Apocalypse Now Redux

Augusto Illuminati

I quattro cavalieri della desolazione, la bestia il cui numero è 666 che sale dal mare, sette trombe e sette sigilli, il sorgere dell’Anticristo ingannatore e la sua finale sconfitta con il secondo avvento di Cristo, nella letteratura apocalittica cristiana. Il regno del Dajjal, l’arrivo dell’ultimo imâm, il Mahdî, nella tradizione sciita, la decisiva battaglia contro il Dajjâl degli alleati Mahdî e Cristo, quest’ultimo appollaiato sul suo personale minareto (il manâr Îsà della moschea degli Omayyadi a Damasco), terremoti, eclissi, inondazioni, l’arresto dell’espansione dell’universo, ecc. Vuoi mettere! Davvero la fine dei tempi.

La letteratura fantascientifica, suggestionata dalla tecnologia dei registratori a nastro, mostrò piuttosto propensione verso un riavvolgimento del tempo, un rewind conseguente al raggiungimento del limite espansivo dell’universo e all’inizio della sua fase contrattiva. Walter Benjamin opinò che la catastrofe, erede del Giudizio, consistesse nel fatto che tutto proseguisse come prima, rileggendo l’Eterno Ritorno nietzschiano nella metafora del kafkiano pittore Titorelli, che in una sordida soffitta tira fuori da sotto il letto una serie di quadri tutti uguali e ne impone l’acquisto tangentizio a chi impetra il suo intervento presso il Tribunale.

In ogni caso, un tempo sconnesso, dove riavvolgimenti, sviluppi e soglie di indecidibilità si frammischiano, preannuncia Armageddon, videogioco post-chiliastico. Qualche indizio? Da un po’ di tempo si levano volute di fumo e gli sciamani proclamano con un primo squillo di tromba l’inesistenza della realtà, dissolta in interpretazioni. Ma subito sono scesi in lizza, secondo squillo di tromba, i contro-sciamani affermando che la realtà è consistente e inalterabile, guai a interpretarla ed emendarla, anzi impongono il voto di fiducia in nome del new realism, peggio del governo Monti. Anni ’60-‘70 dello scorso millennio, accademia torinese? Per carità, cronaca culturale rovente. Fra poco –si spera– rivedremo apocalittici e integrati, avanguardia contro romanzo di consumo.

La Transavanguardia è all’ordine del giorno, mentre i neo-melodici già occupano stabilmente il mercato a sud del Volturno e Moccia illucchetta tutti i ponti disponibili. Vintage, ragazzi. Con i complici di don Verzè in veste di Sigilli e illustr* filosof* a cantare le lodi del defunto. Come negli epocali dibattiti di metà del secolo scorso (chi ricorda Vera Lutz?), si propone audacemente di ridurre i salari e aumentare l’orario di lavoro, nonché vietare i sindacati in fabbrica, per incoraggiare gli investimenti e sviluppare il nostro infelice Paese. Il licenziamento libero aumenterà l’occupazione, la precarietà selvaggia produrrà occupazione buona. E che cazzo, noi difendiamo il lavoratore, mica il posto di lavoro, disse la new realist Fornero, e pianse.

Mica ci si può accontentare del ritorno a prima dello Statuto 1970, il regresso ha le sue esigenze e pure gli ortaggi pugliesi e campani. L’importazione degli schiavi dal Mediterraneo è ripresa in grande stile, purtroppo con qualche rivolta. Non preoccupiamoci troppo: corre voce che ne hanno già accerchiati un bel po’ vicino al fiume Sele e già sull’Appia si allestiscono le croci. Bersani deplora che tale barbaro spettacolo incoraggi l’anti-politica e propone l’alleanza fra progressisti e moderati. A proposito, si avvicina la metà di luglio e i giornali annunciano la scesa in campo di un outsider, il cavalier Berlusconi. Sullo schermo appaiono Cicchitto e Capezzone: dicono che allora non ci saranno primarie. Dev’essere il futuro anteriore.

Il moralista, il politico e il lavoratore

Massimo Parizzi

Si dibatteva, di qua e di là, delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori quando, s’è sentito in tv e letto sui giornali, un dirigente della Chiesa cattolica (da qui in avanti: il Moralista) ha detto: «Il lavoratore non è una merce». Un dirigente del Partito democratico (da qui in avanti: il Politico) ha alluso a queste (e altre) parole dicendo: sono di «autorità morali». «Morali», così ha detto. Un cardine su cui, da Machiavelli in poi, ha ruotato e cigolato il rapporto fra politica e morale è l’«autonomia»; autonomia dalla morale rivendicata dalla politica per (fra l’altro): 1. ampliare senza limiti (morali) il proprio campo d’azione; 2. affermare che la fonte della sua legittimazione è in se stessa (non nella morale).

Nell’allusione del Politico alle parole del Moralista il rapporto fra politica e morale non si configura così, però. Perché il Politico ha rilanciato le parole del Moralista? Perché non poteva dirle in prima persona, no? Perché le ha chiamate parole di una «autorità morale», quindi parole morali? Perché come parole politiche sarebbero state male accette, no? Come dire che: il campo d’azione della politica è più angusto di quello della morale, e la politica s’appella alla morale per ampliarlo… no, mi correggo, non per ampliarlo, perché il Politico non ha fatto proprie le parole del Moralista, non ne ha fatte parole politiche: ci ha tenuto a sottolineare che si trattava di parole di una «autorità morale». La politica s’appella alla morale per godere di riflesso della maggiore ampiezza del campo d’azione della morale, ecco.

