Andrea Fumagalli, money in the sky with diamonds

Stefano Lucarelli

19862

See this needle

Oh see my hand

Drop, drop, dropping it down

oh so gently

[…]

Spin, spin

spin the black circle

 Pearl Jam, Spin the Black Circle

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle. Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola rosicchiata, unosmartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoin appena coniato.

C’è di più, perché questo libro è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead. Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui l’energia sprigionata dalla controcultura è protagonista.

2. All’inizio degli anni Novanta, alle soglie dei vent’anni, mi piaceva la musica grunge. Nella mia città, cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei sistemi di potere che si ripetevano uguali a se stessi. Immaginavo Seattle, come un luogo in cui si condivideva un certo coraggio: è un fatto che sul finire degli anni Novanta il grunge giunto da lì all’inizio del decennio si fece corpo. 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.

Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati, comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.

Fu allora che incontrai chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione. Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a invitare gli studenti nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.

3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di un’infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è anche vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni restò una realtà che solo in alcuni casi fu capace di sviluppare una cultura del mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics). Fu una realtà che emergeva dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. La rivista «Forbes» ha definito Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, ma la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.

Eppure, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.

Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati, ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale. Sì, ma verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte, verso le stelle?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up for a stroll and keep me company?

[…]

Any place

You can think of

We can be

Jefferson Starship, Have You Seen the Stars Tonight?

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire: una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che cercano di venire alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano; un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di immaginare una società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente. Per questo l’espressione «psichedelia finanziaria» proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,

starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,

[...].

Allen Ginsberg, The Howl

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.

Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.

Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge «è stata suicidata» dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate –, come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi.

Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica … meglio se psichedelica.

Grateful Dead, Live/Dead

Andrea Fumagalli

Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria

Agenzia X, 2016, 192 pp., € 15

cantiere12Una rete di intervento culturale per costruire il futuro

Entra nel cantiere di Alfabeta2

La mutazione neoliberista

unpaid-internshipFranco Berardi Bifo

Un paio di anni fa, l’anno precedente l’EXPO milanese per intenderci, insegnavo a Brera, e il mio corso era dedicato alle questioni della precarietà. Il tema dell’EXPO, e particolarmente del lavoro gratuito che veniva “offerto” ai giovani, era naturalmente al centro delle mie lezioni e delle discussioni in classe. A un certo punto un ragazzo cinese che aveva seguito il mio corso con attenzione, anche se aveva qualche difficoltà con la lingua (ma sai come fanno, mentre tu parli digitano sul cellulare una parola che non capiscono e poi fanno cenno di sì tra sé e sé) prese la parola e mi disse che lui aveva accettato la proposta dell’EXPO. Gli chiesi di spiegare le sue ragioni alla classe, e lui disse una cosa ragionevolissima. Mi disse che lui veniva da un villaggio vico a Shanghai e che la possibilità di “fare un’esperienza come quella” (si espresse proprio così) per lui era un’occasione da non perdere. Mi immedesimai in lui, pensai se a venti anni mi fosse capitato di ricevere dall’EXPO di Shanghai la proposta di lavorare gratis per un po’. Effettivamente per me si sarebbe trattato di un’esperienza talmente sbalorditiva che solo il mio occhiuto dogmatismo operaista avrebbe potuto trattenermi dall’accettare.

Scrive Sergio Bologna in Lavoro gratuito ed economia dell’evento: “A casa, disoccupato, tua madre ti tormenta, ti senti un diverso, mentre se lavori gratis sei normale. L’accettazione del lavoro gratuito dipende perciò anche dal fatto che c’è qualcosa che ricompensa più della retribuzione: la protezione dall’angoscia, dalla solitudine”. Questa bellissima citazione l’ho trovata nel libro di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli, edito da ombre corte col titolo Logiche dello sfruttamento. Un libro importante, che produce alcuni spostamenti teorici e percettivi che si riveleranno preziosi se vorremo trovare il modo di dare forma cosciente e collettiva ai processi di soggettivazione del lavoro nell’epoca precaria. Il libro è dedicato a una ridefinizione del quadro concettuale che ci permette di comprendere la messa al lavoro della vita, cioè le nuove logiche dello sfruttamento.

