La scena a Roma

Augusto Illuminati

L'happening teatrale che si è svolto itinerante fra il teatro Capranica e Montecitorio offre validi spunti di interesse, malgrado la prolissità dello svolgimento (ben tre giorni e non è finita) e la prestazione mediocre della maggior parte degli attori. Ottime invece le calcolate interferenze del pubblico e l'ingerenza degli operatori mediatici. Il carattere gratuito della manifestazione va a onore degli impresari, malgrado il susseguirsi dei colpi di scena e la crescente tensione, eccedente l'interesse della trama, potesse invogliare a biglietti e abbonamenti settimanali.

Deplorevole, invece, l'uso degli animali nei momenti più evocanti il mondo del circo. Lo smacchiamento del giaguaro ha causato un senso diffuso di pena, soprattutto per il suo esito parziale, disastroso sul piano estetico e forse doloroso per l'insofferente felino. Braccare e azzoppare il lupo marsicano significa accanirsi contro una specie protetta. Non ci soffermiamo sulla confezione della mortadella, cui concorrono, presumibilmente, quadrupedi di dubbia origine etnica e spesso provenienti da branchi dopati. La vendita della pelle dell'orso è stata pratica ricorrente e un po’ truffaldina di tutti i maneggi articolati nei tre giorni.

L’intero zoo sovrastato dal catoblepa di Fabrizio Barca, l'animale mitico i cui occhi non possono essere guardati, sotto pena di morte istantanea. L’happening ha avuto un tema fisso e tre scenari variabili. Il tema fisso era giocare a non vincere, sprecare le carte, puntare sulle occasioni sbagliate, bluffare a perdere. In altre parole evitare accuratamente di conseguire, sin dalla prima votazione per il Quirinale, una larga maggioranza a favore di un candidato quale Stefano Rodotà, che avrebbe, per di più, garantito l’incarico di Premier a Bersani o altro esponente del Pd con il concorso dei voti del M5S. Sarebbe stato perfino un Presidente largamente popolare e la stessa destra avrebbe avuto difficoltà a fare scandalo. Non digiuno di politica, un tempo perfino presidente del Pds. Tutti eccellenti motivi per scartare la soluzione, che rischiava di far vincere il Pd e magari anche di trarre l’Italia fuori dal marasma politico. Dio ne scampi.

Primo scenario: Bersani, dopo aver condotto la campagna elettorale promettendo un’alleanza a tutti i costi con Monti, visti i risultati proclama che lui con Berlusconi non si metterà mai, piuttosto va a pescare nel campo di Grillo. La battuta di pesca è trasmessa in streaming e va a puttane. Il governo (monocolore, minoritario e antiberlusconiano) di cambiamento regge virtualmente fino a mercoledì mattina. «Combatterò, procomberò sol io... Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi. E di carri e di voci e di timballi», intesi forse come tortelli.

Secondo scenario, andato in scena al Capranica mercoledì notte. Tutto il rovescio del primo. Presentare una rosa di candidati decotti e impopolari e scegliere nel mazzo, presentandolo quale “sorpresa”, il più sbiadito di tutti, un superstite della Prima Repubblica, dall’eloquio improbabile e di totale verginità internazionale. E che, vogliamo fare concessioni alla globalizzazione? Avrebbe dovuto fare da ponte con Berlusconi, l’unico ad appoggiarlo fuori dal Pd (ma anche dentro il Pd, visti i risultati), per propiziare un governo delle larghe intese che avrebbe distrutto il Pd, sfasciato l’alleanza con Sel e impedito qualsiasi rapporto con M5S. Purtroppo lo scenario è stato recitato in modo maldestro la mattina dopo, quando dentro il bel recinto berniniano Marini non ha raccolto neppure tutti i voti del Pd, tanto meno quelli di Sel. Bersani, nel frattempo, si esibisce in un abbraccio ad Alfano. Fra lo sgomento generale.

Crisi di coscienza dopo i fischi degli spettatori e avvio di uno scenario di nuovo rovesciato: stavolta l’unità già compromessa di partito si fa su Prodi, acclamato all’unanimità, sperando che qualche soccorso arrivi dal M5S, che invece sempre più baldanzoso conferma Rodotà. Berlusconi è furioso e grida al tradimento, Bersani aveva già firmato l’accordo e ora se lo rimangia (temiamo che stavolta il menzognero Cav. abbia ragione). L’inciucio sembra sepolto, anche con il rischio di elezioni a luglio. Dalemiani e teodem remano contro e venerdì pomeriggio, alla fatidica quarta votazione a maggioranza assoluta, Prodi va sotto di 100 voti. È lo scrutinio segreto, ragazzi, vatti a fidare. L’happening ricomincia al Capranica venerdì notte, la notte dei lunghi coltelli. Sta a vedere che tornano in campo Amato e D’Alema, intanto le dimissioni a catena sono già cominciate...

