Filosofia dell’animalità

Paolo B. Vernaglione

Che la questione dell’animale sia cruciale è incontestabile, tanto più quanto l’epoca della “presa” sulla vita da parte di potenze mercantili, sovrani elettivi e saperi arbitrari, stringe l’animalità nella disfatta degli ambienti, nella domesticazione sociale e in una mondanità corrotta.

Si potrebbe interpretare il tempo presente come il momento di frattura tra un passato còlto nell’evoluzione delle specie, in cui l’insieme dei processi di sviluppo, di punteggiatura e di co-evoluzione disegnavano in maniera abbastanza precisa il quadro in cui un sapere dell’essere umano e dell’animale erano convertiti in un rapporto di potere, in una relazione sociale, in un profilo soggettivo: si trattava infatti di indagare, da parte di una biologia relativista e aperta alla contestazione di un volgare organicismo il rapporto tra umano e animale sul presupposto della differenza tra ambiente e mondo, soggetto e oggetto, immanenza e trascendenza.

Il profilo estremo di questa biologia che ha riconosciuto all’animale la qualità di organismo di cui la cellula è il fondamento biochimico è stato elaborato negli scorsi anni Settanta da Humberto Maturana e Francisco Varela con la teoria dell’autopoiesi. La genomica, le biotecniche, la protesica rompono il mondo animale circondandone i bordi e decentrando l’animale umano nella zona di indistinzione tra animale e macchina che anzitutto Cartesio aveva istruìto, lasciando all’umano il ruolo di interprete linguistico di ogni differenza. Ma nella modernità al tramonto le conseguenze di quel gesto, di quella dislocazione insieme passionale e pericolosa sembrano divergere dall’incompiuto e incombente piano sul pianeta di cui Felix Guattari scriveva agli inizi dell’ “era della globalizzazione”.

Che ne è dunque dell’animale umano, se il confronto con l’animale, causa di rimozione, negazione, distruzione, non insiste più sul lato oscuro della soggettività, sul lembo irriducibile di un istinto da sempre salvaguardato e a fatica estorto alla ragione, e non si trova più nelle pieghe di un sapere biologico il cui ordito era, come nei magnifici racconti di Stephen Jay Gould, la storia naturale, la descrizione delle teorie, il luogo aperto in cui una natura sperimentava “forme bellissime” (Carroll)?

In una parola, quanto c’è di pensabile e praticabile nella differenza tra animale e umano mentre in maniera inesorabile la diade soggetto-oggetto, ambiente e mondo, e la categorizzazione del sapere nello stigma dell’opposizione tra una trascendenza irriducibile e un’immanenza da recuperare e da sempre sfuggente, fa trasparire un’altra modalità di pensare l’animale, una diversa posta in gioco, un’altra aspettativa nella zona di passaggio tra specie e individuo che attiene ad ogni vivente?

Angus Fairhurst, A Cheap and III - Fitting Gorilla Suit, 1996
Angus Fairhurst, A Cheap and III - Fitting Gorilla Suit, 1996

Se assegniamo alla modernità la trasformazione indicata da Foucault della storia naturale in biologia, e di una pratica in un sapere biologico, constatiamo la caduta del paradigma oppositivo tra ambienti animali e mondo umano ad opera di mutazioni evolutive che infrangono i limiti assegnati ad ogni specie (anzitutto la differenza tra natura e cultura, naturale e artificiale, genere e specie); mutazioni in cui si mostrano i campi rispettivi in cui ad ogni animale è garantita una forma vita, compresa quella umana: una storia, una soggettività, una volontà di verità.

La storia naturale dei viventi mentre infatti marchia a fuoco sulla pelle animale lo stigma non umano della mancanza di linguaggio, riproduce, nell’abisso del sapere umanistico, la differenza tra ontogenesi e filogenesi, qualità di specie ed evoluzione individuale. La dirimente separazione di un soggetto che dice “io” e di un universo di oggetti da intrappolare in una rete di conoscenze genera quel “sonno antropologico” orchestrato dalle scienze umane e sociali, compresa la filosofia più decostruttiva, mentre l’infinita reciproca rincorsa di trascendenza e immanenza che assegna la prima all’essere umano e la seconda all’animale tout-court, cela il regime di verità in cui un soggetto, né umano né animale, può o potrà costituirsi.

In questa situazione bloccata Giorgio Agamben qualche anno fa ha pensato l’animalità come quell’aperto, né mondano, né trascendente in cui l’essere organico, in una storia già sempre terminale, dischiude l’inoperosità della natura, la dividualità in cui Deleuze e Guattari hanno composto il divenire animale e in cui, soglia genealogica di esseri umani del tramonto, Walter Benjamin ha illustrato la “notte salva” dei viventi, insalvabili per definizione.

Questa dimensione di pensiero, la destituzione di una falsa verità (il serpente nella bocca del pastore dell’enigma di Zarathustra), quello scontro di immanenza e trascendenza che appartiene tuttavia ad un recente passato in cui l’uomo dei lupi del sogno freudiano rimane chiuso nell’alternativa tra animalizzazione e umanizzazione dell’animale, scontro raccontato in Filosofia dell’animalità di Felice Cimatti, sono finalmente disdetti nell’unica, vera dimensione in cui l’animale umano si può dire, si può parlare, si può decifrare: il piacere sessuale.

In quel momento, non c’è (ci sarà?) più bisogno di scontrare mondanità e aldilà, “io” e oggettività, terra e mondo, a patto che una genealogia dei saperi, degli stati d’eccezione e delle composizioni di potenze che l’animalità evoca e comporta siano visibili nei manufatti a cui alludeva Alexandre Kojève: arte, gioco, filosofia. Flaubert, Kafka, Joyce, le rappresentazioni teriomorfe, le classificazioni di Cuvier, la negatività senza impiego di Bataille, l’otium in cui è consentito sperimentare la verità del divenire altro.