Il caso del mio studente dimostra che la percezione salariale della prestazione di tempo si è dissolta nella mente collettiva della prima generazione connettiva, la quale è anche, intrinsecamente, la prima generazione precaria. Per comprendere questa trasformazione del rapporto di lavoro precario occorre focalizzare dal punto di vista esistenziale e psichico le modalità attuali della prestazione di tempo. I tre autori di questo libretto ripartono da un punto preciso dell’opera di Marx: da quel capitolo sesto inedito del Capitale che negli anni Settanta fu al centro di un’area di attenzione teorica.

Marx spiega in quel testo che la storia del capitalismo è segnata da un passaggio decisivo dal comando formale al comando reale nel rapporto tra capitale e lavoratori. Nell’epoca proto-capitalista, nella fase in cui si verifica l’accumulazione originaria, il lavoro si presenta come imposizione formale, come soggezione alla bruta forza, e l’estrazione di plusvalore avviene in forma di sfruttamento assoluto. Per aumentare l’estrazione di plusvalore si aumenta il tempo di lavoro, si estende la massa dei proletari costretti ad accettare il lavoro pur di non morire di fame.

Da questa prima fase si è passati ad una seconda, che Marx definisce dominio reale: il comando viene inserito nel macchinario, incorporato nella relazione tecnica fra capitalista e operaio. Lo sfruttamento non si manifesta più nella sua forma assoluta, perché l’estrazione di plusvalore può aumentare in maniera relativa, senza aumento del tempo di prestazione, e senza estensione del numero di forze di lavoro. È la tecnica che rende possibili gli aumenti di produttività e quindi di plusvalore: la macchina impone il suo ritmo e l’operaio è parte di una concatenazione che ne determina l’attività. L’attività dell’operaio è oggetto di una sussunzione, di un atto di sottomissione che diviene automatica, intrinseca al rapporto tra l’operaio e la macchina.

Penso da tempo che questa concettualizzazione marxiana andrebbe riformulata ai nostri giorni per il fatto che si è aggiunto un terzo livello di sottomissione, che forse potremmo definire dominio mentale.

Ora però gli autori di questo libretto offrono un concetto più preciso e più utile, il concetto di “imprinting”. Fin dalle prime pagine spiegano che il concetto di imprinting non va considerato come alternativo rispetto al concetto di sussunzione, semmai si può considerarlo come una determinazione particolare della sussunzione, che prende la sua forma nell’epoca in cui il lavoro si manifesta essenzialmente come lavoro mentale, come investimento lavorativo delle potenze nervose, psichiche e intellettuali. La sussunzione del tempo di lavoro si verifica attraverso un’iscrizione materiale di una modalità relazionale all’interno della dotazione neuro-psichica degli individui. In questo senso la modalità che corrisponde allo sfruttamento viene imprinted, stampata all’interno del continuum psichico e linguistico dei lavoratori.

Naturalmente il capitalismo ha sempre esercitato un’influenza decisiva sulle forme del pensiero, della percezione, dell’affettività, ma nel passato della storia industriale questa influenza si manifestava nella sfera della politica, dell’ideologia, come un fenomeno tutto sommato esterno rispetto al processo di valorizzazione. Ora invece abbiamo a che fare con un’influenza molto più diretta, e questa si manifesta prima di tutto attraverso l’induzione di un ritmo che procede dalla sfera tecnica alla sfera cognitiva, e quindi dalla cognizione si trasferisce alla sfera produttiva.

Sia ben chiaro, anche alla catena di montaggio il capitale impone i suoi ritmi, la sua velocità e le sue cadenze al lavoro vivo. Ma si tratta di un’influenza che non modella in profondità e in qualche modo organicamente, vorrei quasi dire irreversibilmente, il ritmo mentale stesso. L’accelerazione che la catena di montaggio impone ai corpi degli operai è un’imposizione esterna che i corpi operai debbono subire se vogliono avere un salario alla fine della giornata, se non vogliono essere respinti fuori dalla fabbrica, nella miseria della condizione proletaria. Ma nella sfera del semiocapitale e del lavoro cognitivo il ritmo non è più un’imposizione estrinseca, che finisce con il termine della giornata di lavoro e che può regredire se le condizioni di lavoro cambiano. Nelle condizioni del semiocapitale il ritmo della rete produttiva si imprime nel sistema nervoso e nelle modalità di organizzazione cognitiva, e questo imprimersi (imprinting) ha caratteri intimi, profondi, e in qualche modo irreversibili.

