Straniamenti sul banale

Giacomo Festi

I lettori di Palomar forse ricorderanno l’episodio dedicato a una formaggeria francese, in cui il nostro protagonista, dopo aver trasfigurato il luogo in un museo enciclopedico, pronto a raccogliere la sfida cognitiva di catalogare tutte quelle forme articolate di formaggi (le texture, le morfologie, i sapori, i modi di preparazione), con tanto di appunti, rimane impreparato al subitaneo richiamo della commessa, quando il turno è il suo. All’estensione espansiva dei pensieri in cerca di organizzazione (un vasto sapere enciclopedico, da combinare al carattere precario di un gusto incorporato, si profilava all’orizzonte di una curiosità divorante) si oppone il momento intensivo di un ruolo, quello di consumatore, da interpretare lì per lì, nel teatro fin troppo sociale del negozio, in un frangente che coglie alla sprovvista e rende impossibile mantenere i tempi dilatati del ragionare. Ecco che appare il risucchio del banale come strategia di sopravvivenza: si ordina qualcosa di scontato. Il banale ci attende come un “ripiego”, ci suggerisce Palomar con la sua acuta lucidità, “come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero che quel suo momento d'incertezza per riafferrarlo in loro balìa”. Si ricade nel banale quando la complessità prefigurata non sa essere gestita e l’ordinario scontato si fa apparenza protettiva, involucro di relazioni de-problematizzate: il default che segnala una mancanza di pensiero, in ritirata. Il legame tragico e farsesco di banalità, consumo e società di massa è ben presente a Calvino.

Di un’altra banalità, più propriamente linguistica, ci racconta invece l’ultimo libro di Stefano Bartezzaghi, Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media, edito da Bompiani (2019). Nei sei capitoli del libro, dall’andamento programmaticamente rapsodico, l’autore accosta una dimensione verticale, genealogica del banale, a partire dalla nascita moderna e francese del termine, a un’osservazione orizzontale del contemporaneo, attraverso una sorta di fenomenologia del banale e del luogo comune, tra letteratura alta e piattaforme social, sulla scia del suo maestro ispiratore, Umberto Eco. Proust e Facebook, infine, trovano qualcosa di insospettatamente comune. L’erudito approfondimento semantico del banale lo vede contrapposto significativamente al “distinto” in un approccio che avvicina senz’altro l’autore alla critica letteraria. Si tratta in primis di vagliare, come un critico, il carattere più o meno banale di espressioni verbali, con una postura interessata a categorizzare i fatti di linguaggio, ben sapendo, come per il kitsch, come il giudizio sia dipendente da una costitutiva variabile temporale. Il “banale” di oggi è il “distinto” di ieri, in un circolo di trasformazioni che rende inutile svilire il banale stesso o proiettarlo in uno spazio del temibile da evitare ad ogni costo. La modernità è fatta di paradossi e la lingua, rispetto alla banalità dell’idiomatico, funziona in modo analogo al “sistema moda” così ben caratterizzato a inizio 900 da George Simmel: la ricerca di distintività ha bisogno di un fondo di socializzazione per essere riconosciuta. Il paradosso è quindi la convivenza di singolarità e imitazione, di individualizzazione e collettivizzazione delle forme. La semiotica dei trend (Basso Fossali) ne aveva svelato da tempo il meccanismo tensivo: la distintività è tale fin quando garantisce un’intensità percepibile, marcata, della propria forma inusuale, a fronte di una diffusione ancora circoscritta. Al crescere dell’uso e dell’assunzione di quelle stesse forme, la percezione di una distintività decresce, fino a un effetto riflusso nel momento in cui si fa scelta non marcata, banale appunto.