Felice Cimatti
Filosofia dell’animalità
Editori Laterza (2013), pp. 208
€. 12,00

 

Ontogenesi e filogenesi

Paolo B. Vernaglione

La storia dell’animale umano, è una storia di innovazioni e potenzialità espressive, cioè di cambiamento della prassi. Questo il significato che si intravede nel secondo capolavoro di Stephen Jay Gould, Ontogenesi e filogenesi pubblicato ora da Mimesis a cura di Maria Turchetto.

Con il primo infatti, La struttura della teoria dell’evoluzione, il grande biologo e paleontologo statunitense ha riformato l’evoluzionismo continuista della “Sintesi Moderna” con la teoria degli “equilibri punteggiati” e ha scoperto, insieme a Elisabeth Vrba, l’exaptation, cioè l’operatività di un organo adattato ad una funzione diversa da quella per cui in passato è stato generato. Il fulcro della ricerca di Gould è la temporalità, che realizza il rapporto tra ontogenesi e filogenesi, tra individuazione e storia delle specie, che ha diviso e unificato la biologia dal XVIII al XX secolo.

È solo da poco più di trent’anni infatti che l’essere umano è definito “animale neotenico o dalla lunga crescita”, allorché sono state introdotte l’embriologia sperimentale e la genetica. Prima, dalla metà del ‘700 in cui, come Foucault ha dimostrato, avviene il passaggio dalle scienze naturali alla biologia, la ricerca sui viventi si polarizzava su epigenesi (e preformismo in Bonnet e poi Malpighi e Haller) e ricapitolazionismo della Naturphilosophie (Oken, Milne-Edwards). Per la prima teoria, nell’unica catena dell’essere il germe contiene in miniatura l’adulto. Per la seconda, influenzata dal romanticismo tedesco e la filosofia di Schelling, nell’ontogenesi è presente la forma completa di organismi inferiori, secondo un progressivo criterio di specializzazione.

La posta in gioco in questa analitica degli organismi è il successo di una teoria biologica in cui si risolve una visione del mondo: per Geoffroy Saint-Hilaire gli animali sono costruiti secondo un piano naturale unico (Bauplane). Von Baer, fiero avversario del parallelismo di onto e filogenesi e di ogni evoluzionismo, scopre nell’embriologia del pulcino un processo di individuazione per differenziazione imposto dalla legge dello sviluppo con la nascita dell’embriologia sperimentale e l’introduzione della specializzazione nella crescita dei viventi. È invece l’evoluzionismo che dispiega il riconoscimento del sistema naturale come genealogico, cioè: identifica le omologie di organismi diversi in un antenato e un gruppo ancestrali comuni e la differenziazione progressiva non in un Bauplane, bensì negli effetti di due leggi biogenetiche.

La prima: i cambiamenti avvengono per aggiunta di stadi alla fine di un’ontogenesi ancestrale. La seconda: l’ontogenesi è “accorciata” durante la successiva evoluzione del lignaggio (condensazione). È con il grande Haeckel, fautore dell’evoluzionismo in Germania, che la legge di ricapitolazione (l’ontogenesi ricapitola brevemente e rapidamente la filogenesi) diviene evolutiva – legge la cui perversione avrebbe dato luogo ai razzismi, da Chamberlain a Hitler. Con i paleontologi neo-lamarkiani (Cope, Hyatt) la ricapitolazione raggiunge l’apice del successo, staccando le leggi dell’aggiunta terminale e della condensazione dall’evoluzionismo, fin quando, con Weismann e Muller, verrà ricompresa in dimensione selezionista.

Fino agli anni ‘30 del XX secolo la ricapitolazione influenza l’embriologia comparata, la fisiologia, la morfologia e la paleontologia, introducendo il concetto di pedomorfosi: ritardo nello sviluppo, per cui i tratti giovanili degli antenati diverrebbero gli stadi adulti dei discendenti. Bolk, Hall e poi la psicologia dell’infanzia di Piaget ammettono la ricapitolazione, come anche Freud in forma storico-narrativa, nell’ “orda primordiale”.
Ma con le critiche di His e dell’embriologia sperimentale di Roux e Driesch la legge biogenetica crolla.

I campi di ricerca si diversificano in nuove problematiche: le cellule totipotenti (Driesch), il “quantum” di organizzazione dell’embrione (Hertwig), la riscoperta di Mendel, che sferra il colpo letale alla ricapitolazione, a vantaggio dei concetti di eterocronia (sviluppo di organi in tempi diversi rispetto allo standard filetico) e pedomorfosi (nelle varianti del ritardo, neotenia, ipermorfosi e accelerazione) che diventano la versione corrente della lingua evoluzionista. Il grande merito dell’evoluzionismo sintetico di De Baer, della dissociazione dei processi di Cope e Mehrert, della discontinuità evolutiva di selezione e morfologia di Goldschmidt, consiste nella scoperta della temporalità immediata e dell’ecologia delle popolazioni, ove pedomorfosi e eterocronia sono vantaggi selettivi.

Il ritardo di sviluppo nel dispositivo intelligenza-socializzazione risulta oggi il punto di intersezione di biologia evolutiva e molecolare, che spiega l’evoluzione della “coscienza” come effetto di estensione eterocronica dei ritmi di crescita fetale e dei pattern di proliferazione cellulare. Spiega cioè che flessibilità, specializzazione e innovazione sono caratteri distintivi dell’animale umano.

Stephen Jay Gould
Ontogenesi e filogenesi
a cura di Anna Maria Turchetto
Mimesis (2013), pp. 434
€ 28,00