Menasse, sotto il cielo di Bruxelles

Stefano Zangrando

Qualche anno fa l’editore renano Bernstein Verlag pubblicò in mille esemplari numerati un pieghevole in formato A4, tre pagine in cartoncino opaco intitolate Che cos’è la letteratura? Un romanzo di formazione in miniatura. Lo firmava Robert Menasse, autore viennese poi insignito nel 2017 del prestigioso Deutscher Buchpreis per il romanzo La capitale (“Die Hauptstadt”, Suhrkamp), da poco uscito in italiano per Sellerio nell’accurata traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli. In quella manciata di cartelle a metà fra autobiografia e riflessione teorica, su un retro delle quali campeggiava il ritratto più celebre di Fëdor Dostoevskij, Menasse s’interrogava su ciò che costituisce l’opera d’arte, letteraria nella fattispecie, scorgendovi quasi metafisicamente una natura «inesplicabile» – che a sua volta «dà una forma all’inesplicabile» –, giungendo altresì ad ascriverle l’importanza molto fisica di un «alimento»; si chiedeva poi come «nasce» il suo «riconoscimento sociale» e quindi, nel migliore dei casi, la sua «canonizzazione», senza darsi una risposta.

A rileggere oggi quelle righe viene da chiedersi cos’avesse impedito fino a poco tempo fa all’opera di Menasse, pur diffusa e apprezzata da un congruo pubblico germanofono, di consolidare il proprio valore simbolico ed esportarlo anche oltre i confini del campo letterario austro-tedesco. O meglio, è curioso che il fregio onorifico di un premio e la conseguente affermazione internazionale siano venute con un romanzo che forse non è l’opera migliore dell’autore austriaco, benché le si possa accordare in una certa misura la stessa qualità demiurgica che Menasse riconosceva ai Demoni del maestro russo. È comunque apprezzabile il fatto che proprio un libro come La capitale, romanzo autenticamente europeo non solo per soggetto e rilevanza, abbia ottenuto un premio di solito riservato a narrazioni più gravate dal senso teutonico per la rielaborazione del passato, possibilmente tedesco. Non che qui manchi la Storia, che si presenta anzi con il motivo più frequentato che si possa immaginare – Auschwitz –, ma Menasse sa farne lo specchio anamorfico di un presente concentrato su se stesso: il buco nero del XX secolo più esposto al kitsch della memoria.

Siamo a Bruxelles, sotto il cui cielo piovoso si muovono con vario affanno alcuni personaggi tipici quanto basta per destino e professione, ma unici per carattere e patemi contingenti: un reduce del Lager, naturalmente, e un commissario di polizia, una funzionaria della sezione cultura dell’UE, un anziano economista, un assassino in fuga, tutti di nazionalità e madrelingue diverse, e attorno a loro altri, numerosi attori di una tragicommedia per lo più burocratica gravitante intorno all’Unione e alla Commissione europee, ai loro sforzi di autolegittimazione e alle forze poco occulte che ne stanno incrinando le sorti. Alcuni di questi personaggi si avvicendano già nel breve prologo, dove a farla da protagonista è tuttavia un maiale: sineddoche bislacca di una realtà smarrita e poco decifrabile, la bestia scorrazza intorno al centro urbano di Sainte Catherine seminando stupore e sconcerto, per poi sparire e ricomparire a fasi alterne e generare così la più irrisoria fra le molte vicende che si snodano lungo il racconto: quella del giornale locale che indice un concorso fra i lettori per trovargli un nome.