Non si tratta di una temporanea e superficiale trasformazione del ritmo del corpo da parte della catena di montaggio, ma si tratta della mutazione del funzionamento del sistema nervoso e delle modalità cognitive stesse. La parola mutazione segna un passaggio significativo perché, a differenza della mera trasformazione, la parola “mutazione”, che ha origine nell’ambito biologico, indica una ricodificazione a livello genetico, e quindi si presenta come un evento che non può sospendersi o regredire.

Per poter imporre questa invasiva mutazione il capitale deve precedentemente modificare le condizioni sociali entro cui la prestazione di tempo di lavoro avviene. E questo avviene attraverso la progressiva dissoluzione, o perlomeno marginalizzazione della forma salariale del rapporto di lavoro. Quando si realizza la deregolazione del lavoro, e il salario viene sostituito da premi come la sospensione dell’angoscia, la rassicurazione, o la promessa, o l’opportunità di socializzazione, si creano le condizioni perché il lavoratore possa (anzi debba obbligatoriamente) sentirsi e gestirsi come imprenditore. La prima mossa della deregulation che conduce alla precarietà è infatti quella di modificare la figura del lavoratore in figura di free agent, libero imprenditore di se stesso. Questa imprenditorializzazione contribuisce a rescindere il rapporto di solidarietà tra lavoratori perché ciascuno imprende per se stesso e deve rendere conto al mercato individualmente. In secondo luogo questo obbligo a essere imprenditori di se stessi crea le condizioni per l’umiliazione del lavoratore. Questa umiliazione è intrinseca al doppio legame fondamentale che il neoliberismo produce nella sfera psichica della società.

Questo doppio legame (nel senso clinico che Bateson attribuisce a questa espressione), questa doppia ingiunzione contraddittoria che genera psicopatia e paralisi psichica viene descritta nel libro con queste parole: “Ecco dunque la doppia ingiunzione dell’imperativo categorico del capitalismo contemporaneo: 1. sii ciò che vuoi, agisci la tua autonomia purché 2. la risultante della tua azione sia traducibile nell’assiomatica del capitale e nelle sue metriche convenzioni in continuo mutamento”.

Questa doppia ingiunzione contraddittoria è la trappola psichica implicita nella deregolazione del rapporto di lavoro, che viene liberato per potersi interamente dedicare alla competizione. Il massimo di libertà coincide allora con il massimo di conformazione alla regola unica della competizione in ogni campo della vita. La frustrazione e l’umiliazione sono dunque conseguenze strutturalmente connesse alla forma del lavoro precario cognitivo.

La categoria di “umiliazione” non fa parte del patrimonio linguistico della critica marxista, ma a mio parere l’umiliazione acquista un rilievo sempre più marcato dal momento in cui il lavoro perde il suo carattere di subordinazione regolata e si svolge invece in condizioni di indipendenza formale, di competizione generalizzata e costante, e in condizioni di falsa auto-imprenditorialità. Il libero imprenditore non è affatto libero, e soprattutto non può competere ad armi pari con coloro che godono del rapporto privilegiato con la finanza e gestiscono di conseguenza il vero potere. Ciascuno è quindi invitato ad essere libero e competitivo, e in questo gioco in cui inevitabilmente la grande maggioranza perde, lo spirito competitivo è frustrato e umiliato.

Il libro di Chicchi Lucarelli e Leonardi si conclude con un capitolo in cui la questione della psicoanalisi, che in epoca industriale si poneva in una sfera esterna rispetto all’analisi critica dei rapporti di produzione, diviene parte integrante di questa analisi critica, e le proiezioni fantasmatiche divengono parte essenziale di un processo consapevole di soggettivazione. L’ultima parte del libro propone finalmente un approccio psicoanalitico come condizione della pratica sociale del tempo presente.