Approfittiamo allora del tema indicato nel libro di Bartezzaghi (per una recensione più articolata del libro rinviamo, tra gli altri, allo scritto di Gianfranco Marrone su Doppiozero) per reinterrogare il banale, in una sorta di archeologia concettuale recente che esula dagli obiettivi principalmente linguistici del testo in esame. Il banale è una categoria che almeno dagli anni 80 è entrata stabilmente nell’orizzonte discorsivo delle scienze umane. Proprio quel legame con la società del consumo e con la circolazione dell’oggetto del quotidiano, banale e senza pretese, è alla base delle riflessioni cruciali di Arthur Danto come critico d’arte. Lo scandalo intellettuale dell’operazione pop (la Brillo Box di Warhol [1964] in primis) è inteso come “trasfigurazione del banale” (“commonplace”, nella versione originale inglese e “banale” in traduzione italiana e francese), ovvero come costruzione di nuove relazioni, immateriali, invisibili, intenzionali, non apprezzabili esteticamente, che cercano di sottrarre l’oggetto, la cosa, alla sua prosaica esistenza schiacciata sulla funzione e ridotta ulteriormente a protesi contenitiva di un prodotto che non coincide nemmeno con la scatola stessa. Il triviale non rimane confinato al gioco linguistico e si incarna nel seriale dell’oggetto, ritrovando quel tratto di ripetitività che il banale definisce. Fino all’operazione meta-artistica di Kuriloff, che chiama “Laundry Bag” un’opera dall’omonima apparenza: “attribuire un’etichetta a un oggetto così banale e noto significa dislocarlo, distorcere l’ambiente. Kuriloff, allora, grazie a una sottile ironia, è parte della stessa tradizione che sicuramente si proponeva di ripudiare” (A. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Roma-Bari, Laterza, 2008 [1981], p. 161). Sarà poi la sociologia degli anni 90 a interessarsi a come, sotto le insegne del banale, si celino rapporti sociali più o meno complessi quali i rituali di passaggio tra età della vita (Objet banal, objet social. Les objets quotidiennes comme révélateurs de relations sociales, a cura di Garabuau-Moussaoui e Desjeux, Parigi, L’Harmattan, 1999).

Il punto teorico, infine, è la transizione dal “banale” qualificativo alla banalizzazione come operazione, come modo di processare i significati, da accostare ad altre operazioni di segno contrario (a dizionario: nobilitare? Semioticamente: riarticolare?). La banalizzazione è un modo di gestire il senso in divenire, di trattarlo rispetto a delle poste in gioco che sono anche e inevitabilmente identitarie. E dove si banalizza si compiono due operazioni al contempo: da un lato si sgancia l’identità, o meglio il modo in cui ciò che è enunciato è assunto (bassissima rilevanza rispetto alla costruzione della propria identità: ciò che dico è scarsamente inerente a me); dall’altro si costruiscono relazioni semplificate, improduttive, monodimensionali, che non prefigurano alcun prolungamento, alcun rilancio di significazione ulteriore (la banalizzazione è una forma di sterilizzazione del pensiero critico). A ricordarcelo, in altra forma, è un altro piccolo tassello nella storia del banale: il libro Le banal di Mahmoud Sami-Ali, illustre promotore della ricerca psicosomatica in Francia e pubblicato da Gallimard nel 1980. Il banale, per Sami-Ali, azzera lo spessore del discorso, abbattendone le tensioni: non ha altro esito se non sé stesso, non prefigurando più un oltre di senso da interpretare. Il banale si accontenta di apparire per ciò che è (il letterale) e mette in scena un corpo fenomenologico svuotato della propria capacità immaginativa (o figurale, diremmo oggi). La banalizzazione può essere allora una complessa strategia del potere. Si banalizza il razzismo, la morte violenta, la violenza di genere, e lo si può fare attraverso forme retoriche non banali. Un solo esempio, già molto commentato: dire delle navi ong nel Mediterraneo che sono “taxi del mare” è metafora fresca, direbbe Ricoeur, non ancora calcificata anche se è parte, su un altro piano, di una strategia di banalizzazione. Da un lato abbiamo il tassista come lavoratore della routine, con un compenso fisso per il servizio reso, dall’altro le tante storie che la metafora cancella, tra l’epico e il tragico, sull’incertezza degli incontri in mare, su corpi che annaspano urlando tra le onde, su un corpo (quello dell’attivista) messo a rischio, a bordo barca, nel corpo a corpo col naufrago, su improbabili mezzi di navigazione, su un confronto teso con le istituzioni e le capitanerie di porto. Lo svilimento ingiurioso della metafora è radicale: si insinua un compenso (ergo una collusione) con i trafficanti di umani e si banalizza perché si perdono tutte quelle storie che inondano di senso mortifero i nostri mari. In inglese banale è anche tradotto con platitude. Il banale è piatto, o meglio, appiattito, come l’elettroencefalogramma del pensiero annegato. La banalizzazione fa davvero paura, non il banale. E uno sguardo (anche quello semiotico) che riarticoli diversamente espressioni e contenuti, che rilanci il senso e la sua inerenza identitaria è uno dei modi in cui continuare ancora oggi la guerriglia semiologica.

