L’album di famiglia

Gabriele Fichera

Il libro di Vitello affronta con coraggio un tema complesso: il rapporto fra narrativa italiana e terrorismo politico degli anni Settanta. Viene passato in rassegna un nutrito corpus di romanzi scritti nell’arco di trentacinque anni, diciamo fra Caro Michele (1973) di Natalia Ginzburg e Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta. Il verdetto emesso a proposito di questo «filone» letterario è netto. Il rapporto fra terrorismo politico e fiction viene mancato, e i risultati sono spesso mediocri. Tale narrativa appare infatti minata dall’incapacità di comprendere la portata storica e conflittuale della lotta armata.

Questa scandalosa politicità dell’eversione viene continuamente camuffata, smussata e finalmente rimossa. Nella deformazione letteraria prevalgono filtri interpretativi logori, che riducono il problema della violenza a incarnazione ora del conflitto edipico, ora dell’isteria femminile, inevitabilmente condita dal pimento di un erotismo d’accatto. Questi schermi sarebbero vetusti cascami di un paradigma culturale, quello edipico freudiano, ormai fuori corso. Secondo l’autore, per comprendere i tratti salienti della fase postmoderna, è semmai il caso di riprendere uno spunto lacaniano: quello della «evaporazione del padre», per cui la figura paterna sarebbe divenuta fragile e vulnerabile, quindi in fin dei conti meno esposta alla violenza filiale. Il Moro dolce e remissivo di Buongiorno notte di Bellocchio, che nella finzione filmica infatti non viene ucciso, è un esempio di questo smottamento culturale ed epistemologico.

Impossibile discutere a fondo, nei limiti di spazio qui imposti, i diversi interrogativi sollevati da questo documentatissimo lavoro. Alcuni però vanno quanto meno enunciati. È sicuro che l’evaporazione del padre rispecchi una reale crisi dell’autoritarismo politico? Pasolini parlò di «tolleranza repressiva». Gli anni Settanta hanno sfoderato una capillare repressione, poliziesca e non, molto «paterna», che tra l’altro ha saputo usare, per legittimarsi, i vari dispositivi della retorica vittimaria. Si potrebbe azzardare l’ipotesi di una «edipizzazione» del padre. Il «Potere» non rivolse in modo cinico e violento le proprie frustrazioni e insicurezze su figli che furono comunque, e per tantissimi motivi, degli indomiti ribelli? Penso all’esatta allegoria di Cerami e Monicelli in Un borghese piccolo piccolo.

Un’ultima osservazione: l’abusata dicitura «anni di piombo», ripresa nel titolo del libro, mi pare fuorviante. Essa rischia di far coincidere l’eversione terroristica di sinistra con l’articolata conflittualità sociale di quel decennio. Ma questa sovrapposizione è riduttiva e non regge neanche dal punto di vista storico. Il fenomeno delle BR, nato all’indomani della bomba a Piazza Fontana, e come reazione a ciò che essa significava, rimase marginale fino agli anni 1976-77. Fino ad allora aveva spadroneggiato lo stragismo golpista dell’estrema destra. Quando il brigatismo alzò il tiro la forza espansiva dei movimenti giovanili e le istanze di cambiamento erano già state sconfitte.

La strategia della tensione, i tentativi striscianti di colpo di stato, la crisi economica e il consociativismo del PCI avevano già dato i loro venefici frutti. La lotta armata fu la pietra tombale delle speranze rivoluzionarie. E forse sono proprio quest’ultime le vere vittime simboliche del terrorismo di cui questi romanzi colpevolmente non parlano. Questa rimozione è una delle chiavi non solo del vistoso fallimento letterario di cui ci parla Vitello, ma anche del ben più grave fallimento culturale e politico che contraddistingue il nostro tempo; questo sì, irrimediabilmente plumbeo.

Gabriele Vitello
L’album di famiglia. Gli anni di piombo nella narrativa italiana
prefazione di Raffaele Donnarumma
Transeuropa (2013), pp. 199
€ 14, 90

Rivolta

Mario Gamba

Anni cruciali in una città cruciale. E le vicende intrecciate degli autonomi in quella città. I ‘70 a Bologna. Verso il ’77, il culmine, l’affollarsi delle esperienze di vita rivoluzionaria. La storiografia sul periodo non è tanto lacunosa quanto segnata dall’ideologia totalitaria dell’oggi italiano: neoliberismo alla base, protervia d’ordine nello scorrere delle documentazioni, specie quelle divulgative. Fiction televisive improntate all’orrore per l’insorgenza radicale diffusa dell’epoca (con le sue punte insurrezionali).

Descrizione farsesca dei comportamenti e dei linguaggi. Clamorose omissioni sulla durezza sadica delle punizioni inflitte agli insorti dagli organi dello Stato. Soprattutto, assenza in un quadro organico delle voci che raccontano come comincia l’avventura e come diventa scontro acceso e invenzione di situazioni alternative nella quotidianità. Niente di più utile, quindi, per cercare di mettere la materia nel posto giusto, di uno spicchio di quella storia raccontato dai protagonisti stessi, corpi e anime di quella che è stata chiamata l’Orda d’Oro.

