Diritto d’amore. E di libertà

loveLelio Demichelis

Tra amore e diritto, tra amore e stato, tra amore e religione – ma oggi anche o soprattutto tra amore e capitalismo – il conflitto è costante, irriducibile, forse insanabile. Perché l’amore è quella passione, sentimento, relazione, emozione che tende a sfuggire per sua natura alle costrizioni, alle regolamentazioni e alle discipline. L’amore è qualcosa che si vuole libero, altrimenti non sarebbe amore né relazione con l’altro/a. E quindi è soprattutto su di esso che si concentra da sempre l’attenzione morbosa di ogni potere, ieri la Chiesa, poi lo stato, oggi il mercato e la pubblicità e la vecchia e la nuova industria culturale: che fa dell’amore e della sua rappresentazione mediatica la propria macchina di profitto e omologazione. Potere che sempre vede in questa libertà destrutturata e necessariamente destrutturante, libertaria e sempre un poco libertina, oltre che – o soprattutto – meravigliosamente disalienante che è l’amore, un pericolo e una minaccia (per sé come potere). Da mettere quindi sotto controllo, a norma: perché nessun potere ama la diversità, la fantasia, l’immaginazione, la passione non controllabile, la vera singolarità; non ama i diritti degli individui – a parte quelli che può tollerare rendendoli però congrui entro la propria forma chiusa di organizzazione. Un meccanismo che si replica oggi anche in rete, dove massimi sono il conformismo e il qualunquismo, il controllo e l’omologazione, dove relazione si confonde con connessione e social network.

Diritto d’amore, invece, come diritto di libertà. Una prospettiva analizzata da Stefano Rodotà in questo libro prezioso; che è esplicito già nel titolo – appunto: Diritto d’amore; che è un libro sul diritto d’amore e (quindi) di amare; ma anche un libro sulla libertà, la democrazia, i diritti umani, l’autonomia individuale e di coppia, l’intimità come valore, sulla storia del diritto e sul suo potere nella storia. Che parte da una domanda base, cioè se sono davvero compatibili, se sono pronunciabili insieme le parole diritto e amore. Una prima risposta Rodotà la offre già nelle prime righe: «Il diritto è stato pesantemente usato come strumento di neutralizzazione dell’amore, quasi che, lasciato a se stesso, l’amore rischiasse di dissolvere l’ordine sociale». Conflitto, dunque, tra ciò che vuole regolarità (il diritto e ogni potere/sapere di organizzazione) e ciò che invece, come la vita, è un movimento ineguale, irregolare e multiforme (Montaigne), mentre a sua volta l’amore – che ne è parte essenziale – consegna alla vita il massimo di soggettività e insieme di socialità. Se questo è vero, prosegue Rodotà, allora occorre convenire, diversamente dal passato, che «se il diritto vuole avvicinarsi all’amore deve abbandonare non solo la pretesa di impadronirsene, ma anche trasformare tecnicamente se stesso in un discorso aperto, capace di cogliere e accettare contingenza, variabilità e persino irrazionalità. Soprattutto, di fronte alla vita il diritto deve essere pronto a lasciare il posto al non diritto». Perché (scriveva il cattolico Arturo Carlo Jemolo) la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire. E perché oggi (secondo il laico Rodotà) siamo in presenza di una molteplicità di modelli di famiglia, che nascono «nella dimensione diacronica, nella successione del tempo, quanto anche in quella sincronica, con la compresenza e convivenza di modelli diversi».