Ancora, e per chiudere: la recente pubblicazione (2014) delle trascrizioni degli audio di Eichmann in Argentina da parte di Bettina Stangneth mostrerebbe tutt’altre sfaccettature, non solo stupidamente burocrati, del personaggio Eichmann, quasi fosse stato lui a banalizzare il male perpetrato, mascherandosi durante il processo e preparando la strada all’uso sostantivo della Arendt. Lo scandalo di una banalità del male resta ma va riconosciuta meglio la banalizzazione come piaga della presunta post-modernità.

Stefano Bartezzaghi

Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media

Bompiani, 2019

pp. 272, euro 17

Alfagiochi / Turismo-truismo

Antonella Sbrilli

Il 24 novembre 2017 gli #alfagiochi si sono trasferiti per una sera al Cinema Palazzo di Roma in piazza dei Sanniti, dove - all’interno del Festival DeriveApprodi - è stato presentato l’Almanacco alfabeta 2018. L’Almanacco raccoglie i pezzi usciti sul sito di Alfabeta2 fra il settembre 2016 e il luglio 2017, scanditi mese per mese (Cronaca di un anno) e introdotti da una serie di interventi sul tema scelto come filo conduttore di questa edizione: la rivoluzione turistica. Il turismo come condizione obbligata  e pervasiva, che si riverbera nell’economia e nei comportamenti, affacciandosi in lungo e in largo, in alto e in basso, nella smania di muoversi, nelle offerte a pacchetto, nella ripetizione di formule.

Del resto, notava Stefano Bartezzaghi nel suo libro sui tormentoni Non se ne può più (Mondadori 2010), i racconti di vacanza occupano una grande parte delle conversazioni quotidiane, caratterizzate da frasi fisse e ricorrenti: crociere da sogno, hotel ideali, nuvole fantozziane ecc.
Stereotipi da viaggio e da soggiorno, che forse solo un artista come Banksy ha saputo far convivere con il loro rovescio nel progetto del Walled Off Hotel di Betlemme un vero albergo funzionante, costruito nell’unica cittadina “a vocazione turistica della Palestina”, affacciato sulla vista più brutta del mondo, il muro di divisione costruito da Israele. Nelle dieci stanze dell’hotel, le convenzioni del comfort alberghiero convivono fisicamente e metaforicamente con i segni del conflitto, offrendo quella che - con un altro stereotipo - si potrebbe definire un’esperienza unica. Non per caso, “esperienza” è uno dei termini che Maria Teresa Carbone, nel suo pezzo nell’Almanacco, registra come onnipresente.
Da qualunque parti lo si affronti, il turismo si porta dietro un carico di frasi confezionate e ovvie, quelle che in inglese si chiamano truisms (da true, vero). A questa tipologia di frasi apodittiche, l’artista americana Jenny Holzer ha dedicato negli anni Settanta una grande attenzione, proiettandole o stampandole in luoghi di passaggio.
L’italiano ha adattato il termine inglese, trasformandolo in truismo, sette lettere che con un piccolo sommovimento diventano turismo.