Il diritto al cibo

Stefano Rodotà

Penso sia opinione condivisa che il modo più corretto di guardare al diritto al cibo – e alle sue molteplici declinazioni come diritto a un’alimentazione sana, sicura e adeguata – è di considerarlo un elemento fondamentale della cittadinanza globale, intesa come un insieme di diritti che accompagnano le persone ovunque esse siano. Questo approccio è confermato dal lungo cammino del diritto al cibo a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, fino ai documenti più recenti, come il decreto brasiliano sulle politiche per la sicurezza alimentare e la nutrizione (25 agosto 2010) e la nuova Costituzione kenyana (27 agosto 2010); una riforma ancora più considerevole della Costituzione indiana sarà inoltre approvata di qui a breve. Leggi tutto "Il diritto al cibo"

Il vento dell’uguaglianza

Antonello Ciervo

«Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige l’eguaglianza, qui non conta niente nessuno». È questo il messaggio di benvenuto che il Sergente Hartman rivolge alle sue nuove reclute, che iniziano il loro duro apprendistato nel corpo dei marines.

Messaggio cinico ed iperbolico allo stesso tempo, eppure terribilmente efficace, che strappa un sorriso amaro e che sembra descrivere perfettamente il nostro presente: in quella grande caserma in cui si sono trasformate le società neoliberiste occidentali, infatti, il principio di uguaglianza sembra aver perso tutta la sua carica sovversiva.

Non soltanto si è ridotto ad un mero rilievo formale – siete tutti uguali davanti alla legge e tanto vi basti –, ma è stato, al contempo, completamente forcluso dal dibattito pubblico. Bisogna fare le riforme, è necessario raggiungere il pareggio di bilancio, non si possono sforare i parametri di Maastricht, bisogna rendere sempre più efficiente la macchina dello Stato: tutte queste parole d’ordine, forti della propaganda neoliberista e della degenerazione tecnocratica ad esse sottesa, rimuovono gli effetti della macelleria sociale di cui nascondono i mandanti.

I nostri nonni erano soliti sfogarsi, quando le cose non andavano come volevano, dicendo che a loro li aveva rovinati la guerra; i nostri padri, invece – per colpa di quella cattiva coscienza che ti ricorda che a vent’anni eri giacobino e a sessanta ti ritrovi ad applaudire Papa Francesco alla televisione –, si lamentano che a loro li ha rovinati il Sessantotto. La nostra generazione, invece, la sta rovinando la Bocconi e tutti quei think-tanks pseudo-accademici che sfornano, anno dopo anno, soggettività lavorative docili alle leggi del mercato, pronte a dare immediata attuazione al progetto politico della troika.

A parlare di uguaglianza in tempi così bui, insomma, si corre davvero il rischio di essere inattuali: forse è proprio per questo motivo che deve essere letto con piacere il recente volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Giorgi, intitolato Il progetto costituzionale dell’uguaglianza. Questo lavoro collettaneo, che raccoglie gli atti del convegno internazionale, promosso ed organizzato dalla Fondazione Lelio e Lesli Basso nel dicembre del 2013 a Roma, affronta in chiave multi-disciplinare la questione dell’uguaglianza – a partire dalle scelte del Costituente repubblicano – e si pone l’interrogativo, davvero inattuale, se sia possibile ancora oggi costruire una società degli eguali.

Il punto di partenza, come detto, è l’articolo 3 della Costituzione scritto da Lelio Basso in Assemblea Costituente: se infatti, al primo comma, recependo la tradizione liberale, l’articolo 3 sancisce il “classico” principio di uguaglianza formale, al secondo comma, invece, esso assume una connotazione davvero sovversiva: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ci voleva davvero, come scrive Chiara Giorgi, tutta la fantasia giuridica di un socialista eretico come Lelio Basso, per scrivere un articolo del genere, capace in maniera così icastica di denunciare quella scissione tra citoyen e bourgeois, quella contraddizione tutta interna allo Stato liberale borghese che, prima di altri, già Marx aveva colto nella Questione ebraica. Ma è proprio in questa lettura processuale della trasformazione della società – in pratica, un cammeo di Rosa Luxemburg alla Costituente –, che si radica un’idea del diritto che ancora oggi movimenti e partiti di sinistra (o quanto meno ciò che di loro resta nell’attuale scenario politico), non riescono ad apprezzare fino in fondo.