Federico Chicchi, Emanuele Leonardi, Stefano Lucarelli

Logiche dello sfruttamento

ombre corte, 2016, 126 pp., € 12

Dalle scienze del lavoro alle politiche del lavoro

Intervista di Stefano Lucarelli a Cristina Tajani

Il mondo del lavoro è al centro della tua formazione scientifica (la tua tesi di laurea in economia è sulla precarietà, sei dottore di ricerca in Scienze del lavoro e su questi temi collabori con l’Università Statale di Milano) e della tua attività politica (hai fatto parte della segreteria della FLC-CGIL di Milano). Mi pare che l’economics pretenda di essere l’unica disciplina capace di dire cose rilevanti sul lavoro. Sei d’accordo?

Nel mio percorso di studi e di ricerca mi sono spostata da un approccio squisitamente economico (sebbene con una forte impostazione eterodossa) a uno sociologico. L’oggetto principale di osservazione è rimasto lo stesso: le relazioni che si danno sul mercato del lavoro. La scelta di adottare un approccio interpretativo diverso da quello della labour economics si spiega con una certa insofferenza che, dopo la laurea, ho cominciato a maturare verso la rigidità delle ipotesi su cui essa si fonda, in particolare l’ipotesi del lavoratore come ottimizzatore atomistico e l’assunzione della società come un dato esogeno. Leggi tutto "Dalle scienze del lavoro alle politiche del lavoro"

Focus in rete: i paradigmi economici

Durante il mese di maggio, il sito ospita una serie di materiali raccolti da Stefano Lucarelli, che è il curatore di un focus sull’economia, previsto per il numero di settembre di alfabeta2. Questo focus sarà dedicato al dibattito intorno alla crisi del paradigma che domina lo studio dell’economia e che ha costituito a partire dagli anni Ottanta l’alibi teorico delle politiche neoliberiste. Si darà voce, inoltre, a quei paradigmi eretici che, dopo essere stati marginalizzati per anni nel dibattito specialistico dal “Washington consensus”, suscitano in seguito alla crisi 2007-2008 un nuovo interesse. Leggi tutto "Focus in rete: i paradigmi economici"

alfadomenica maggio #2

LUCARELLI sulla CRISI – VANNINI sulla BIENNALE – UN EBOOK su CHARLIE – RUBRICHE di Galimberti, Lazzarato e Carbone *

SULL'USO CAPITALISTICO DELLA CRISI
Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano.
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IL CILE DELLA DISSIDENZA ALLA BIENNALE
Intervista di Elvira Vannini a Nelly Richard curatrice del Padiglione cileno

Per la prima volta il Cile è rappresentato da due donne: Nelly Richard, teorica e critica d’arte, francese d’origine ma cilena d’adozione, convoca a Venezia Lotty Rosenfeld (1943) e Paz Errázuriz (1944), due voci dissidenti che attraversano la storia del paese, dalle repressioni dittatoriali, alla fase della post-transizione democratica fino alle contraddizioni dell’attuale agenda neoliberale.
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SCRITTI DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

Un ebook a cura di Nazione Indiana che raccoglie gli interventi usciti su Nazione Indiana e alfabeta2 dopo gli attentati di gennaio.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Cannabis: I Beats sono stati la prima generazione di scrittori per cui la cannabis è stata fondamentale.
Poesia: Per me la poesia ideale è quella che una persona può leggere e capire al suo livello primario di significato dopo una sola lettura.
Popolarità: L'altro giorno sono stato allo stadio Jingu...
Spazzatura: Di tutti i materiali che ogni giorno vengono trattati nei processi di produzione e distribuzione negli Stati Uniti, il 99 per cento sarà spazzatura nell'arco di sei mesi.
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Sull’uso capitalistico della crisi

Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano. L’occupazione dei luoghi conta, guardarsi in faccia è importante, discutere senza bastare a sé stessi e senza ridurre l’altro a una “tiro a segni” è possibile; altrimenti “la ricomposizione delle lotte... animate da soggettività diverse” rimane un pensiero lontano, un’eco mentale.

Oggi La crisi messa a valore è un ebook liberamente scaricabile dal web, concepito in un tempo che precede l’attentato parigino a Charlie Hebdo e le elezioni greche (di cui però tiene conto il dialogo fra Gigi Roggero e Christian Marazzi). “L’incapacità di fare i conti con la diversità della composizione di classe, l’ansia di armonizzare che ha come contropartita la riduzione della possibilità di produrre innovazione”, sono i due fuochi attorno ai quali si sviluppano ipotesi e narrazioni di esperienze concrete, oltre che riletture anche critiche delle categorie e delle pratiche politiche messe in campo in questi tempi duri. Leggendo si cerca di riprender fiato per uscire dall’oceano di crisi nel quale si è naufragati, fra colpi di reni insufficienti a risalire, piedi che sbattono e corpi che si agitano in un’acqua melmosa in cerca delle correnti amiche.