Ed eccoci al gioco svolto il 24 novembre al Festival DeriveApprodi.

Ai partecipanti è stato dato un “titolo di viaggio”, un cartoncino verde in forma di biglietto aereo in cui scrivere il nome, la provenienza (da dove sei partito), la destinazione (dove sei diretto), un titolo di viaggio (un libro, un film, una storia) e un truismo (la prima cosa che viene in mente sentendo la parola turismo).

C’è chi è partito dalle colline del Monferrato diretto vero La luna e i falò, chi dalla sua stanza diretto in tutte le stanze, chi proviene dal sogno e va verso la conferma…

I titoli da viaggio proposti sono questi: Ai confini della realtà, La morte corre lungo il fiume, L’Anabasi, Viaggio al termine della nota, One year on a shoestring, Il mestiere di vivere, Alice nel paese delle meraviglie, Lazarillo, Sogno vivido, Rateb, Ricerca, Sulle cime, La fine del mondo, Roma>Londra (non Heathrow), Occhi bianchi sulle colline, Vertigo.
Mentre la parola turismo fa venire in mente: i giochi da spiaggia abbandonati sul litorale (Pindaro 53), i tuffi (Algoritmo), il mare (Biko56), l’Airbnb (Eva-M), i volti (Fulvia), la prenotazione (Andrea), la crociera (Sigismondo), la disattenzione (Diario onirico), un hashtag (stanzesante), il Paese dei balocchi (nome così); Era propone l’anagramma “mo is tru”, per Pippo il termine è banalissimo, per Jasper è convenzionale; Giancarlo associa turismo a “Sto a casa”. Infine per Stefano “Il turismo mantiene giovani” e inconfutabilmente per Andrea C. “Partire è un po’ morire”.

Si può proseguire ad associare il turismo a un truismo e a proporre titoli di viaggio scrivendo a redazione@alfabeta2.it o postando su Twitter con gli hashtag #alfagiochi #alfaturismo.

Soluzioni del 12 novembre 2017

Oggi domenica 26 novembre 2017 è la data della chiusura ufficiale della 57. Biennale di Venezia “Viva Arte Viva”.
Nella scorsa rubrica ci chiedevamo se l’arte fosse letteralmente viva, proponendo di smascherare una frase sibillina “E so; c’è l’arte: vive e vive tra le cose”.

La giocatrice Marisa (@beccodigru) ha capito che si trattava di un palindromo, leggibile da sinistra a destra e viceversa.

 

Falcinelli, le reti dei colori

Antonella Sbrilli

Starà al lettore, se lo vorrà, tracciare nessi ulteriori, immaginifici e personali, aiutato anche dalle fonti del seguente elenco iconografico”. Con questa Nota - stampata su una luminosa pagina gialla posta fra le 443 pagine del testo corrente e l’elenco delle 350 immagini che vi compaiono - Riccardo Falcinelli si congeda dal suo imponente lavoro sui colori, lasciando a chi lo ha letto (o lo leggerà) il compito e il piacere di aggiungere memorie, esempi, aneddoti al cromo-panorama allestito fin qui.

È un invito coerente con il metodo di questo libro, che è un racconto di “fatti storici circoscritti” che hanno avuto esiti e risonanze sulla vita quotidiana delle persone e sulla trasformazione delle culture visive, andando a costruire anche il nostro attuale sguardo su un mondo pieno di colori assortiti e pervasivi. Un racconto che - da tante angolature diverse e connesse - ribadisce il convincimento empirico e teorico che il colore è un fenomeno di relazione.