Il diritto, dunque; e la politica (e la religione) che spesso e invece si sono sostenuti a vicenda per costruire una regolamentazione rigida e normalizzante dell’amore (e del matrimonio, ovviamente eterosessuale). Il matrimonio, appunto: cioè la regolamentazione e la normalizzazione giuridica (la sua chiusura in un perimetro delimitato scrive Rodotà) dell’amore e della relazione di coppia. Un matrimonio – anche nella modernità, anche nei codici napoleonici (dove la moglie deve obbedire al marito) – fondato sulla costruzione di una dissimmetria strutturale di potere, sul possesso e sulla proprietà (dell’uomo sulla donna) e non sull’appartenenza reciproca. La coppia non era (non doveva essere) democratica, bensì gerarchizzata dal diritto e in Italia il codice civile del 1942 attribuiva all’uomo/marito il ruolo e il potere di capofamiglia. Democratica la famiglia italiana sarà solo – almeno in diritto – dopo la riforma del 1975, basandosi finalmente sugli affetti e sull’uguaglianza, anche se tacerà ancora, secondo Rodotà, sul diritto d’amore. Così come, fino a oggi, tace la Corte costituzionale.

Ancora Rodotà: in realtà «non basta invocare e ottenere la ritirata del diritto per restituire all’amore i suoi diritti, che possono invece divenire oggetto di regole persino più obbliganti. Sfuggire a questa contraddizione è possibile solo se la funzione del diritto è quella di garantire l’amore nella sua pienezza, custodendo confini che altri poteri e altre regole non possono attraversare». Un confine sottile tuttavia, ammette Rodotà, difficilissimo da custodire, soprattutto poroso. Ma allora, quanto diritto per il diritto d’amore? E quanto possono i giudici sostituirsi al legislatore? In realtà sempre deve prevalere il principio (il diritto) all’autodeterminazione dei singoli e della coppia, quale che sia, autodeterminazione che è diritto individuale e sociale. Indisponibile.

Ancora: il matrimonio sembrava passato di moda, ma viene invece oggi richiesto come diritto proprio da chi ne è stato fino ad ora escluso, come le coppie omosessuali. Contratto per molto tempo privatistico, come ricorda Rodotà; costruito sull’idea di trasferire sulla coppia il modello del contratto economico (idea che è oggi il grimaldello, aggiungiamo, per considerare neoliberisticamente la famiglia come impresa), nonché sull’illusione di libertà e uguaglianza contrattuale delle parti. Un meccanismo che si replica con i contratti matrimoniali odierni; o in Italia con il ritorno maggioritario, per motivi fiscali alla divisione dei beni tra i coniugi invece della loro comunione. Ma anche un matrimonio che a lungo si è potuto considerare – per una parte della dottrina e non solo – come appartenente non al diritto privato, ma (e ben più pericolosamente) a quello pubblico, così ulteriormente riducendo l’autonomia delle persone.

Fortunatamente oggi – e al contrario – la Carta dei diritti fondamentali della UE sanziona ogni discriminazione, anche quelle basate sull’orientamento sessuale delle persone. Ma ancor più importante – e anzi fondamentale – è la sentenza del 2015 della Corte Suprema americana, che ha riconosciuto il diritto al matrimonio omosessuale scrivendo: «Molti ritengono sbagliato tale matrimonio e giungono a questa conclusione in base a pur rispettabili premesse religiose e filosofiche. Ma se questa opposizione diventa legge o politica pubblica, allora la conseguenza è dare legittimità a una esclusione che immediatamente svaluta e discrimina quelli che vedono negata la loro libertà. Quindi» – ed è il principio per cui la maggioranza non può mai negare i diritti di una minoranza – «chiunque può invocare la garanzia costituzionale, anche se larga parte dell’opinione pubblica non è d’accordo e se il potere legislativo rifiuta di intervenire, perché» – ancora la Corte – «bisogna sottrarre le persone e i loro diritti fondamentali alle controversie politiche e morali». Un processo culturale che molti paesi in Europa stanno attuando, che fatica a concretizzarsi invece in Italia.