Di maiali si parla però anche a proposito della politica economica dell’Unione: mentre la Cina invoca un’importazione industriale di orecchie di porco – resti di macellazione per gli europei ma prelibatezza per il gigante asiatico –, l’Europa non sa decidersi a concertare al riguardo un’azione comune, favorendo anzi una riduzione degli allevamenti nei propri paesi e lasciando così che a un certo punto sia la Germania da sola a siglare l’affare alla faccia del patto fra membri. Un simile accordo bilaterale, del resto, è solo uno degli esempi che il libro porta di come l’UE sia oggi sostanzialmente bloccata tra le ambizioni transnazionali che la improntano fin dalle origini e le tendenze ancora e sempre nazionali e nazionaliste che muovono i suoi paesi quando si tratta di far prevalere i propri interessi, fino allo spettro odierno di una disgregazione propagandata dalle destre neo-sovraniste come auspicabile. E il fulcro tematico del romanzo, dopotutto, è proprio qui: nel ritratto sì legato all’attualità e dunque segnato dal presagio di una prossima brutta fine, ma inquadrato da un’inadempienza storica, quella incarnata dalle migliaia di funzionari che, ormai lontanissimi dagli slanci ideali dei padri fondatori, non puntano ad altro che alla propria carriera in un organismo politico-economico incapace di opporre resistenza alle avversità e ai parassitismi che lo stanno erodendo da ogni parte.

È anche in questa luce che l’asse narrativo principale si svela in tutta la sua velleità: incaricata di concepire un evento pubblico per il cinquantenario della Commissione Europea, la sezione cultura – disprezzata dalle altre perché povera di fondi e dove i funzionari si rimbalzano incarichi e progetti in base a strategie e opportunismi tutt’affatto personali – lancia l’idea di una grande celebrazione ad Auschwitz alla presenza dei pochi sopravvissuti ancora in vita. Ma la bozza non trova consenso, in primis da parte della stessa Polonia che teme per la propria immagine. Del resto la proposta era partita da una funzionaria greco-cipriota il cui unico scopo era ottenerne lustro a sufficienza da farsi trasferire in una ripartizione più ambita e opulenta. Così basta un nonnulla a mandare all’aria il progetto, la mossa giusta per una reazione a catena, anche se un impiegato o l’altro si era già messo di buzzo buono per farlo partire. Nei palazzi del governo d’Europa, sembra dirci Menasse, tutto o quasi è una questione di arrivismo, di cinica abdicazione ai principî, di manovre sottobanco che molto vanificano.

È solo l’artificio della narrazione a salvare Auschwitz dall’uso pretestuoso degli eurocrati: non solo dove sono rievocati gli istanti drammatici in cui il reduce, bambino, staccatosi dai famigliari salta giù dal treno che porterà tutti gli altri verso le camere a gas, ma anche nell’idealismo minoritario del vecchio professore che, invitato a intervenire in un think tank fra i molti che a Bruxelles friggono aria per rilanciare l’Unione, si fa quasi portavoce dell’autore (lui stesso da anni impegnato sul fronte europeista), salvo poi culminare, giusta l’ironia del romanzo che tutto relativizza e accoglie nel suo orizzonte polifonico, nella proposta smisurata di Auschwitz capitale.

È ancora in Polonia che approda l’asse di genere dell’opera, quello che a un omicidio sbagliato fa seguire il blocco delle indagini dall’alto, l’eliminazione di ogni traccia e il sollevamento dall’incarico del povero commissario, mentre il killer in fuga trova rifugio provvisorio presso un amico prelato di Cracovia. Ma è di nuovo a Bruxelles che le storie molteplici dell’Europa reale, federazione incompiuta sorta dalle ceneri di una guerra mondiale e che i rigurgiti nazionalistici stanno risospingendo in un conflitto fra stati, convergono nel finale più drammatico, in un gesto di morte che è l’opposto di quell’«atto di creazione» in cui Menasse trovava il segno distintivo dell’opera d’arte.

Alla fine, del maiale, neanche a dirlo, si è persa ogni traccia, quasi non fosse altro che un emissario degradato dell’«inesplicabile». Resta la consolazione, magra come un alimento dietetico, di un’attitudine romanzesca in grado di immortalare in un intreccio di drammi individuali ciò che resta del progetto federativo transnazionale più ambizioso dei tempi moderni, rapportandolo con amaro umorismo ai limiti umani e ideologici tanto di chi lavora per realizzarlo quanto di coloro che, vituperandolo, ne traggono un consenso orientato alla sua distruzione.