E tornano alla mente le parole che Paolo Volponi rivolgeva a Francesco Leonetti nel 1994: “La nostra avanguardia è rimasta sempre legata alla crisi: criticandola dall’interno e perciò subendola, esibendola; la crisi può essere infinita, senza soluzione: si continua ad andare sempre secondo il filo della crisi, che è imprendibile, imprecisabile, inconsumabile. Questo è un esercizio prezioso, una ricerca che si svolge; ma resta sempre quel che è: un esercizio, un laboratorio. Non è mai una proposta del tutto nuova, anche se difende una condizione di vigilanza storica, aiutando a capire le difficoltà, a capire che la realtà è deformata. C’è un arrendersi alla crisi, continuando a giocare con la crisi, senza produrre le condizioni per una novità. La crisi, poi, è la condizione perenne della supremazia capitalistica”.

Contro questo pericolo rileggiamo innanzitutto il sottotitolo dell’e-book: ci colpisce l’espressione “la composizione da costruire”. Non si parla dunque solo di classe da ricomporre, ma si lascia intendere che la stessa azione del comporre vada ricostruita. Nulla di auto-celebrativo dunque dalla galassia neo-operaista! Prendiamo sul serio questa necessità di ricostruzione del gesto primo che consente di camminare insieme, di lottare insieme, e in fin dei conti di salvarci.

La prima parte del libro affronta il problema degli scenari geopolitici: i contorni assunti dalla crisi, lo spazio effettivo che essa viene a definire, hanno le caratteristiche della globalità e della diversità. Il lettore potrà chiedersi: come possono essere globali e insieme diversi i contorni di una crisi? Possono, perché siamo in presenza di una rottura globale dell’ordine pre-esistente che produce diverse forme di ri-assestamento. Un punto questo, tematizzato soprattutto negli interventi di Fumagalli e di Sciortino. In questo processo disordinato e sofferto è forte la tentazione di sostenere, come fa Fumagalli, che la crisi non è la stessa che esplose nel 2007. C’è un’eterogeneità che si va definendo su spazi diversi, per ragioni politiche, storiche e sociali, sebbene, il primato accordato alla redditività finanziaria continua a rappresentare, a mio avviso, il punto di convergenza di questi processi. Questo andrebbe ricordato e indagato più a fondo anche quando in gioco sono gli scenari geopolitici. In particolare la politica monetaria è ovunque funzionale alla contestuale tenuta degli indici borsistici e alla realizzazione delle plusvalenze. Eppure ciò avviene in assenza di una convenzione finanziaria durevole e chiara. Si naviga a vista.

Ma in che modo la crisi è messa a valore? Per rispondere a questa domanda è probabilmente necessario re-interpretare il rapporto tra articolazione capitalistica della forza-lavoro, nella sua relazione con le macchine, o meglio, con il macchinico (inteso come introiezione/imitazione della forma produttiva delle macchine, che interessa l’umano), e processi di soggettivazione. Ecco dunque il nesso fra la prima e la seconda parte del libro dedicata appunto alla composizione da costruire. I luoghi in cui si ri-articola la forza-lavoro rispondono ad una pianificazione capitalistica della divisione transnazionale del lavoro? Oppure gli scenari geopolitici della crisi non seguono un’unica logica di valorizzazione e dipendono da scontri tra assetti istituzionali tutto sommato coincidenti con degli Stati sovrani? Sciortino sostiene – non senza ragioni – che gli Stati Uniti continuano tutt’oggi a ricoprire un ruolo sistemico imperiale “producendo sempre più caos e di rimando insofferenze ai quattro angoli del globo”, e che la funzione imperiale vacilla, ma sembra difficilmente sostituibile.