Ecco allora che al cogito ergo sum di Cartesio va aggiunto (Rodotà con Silvia Vegetti Finzi) un amo ergo sum: principio che deve valere per tutti, per le coppie di fatto, per il matrimonio omosessuale e oltre. «Parlare di diritto d’amore non serve dunque per attribuirgli una legittimazione, di cui non ha bisogno e che trova in se stesso. Significa piuttosto scoprire un modo per individuare il proprio dell’amore, mettendolo continuamente a confronto con altre parole che esprimono una opposizione o una negazione: discriminazione, diseguaglianza, sopraffazione, disprezzo, egoismo individuale e sociale. Mentre l’amore evoca altre e diverse parole – reciprocità, uguaglianza, dignità, rispetto, solidarietà – che avvicinano e non allontanano». Producendo o richiedendo un modello di amore a bassa istituzionalizzazione – essendosi forse oggi creato, secondo Rodotà, un contesto propizio alla libertà e non al controllo.

L’amore, conclude Rodotà, è anche un modello sociale, segnato dall’incessante apertura verso l’altro: «l’opposto della sua rappresentazione come esito estremo dell’individualismo, perché l’amore introduce nella dimensione sociale il momento costitutivo del riconoscimento, revocando in dubbio tutto ciò che si presenta come autoreferenziale» e falsamente individualistico.

Certo, la società di oggi tutto sembra meno che fondata su questo diritto d’amore o di umanità («e l’umanità è appunto ciò che contraddistingue il rapporto amoroso, che è un rapporto di reciprocità»). Eppure, proprio il riferimento al diritto d’amore può forse permettere di recuperare il senso di un’umanità che (anche se lo abbiamo dimenticato) «è fatta solo di altri». Un diritto d’amore – aggiungiamo – che superi però l’alienante dover essere connessi oggi dominante (e connessione è appunto cosa tutta diversa da relazione); che riporti il soggetto-solo-economico, oggi quasi-totalitario, a essere nuovamente un soggetto-di-diritti e di relazioni; facendo delle emozioni e delle relazioni qualcosa di nuovamente umano e non una strategia di marketing o di innovazione tecnologica e feticismo tecnologico.

Stefano Rodotà

Diritto d’amore

Editori Laterza, 2015, 151 pp., € 14

J’accuse! L’Europa è morta il 22 settembre

Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.

Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza.

Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune. E di averlo fatto usando la crisi finanziaria come alibi/grimaldello per ridefinire e rimodulare in senso autoritario (leggi: indebolire se non cancellare) i diritti sociali e quindi anche politici e civili, la giustizia sociale e non solo, la democrazia, un’idea di progresso – il tutto sempre nella logica ideologica neoliberista per cui non deve esistere società ma solo individui, dimenticando che è impossibile essere individui senza società e democrazia.

Diritti e valori che erano le linee guida virtuose dell’Europa nel trentennio 1950 - fine anni Settanta, quando la politica aveva cercato di democratizzare il capitalismo. Che poi i maledetti trent’anni successivi – quelli del neoliberismo che voleva abbattere la democrazia sostanziale anche se non quella formale (e perché farlo, se bastava svuotare la democrazia di quei diritti e di quei valori e governare in nome di un incessante stato d’eccezione, pur chiamandolo ancora democrazia?) – avevano iniziato ma non erano ancora riusciti a demolire del tutto.

Il lavoro di solidificazione della società e degli individui sotto la pesantissima egemonia tecnocapitalistica (esito inevitabile della baumaniana modernità liquida) doveva essere portato a compimento ed è stato facile farlo sotto i colpi della crisi, imponendo ancora più mercato e meno Stato, riducendo il welfare e allo stesso tempo imponendo una jüngeriana mobilitazione totale nella esasperazione del principio di prestazione secondo Marcuse e del principio di connessione nella società di massa della rete.