Robert Menasse

La capitale

trad. it. di Marina Pugliano e Valentina Tortelli

Sellerio

pp. 458, euro 16

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Aprire un secolo: ponti letterari italo-tedeschi

Stefano Zangrando

A chi opera oggi nel sistema letterario di un paese – ossia chi media, traduce, scrive, recensisce, fa pubblicare o pubblica letteratura – viene abbastanza naturale considerarsi parte di un contesto sovranazionale fatto di scambi, esportazioni e importazioni di testi, tendenze e valori, oltre che di un ambito il quale, pur appartenendo al vasto mercato dell’editoria, ne costituisce una minima parte, a volte di nicchia, ridotta a poche migliaia quando non centinaia di lettori. Più difficile è forse accogliere quest’evidenza da parte di chi, nel mondo della scuola o dell’università, si trova a operare entro categorie sì funzionali a delimitare un repertorio specifico, ma in sostanza artificiose – sfumata la loro funzione storica di analogoi disciplinari di una concezione ancora ottocentesca delle culture e delle lingue – come quelle delle letterature nazionali. Che ancora persistono, almeno sotto forma di cattedre, corsi, esami e piani orario, nonché nei limiti spesso anche linguistici degli attori convolti, a dispetto del rinnovamento della manualistica e dei tentativi, nell’accademia, di affermare una comparatistica competente ma porosa, il più possibile slegata, anche nella spartizione dei poteri, da influenze disciplinari per così dire «nazioniste».

Ammesso che un simile status quo abbia ancora qualche vantaggio sotto l’aspetto scientifico e pedagogico oltre che politico-culturale, una revisione prospettica non è solo auspicabile, ma persino possibile e in atto. Lo dimostra un volume apparso di recente da Quodlibet, La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione 1900-1920, apripista di una collana sulla «Letteratura tradotta in Italia» diretta da Anna Baldini, Irene Fantappiè e Michele Sisto. I tre studiosi, di formazione rispettivamente italianistica, comparatistica e germanistica, hanno coordinato dal 2013 su tre diverse sedi fra Roma e Siena il progetto finanziato dal MIUR Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza, dov’è evidente nei termini-chiave adottati il richiamo agli studi di Pierre Bordieu sulle dinamiche che soggiacciono all’esistenza e alla valorizzazione dei testi letterari.

Questo primo risultato editoriale, tuttavia, confezionato dai tre studiosi insieme a Daria Biagi e Stefania De Lucia, è ben più della mera applicazione di un metodo di ricerca socio-letteraria su una materia per sua natura sconfinante. E non solo per gli ulteriori apporti metodologici che integrano il primo, attingendo dove serve alla traduttologia o all’analisi testuale vera e propria. (Senza contare che, oltre ad annunciare ulteriori approfondimenti, il libro rimanda a un portale creato dallo stesso gruppo di ricerca – www.ltit.it – prossimo a diventare il maggior strumento di ricerca on line sulle letterature tradotte in Italia.)

Concentrandosi sul primo ventennio del Novecento e sulle relazioni italo-tedesche, in particolare quelle che hanno improntato l’attività dei cosiddetti «nuovi entranti», ovvero coloro che dalla periferia del campo italiano hanno operato per una sovversione e un rinnovamento del repertorio secondo una nozione parziale ma «forte» di letteratura, il gruppo di ricerca diretto da Sisto ha saputo circoscrivere e illuminare una fase della storia letteraria che è cruciale per comprendere il mutamento di paradigma novecentesco. Scrittori e intellettuali come Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini o Scipio Slataper, traduttori noti o meno noti come Alberto Spaini, Rosina Pisaneschi o Italo Tavolato, editori come Laterza o Carabba si fecero portatori di un’idea di letteratura autonoma, o almeno la cui devozione al mercato si voleva ridotta al minimo, e opposta all’egemonia allora esercitata dal modello dannunziano, nonché a un’accademia e in generale un’episteme dominate dal neopositivismo. Gli strumenti di questa battaglia sono in parte noti anche ai non addetti ai lavori: riviste quali «Leonardo», «La voce» o «Lacerba» diffusero un’idea di letteratura, e con essa una postura di scrittore e intellettuale, che mutuava forme, modelli e strumenti da altri campi, tra i quali appunto quello tedesco. Fu ad esempio su «Leonardo» che Papini propugnò in prima battuta una nozione di «filosofo-poeta» che si sarebbe poi declinata nelle scelte editoriali per la collana «Cultura dell’anima» da lui curata per Carabba, che comprendeva Schopenhauer, Hölderlin, Nietzsche o Novalis. E fu attraverso «La voce» che si diffuse un’idea di letteratura al di là dei generi che, richiamandosi al romanticismo tedesco, affermasse la «superiorità» di forme quali l’autobiografia lirica, il frammento o il saggio critico in quanto espressioni autentiche e tecnicamente incorrotte di un’interiorità.