Che lo si affronti dal punto di vista della percezione o della nomenclatura, della tecnologia di produzione o della comunicazione, come qualità delle cose o come categoria psicologica, il colore - per come convincentemente lo racconta Falcinelli - emerge sempre all’interno di un insieme, nelle maglie di convenzioni, negoziazioni e rapporti che si danno in un tempo e in uno spazio precisi. Tanto sono importanti anche politicamente il tempo e lo spazio concreti in cui i colori vengono guardati e condivisi, che nel libro le parole Storia e Paese si trovano sempre scritte in maiuscolo.

E dunque, anche noi che leggiamo ci troviamo coinvolti a ripescare ricordi di esperienze cromatiche, a provare i giochi percettivi suggeriti, a ragionare sul tanto che non sappiamo dei colori, a seguire collegamenti e a tracciarne altri.

È un invito che si raccoglie molto volentieri, poiché Falcinelli - che mescola con ammirevole equilibrio le sue competenze professionali di visual designer e un’attenzione warburghiana ai dettagli del mondo figurativo bi e tridimensionale - offre generosi spunti partecipativi di riflessione.

Il primo è l’ingresso in pasticceria, con la descrizione della pastarella detta diplomatico: in un piccolo capolavoro sinestetico (uno fra i tanti disseminati in questo testo che capta con le parole effetti luminosi, psichici, materici), l’autore spiega la differenza fra la tinta unita e il colore cangiante, confrontando appunto la complessa varietà strutturale del diplomatico e il sapore omogeneo della Nutella. In questi giorni, la descrizione della pastarella si può trovare rilanciata sui social network in contesti molto diversi, a riprova che quello di Falcinelli è un approccio proficuo alla complessa stratigrafia del presente (cfr. il tweet di @marcostancati, che riporta correttamente il riferimento al libro).

Capita così che, procedendo nella lettura del volume, suddiviso in quattro parti (Sguardi, Storie, Artefatti, Percezioni) e in 24 capitoli, si affaccino alla mente collegamenti a catena, per esempio, può venire da chiedersi: ci sarà la scena del Diavolo veste Prada, dove Meryl Streep fa l’apologo del golfino ceruleo dell’assistente Anne Hathaway? c’è, si trova a pagina 294, nel capitolo Beige coloniale, che tratta di gusti, marketing, comportamenti, previsioni di mode.

E mentre si comincia a leggere la storia dello “sdoganamento” di colori come il verde salvia e il viola, viene la curiosità: ci sarà la sarcastica e irresistibile Violet Crawley di Downton Abbey? ed eccola lì, addobbata di viola dalla testa in giù, nell’immagine 257, fra scatole di tè e biscotti british.

La lettura può riportare alla mente episodi personali, lontani nel tempo e mai più rivisitati: a me è capitato di ricordare la domanda di un professore delle superiori, che chiese a noi studentesse di spiegargli una frase (per lui incomprensibile) della moglie riguardo ai vestiti di tinta “neutra”: in Cromorama, potrebbe trovare non una, ma tutta una serie di risposte sul concetto di neutro, armonia, convenzione, mimetismo, uniformità.

Ha scritto Stefano Bartezzaghi a proposito di questo libro che i titoli dei capitoli - che riportano il nome di un colore e un aggettivo inconsueto - sono un “probabile omaggio criptico ad Andrea Pazienza e alle sue storie di Zanardi Giallo scolastico e Verde matematico”.
Blu Bovary, Marrone neuronale, Malva modernità ecc., con i loro sottotitoli (rispettivamente Vestirsi per amare e significare, Come il cervello costruisce il colore, La nascita del consumo e del divismo ecc.) sono di fatto calamite di collegamenti e porte di accesso ai contenuti: ne scandiscono l’articolazione all’interno delle quattro parti principali, senza imporre un ordine cronologico, né una classificazione normativa.

In ciascun capitolo si rifrangono riflessioni che attingono dalla storia, dalla tecnica, dalla fisiologia, dalla fisica e dalla chimica, dalla letteratura, dall'editoria, e naturalmente dalle arti, pittura, grafica, decorazione, cinema, fotografia, fumetto, design.