È proprio Chiara Giorgi a ricordarcelo quando afferma, con le parole di Lelio Basso, che il diritto e le istituzioni «non sono semplicemente strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo insieme, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche, nel quale non è solo la classe dominante a trovare spazio». Del resto, il secondo comma dell’articolo 3 dichiara che l’ordine giuridico è in contrasto con l’ordine sociale: la Costituzione dice e pretende l’uguaglianza, ma è costretta a riconoscere che essa di fatto nella società ancora non esiste. L’uguaglianza, quindi, deve ancora essere realizzata, è il punto di arrivo, non il punto di partenza del nostro agire politico.

In questa prospettiva, il diritto si pone non più in termini sovra-strutturali – come vorrebbe una rozza vulgata marxista, che ancora oggi ottiene migliaia di mi piace su facebook –, ma come infra-struttura rispetto alla società, come potenziale strumento nelle mani delle classi subalterne per provare a sovvertire l’assetto istituzionale del presente: il diritto, in ultima istanza, è sempre anche conflitto sociale, è sempre anche «lotta per conquistare diritti». Insomma, mentre assistiamo a discussioni inutili e ad oziosi distinguo su quale debba essere l’uso più (ideologicamente) corretto del diritto, chi comanda – che, come è noto, non è disposto a fare distinzioni filosofiche – sembra aver già colto in anticipo, e con estrema lucidità, qual è oggi la posta in gioco della politica.

Del resto, le riforme che la troika – tramite la famosa lettera della BCE – ha chiesto all’Italia, non si pongono forse sul piano di una diversa ricostruzione giuridica dei rapporti sociali? La riforma del mercato del lavoro – con l’abrogazione di buona parte dello Statuto dei lavoratori, incluso l’articolo 18 –, l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e la rigorosa regolamentazione legislativa della tracciabilità delle transazioni monetarie, non sono forse un esempio di «rivoluzione regressiva» che tende ad acuire le disuguaglianze sociali, al fine di creare la società neo-liberista perfetta?

E non è stata forse JP Morgan, in un documento top secret del 28 maggio 2013, poi pubblicato su tutti i quotidiani europei, ad affermare che «I sistemi politici dei paesi del sud Europa, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”, perché prevedono “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo»?

Il libro curato da Chiara Giorgi, impreziosito da una bella introduzione di Stefano Rodotà, è davvero un piccolo laboratorio di critica intellettuale che raccoglie i contributi di importanti studiosi, che nel corso degli ultimi anni, si sono confrontati proprio su questi temi. Tra i lavori più importanti, si segnalano senz’altro quello di Gaetano Azzariti, che analizza lo sviluppo storico della portata rivoluzionaria del principio costituzionale dell’uguaglianza, ma anche quello di Luigi Ferrajoli, che mette in luce la crisi del nesso funzionale che intercorre tra uguaglianza, sviluppo economico ed economia. In particolare, il filosofo sottolinea come i diritti non possano attuarsi per virtù propria, ma necessitano sempre della politica, perché non si può «reclamare il nesso fra uguaglianza, diritti e partecipazione senza riferirsi a un modello politico che a questo nesso ispiri le sue scelte».

Ma sono soprattutto i saggi a firma di due economiste, Elena Granaglia e Laura Pennacchi, che analizzano, dati alla mano, l’aumento esponenziale delle disuguaglianze causato dalle ricette economiche neo-liberiste, attuate acriticamente dalla cosiddetta “sinistra riformista”. Elena Granaglia, ad esempio, analizza con dovizia di particolari l’andamento dell’indice di Gini negli Stati Uniti nel corso dell’ultimo decennio ed i dati che snocciola sono davvero sconcertanti: tra il 1997 ed il 2012, il 68 % della ricchezza prodotta negli States è andata all’1 % della popolazione più ricca, mentre nel periodo che va dal 2009 al 2012, quello stesso 1 % si è impossessato addirittura del 95 % del PIL.