Il punto è che queste «interferenze» sono tutt’altro che riducibili alla mera importazione di testi, non foss’altro perché la convenzione traduttiva contemplava modi che oggi ci appaiono aberranti: tagli, aggiunte, ricomposizioni che solo dove le intenzioni sono più nobili permettono di parlare di «riscrittura». Ci cascò un po’ anche Prezzolini, quando portò in Italia il suo Novalis. Pure fu proprio sulle pagine della «Voce», da lui diretta, che trovò spazio un dibattito sulla traduzione che, criticando la vecchia maniera, avrebbe gettato le basi della traduzione moderna. E fu proprio un romanzo, genere osteggiato dai vociani, a costituirne il primo esempio eminente: i Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe tradotti da Spaini e Pisaneschi per la collana «Scrittori stranieri» di Laterza – casa editrice dove a farla da padrone, per di più, era un ormai egemone Benedetto Croce. Il quale si era posizionato nel «campo» a partire dai suoi margini, proprio grazie al lavoro per Laterza, come «alleato» dell’avanguardia fiorentina. Solo qualche anno dopo dalle pagine di «Lacerba» Papini e Boine, affiancatisi ormai a Soffici e ai futuristi, avvertiranno in lui un distacco critico e un’obsolescenza di giudizio contrari alle loro poetiche.

Il volume ripercorre queste vicende e altre affini, come la mediazione di Karl Kraus da parte di un marginale ma intraprendente Italo Tavolato, la trattazione sulla «Voce» della questione femminile o l’approdo di questa fase di rinnovamento a forme di transfert consolidate e ancora attuali, in una composizione che si distingue per chiarezza, varietà e funzionalità. Ai cinque saggi veri e propri che introducono la materia e ne mettono a fuoco capitoli salienti seguono altrettante «traiettorie», ovvero ritratti esemplari di alcuni dei mediatori considerati, e un’antologia di testi che, riproponendo varie fonti originali, cementa l’assertività a tratti un po’ assiomatica della prima parte. D’altra parte, leggere ad esempio che i «toni aggressivi della “Voce” [celano] il desiderio di far saltare i “sistemi” più specifici, cioè i rapporti di forza in vigore nei campi intellettuali in cui i singoli aspiranti desiderano inserirsi» fa un effetto stranamente illuminante e persino confortante se visto da oggi, dove l’assunzione di posture e strategie appare talmente esplosa e atomizzata da non permettere un facile riconoscimento delle ragioni «impoetiche» soggiacenti alle pratiche letterarie. Lodevoli infine la chiarezza espositiva, tutt’altro che gergosa, e l’autentica collettività dell’impresa: se ogni parte del libro porta il nome della studiosa o dello studioso che l’ha redatta o compilata, la lettura complessiva dà l’impressione di un insieme davvero omogeneo, frutto di uno scambio di idee continuo, mutuo e partecipato, non frequente nei volumi a più mani che escono dal mondo accademico.

Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè, Michele Sisto

La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920)

Quodlibet, 2018, 320 pp., € 22

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