Berlusconi e la paura del racconto. A proposito di Silvio Forever

Alberto Gangemi

Più d’uno ha scritto che Silvio Forever, il film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, scritto da Gian Antonio Stella e Marco Rizzo, è un film su Berlusconi diverso da tutti gli altri. Chiunque l’abbia visto sa che è così. Gli stessi autori e registi lo attribuiscono a una scelta di genere inedita come l’autobiografia non autorizzata. Di biografie non autorizzate di B. se ne contano a decine, in effetti, ma di autobiografie ancora non se ne erano viste.

Le malefatte del Presidente del Consiglio, i vizi, le frequentazioni, le parole d’ordine, gli amici, il Milan, la Televisione, le Donne e Mamma Rosa: tutto questo lo spettatore già lo sa a menadito: quello che c’era da sapere, in fondo, lo si è saputo. Colpisce, invece, sentirselo raccontare dalla viva voce dell’interessato, come si dice, «con parole sue». Leggi tutto "Berlusconi e la paura del racconto. A proposito di Silvio Forever"

Non è un problema di artigianato

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un'affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c'è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un'altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte "visibile" del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura - per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Leggi tutto "Non è un problema di artigianato"

È un pezzo di cartone sagomato

Gherardo Bortolotti

L'opera di Hans-Peter Feldmann, che vedo alla mostra, è composta da una teiera da supermercato e da un cartoncino sagomato che ne riproduce l'ombra e su cui la teiera è appoggiata. A fronte della semplicità dell'installazione, quello che colpisce è la sua capacità di fare collassare un numero significativo di elementi, dando all'insieme una dinamica veramente coinvolgente. Elenco brevemente, di seguito, quelli che mi sembrano i concetti che l'installazione compone.

Il primo concetto è che l'intervento dell'artista trova l'ombra delle cose, il lato oscuro, misterioso, opaco allo sguardo distratto e quotidiano. Un passo ulteriore, in questo senso, è riconoscere che è nelle cose banali, negli oggetti di tutti i giorni (la teiera), che questo mistero si cela. Sembra che si debba concludere che l'infraordinario è una terra magica, inesauribile allo sguardo perché opaca, sfuggente: un buco nero in cui lo sguardo si disfa nell'assenza di luce. È interessante, in questo senso, vedere come l'ombra nasca dalla basa dell'oggetto che vi si appoggia, come se l'inconsistenza, l'opacità sia la vera natura e, nello stesso tempo, la fondazione degli oggetti, della realtà - e che l'operazione artistica stia proprio nello svelare questo abisso originario. Leggi tutto "È un pezzo di cartone sagomato"