Portate dunque a niente, l’Europa e la sua democrazia sociale. In nome di un’ideologia neoliberista socialmente devastante e fatta di pure astrazioni (come il rapporto Pil/deficit/debito); portando a niente l’idea stessa di unione che presuppone solidarietà ed empatia, e non abbandono, esclusione, impoverimento. Con europei preda infine di un sempre più pervasivo senso di impotenza e di stanchezza e insieme di un utilitarismo che porta a chiudersi in se stessi (i falsi individui del neoliberismo, i nuovi solipsismi narcisistici, i nuovi comunitarismi e i nuovi tribalismi), demolendo il vecchio contratto sociale e riportando tutti a un regressivo stato di natura, all’homo (oeconomicus) homini lupus.

Un’Europa portata a niente dal nichilismo tedesco, ora nella sua forma teologico-economica e non più teologico-politica e diventato ormai nichilismo europeo, in overdose di cinismo. Che si è sommato al meta-nichilismo implicito nel tecno-capitalismo. Portando infine alla resurrezione dello schmittiano amico/nemico tra europei, oggi tradotto nel virtuosi-predestinati contro colpevoli-peccatori; tra vincenti che vogliono vincere ancora di più (credendosi predestinati) e perdenti che devono perdere ancora di più. Per questo Angela Merkel ha vinto facile tra tedeschi che si credono virtuosi ma dimenticano i loro 7,5 milioni di minijob a 450 euro al mese.

Dunque, questo è un J’accuse! rivolto direttamente agli europei («è a loro che va gridata questa verità», usando ancora Zola), cioè a tutti noi. Noi: che sognavamo di poter essere cittadini di una Unione infine politica e che invece ci ritroviamo a essere sudditi di una dis-Unione dove niente è politica, poco (sempre meno) è democrazia e tutto (sempre di più) è economia, mercato e impresa. Noi: europei-non-più-europei che hanno permesso che l’Europa diventasse un incubo fatto di 26 milioni di disoccupati (19 milioni nella sola euro-zona e 4 in Italia), con una disoccupazione giovanile che ha superato il 60% in Grecia e il 40% in Italia.

Una lenta agonia

J’accuse! Perché dopo una lenta agonia, durata più di cinque anni, l’Europa è morta ufficialmente il 22 settembre 2013. Dov’è finito allora il sogno di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi e del loro Manifesto di Ventotene? Era più di un bellissimo sogno (migliorabile, ma bellissimo e in parte realizzato, prima della sua attuale rottamazione), un sogno a occhi aperti figlio di una ragione politica illuministica-liberalsocialista capace di guardare avanti, di cercare il futuro oltre le rovine di quella prima parte del secolo breve novecentesco.

Con la vittoria di Angela Merkel, invece, quel sogno muore (forse) definitivamente sotto il peso delle rovine (recessione, disoccupazione, impoverimento, malessere sociale, perdita di futuro per i giovani) che questa Europa ha voluto/dovuto rovesciarsi addosso per l’inettitudine, l’ostinazione, la paranoia di una oligarchia che ha sequestrato la democrazia e manipolato la verità; e di una massa di europei capaci di indignarsi solo un po’ (ma poco), di occupare un po’ (ma poco) qualche piazza e di impegnarsi (ahimè, molto) rincorrendo populismo o disimpegno.

Un secolo lunghissimo – il Novecento – (e non breve), iniziato con le rovine prodotte (1914) a Sarajevo e che si conclude (forse) con le rovine prodotte oggi da Berlino e da Francoforte su gran parte dell’Europa, mentre il neoliberismo continua a trionfare indisturbato, facendo profitti sulla vita degli europei – perché egemone, perché ha indotto tutti a pensare che non ci siano alternative (la sindrome della Tina), perché è riuscito a fare di ciascuno anche una preda docile della sindrome di Stoccolma (solidarizzare con chi sequestra la nostra vita).