La sovranità vacillante sembra emergere anche nel contributo di Battaglia sulla Cina – incapace di incorporare le proprie biodiversità interne - e in quello di Cava sul Brasile – dove il patto sociale lulista ha favorito la formazione di una nuova composizione di classe che trova un limite allo sviluppo istituzionale che potrebbe determinare (ma è proprio in grado di farlo?) in una sinistra falsamente progressista che comanda la restaurazione del consenso neoliberista. D’altro canto lo stesso Marazzi ricorda che il terrorismo islamico - foraggiato anche dagli Stati Uniti - rappresenta in qualche modo un risultato coerente con questa forma precaria di sovranità imperiale, che presuppone tuttavia anche la comprensione delle mancanze e delle incapacità europee di proporre dei dispositivi di ricomposizione, delle forme adeguate di Welfare State magari messe in moto dalle politiche monetarie espansive (“Proviamo allora a trasformare il concetto stesso di liquidità in moneta del comune... Non c’è uscita dalla crisi senza redistribuzione della ricchezza”).

Sulla politica economica europea si concentra l’intervento originale e rigoroso di Orsola Costantini, che mette in luce come la stima del bilancio pubblico, in assenza di fluttuazioni cicliche, su cui poggiano i vincoli europei, è in realtà arbitraria e plasmabile sulla base dei rapporti di forza in campo (“La stima di bilancio strutturale... non può, per costruzione, riconoscere un effetto sul reddito potenziale degli sforzi di politica economica volti a sostenere la domanda aggregata, cioè la spesa pubblica”). I redditi non possono che diminuire nel nome dell’austerità espansiva. Se siamo o di fronte ad una sorta di sclerotizzazione (o addirittura alla costituzionalizzazione) di uno “stato di eccezione”, è un problema che viene posto da Guareschi, che mette in dubbio le capacità esplicative del concetto di “stato di eccezione”. Egli suggerisce l’uso della categoria del “sublime” per definire politiche economiche che tuttavia, per essere fronteggiate, mi pare non abbisognino dell’estetica applicata alla filosofia del diritto. Contano di più gli esercizi noiosi e snervanti che presuppongono (come fa Costantini) l’immersione nei tecnicismi dell’analisi economica ed econometrica per svelare senza appelli la violazione dei diritti umani retrostante a questa tecnocrazia.

Guareschi ha tuttavia il merito innegabile di mettere a fuoco uno dei problemi principali che mi pare scaturisca da questi esercizi intelligenti di critica, la dimensione costituente della crisi, cioè l’uso capitalistico della crisi stessa: da ciò deriva la ridefinizione di ciò che è legittimo all’interno della nuova costituzione materiale che sta emergendo a mezzo di attacchi virali nelle carte costituzionali vigenti, verso un diritto naturale dello stato consolidato. Tornano allora non solo utili, ma vitali, le riflessioni e le pratiche costruite a partire dal punto di vista dell’antagonismo del lavoro vivo (è questa – come ci ricorda Vercellone – la forza dirompente insita nel concetto di composizione di classe), e dall’analisi della configurazione oggettiva del rapporto di produzione capitalistico (cioè principalmente ciò che può essere colto attraverso la composizione organica e la composizione tecnica del capitale – è sempre Vercellone a ricordarlo).

Principalmente si tratta di storie di non-lotte o di lotte potenziali, o di lotte in un contesto di aspettative decrescenti (dobbiamo essere grati a Sciortino per questa espressione), dove può incidere l’incapacità di giudizio critico e di bombardamento informativo (la nuova ignoranza su cui si concentrano i compagni del Cantiere), e che comportano dunque innanzitutto un disimparare, per decostruire l’ideologia del merito (Morini e Vignola lo sottolineano), aggiornando la critica al lavorismo (“Possiamo dire che la valorizzazione economica in un call center passa necessariamente per la produzione di soggettività alienata” scrive Pezzulli), e, soprattutto rovesciando il dispositivo della paura. La crisi andrebbe usata per interrompere le segmentazioni cui siamo soggetti, sul piano razziale e di genere (vedi l’intervento di Curcio), ma più in generale risollevandoci per abitare veramente le nostre città secondo i nostri tempi, i tempi leggeri e vitali della riproduzione sociale (allargata). Quegli stessi tempi che reggono le esperienze dolcemente conflittuali che i Wu Ming raccontano in Cantalamappa, il loro primo libro dedicato ai ragazzi, quindi al futuribile che si erge contro l’uso capitalistico della crisi.