A ciò si aggiungano le disuguaglianze reddituali nel mondo del lavoro: se fino agli anni Settanta del secolo scorso, il rapporto reddituale tra un amministratore delegato di una corporation ed un suo dipendente era di 1 a 20, oggi siamo arrivati ad una forbice di 1 a 273! In pratica, l’amministratore delegato di MacDonald, nel 2013, ha guadagnato 10.500 dollari l’ora, mentre la paga oraria di un dipendente medio dell’azienda si è attestata a soli 9 dollari lordi. Sulla stessa scia si muove Laura Pennacchi, la quale rileva come la crisi finanziaria del 2007 sia stata una vera e propria «bancarotta della teoria economica del neo-liberismo ortodosso», un paradigma teorico questo che ha dimostrato tutta la sua fallacia e che tuttavia «continua imperterrito sul piano pratico a dominare le menti e le politiche», a dimostrazione del fatto che la sua sconfitta teorica non equivale alla sua resa politica.

I ragionamenti della Pennacchi e della Granaglia muovono da un approccio metodologico indubbiamente di tipo neokeynesiano, che sta ritornando in auge nel dibattito scientifico del nostro paese, anche grazie all’enorme successo ottenuto dal recente lavoro di Thomas Piketty. In sintesi, dietro queste nuove visioni critiche del mainstream neoliberista, si nasconde l’idea che il capitalismo, lasciato a sé stesso, crea disuguaglianze sociali su vasta scala. Il punto però è che per poterlo dire – e, quindi, per essere legittimati a criticarlo – è necessario dimostrare, da un punto di vista rigorosamente econometrico – cioè, come detto, dati alla mano –, che se si continua così, a guadagnarci saranno sempre e soltanto i soliti noti.

Forse anche questo è un segno dei tempi: se, infatti, l’unico modo per affermare che il capitalismo crea disuguaglianze, consiste nel fare accurate ricerche statistiche – finalizzate a dimostrare che questo tipo di politiche economiche non è conveniente per la maggior parte dei lavoratori –, significa che ci troviamo nella situazione, un po’ paradossale, per cui diventa obbligatorio guardare le previsioni del tempo in televisione, prima di poter essere autorizzati a dire se fuori piove o c’è il sole. Il rischio è che in questo modo si contrapponga tecnicismo a tecnicismo, un modello economico cattivo ad uno buono, soltanto perché il keynesismo ha funzionato meglio del neoliberismo, per un paio di decenni nel corso del XX secolo e, tra l’altro, soltanto in Occidente.

Il limite di questo approccio, allora, consiste nel restare comunque fedeli ad una ragione calcolante, senza elaborare – per contrapporla alla ragione neoliberista – un’idea altra della società – come pure si afferma nei saggi sul costituzionalismo sudamericano di Marcello Cattoni e Isidoro Cheresky presenti nel volume –, un’idea fondata sulla tutela dei diritti sociali e sul promovimento dell’uguaglianza di fatto di chi lavora, senza funzionalizzare questo progetto a criteri efficientistici o a riscontri econometrici.

Non sarà quindi la scienza triste a dirci come fare per creare una società di eguali, ma sarà la lotta per i diritti e l’immaginazione delle nuove soggettività lavorative – che desidereranno questa nuova società e che ricominceranno nuovamente a produrre conflitto sociale –, ad indicarci la rotta. In fin dei conti, non hai bisogno di una laurea in economia per sapere che il capitalismo crea disuguaglianze: basta semplicemente lavorare 16 ore al giorno davanti ad un computer, con un contratto di lavoro che scade dopo un mese – che non sai ancora quando e se ti verrà rinnovato –, aprire il portafogli e renderti conto che anche questa volta, per pagare l’affitto, dovrai chiedere i soldi a mamma e papà. Del resto, come dice il poeta, You don’t need a weatherman to know which way the wind blows: e fuori dalla finestra, così pare, c’è la bufera.

alfadomenica dicembre #1

DEMICHELIS SU RODOTÀ – REBECCHI su MONTANI – VERNAGLIONE su FOUCAULT – SEMAFORO di MT Carbone – RICETTA di Capatti *

LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA
Lelio Demichelis

La solidarietà non solo è parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo è motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria.
LEGGI >

SULL'INTERATTIVITÀ. CONVERSAZIONE CON PIETRO MONTANI
a cura di Marie Rebecchi

Una conversazione di Marie Rebecchi con Pietro Montani intorno ai temi del suo nuovo libro Tecnologie della sensibilità (Cortina, 2014): Centrale nel tuo discorso non è più lo statuto intermediale dell’immaginazione, ma quello interattivo. Per comprendere l’impatto delle tecnologie digitali sulla nostra sensibilità e sulle nostre percezioni occorre dunque indagare nuovi paradigmi quali la rete, la «realtà aumentata» e le «tecnologie indossabili»?
LEGGI >