Il film Rivolta realizzato da Maurizio Gibo Gibertini con la sua Officina Multimediale è appunto questo spicchio di storia narrata. Parlano otto persone che negli anni ’70 facevano parte di Autonomia Operaia e agivano nel capoluogo emiliano. È il tempo in cui viene aggiunta la parola Organizzata al nome del gruppo. Questo succede a livello nazionale. C’è una curiosa contraddizione tra il massimo di movimentismo del periodo, in particolare del ’77, ben vissuto e interpretato proprio dai militanti di AutOp, e un riferimento organizzativo forte conferito al proprio itinerario politico. E a Bologna, capitale dei «creativi» nel movimento rivoluzionario dell’epoca, la contraddizione può sembrare particolarmente acuta. Solo a posteriori sembra difficile da armonizzare, quando si forma una domanda nel ricordo e nelle riflessioni di coloro che quella battaglia l’hanno fatta e oggi ne espongono i tratti in chiave personale.

Mimmo Rotella - Attacco - 1979 - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano
Mimmo Rotella, Attacco (1979) - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano

Nel suo momento, il ’77 bolognese, questa convivenza di opposti, o almeno diversi (Roberto Sassi: «Radio Alice fungeva da organizzatore collettivo, strano l’abbinamento di movimentismo e leninismo!») non viene avvertita come artificiosa. Casomai come l’oscillazione (in un passaggio fluido e continuo) tra spontaneità informale e desiderio di un’efficacia nella «pratica dell’obiettivo», oltre al desiderio di anticipare concretamente forme di vita che appaiono ulteriori rispetto all’ordine del discorso capitalistico. Una contraddizione vitale. Gli «storici veri» di Rivolta non sono né pentiti né rifluiti: sono oggi vispi attivisti all’incirca sessantenni in un campo di ripresa del pensiero critico. Il regista li inquadra, uno alla volta, seduti su uno stesso divano bianco in un interno di soggiorno-studio. Parlano tutti con un tono di passione pacata. Esibiscono accenti diversi, s’intende, curve melodiche diverse dell’eloquio. Ma la vivezza distesa li accomuna mentre ripercorrono ragionando la loro vicenda di antagonisti sociali.

Primi piani e campi medi si alternano, i personaggi del film cambiano di poco la loro posizione nel quadro, al massimo da un capo all’altro del divano. Ma l’aggancio degli spezzoni delle loro storie è sapiente, è attento alla successione dei temi e dei toni, alla «musicalità» degli interventi. Così il tutto risulta languidamente mosso, pensosamente vivace. Non c’è epica nel lavoro di Gibertini. I suoi personaggi non sono eroi né reduci. Scoprono l’irruzione della memoria come attivazione del presente. Scoprono l’attualità preziosa delle loro esperienze. O la preziosa «inattualità», se vogliamo dirla con Agamben (Che cos’è il contemporaneo) per via della discordanza di quelle esperienze con lo stato delle cose, di allora e di oggi.

Si sa che in tipi di prodotti come questo film il culto della memoria può giocare brutti scherzi. La smemoratezza, l’oblio («Occorrono poeti del dimenticare» scriveva Franco Berardi “Bifo” in Caleidoscopio della paura, DeriveApprodi, n. 20, 2001) può rivelarsi più stimolante per chi punta a una nuova instabilità antagonista del quadro politico-sociale. Meglio agire-per-sovvertire, rinnovando i propri strumenti interpretativi, che ricordare. Ma è proprio qui che il lavoro di Gibertini vince la sfida. Di racconto in racconto, di frammento in frammento, emerge la sintonia con un oggi possibile di aggregazione di nuovi soggetti insorgenti.

Maurizio Sicuro: «A un certo punto cambiano i comportamenti. E il movimento si espande, i non garantiti sono protagonisti». Valerio Guizzardi: «L’autonomo diventa egli stesso la rivoluzione qui e ora». Patrizia Gubellini: «Il personale è politico, ecco un tema centrale. Noi cerchiamo di modificare subito la nostra vita». Gli altri «attori» sono Alessandro Bernardi, Lucia Costa, Giorgio Lavagna (fondatore del gruppo punk Gaznevada), Nico Maccentelli. Un respiro lungo del film. Un procedere monodico che cattura lo spettatore/ascoltatore come una serie di Madrigali di Monteverdi legati uno all’altro.

Rivolta di Maurizio Gibo Gibertini verrà presentato oggi 28 marzo 2014 alle ore 18.00 nel corso della mostra BHAP (beat, hippie, autonomi, punk) al Lucernario Occupato della Sapienza - Viale delle Scienze, Roma.