Un nuovo Manifesto di Ventotene

Certo: chi siamo noi italiani per dire che gli altri (in particolare i tedeschi) hanno sbagliato? Noi che abbiamo Berlusconi e Renzi, Monti, Letta e Beppe Grillo; che abbiamo dilapidato risorse immense; che abbiamo la peggiore classe imprenditoriale del vecchio continente? Chi siamo per proporre qualcosa di nuovo e soprattutto di radicalmente diverso? Eppure Spinelli e Rossi lo hanno fatto – con Mussolini al potere! – con il loro Manifesto di Ventotene.

Dunque, come allora, e fatte le debite proporzioni, abbiamo nuovamente il dovere di proporre alternative radicali. Le proposte ci sono: da Sbilanciamoci.info ai beni comuni, da La via maestra di Zagrebelsky, Rodotà e Landini per la difesa e l’attuazione della Costituzione, all’idea di un nuovo new deal secondo Luciano Gallino. Ma questo non basta ancora. Occorre ripartire dalla consapevolezza che il tecnocapitalismo e il neoliberismo non sono democratizzabili (oltre a essere economicamente ed ecologicamente irrazionali). Con un primo obiettivo: quello di difendere, per ampliarli ulteriormente, i diritti sociali. Che dobbiamo imparare a considerare come diritti universali e indisponibili dell’uomo al pari (se non di più, essendo il presupposto per la loro effettività) di quelli civili e politici.

Se oggi questi diritti sociali sono considerati uno spreco che non possiamo più permetterci; e se difenderli viene considerato un atteggiamento conservatore, ebbene noi siamo radicalmente conservatori e orgogliosi di esserlo (in realtà siamo rivoluzionari nel senso di volere cambiamento e miglioramento). Per questo, oggi, serve lanciare o rilanciare – è ciò che qui facciamo – l’idea di un nuovo Manifesto di Ventotene.

Abbiamo poco tempo per provarci: da qui alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Pochi mesi, per non far morire del tutto il sogno europeista, cacciare le oligarchie al potere e rottamare la loro nichilistica e folle ideologia.

La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego...

Franco Berardi Bifo, Non c'è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale...

Vincenzo Ostuni, Che fine ha fatto TQ?
Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)?...

Ma è il vecchio che avanza

Letizia Paolozzi

Questo non è il paese del «nuovo che avanza». Con l’elezione-bis di Giorgio Napolitano bisogna ammettere che l’Italia si aggrappa all’orlo dei pantaloni di un signore di ottantotto anni. Operazione non proprio d’avanguardia. Che volete? Noi preferiamo le soluzioni barocche. Naturalmente, in punta di Costituzione. Il cambiamento, no, non ci aggrada.

Benché, per un mese e mezzo, Pier Luigi Bersani proprio il cambiamento avesse esaltato. Doveva acchiapparlo per la coda. Pareva a portata di mano con la proposta al Movimento 5 Stelle di un avvenire radioso nel futuro governo. Immagino che appunto per raggiungere tale scopo il segretario Pd si sia sottoposto alle umiliazioni in streaming. Un individuo «normale» avrebbe risposto a padellate: il politico ha da portare la sua croce.

Il momento non è buono (e non da oggi) per una sinistra che ha visto affondare quella cultura politica novecentesca legata al territorio, ai sindacati, alla militanza. Ora la militanza si pratica con le primarie oppure corre via web. Durante l’elezione del presidente della Repubblica fioccano i messaggi twittati. Il «fuori» incalza: chiudete le segrete stanze dove avviene la trattativa. La piazza rumoreggia. Due iscritti (per la tv diventano migliaia) strappano la tessera: «La prossima volta le salsicce ve le cuocete da soli».

Il Movimento 5 Stelle promette la «marcia su Roma». L’opinione pubblica (concetto quanto mai insicuro, scientificamente parlando) pende dalla tv. Prendere la parola, discutere, arrivare insieme, collettivamente, alla formazione delle decisioni: il grande caos in cui ci troviamo non lo prevede. Questo caos degli elettori e pure degli eletti apre la strada alla buona politica? Macché! Gli elettori sono furibondi. Bersani ha trattato con il Male puro: scegli pure nella mia «rosa». Viene fotografato in paterno abbraccio con Alfano.