MICHEL FOUCAULT. LA CRITICA COME EREDITÀ
Paolo B. Vernaglione

Che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato di Foucault, intorno a Foucault, ad opera di Foucault? E cosa si può tentare oggi per realizzare spazi permanenti di libertà? Sono alcune delle questioni intorno alle quali si svolgerà il convegno Foucault in Italia (Bologna, 11 dicembre 2014). Qui anticipiamo un estratto della relazione presentata da Paolo B. Vernaglione:  Una politica delle forme di vita, spazi che sono eterotopie, luoghi del fuori in cui avviene la libertà; un divenire nella temperie oltreumana del gioco e dell'arte in cui solo possiamo farci liberi produttori.
LEGGI >

SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Guerra e: Brindisi - Bugie - Cantastorie - Divorzio - Esperienze - Filo spinato - Moda - soldati - Trincee.
LEGGI >

RICETTA di Alberto Capatti

Frittata: Ci sono tanti modi di suggerire una ricetta senza prenderne veramente la responsabilità. Ne illustro uno cominciando da La cuoca di famiglia pubblicata a Venezia e Trieste da Coen nel 1876.
LEGGI >

GENERAZIONE Y _ POESIA ITALIANA ULTIMA: Vi ricordiamo inoltre l'appuntamento di oggi al MAXXI. Una no stop (ore 11-19) con la giovane poesia italiana. 

 

La solidarietà è un’arma

Lelio Demichelis

Se la società non esiste, come insegnava Margaret Thatcher, ebbene dobbiamo riconoscere tristemente che questo suo aberrante credo ideologico è oggi la forma normale, normata e normalizzante delle nostre società neoliberiste, globalizzate, in rete. Se la società non esiste (o meglio: non deve esistere, perché devono esistere solo gli individui e al massimo la famiglia, tradotti però in soggetti economici), ebbene quella pedagogia de-socializzante, a-socializzante e separante è penetrata nella carne viva e nella mente di milioni di persone in tutto il mondo, è la loro way of life. E se non esiste la società (e la socialità) non esiste nemmeno la solidarietà e viceversa: perché la solidarietà, il condividere (ma non nel senso conformistico e sistemico indotto dalla rete) e l’essere in-comune sono il presupposto e insieme l’essenza della società e dell’individuo.

Una pedagogia neoliberista ancora oggi fortissima ed egemone, nonostante la crisi che ha prodotto (o proprio per questo), se Matteo Renzi può dire che gli ‘eroi’ di oggi sono gli imprenditori, invitando conseguentemente ciascuno ad essere non ‘se stesso’ (pratica da antichi greci, da rottamare), ma ‘imprenditore di se stesso’, traduzione economicistica e capitalistica del ‘conoscere se stessi’ come mero capitale umano o come merce e non come persona, non come soggetto capace di soggettivazione e di individuazione, ma appunto imprenditore, puro soggetto economico, purissimo homo oeconomicus assoggettato al mercato e alle sue logiche che hanno appunto cancellato la solidarietà in nome della competitività e della produttività e della divisione del lavoro.

E gli imprenditori, ovviamente – come figura sociologica - non sono solidali né hanno spirito di solidarietà. Tranne pochissimi (Olivetti, su tutti), gli altri sono stati al più paternalisti, che è pratica diversa dalla solidarietà e oggi sono paternalisti ancora (il welfare aziendale non come solidarietà ma tattica di integrazione alla logica di impresa per accrescere la produttività dei dipendenti) o elemosinieri alla Bill Gates. Mentre gli 80 euro di Renzi non sono solidarietà ma elemosina di stato, replicando di fatto il ‘conservatorismo compassionevole’ di Bush del 2001. Certo, la solidarietà non è morta del tutto. Scorre sotto traccia, carsicamente, a volte riemerge. Ma spesso si confonde con qualche raccolta di fondi via internet per qualche buona causa, resta cosa da parrocchie, ma non riesce a ri-diventare valore politico.

