I primi dieci giorni di Donald Trump

GB Zorzoli

donald-trumps-hairDurante le primarie repubblicane ci rassicuravano così: i discorsi sopra le righe gli servono per battere i competitors; ottenuto il risultato, modererà i toni.

Analogo ritornello nel corso delle elezioni presidenziali: dopo, dovrà fare i conti con la Realpolitik.

Adesso è la Realpolitik a dover fare i conti col presidente Donald Trump. E non solo lei. Per riuscirci, occorre però cambiare registro, lezione che i media tradizionali non hanno ancora imparato.

Giornali, radio, televisioni hanno addolcito la notizia sull’ executive order anti-migranti, accompagnandola con i servizi sulle manifestazioni di protesta. OK sul piano dell’informazione, ma – forse sono stato disattento - non è stato fatto notare che nessuna di queste iniziative si è svolta in Alabama o nell’Arkansas, cioè negli stati che hanno fatto vincere Trump. È un bene che l’America sconfitta reagisca; per fortuna c’è ancora una giudice federale a New York; fa piacere che i vertici di Google, Facebook, Netflix, Airbnb e di altre aziende digitali si siano espressi contro il blocco all’immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chi ha votato Trump tutti costoro, come pure i media tradizionali, fanno parte dell’élite, che strilla perché alla Casa Bianca è arrivato qualcuno deciso a mantenere la promessa «America first», chiudendo le frontiere e riportando all’interno del paese la vecchia, buona industria.

Considerazioni analoghe valgono per il muro al confine col Messico o per la “Velocizzazione della valutazione ambientale e della successiva approvazione dei progetti infrastrutturali con alta priorità”, affiancata dalla revoca del blocco per i due controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access. Obiettivo che, tradotto dal latino in lingua volgare, significa realizzarli – con effetti positivi, seppur temporanei su economia e occupazione - fregandosene dell’ambiente e del rischio per i circa 8.000 membri della tribù Sioux di Standing Rock, derivante dal possibile inquinamento delle acque del lago Oahe, da cui dipendono anche le forniture idriche di molti altri cittadini americani.

È infatti illusorio puntare su una catena di fallimenti clamorosi a breve termine. Il punto centrale del programma di Trump prevede un considerevole abbassamento delle tasse e misure protezionistiche per le industrie americane, che dovrebbero rilanciare gli investimenti. La deregolamentazione del settore finanziario e di quello energetico (a danno dell’ambiente), insieme a un gigantesco programma di investimenti nelle infrastrutture (facilitato dall’abolizione delle normative territoriali e ambientali più restrittive), potrebbero a loro volta stimolare l’economia e creare occupazione. È probabile che almeno una parte di questo programma venga realizzata. Wall Street ci crede: gli indici azionari si impennano, mentre in USA i tradizionali beni rifugio, come l’oro, fino alla primavera scorsa molto ricercati, stanno battendo in ritirata.

Prepariamoci dunque a reggere l’offensiva di quanti utilizzeranno questo tutt’altro che improbabile risultato per indicare come responsabili della mancata crescita economica e occupazionale la globalizzazione e i vincoli posti a tutela dell’ambiente e del territorio. Non ci vuole una particolare perspicacia per prevedere che alla lunga i costi degli obiettivi perseguiti da Trump produrranno un effetto valanga, che travolgerà la sua politica, non solo per gli effetti negativi interni di una linea economica basata sull’autarchia. La guerra commerciale che scelte protezionistiche sono inevitabilmente destinate a produrre, ridurranno non solo l’export americano, ma anche il peso degli USA a livello planetario. Questa sarà ad esempio la conseguenza della decisione, una delle prime prese da Trump, di togliere l’adesione al TPP - l’accordo commerciale tra paesi che si affacciano sul Pacifico – non per proporne una versione più rispettosa della qualità commerciale ed ecologica dei beni scambiati, ma per sostituirla con intese bilaterali che privilegino gli interessi americani.

Occorre però attrezzarsi in modo da evitare che nel breve termine il ciclone Trump produca ricadute negative anche al di fuori degli Stati Uniti; e non crogiolarsi nella convinzione che siano subito disponibili antidoti alla sua politica. Anche perché la vittoria di Trump, che segue a ruota la Brexit, potrebbe non rimanere isolata.