Un sacrificio in nome dell’«ampio consenso». D’altronde, sta al Parlamento eleggere il capo dello Stato. Non decidono direttamente i cittadini. Uno dei casi (numerosi) in cui la Costituzione mostra tutti i suoi anni. Andrebbe aggiornata, ma insieme. Insieme a chi? All’avversario di sempre? In pochi capiscono la distinzione tra un accordo con Berlusconi per l’elezione del capo dello Stato e un governo «mai con Berlusconi».

Quanto al Parlamento, gli eletti procedono in creativo disordine. No a Marini e no a Prodi. I giovani turchi molto pasdaran del segretario Pd e la sua ex portavoce, che non si era mai fatta notare per un minimo di autonomia mentale, voltano le spalle a Bersani. Viene riesumata la categoria del tradimento. La «poltrona più alta» miete vittime. Su Franco Marini, il «lupo marsicano», specie protetta che in Europa temo non sia molto conosciuta, il Pdl si mostra compattissimo. Quasi a guidarlo fosse un Comitato centrale del Pci d’antan. Il Pd, invece, rimanda alla Dc dei gruppi tribali. Vendola vota il candidato grillino, Rodotà. I socialisti Bonino. Il centro-sinistra si sfascia. L’operazione per eleggere il prossimo presidente della Repubblica suona a momenti ottusa, in altri schizoide.

Il guaio è la debolezza dei partiti, del ceto politico. Pd e Pdl non somigliano alla Dc e al Pci delle «larghe intese». Peraltro la vicenda si dipana sotto i colpi inferti da Grillo, terzo incomodo. Ma contemporaneamente, novità di questi tempi complicati. Il Movimento 5 Stelle ha radici nella lotta anticasta. Dalle «quirinarie» (non abbiamo avuto il bene di conoscere il numero dei votanti online) escono dieci nomi. Grillo punta su Rodotà e distribuisce veti. Non bada alla condizione sociale né alla differenza dei sessi (che pure attraversa la società). Veramente, anche dal documento di Fabrizio Barca (le donne «segmento sociale») la differenza viene espunta. Tra crisi economica e scandali la politica, che sempre meno ha cura della vita delle persone, si è rattrappita.

Sulla politica si riverbera il vuoto di autorità dei partiti. Tuttavia non tutto è perduto, se una crescente passione (non solo degli addetti ai lavori) ha accompagnato l’elezione del capo dello Stato. In questa passione intravedo una domanda di politica differente. Certo, ci si rivolge a un presidente di ottantotto anni affinché succeda a se stesso. Nonostante i riti sacrificali della rottamazione, sono i vecchi uomini a dover assistere figli e nipoti che si rivelano adolescenti attardati. Per salvare la politica l’autorità non si rintraccia nella «democrazia telematica» ma, curiosamente, bisogna rivolgersi alla vecchia generazione del Pci, a un signore nato nel 1925.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

Il raddoppio

Ida Dominijanni

L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e nell’incarico, come Giorgio Napolitano, non prima però del duplice parricidio consumato dal gruppo parlamentare del Pd, anch’esso giovane e femminilizzato, impallinando due padri fondatori in ventiquattr’ore.

Il disordine simbolico comincia a essere troppo grande per darsene conto in qualche modo. Salvo che quel raddoppio, che ha tutte le caratteristiche di un rappezzo, non stia lì a confermare che il posto del padre è davvero vuoto, e per questo va riempito, appunto, con la supplica a un padre raddoppiato, come se un eccesso potesse davvero saturare una mancanza. Nell’ordine costituzionale, invece, le cose sono più semplici e più chiare.

