica romana del 1799. La storia ci è stata tramandata con toni aneddotici e moraleggianti da Livio, Eutropio e Valerio Massimo: sconfitto e caduto prigioniero dei Cartaginesi, Regolo è rimandato in patria dopo 5 anni per trattare un accordo di pace, impegnandosi a tornare a sicura morte in caso di insuccesso.

Recita l’argomento: «E per la libertà di sì grande eroe sarebbe certamente paruta loro leggiera qualunque gravissima condizione: ma Regolo, in vece di valersi a suo privato vantaggio del credito e dell'amore, ch'egli avea fra' suoi cittadini, l'impiegò tutto a dissuader loro d'accettar le nemiche insidiose proposte. E lieto d'averli persuasi, fra le lagrime de' figli, fra le preghiere de' congiunti, fra le istanze degli amici, del Senato e del popolo tutto, che affollati d'intorno a lui si affannavano per trattenerlo, tornò religiosamente all'indubitata morte, che in Africa l'attendeva: lasciando alla posterità un così portentoso esempio di fedeltà e di costanza». Si precipita pertanto verso la botte chiodata, esempio di romana magnanimità e fedeltà ai patti, contro la punica inaffidabilità e crudeltà. Soggetto amatissimo per il melodramma, evvai!

In Metastasio la figlia Attilia si batte acciò che il Senato non restituisca l’ostaggio, ma il tribuno Licinio, pur innamorato della ragazza, prende un fiero cipiglio, rappresenta il potere e dichiara non essere colpa sua se lo sventurato suocero cadde prigioniero. L’astuta ragazza decide allora di rivolgersi «al popolar soccorso», insomma all’opinione pubblica, stampa, cinguettii, tv, partiti (chissà se stavano sotto elezioni, comunque una volta all’anno almeno gli toccava). Regolo si pronuncia per il rigetto delle proposte di pace, malgrado le sollecitazioni dell’ambasciatore cartaginese che gli ricorda (senza crederci troppo) l’impegno a un rischioso ritorno, spinge addirittura il riluttante figlio Publio a votare in tal senso e il Senato accoglie quell’opinione negativa. In pieno stile repubblicano: «La patria è un tutto/di cui siam parti. Al cittadino è fallo/considerar se stesso/separato da lei» (atto II, scena1). Nasce ora il problema se mantenere o no il giuramento di rientrare a Cartagine.

Con l’amico console Manlio l’argomento è schietto: non puoi chiedermi di compiere un’indegnità per salvare la vita, apprezzo il tuo attaccamento ma «se amar mi vuoi,/amami da romano» (II, 2). Ancor più drastico con la figlia e il futuro genero Licinio: «Taci: non è romano/chi una viltà consiglia» (II, 4). Lo stesso ambasciatore cartaginese Amilcare, cui il suddetto figlio di Regolo, Publio, ha restituito l’amante, la sua schiava tunisina Barce (spacciata per nipotina di Mubarak), si commuove e si augura che Regolo tradisca la promessa. Entra in scena il popolo: «Roma tutta è in tumulto: il popol freme;/non si vuol che tu parta» (III, 1).

E il giuramento? obbietta scandalizzato Regolo, qui si vuol prevenire un delitto con un altro delitto. Ma i consoli convocano il collegio degli àuguri, presieduto dal ministro degli Esteri Terzi e composto dai colleghi della Giustizia e degli Interni. Il loro responso è che la controversia venga demandata a una giurisdizione internazionale e intanto Regolo resti a Roma. Amilcare propone un sotterfugio: scappa, così nessuno si prende la responsabilità, magari forniteci sotto banco qualche informazione sugli elicotteri taroccati della Finmeccanica e relative tangenti, così regoliamo certi nostri affari interni.

Incazzatissimo Regolo replica che non vuol rendersi «reo, profugo, mentitor», lui, come ogni romano, «vive d’onore» e «la sola viltà qui fa spavento» (III, 4). Manlio e Licinio litigano su opposte opzioni, difendendo il primo l’autorità senatoriale, l’altro la tumultuosa volontà popolare, ma Regolo, nella scena conclusiva, impone la sua scelta, rifiutando di contraddire un giuramento pur estorto in ceppi: lasciamo «questi d'infedeltà pretesti indegni./Roma a' mortali a serbar fede insegni». Si tratta di dare un esempio imperiale: «Ah conservate/illibato il gran nome; e voi sarete/gli arbitri della terra; e il mondo intero/roman diventerà».

Altri, tempi, altre repubbliche, altri marò. Dal melodramma eroico si è scivolati nella farsa bocconiana. Terzi auspica il nostro intervento in Siria e magari pure in Corea (non facciamoci mancare niente) e poi imbroglia e inciucia su licenze ed estradizioni. Eppure in casi analoghi (strage del Cermis, assassinio di Callipari) ci eravamo trovati dall’altra parte della barricata e avevamo invano chiesto l’estradizione dei responsabili, regolarmente negata con argomentazioni pseudo-giuridiche. I potenti Usa esibirono arroganza, i servi italici usano l’inganno.

