La scuola della psicoausterità

Roberto Ciccarelli

Il «concorsone» è l'ultima stazione per chi pensa che un contratto a tempo indeterminato nella scuola, anche in quella primaria o nella media, potrebbe aiutare ad arrivare a fine mese. Milleduecento euro farebbero comodo anche a chi non è mai stato iscritto in una graduatoria, né ha mai insegnato stabilmente, nemmeno con una supplenza di un mese. Diciotto ore di lavoro a settimana, esclusi i consigli di classe e la correzione dei compiti, sembrano una prospettiva favolosa per chi fino ad oggi ha svolto una professione, certamente precaria, sbarcando il lunario per necessità o per passione, lavorando 18 ore al giorno e gli studi se li è lasciati alle spalle dalla laurea che deve avere conseguito improrogabilmente entro il 2001.

Il concorso dei non insegnanti
È
questa la storia di 214.453 persone, pari al 66,8% dei 321.210 candidati che hanno fatto domanda per partecipare al mega-concorso per la scuola. Secondo i dati ufficiali pubblicati qualche giorno dal Miur, la stragrande maggioranza degli aspiranti ad uno dei 11.542 posti per insegnanti non ha mai insegnato, ha frequentato itinerari che oggi non danno più sicurezza. In media le donne sono la maggioranza e hanno 38 anni, mentre gli uomini sono leggermente più anziani, 41 anni. Entrambi sono l'espressione di quella generazione di mezzo, tra i 36 e 45 anni, che in maniera disillusa e un pochino auto-consolatoria è stata definita «generazione perduta»: 158.879.

Sono dati rivelatori più di qualsiasi indagine Istat su categorie fantasiose come gli «sfiduciati», oppure sui «neet». Basta scorrere quelli della classe d'età inferiore ai 35 anni che dovrebbe raccogliere coloro che hanno frequentato tra il 1999 e il 2009 le scuole per l'insegnamento (Siss) e sono stati costretti dal Ministro Profumo a ripetere un concorso per cui si sono già abilitati negli anni passati. In questa fascia ci sono 113.924 persone, mentre coloro che hanno tra i 45 e i 55, probabilmente insegnanti iscritti nelle Gae e con decenni di esperienza in classe, sono 2.812, cioè una minoranza assoluta. Se poi volessimo descrivere questo eccezionale campione per appartenenza geografica avremmo ricomposto il quadro della situazione sociale italiana: 164.827 persone vivono a Sud, mentre «solo» 93.963 risiedono a Nord, 62.420 nel centro del paese. Una distribuzione che segue la decisione del ministero di bandire più posti nel Meridione, ma che conferma ugualmente la condizione di disoccupazione dei laureati, più acuta rispetto al resto del paese.

Questa è la verità di un paese dove c'è un alto numero di disoccupati intellettuali che aspirano legittimamente a un lavoro qualsiasi. La sproporzione tra gli iscritti nelle graduatorie e coloro che non hanno mai insegnato è la vera novità rispetto alle settimane di polemiche infuocate sul concorso-mostro. Il ministero aveva minimizzato, tremando si era lanciato in previsioni al ribasso, tutta l'attenzione si era concentrata sui precari della scuola, costretti all'umiliazione di ripetere una prova già fatta. Ecco, invece, la sorpresa. La gran parte dei precari si è rifiutata di partecipare al concorso, ed è esplosa la bomba degli altri precari, i laureati, i freelance, coloro che hanno lavorato nell'ultimo decennio nel terziario avanzato e oggi non hanno alternative. Nemmeno quella di concorrere realmente ad una cattedra, visto che dovrebbero superare la concorrenza di altre 25 persone.

Programmare la vita
"Le persone devono poter programmare la loro vita" ha commentato il ministro Profumo dopo la pubblicazione dei dati. Alludeva al suo progetto di fare un concorso ogni due anni per esaurire le graduatorie degli insegnanti. Ammesso che questo sia possibile, e che il governo in carica abbia la capacità - tutta da dimostrare - di bandire un altro concorso a primavera 2013, quando cioè non sarà più in carica, quello di Profumo è un progetto che, nella sua insensatezza, dev'essere preso sul serio. I primi dati del concorso rivelano infatti il futuro: non solo i concorsi biennali non riusciranno ad collocare i 160 mila iscritti nelle graduatorie, se non dopo mezzo secolo, ma queste procedure verranno travolte dal precariato intellettuale che esiste fuori dalla scuola.

