Reddito minimo

Davide Gallo Lassere

Per appoggiare l’idea di un reddito minimo garantito non bisogna per forza di cose decretare la fine del lavoro, come se l’enorme sviluppo tecnico e la razionalizzazione produttiva del neocapitalismo fossero davvero dei processi inarrestabili o non avessero alcuna ricaduta sistemica dall’altra parte del globo. Tanto meno appare necessaria una ferrea presa di posizione critica contro le logiche capitalistiche di messa in valore della forza-lavoro, con le loro appendici di sfruttamento, dominio e alienazione. Molto più modestamente, l’attrazione sempre più diffusa per la creazione di forme minimali di distribuzione di ricchezza in moneta sonante segna l’avvenuto disincanto nei confronti del vecchio mito di Sinistra secondo cui il lavoro configura la via maestra per conquistare l’emancipazione materiale ed esistenziale.

Senza entrare nel merito di uno dei dibattiti più appassionanti che ha attraversato le scienze sociali e la filosofia antropologica degli ultimi decenni, è qui sufficiente operare una distinzione ortografica, concettuale e politica tra Lavoro e lavoro. Non è infatti importante, almeno in questa sede, discutere la teoria del valore-lavoro o vagliare l’ipotesi di Karl Polanyi a proposito del ruolo fondamentale giocato dalla mercificazione del lavoro (la terza “merce fittizia”, oltre a terra e denaro) nei meccanismi di genesi e sviluppo del capitalismo moderno. Ciò che più conta è sottoporre a dubbio radicale il culto incondizionato del Lavoro; ossia la santificazione dell’attività lavorativa quale suggello di ogni vita umana riuscita. Il lavoro (con la minuscola questa volta) è sempre esisto e sempre esisterà. Rappresenta un’invariante antropologica. È infatti ineluttabile per l’uomo doversi plasmare in continuazione con il sudore della propria fronte le condizioni materiali adatte in cui vivere e potersi riprodurre. Ciò che, invece, appare meno assoluta ed essenziale è la valorizzazione unanime dell’animal laborans.

Neoliberali e veteromarxisti potranno rinfacciare che l’oziosità fu privilegio di piccoli strati agiati delle società premoderne, come la nobiltà guerriera e possidente o il clero religioso. Chi scrive, sulla scorta di autorevoli studiosi, è convinto che la realizzabilità delle politiche di pieno impiego, perlomeno allo stato attuale delle cose, rappresenti tutt’al più una pia illusione. Alla stessa maniera, il lettore vagamente informato ben sa che la stabilità e la gratitudine lavorative, almeno per una fetta sempre più larga di popolazione, hanno ormai l’amaro sapore di un sogno svanito a tempo indeterminato. Ecco allora che, nonostante tutte le pecche – anche gravi – dell’attuale proposta di legge, finalmente pure in Italia (uno dei pochi paesi occidentali a non prevedere ancora alcun sostegno diretto al reddito) comincia timidamente ad affiorare sulla scena pubblica una tematica ben presente su altri palcoscenici nazionali da oltre vent’anni.

Per quanto emendabile, l’attuale iniziativa popolare (alla quale si può aderire fino al 31 dicembre) offre comunque un’ottima base di partenza per proporre delle interessanti politiche di partecipazione alla vita sociale che aggirino la ricompensa salariale. Se è pur vero, infatti, che identità personale e legame sociale – il riconoscimento – trovano nel lavoro un terreno proficuo in cui germogliare, allo stesso tempo non si può più rigettare moralisticamente (o ideologicamente!) l’ipotesi per cui la realizzazione di sé e la gratificazione personale incontrino nell’otium del tempo libero una valida alternativa viabile sotto tutti i punti di vista: economico-finanziario, politico, culturale e sociale.

Aldilà delle impietose origini etimologiche (labor, da cui lavoro, significa fatica, mentre il tripalium, da cui travail o trabajo, era uno strumento di tortura), l’immagine del mondo sottostante alle proposte di reddito garantito rappresenta quanto di più seducente ed entusiasmante possa regalare il panorama attuale delle idee politiche: limitare al massimo il regno della necessità, appacificare per quanto possibile la conflittualità sociale che ne deriva, non far più dipendere la soddisfazione dei bisogni primari dall’aleatorietà dello sforzo individuale; rendere insomma ognuno libero dalla costrizione più immediata, al fine di perseguire autonomamente la ricerca della felicità, senza vincoli di ordine biecamente materiale.

Se il tempo è denaro, il tempo libero è denaro che non si vuole o non si ha (più) bisogno di guadagnare. A partire da una solida base di reddito garantito, può perciò essere rimessa in moto l’immaginazione sociale, escogitando forme di vita e pratiche sociali che prescindano dall’esigenza di acquisire sempre più denaro o che si impernino attorno a usi alternativi dello stesso o a monete parallele e complementari – capaci cioè di retribuire quei tipi di attività (socialmente utili o ludiche e ricreative) difficilmente remunerabili altrimenti.

Lavorare meno, lavorare tutti

Lelio Demichelis

Se non fosse oggi l’uomo più ricco del mondo - secondo l’ultima classifica della rivista americana Forbes pubblicata nei giorni scorsi – per gli ideologi (o gli intellettuali organici) del neoliberismo in servizio permanente effettivo, il messicano Carlos Slim sarebbe un pericoloso sovversivo perché sovvertitore del magico ordine del libero mercato e negatore della sua altrettanto magica mano invisibile.

Cosa ha detto di così scandaloso e di eretico l’uomo più ricco del mondo, messicano ma di origini libanesi e imprenditore di successo? Ha detto – parlando a un Seminario ad Asunciòn, in Paraguay - che per ridurre la disoccupazione dilagante nel mondo occidentale e per dare più qualità alla vita delle persone bisogna ridurre gli orari di lavoro.