Parte integrante dei capitoli sono le tavole delle immagini, che Falcinelli spiega nella Nota iconografica, quella stampata sulla pagina gialla citata all’inizio.

Quest’apparato figurativo che scorre “parallelo” al testo chiama ritmicamente il lettore ad applicare l’analisi proposta dall’autore, usando il proprio sguardo come verificatore in tempo reale. Su una struttura a griglia, vediamo montate non già immagini intere e isolate, ma “dettagli, sezioni o brandelli” di dipinti, di procedure tecniche, di attori e attrici, di vignette, di pubblicità, di oggetti, senza didascalie che interrompano il percorso del nostro sguardo (i riferimenti iconografici sono infatti in appendice).

Nelle tavole campeggiano invece le tracce visibili di un ragionamento sul colore che ci include - qui e ora - suggerendo “assonanze, antifrasi e possibili legami fra mondi diversi”, che possiamo a nostra volta accettare, arricchire, anche spostare e ricombinare mentalmente.

Senza procedere su una linea manualistica del tempo, ma mettendo in luce degli snodi epocali - dalle invenzioni tipografiche a quella dei colori in tubetto, dalla libertà di abbigliamento alla costruzione dei passages commerciali, dal cinema in Technicolor ai viaggi nello spazio - che si sono riverberati sul modo di produrre, applicare, desiderare i colori, il libro di Falcinelli racconta anche una storia dell’arte e degli artisti; dei loro saperi tecnici, delle visioni, delle contaminazioni con altri campi figurativi. Andrea Del Sarto, Leonardo, Tiziano, Rosalba Carriera, Tiepolo, Fragonard, Monet, Berthe Morisot, Gauguin, Klimt, Mondrian, Hopper (e sono solo alcuni), arrivano ognuno al momento giusto, chiamati a testimoniare - con il loro modo di stendere il colore - un aspetto saliente della sua natura e delle sue potenzialità.

Così come le opere dei disegnatori contemporanei - da Igort a Gipi a Simone Rea, a Shout - sono oggetto di analisi che costringono a guardare con altri occhi le loro tavole, dove le stesure del colore portano nella logica della stampa antiche competenze pittoriche e il colore s’incarna nella struttura narrativa.

Cromorama è anche un impegnativo andirivieni su concetti polarizzati che tornano a intervalli nella trattazione: chiaro e scuro, luce e ombre, tinta unita e velature, densità e trasparenza, uniforme e disomogeneo, superficie e profondità, manualità e riproduzione, percezione e cosa, realtà e rappresentazione. Nel loro riaffacciarsi, intersecano in modo dinamico e critico il piano tecnico e quello scientifico, la dimensione filosofica e la vita di tutti i giorni, sia quella attuale sia quella del passato, che dobbiamo sforzarci di immaginare.

Svolgendo il filo dei nessi, come Falcinelli invita a fare, vorrei concludere con un ricordo della figlia di Alighiero Boetti, Agata. Nel suo recente libro Il gioco dell’arte, con mio padre Alighiero (Electa 2016) racconta di come il padre non parlasse mai del verde, ma del verde bandiera o del verde bottiglia, del rosso Coca-Cola o del rosso Marlboro, e naturalmente del rosso Guzzi e Gilera, confrontati col rosso delle buche delle lettere, e dell’incessante mutamento dei fenomeni cromatici in luoghi e tempi diversi.

Potrebbe essere un altro tassello di un’altra tavola di Cromorama, insieme all’opera di Emilio Isgrò, una cancellatura in rosso intitolata Rosso Pagliarani, in onore del poeta.

Quante assonanze, e quante screziate e cangianti tracce di consapevolezza della natura dei colori.

Riccardo Falcinelli

Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo

Einaudi, 2017.

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Alfabeta / Giocare

giocareDopo una tappa economica dedicata al verbo “spendere” e al tema del debito nell’economia contemporanea, la trasmissione Alfabeta rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo essenziale della vita contemporanea: “giocare” (questa sera alle 22.05 su Rai 5). 