Poi: il Politico s’è richiamato alle parole del Moralista quale fonte di legittimazione della propria politica (contraria ad alcune modifiche all’articolo 18). Come dire che: la politica non trova sufficiente legittimazione in se stessa e la cerca nella morale. Ma il campo d’azione della politica non è lo stesso del campo d’azione della morale. Quello di quest’ultima è il singolo individuo, il quale, perché la morale possa agire su di lui, dev’essere d’accordo. La morale bussa alla porta: si può aprirle o no. Il campo d’azione della politica, invece, è la collettività: tutti e ognuno. E la sua azione, quando si esprime in leggi, è vincolante. Se perciò un Politico, rilanciando le parole di un Moralista e sottolineando che di parole morali si tratta, rafforza la sua azione politica, che a quelle parole si associa, nello stesso tempo la indebolisce. (E se fosse proprio questo che vuole?) Se «il lavoratore non è una merce» è un’affermazione morale, non è vincolante. È «a discrezione».

Questo, va detto, è coerente con l’affermazione stessa. «Il lavoratore non è una merce» non è una constatazione di fatto, come l’indicativo presente potrebbe fare pensare: il lavoratore, di fatto, è una merce. È noto. Certo, quell’affermazione potrebbe essere una petizione di principio e significare: «Non dovrebbe essere una merce». È un’interpretazione plausibile. Ma un’interpretazione è, appunto, un atto di discrezionalità. Anche come petizione di principio, tuttavia, «il lavoratore non dovrebbe essere una merce» è un po’ troppo. Sia per la morale sia per la politica. Che cosa significa? Che un imprenditore che lo accettasse come principio morale non dovrebbe più pagare i suoi dipendenti? Che il politico che lo afferma dovrebbe presentare un disegno di legge per proibire il «mercato del lavoro»? Non è verosimile. Non più di quanto lo sia «il lavoratore non è una merce» come constatazione di fatto. E il Politico sembra esserne consapevole.

Per questo, ci scommetterei, rilancia e nello stesso tempo tiene a distanza le parole del Moralista. Le usa per rafforzarsi e nello stesso tempo «indebolirsi». Mica è scemo. Lo è tanto poco che lo fa, ci scommetterei, istintivamente. Senza premeditazione. Si tiene lontano d’istinto da un’affermazione troppo forte, una china pericolosa. Ma qui si può proseguire senza paura. E, per proseguire, occorre aprire ancora di più alla discrezionalità. Non c’è altra scelta. E non fermarsi, pena trovarsi di fronte di nuovo, e poi di nuovo all’inverosimile, finché quell’affermazione non si rovescia nel suo contrario. Mettiamo, usando del potere discrezionale, o d’interpretazione, fino in fondo, finché di più non si può, che «il lavoratore non è una merce» significhi: «Il lavoratore è una merce, ma…». Ecco.

Questo «ma» apre un altro campo, contiguo, alla discrezionalità: «Ma non è una merce usa e getta», oppure «è usa e getta ma non sempre», oppure «è usa e getta sempre ma pagando» ecc. Così si arriva dove, per il Politico, trattative come quella sulle modifiche all’articolo 18 sono possibili. (Quanto al Moralista, ha detto la sua e per ora gli basta.) Ma si arriva anche dove discrezionalità e ipocrisia sfumano una nell’altra. Distinguerle è difficile. È la mia interpretazione, la mia discrezionalità, che ha trasformato «il lavoratore non è una merce» in «il lavoratore è una merce, ma…»? In questo caso sono soltanto fatti miei. Ma se fossero stati il Politico e il Moralista a dire che «il lavoratore non è una merce» pensando, da ipocriti, che «il lavoratore è una merce, ma…»?

Non importa. Io sono contento lo stesso. Anche se nelle parole del 22 marzo scorso di Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della commissione Cei per il lavoro, e nell’allusione che vi ha fatto Pierluigi Bersani, all’opera vi fosse stata solo ipocrisia (e non lo credo); anche in questo caso, l’ipocrisia, insegna La Rochefoucauld, è un omaggio che il vizio rende alla virtù. Se è il prezzo da pagare per sentire alla tv e leggere sui giornali che «il lavoratore non è una merce», vada.

Il diktat di Pomigliano

Mario Tronti

Celebrano un loro trentennale. Vogliono festeggiare l’anniversario della riscossa Fiat del 1980: la madre delle sconfitte operaie, almeno in Italia. Allora si trattava di chiudere un ciclo di lotte che dagli anni Sessanta ai Settanta aveva strappato conquiste, messo in subalternità il padronato, espresso egemonia del lavoro, non solo in fabbrica, ma nella società e nel sistema politico. Missione compiuta. Da quel momento, in progresso, la centralità dell’impresa è diventata sempre più democraticamente assoluta. Leggi tutto "Il diktat di Pomigliano"