Una ridicola schiera di colonnelli pdini dell’ordine ricostituito si è speso davanti alle telecamere, nelle ore successive al voto che aveva reincoronato Re Giorgio, per avocare al loro partito suicidatosi il giorno prima il merito di essere risorto il giorno dopo e di aver pure "ricomposto una difficile e pericolosa crisi istituzionale". Un’altra schiera di costituzionalisti si affanna adesso a dire che tutto è regolare, assolutamente regolare, e che l’irregolarità sta casomai nelle parlamentarie e nelle candidature alla presidenza della Repubblica fatte via web.

Ma tutti noi sappiamo, e tutti loro non possono non sapere, che ciò che chiamiamo la nostra democrazia vive da diciotto mesi in qualcosa di molto simile a uno stato d’eccezione permanente, cominciato con la nomina di Mario Monti a presidente del consiglio nel novembre 2011, confermato col mancato rinvio alle camere di Mario Monti dimissionario dalla presidenza del consiglio nel dicembre 2012 e riconfermato con la sospensione della formazione del governo e con la nomina suppletiva dei dieci saggi poche settimane fa.

Sappiamo anche, e loro non possono non sapere, che due governi del presidente consecutivi e l’inedito assoluto del raddoppio del settennato di Napolitano configurano di fatto un presidenzialismo privo dei contrappesi del sistema americano e di quello francese, che assomiglia parecchio, se non fosse ridicolo dirlo, a una monarchia. Lo sanno tanto bene, loro, che già si affannano a stilare la madre di tutte le riforme che il prossimo governo dovrà fare: non la riforma elettorale, che tanto può aspettare, ma la riforma presidenzialista, in modo che almeno il nome corrisponda alla cosa.

L’ordine politico però sta a metà e pencola fra (dis)ordine simbolico e (dis)ordine costituzionale, e si vede dallo stato in cui versa. Una terza schiera si scalda già ai bordi del campo, per puntualizzare che la consegna a re Giorgio II non implica nessuna pacificazione: Bindi contro Letta, Marini contro Renzi e contro tutti, altri pdini illusi (in mala fede) che l’incoronamento non porti di per sé al governissimo, il corteo dei berlusconiani, diventati improvvisamente uomini di stato armati contro il populismo eversivo di Grillo e dimentichi del populismo eversivo del Cavaliere, che scommettono sulla restituzione dell’Imu, le misere guarnigioni del Professor Monti, improvvisamente ringalluzzite, che ritirano fuori dall’armamentario della campagna elettorale l’unione dei riformisti perbene contro l’intrusione permale di Vendola.

Come se niente fosse successo: potenza della coazione a ripetere. La stessa coazione che muove i passi sicuri del re. Che tramite i suoi quirinalisti di fiducia fa sapere che ora non si scherza: niente elezioni all’orizzonte, e "un governo non precario, pienamente politico, forte e vero, di salvezza nazionale, per il quale vuole carta bianca". Quando era ancora Giorgio I, pochi giorni fa, commemorando il suo amico Gerardo Chiaromonte il re aveva già detto chiaro e tondo che per risolvere la crisi di oggi altra strada non c’era che questa: salvezza nazionale, unità nazionale, larghe intese. La sua coazione a ripetere sta in questa giaculatoria.

Noi che abbiamo la fortuna di ricordare come andò nel biennio ’76-’78 sappiamo che significa una cosa sola, questa. Quando di fronte a una crisi sociale che non vuole vedere e all’irruzione di linguaggi alieni che non vuole capire un sistema politico si irrigidisce e si arrocca su se stesso, fino ad espungere perfino un uomo come Stefano Rodotà reo di dialogo con quei linguaggi alieni, quel sistema politico è destinato a spezzarsi. C’è da sperare, stavolta, senza le tragedie e le vittime sacrificali che chiusero quella stagione allora.

Questo articolo è già comparso su http://idadominijanni.wordpress.com/

Il mistero buffo della rielezione

Carlo Formenti

Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.

Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina - Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).

Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.

Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.

Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.

Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).

Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.

Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.