Le teorie che hanno tentato di codificare il termine giocare sono state in grado di definirlo soltanto in negativo. Per ciò che non è. Libero, improduttivo, separato dalla vita vera, incerto, carico di una indeterminata quota di immaginario, il gioco è, nella folgorante formulazione di Stefano Bartezzaghi, ciò che mette tra virgolette tutto il resto. Eppure mai come oggi il gioco ha acquisito tanta importanza nella società, mescolando la sua sfera con quella dell'utile, invadendo i campi del lavoro e dell'economia. Con i contributi di Umberto Eco, Stefano Bartezzaghi, Gianni Clerici, Peppino Ortoleva, Fabio Viola, Marco Dotti, Giulia Niccolai, Alfabeta2 e Andrea Cortellessa si confrontano con le molteplici contraddizioni del gioco contemporaneo e delle sue possibili derive patologiche.

 

Giocare, un percorso tra i libri

I brani letti da Giulia Niccolai sono tratti da Poemi & Oggetti, Le Lettere 2012

Il brano letto da Marilena Renda è tratto da Arrenditi Dorothy!, L’orma 2015

 

Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo 2006

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1964], Einaudi 1976, 2009

Raymond Queneau, Esercizi di stile [1947], traduzione di Umberto Eco, Einaudi 1983; a cura di Stefano Bartezzaghi, ivi 2001

Georges Perec, La sparizione [1969], traduzione di Piero Falchetta, Guida 1995, 2007

Peppino Ortoleva, Dal sesso al gioco. Un’ossessione per il 21. secolo?, Espressedizioni 2012

Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba, Einaudi 2007; Scrittori giocatori, Einaudi 2010; M. Una metronovela, Einaudi 2015

Samuel T. Coleridge, Biographia literaria [1817], a cura di Paola Colaiacomo, Editori Riuniti 1991

John R. Searle, Lo statuto logico della finzione narrativa, in «Versus», 19-20, 1978; in Che cosa è arte. La filosofia analitica e l’estetica, a cura di Simona Chiodo, Utet 2007

Johannes Huizinga, Homo Ludens [1938], Einaudi 1946; con introduzione di Umberto Eco, ivi 1979, 2002

Gianni Clerici, 500 anni di tennis, Mondadori 1974, 2013; Quello del tennis, Mondadori 2015

Algirdas J. Greimas, A proposito del gioco [1980], in Id., Miti e figure, Esculapio 1995 (e in «E|C. Rivista dell’Associazione Italiana Studi Semiotici»:  link: http://www.ec-aiss.it/monografici/10_greimas/Miti_e_figure_a_proposito_del_gioco_27_2_12.pdf)

Fabio Viola, Gamification. I videogiochi nella vita quotidiana, Arduino Viola 2011

Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi tra arte e gioco in Italia, catalogo della mostra a cura di Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, Mazzotta 2011

Marco Dotti, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, O barra O 2013; Slot city. Brianza-Milano e ritorno, Round Robin 2013

Thomas S. Eliot, Tradizione e talento individuale [1919], in Id., Il bosco sacro [1921], Bompiani 1946, 2010

Geoges Perec, W o il ricordo d’infanzia [1975], Rizzoli 1991, Einaudi 2005; La vita istruzioni per l’uso [1978], Rizzoli 1984, 2005

Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, in «alfabeta», 1983; poi in Id., Il nome della rosa [1980], Bompiani 1983, 2014

Linda Hutcheon, The politics of postmodernism, Routledge 1989, 2001

John Barth, La letteratura dell’esaurimento [1967], in Id., L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura, minimum fax 2013

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi 2015

John McPhee, Tennis [1979], a cura di Matteo Codignola, Adelphi 2013

Roger Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine [1958], a cura di Giampaolo Dossena, prefazione di Pier Aldo Rovatti, Bompiani 1995, 2007