Secondo Slim bisognerebbe lavorare solo tre giorni alla settimana. Certo, lavorando magari anche 11 ore per ciascuno di questi giorni. Ma è la prima parte del suo ragionamento che qui vogliamo sottolineare. Ridurre l’orario di lavoro. Liberarsi dalla fatica e dal peso del lavoro sulla vita. È stato il sogno del Novecento e dei suoi intellettuali migliori, sogno in gran parte realizzatosi soprattutto nei primi trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quelli della democratizzazione del capitalismo come li ha definiti Wolfgang Streeck.

Poi - scena rovesciata e inizio della de-democratizzazione del capitalismo - negli anni Novanta del secolo scorso sono state le retoriche o i conformismi allora dominanti a sostenere che il pc avrebbe liberato il lavoro dalla fatica, che avremmo tutti lavorato di meno e avuto quindi più tempo libero, che stavamo entrando nella nuova fase, ovviamente virtuosa, del lavoro immateriale, cioè intellettuale più che fisico, nell’economia della conoscenza, nel capitalismo cognitivo e persino nel punkcapitalismo, nella wikinomics eccetera eccetera.

Oggi, invece – effetto inevitabile delle nuove tecnologie e della organizzazione in rete del lavoro - chi lavora lavora più di prima, la vecchia distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero e di vita (distinzione che dava qualità alla vita, tenendo separati due mondi che sono alternativi) è stata cancellata da un’economia che impone di mettere al lavoro la vita intera di tutti, dall’imperativo di dover essere sempre connessi, con gli orari che si allungano, i ritmi che si intensificano e cresce la flessibilità (e la precarietà) del lavoro, che è un altro modo per intensificare/sfruttare il lavoro.

E dalla promessa di un’economia della conoscenza e di un lavoro immateriale quasi-senza-più-fatica siamo in fretta caduti (ma così era nelle premesse) in un nuovo pesante taylorismo, analogo a quello di cento anni fa, anche se virtuosamente digitale. Dove la rete è la vecchia catena di montaggio ma con altro nome. Mentre i tentativi di fine anni Novanta, fatti in Francia (riusciti, ma poi più volte attenuati) e in Italia (fallito), di arrivare alle 35 ore di lavoro per legge sono stati sommersi da cori di contestazione e di riprovazione in nome della libertà individuale e del libero mercato, dimenticando che in Germania (ma non solo) molte categorie avevano ottenuto le 35 ore già nel 1995.

Eppure, l’economista John Maynard Keynes nel 1930, nelle sue famose Prospettive economiche per i nostri nipoti sosteneva – guardando appunto al futuro - che “per la prima volta dalla sua creazione l’uomo si troverà di fronte ad un nuovo problema, quello di come impiegare il tempo libero e la sua libertà dalle occupazioni economiche”. Certo, per un uomo allenato per secoli a faticare questo non sarebbe stato facile, continuava Keynes che ancora non immaginava tuttavia quanto l’economia capitalista avrebbe poi trasformato anche il tempo libero, l’arte e la cultura in merci e soprattutto in industria da cui trarre profitto per sé (meno per gli uomini). Ma aggiungeva: “dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore (…) sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

E dunque, da Keynes a Carlos Slim? L’idea di ridurre l’orario di lavoro per ridare qualità alla vita degli uomini torna forse di attualità? Carlos Slim aggiunge: questa riduzione avrebbe effetti positivi sulle industrie del turismo, dell’intrattenimento e dell’ozio. Le persone potrebbero dedicare più tempo alla famiglia e ai figli, ma anche dedicare più ore alla cultura, allo studio, all’approfondimento. Certo, Slim ha proposto anche di alzare l’età del pensionamento a 70 o a 75 anni. Così rimanendo dentro al discorso capitalista. Riprendendo con la destra ciò che aveva offerto con la sinistra, perché ovviamente Carlos Slim non è un comunista, né un libertario, né promette di liberarci dal lavoro capitalista. E tuttavia, questa idea che sembra risorgere per voce di un supercapitalista come appunto Slim è un’occasione da cogliere al volo.

Se ci fosse ancora una Sinistra. Perché ci eravamo oramai dimenticati – tutti presi dai nuovi ritmi di lavoro, perennemente stressati e incapaci di fermarci, compulsivamente connessi a un pc o a uno smartphone – che la vita è anche altro e soprattutto può essere molto meglio rispetto a quanto ci impongano mercato e rete. E che dunque si potrebbe anche lavorare diversamente. Ma soprattutto ci siamo dimenticati che la stessa rete ci aveva fatto delle promesse che non ha mantenuto. Anzi, ha realizzato il contrario di ciò che prometteva.

Come il capitalismo, che con la promessa della massima libertà per l’individuo poi ha creato e continuamente ricrea una infinità di poteri che lo prendono, lo circondano, lo avvolgono, lo assoggettano, lo disciplinano, lo alienano da se stesso per farne un capitalista - e solo quello. Forse, potremmo/dovremmo ricordare queste verità, per non passare ancora per bambini che credono alle favole, quella della rete libera e democratica e quella della mano invisibile del mercato. E per ricordare alla rete, ai mercati, alla speculazione finanziaria, alle oligarchie vecchie e nuove (ma in realtà a noi stessi) che ad essere sovrani nel senso del demos (e quindi con il potere di decidere come lavorare e quanto e perché e per chi) siamo noi; non la rete, non i mercati, non le oligarchie.

 

Il lavoro non si festeggia

Andrea Fumagalli

Il 1° maggio (con l’eccezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l'obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno - coincidenza non casuale - dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.