E invece la solidarietà non solo era parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo era motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria. Soprattutto in questa Europa ottusamente neoliberista e nichilista, che ha rimosso la sua bellissima Carta dei diritti (nel cui Preambolo si pone la ‘persona’ al centro dell’azione dell’Unione, intrecciando solidarietà e cittadinanza) in nome del solo diritto (della norma) economica, giungendo persino (Mario Draghi) a certificare la ‘morte dello stato sociale’. Necessaria, invece, la solidarietà (e la Costituzione ne è luogo fondamentale e altrettanto programmatico) come tutte le utopie. E bisognerebbe davvero rivalutare questa necessità dell’utopia politica, bussola e insieme pro-getto individuale e sociale; quel bisogno di utopia che solo permette di passare – Bauman – dalla critica del presente alla consapevolezza di potercela fare, insieme, a cambiare le cose - e senza questa consapevolezza si resta solo chiusi in una critica fine a se stessa che sfocia, come ora, nel populismo o nel rancore o nella rassegnazione.

Era una parola importante e fondativa, la solidarietà. Oggi è diventata, Rodotà, “una parola proscritta. Di essa infatti ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo, capovolgendola nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto, appunto di solidarietà”. Ma “la ragione che consente di andare oltre queste ostilità risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco e così permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si coniuga con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni”. Solidarietà, dunque, vs capitalismo. E democrazia vs capitalismo. La questione è antica. La democratizzazione del capitalismo nei ‘gloriosi trent’anni’ è durata poco, e appena gli è stato possibile il capitalismo ha ripreso la sua ‘vocazione’ anti-democratica, smontando pezzo a pezzo ciò che era stato faticosamente costruito. Il nodo da sciogliere è tutto qui.

E dunque e purtroppo non bastano i molti riferimenti alla solidarietà e i molti atti di solidarietà per rimuovere l’egemonia neoliberista ed egoista. Non basta forse neppure ritornare al fatto che la solidarietà abbia oggi anche lo statuto di norma giuridica, che quindi “deve essere presa sul serio”. Oggi vale piuttosto – come indicativo dello ‘spirito del tempo’ - quanto compiuto da Napoleone nel suo proclama del 18 brumaio (ricordato da Rodotà), presentandosi ai francesi come il difensore di ‘libertà, fraternità e proprietà’, per cui la fraternità scompariva già dall’orizzonte politico “sopraffatta dal primato della proprietà, diritto ad escludere gli altri dal godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini che attraverso la fraternità si intende stabilire. In quel momento, il diritto non è più fraterno e si imbatte nella durezza del nudo potere proprietario. (…) E quella scomparsa renderà più deboli pure libertà e uguaglianza”.

Eppure, quando nel Novecento si vorrà cercare di porre limiti alla proprietà lo si farà appunto richiamando il principio della solidarietà. E facendo agire lo stato come soggetto attivo e attivante. Solidarietà dunque strutturalmente “irriducibile alla logica di mercato” ma (ancora Rodotà) diversa dalla carità, dall’assistenzialismo. Vicina invece al ‘prendersi cura’ (“a condizione però di intenderlo come parte integrante di una strategia istituzionale complessiva e non come un rinnovato affidarsi a benevolenza e generosità”), e all’idea di reddito minimo garantito, per rendere effettivo il ‘diritto all’esistenza’. Ma come ‘produrre solidarietà’ (per di più in uno spazio divenuto globale), se la logica del mondo è solo quella economica e della sua norma che supera in potenza e normatività ogni legge e ogni principio etico e morale e costituzionale? Se la Carta dei diritti dell’Europa è stata poi così facilmente rimossa e messa sotto il tappeto da un’Europa dei mercati felicissima (nostra amara considerazione) di avere prodotto un deficit non solo di democrazia ma anche di propria legittimazione (nel vuoto della politica i mercati sono liberi di fare ciò che vogliono e di occupare ogni spazio)? Produrre solidarietà “non è a costo zero”, scrive Rodotà - ma è anche vero che i diritti non devono essere valutati in termini di costo economico.

E allora, la politica: che deve ritrovare il senso oggi perduto nella difesa e nella promozione dei diritti, in nome dei principi a cui dovrebbe essere invece vincolata. Praticare la solidarietà è difficile, conclude Rodotà. Oggi è difficile persino pensarla. Ma è ancor più necessario farlo, sapendo che la solidarietà deve essere insieme ‘politica, economica e sociale’. Non una retorica vuota di contenuto, dunque, ma “un principio costitutivo di una società umana e democratica, che sa individuare i principi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare”.

Stefano Rodotà
Solidarietà
Un’utopia necessaria
Laterza (2014), pp. 141
€ 14.00