Programmare la vita dei precari della conoscenza è una strategia di governo dall'alto, iperburocratica, non ispirata ai criteri di selezione in un'azienda, e nemmeno nel pubblico. Visti i numeri, e la situazione esplosiva, non è minimamente possibile immaginare che tale selezione riesca nel suo scopo: quello cioè di individuare il candidato ideale per eseguire un lavoro. Si tratta invece di una strategia di disciplinamento del tempo di vita dei precari. Chi effettua la programmazione non è il precario, bensì la burocrazia ministeriale. La quale non si rivolge solo alla vita del docente precario, bensì a quella del precario tout court, il precario qualunque anche se plurititolato e con curriculum lungo una preghiera.

Il primo effetto di questa decisione è di mettere in concorrenza queste due categorie. Ma non basta. Il progetto di stabilire "una cadenza stabile nel tempo" dei concorsi, e quindi di un processo di selezione colossale implica il progetto di mettere sullo stesso piano centinaia di migliaia di precari ogni due anni, negando ai docenti la possibilità di rivendicare la propria esperienza, obbligando i "non-insegnanti" aspiranti docenti a consegnare le loro esperienze pregresse all'oblìo.

Giochi del destino
La strategia del concorso-mostro ha avuto successo perché si fonda su una sensibilità diffusa: il posto fisso è l'ultimo bene rifugio in Italia. Ma è anche la ratifica di una convinzione di massa: questa sistemazione è illusoria nella misura in cui c'è 1/25 di possibilità per realizzare il sogno di una vita. È lo stesso meccanismo alla base dei giochi a premi, delle lotterie, del lotto o del totocalcio. Il desiderio di vincere è soggetto all'amara consapevolezza che vincere non è così facile, visto che le probabilità sono ristrettissime.

Se al lotto basta puntare un terno sulla ruota del nessun dove, nel concorso per la scuola bisogna lavorare molto di più. I candidati che vorranno essere meritevoli di un bacio del caso dovranno sottoporsi ad una percorso ad ostacoli. Le scadenze sono infinite: entro il 21 novembre i candidati dovranno completare la domanda; nella terza settimana di dicembre ci sarà la prova preselettiva in tre giorni; a febbraio ci saranno le prove scritte. In Campania il rapporto tra candidati e posti dà un indice di 34,24, mentre nel Lazio questo indice scende di molto e si attesta a 23,28, infine in Lombardia risaliamo a 28,20. Questo indice risulta più conveniente in Piemonte con il 24,23. La regione dove la probabilità di vincere è minore è la Sicilia.

Ma nell'istruzione governata come un gioco del destino c'è un elemento in più. Il progetto di moltiplicare questi concorsi ogni due anni presuppone una mastodontica organizzazione da parte dello Stato. Sempre che l'annuncio di Profumo sia in qualche modo attendibile, e rischia seriamente di non esserlo, per la prima volta dalla nascita della precarietà di massa lo Stato si impegna ad organizzare una procedura che terrà occupate per tre giorni tutte le scuole, le università, le biblioteche, e forse le palestre o gli alberghi in tutta Italia. Mettendo a sistema questo progetto significherà forse organizzare un ministero addetto alla selezione dei precari? Il sogno di una vita è tale solo quando è controllato, regolato, auspicato da una burocrazia attenta ai costi, ma generosa nel produrre illusione e competizione. Paradossi dei tempi dell'austerità. O meglio della psicoausterità.

Il discorso sugli insegnanti

Giorgio Mascitelli

Negli ultimissimi anni, non solo in Italia, il discorso sugli insegnanti e in particolare su cosa si intende per buon insegnante si è fatto intenso. In sé è indubbiamente positivo che ci sia una grande attenzione sulla figura del docente, che fino a pochi anni fa latitava, a maggior ragione se altre figure professionali di prestigio sociale maggiore, dal medico al magistrato, dall’avvocato al giornalista, dal manager al banchiere, non suscitano altrettanto interesse.