La Triade Capitolina dell’inviolata

Michele Emmer

Si è parlato di recente a proposito di tagli nel bilancio dello Stato di chiudere parzialmente o totalmente alcuni piccoli musei di cui l’Italia è piena. Non ci sono dubbi che i più importanti e famosi musei e siti espositivi dell’epoca Romana si trovano a Roma. E attirano milioni di visitatori. Capita allora che una piccola mostra, in una piccola città in provincia di Roma rischi di passare inosservata, anche per le difficoltà oggettive per raggiungere la sede del museo. Vicino Roma, presso la città di Guidonia Montecelio si trova la località chiamata Tenuta dell’Inviolata. Negli ultimi anni, dal 2009, la Soprintendenza per i Beni Archeologici per il Lazio ha condotto una campagna di scavi che ha portato tra l’altro alla scoperta del percorso stradale della Tiburtino-Cornicolana che è perfettamente conservato. Sono state anche scoperte necropoli e ritrovati diversi oggetti. Ma di gran lunga la scoperta più sorprendente fatta alla Tenuta dell’Inviolata è stato il ritrovamento dell’unico esempio conosciuto di Triade Capitolina quasi integrale. Interessante la storia del ritrovamento.

Il gruppo scultoreo viene trafugato nel 1992, dopo essere stato ritrovato all’Inviolata. In origine doveva essere collocato in una lussuosa villa Romana di grandi proporzioni. Anni dopo il trafugamento il gruppo di statue venne recuperato dai Carabinieri, dal nucleo Tutela Patrimonio Artistico ed è stato posto nella sale del Museo Nazionale di Palestrina. Dallo scorso 27 aprile e fino al 5 novembre 2012 la Triade è visibile vicino ai luoghi dove è stata ritrovata, a Montecelio, sopra Guidonia, nell'ex convento di San Michele. Con le parole Triade Capitolina si indica un gruppo scultoreo composti da tre divinità, Giove, Giunone e Minerva. Il culto della Triade (nome recente del XIX secolo) è tipico di Roma e probabilmente serviva a definire un gruppo di divinità che identificavano la grandezza di Roma.

Sul Campidoglio sorgeva il Tempio di Giove Ottimo Massimo o di Giove Capitolino, che era dedicato alla Triade Capitolina. Era probabilemnte il monumento più imponente sul Campidoglio. La Triade in mostra a Montecelio raffigura al centro Giove, con la mano destra appoggiata che regge un fascio di fulmini mentre con la sinistra, perduta, reggeva lo scettro. Ai suoi piedi l’animale sacro, l’aquila ad ali spiegate. Alla sua sinistra Giunone, con il velo, tiene una patera ed uno scettro, manca l’avambraccio destro. Ai suoi piedi il pavone che fa la ruota. Dall’altra parte Minerva doveva avere nella mano sinistra, mancante, la lancia e nella destra l’elmo Corinzio sollevato sulla testa. Ai suoi piedi la civetta sacra. Dietro la testa delle tre divinità ci dovevano essere tre piccole Vittorie che incoronavano gli dei rispettivamente con foglie di alloro nel caso di Minerva, con foglie di quercia per Giove e di petali di rose per Giunone. Solo quella sopra Giunone è ben conservata. La datazione è dell’età tardo-antonina, l’età di Caracalla, Marcus Aurelius Antoninus, (188-217 d.C.).

“Apparve prima una testa, al centro. Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro eppure delicato di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali ed al tempo stesso soavi di una sposa divina, assisa a fianco degli altri personaggi”. Così lo scrittore Valerio Massimo Manfredi ha descritto la scoperta del gruppo di statue nel suo romanzo giallo Gli dei dell’impero. La Triade Capitolina conclude la mostra, ma non è il solo oggetto di interesse. Vi sono molte altre cose da vedere. La mostra si intitola “Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”. Èdedicata a tanti archeologi, italiani e stranieri, da Rodolfo Lanciani a Ferdinand Gregorovius, ed è nata dalla collaborazione dei musei di Alatri, Lanuvio, Nemi,  Palestrina, Vetulonia e Montecelio.

Il luogo, sulla collina dove sorge l’ex convento, è fantastico, con una vista eccezionale. Anche l’allestimento è ben curato e così il catalogo. MA… c’è un ma. Difficile sapere l’orario di apertura, nel sito della mostra non è indicato, difficile, difficilissimo trovare la mostra. Si arriva a Montecelio, si cerca una indicazione della mostra. Nulla. Nemmeno del convento. Si chiede a qualcuno. Bisogna salire per una piccola strada. Si sale, ci sono degli incroci, nessuna indicazione. Poi una scala Santa, con scritto a caratteri piccoli piccoli Convento di San Michele. Nessuna indicazione della mostra. Si sale a piedi, ecco il covento e, incredibile, davanti alla porta del convento, all’ingresso della mostra, finalmente un manifesto della mostra! Ma ne vale la pena, ne vale molto la pena. Ed i volontari archeologi che vi accolgono sono entusiasti e molto gentili. Andateci!

“Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”, ex convento di San Michele, via XXV aprile, Montecelio, sino al 5 novembre, www.guidonia.org, tel 0774 301290/303435 aperto L-V dalle 10 alle 13, e dalle 16 alle 19; S-D dalle 10 alle 19.