Il discorso sugli insegnanti, però, è alimentato soprattutto da interventi critici che provengono da alti funzionari di organizzazioni internazionali, docenti universitari, economisti e politici che hanno a che fare con la scuola più come macrostruttura economica che come pratica quotidiana. L’economista che ha scoperto l’algoritmo che consente di calcolare esattamente quanti soldi in più un buon insegnante faccia guadagnare al suo fortunato allievo in tutta la sua vita, il pedagogista che protesta contro l’ottusità di chi non si accorge che il videogioco ha una funzione centrale e sostitutiva del libro nello stimolo mentale dello studente, il funzionario che prevede l’assimilazione dell’insegnante all’assistente sociale, pur nella diversità dei loro punti di vista, hanno in comune un’implicita insoddisfazione non solo nei docenti come sono, ma anche nei criteri finora vigenti per giudicarli. Essi non dicono semplicemente che gli insegnanti non sono all’altezza del modello che dovrebbero rappresentare, ma che ciò che essi credono essere bene non lo è. Insomma è in atto quella che verrebbe chiamata una rivoluzione culturale con la differenza rispetto a quello originale, che ora è il quartier generale a sparare su tutto ciò che si muove.

La cosa curiosa di questo discorso è che in esso prevale quella che potremmo chiamare un’insoddisfazione permanente più che un’indicazione di valori professionali e sociali che si traducano in nuovi comportamenti. Qua e là è possibile scorgere alcune indicazioni di merito sulla necessità di dotarsi di una metodologia didattica rigorosa, scientifica o addirittura numerica oppure quella di adeguarsi maggiormente alle richieste del mercato del lavoro, ma nel complesso il messaggio prevalente è quello dell’inutilità e dell’inadeguatezza dell’insegnante. È possibile spiegare questa vaghezza in molti interventi come frutto di una certa confusione culturale su quale scuola si voglia, ma è probabilmente una strategia comunicativa obbligata per altri, che ritengono che gli insegnanti vadano semplicemente giudicati secondo criteri quantitativi come tutte le altre forme di lavoro dipendente. Allora l’insoddisfazione permanente diventa un metodo utile per giustificare senza discussione misure che altrimenti apparirebbero contraddittorie. Per esempio, quando si scrive sui giornali che gli insegnanti cominciano a tremare in occasione dell’introduzione di questa o quella verifica dei livelli di apprendimento degli studenti o di una graduatoria delle scuole, si dà già per scontato che i risultati saranno negativi e i colpevoli insegnanti perciò dovranno tremare, ma l’effetto retorico di un simile ragionamento preconcetto può essere garantito soltanto attraverso il metodo dell’insoddisfazione permanente.

Se è impossibile arrivare a vedere una nuova figura di insegnante nel discorso attuale, si può invece scorgere la matrice di fondo dell’insoddisfazione permanente verso il docente attuale. Ciò che non piace di questa figura è la sua funzione intellettuale, che è connaturata all’attività di trasmettere il sapere perché implica un atteggiamento riflessivo (infatti chi trasmette in maniera meccanica le proprie conoscenze finisce con il trasmetterle male anche da un punto di vista nozionistico), che ovviamente è ancora più necessaria negli aspetti formativi del lavoro del docente. Possiamo incontrare un dettaglio illuminante in un libro curato dall’OCSE nel 2001 sull’avvenire della scuola: nell’elencazione di alcune caratteristiche del corpo docente in uno scenario negativo per la scuola viene indicata innanzi tutto la persistenza dell’idea del lavoro di insegnante come arte individuale. Ora negare la dimensione di arte individuale del lavoro di docente significa considerare assolutamente secondari gli aspetti di relazione umana e di autoanalisi su ciò che si fa in classe. Tutto ciò può essere visto positivamente solo se si ritiene che l’insegnante non debba trasmettere un insegnamento ai propri allievi, ma eseguire operazioni standardizzate o addirittura addestrarli.

La scuola occidentale moderna ha avuto molti genitori, tra i quali sicuramente dobbiamo annoverare le seicentesche scuole dei gesuiti, e mi sembra che gli attuali cultori del metodo dell’insoddisfazione permanente condividano con i reverendi padri di allora il sogno di una scuola dove tutti ubbidiscano perinde ac cadaver.