15 marzo 2017: elezioni per il rinnovo del parlamento olandese. Stabilmente in testa nei sondaggi è il Partito della Libertà, che propugna un referendum per l’uscita dalla UE, l’espulsione dei clandestini, la chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche. Il suo leader, Geet Wilders, euroscettico e xenofobo, potrebbe quindi aspirare alla guida di un paese europeo di ridotte dimensioni, ma per altri aspetti estremamente rilevante. A partire dalla sua indipendenza, nel 1566, l’Olanda si è sempre caratterizzata come spazio di tolleranza e di libertà, dove fino a poco tempo fa all’ondata migratoria, si è risposto col multiculturalismo. Inoltre l’Olanda è una delle sei nazioni che, 60 anni fa col trattato di Roma, hanno dato il via all’integrazione europea. Sarebbe un vero terremoto politico, ben più della vittoria di Orban in Ungheria e del partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) in Polonia.

23 aprile/7 maggio 2017: primo e secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Dopo quanto è accaduto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, non si può escludere che l'onda lunga della rivolta anti-establishment porti alla vittoria della Le Pen. Anche se, grazie al meccanismo elettorale francese, non ci riuscisse, resterebbe comunque la forza politica più votata; un risultato destinato a incidere le scelte politiche del paese.

24 settembre 2017: elezioni parlamentari in Germania, dove la Grosse Koalition potrebbe non avere una solida maggioranza per l’avanzata dell’estrema destra di Alternative fűr Deutschland.

2017: possibili anche le elezioni in Italia; da noi la previsione prevalente tra i politologi vede la somma dei partiti euroscettici come minimo vicina al 50% dei voti.

Il rischio di trumpismo in salsa europea, cioè il tramonto di quell’Europa in cui nel bene e nel male abbiamo vissuto per decenni, è alle porte.

Notizie da New York

Franco La Cecla

Strana questa america della fine Obama. New York mi ha accolto con le copertine di diverse riviste dove lui affondava credendo di essere Gesù Cristo sulle acque. E sicuramente è una rivincita sul suo tono missionario ed evangelico. Comunque la riforma della sanità non è andata e il sito che doveva annunciarla era incomprensibile. Non male per l’uomo più finanziato da Google. Ma adesso, con il gelo che attanaglia la città, si parla d’altro.

Si parla ovviamente di bribes, di corruzioni varie, si riparla di banche e banchieri e del sistema che nell’insieme è più crudele di prima. La cosa meravigliosa di questi americani nella loro parte migliore è che pensano che l’America si sia imbastardita, che fino almeno al New Deal c’era una idea di come tenere insieme la nazione e livellarne le diseguaglianze. In parte è vero, se si legge il bel libro di Michael Lind, Land of Promise, una guida alla storia economica degli US fatta per chi non è un insider.

E bisogna dire che qui c’è ancora un'intelligenza pronta a tirar fuori le magagne, come Peter Demock che ha appena pubblicato un romanzo che racconta la storia dell’uomo che ha sdoganato la tortura con il waterboard all’interno della Cia, quella ampiamente usata ad Abu Graib. Il libro, che riporta il documento originale con tutta l’ipocrisia linguistica del caso, si chiama Notes for a Love Song in Imperial Time, ed è stato osannato dalla critica in questi giorni sul New York Times.

Tra una folata di vento gelido a meno ventitré, e una nevicata, mi infilo in qualche cinema. Mi ha fatto orrore The wolf of Wall Street, mi è sembrato molto indulging come dicono qui, cioè fin troppo e volutamente attraente nella parti più profondamente volgari e porno di questa storia che a noi italiani risulta piuttosto familiare. Ma sembra che questa idea di bribes, tangenti, corruzione e hastlers, ladri e imbroglioni sia molto calda per ora qui. American Hustlers è molto meglio, e racconta una storia di poveracci che diventano grandi truffatori per quasi poi rimetterci la pelle.

Ma il film che più racconta l’america creativa e fresca, quella che qui nella East Coast respira poco, ma che è molto californiana è Her di Spike Jonze, quello che ha fatto Being John Malkovitch. Un genio in un ambiente di geni come quelli del gruppo Mac Sweeney il cui principale animatore rimane Dave Eggers. Her pone questioni vere in un modo diretto e intrigante. Anni fa io ho scritto una cosa che si chiamava Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana (della Bruno Mondadori diretta allora da Cataluccio).

Ecco che Spike Jonze tratta il tema in un modo che lascia di stucco. Parlando del nostro rapporto con il web, lo screen portatile, il laptop, ci fa chiedere cosa ne è delle emozioni e delle passioni in un mondo di solitari che si affidano a mezzi come Facebook, mail, e aiuti soft di vario tipo. Jonze conosce bene il suo mestiere.

Il computer come lo conosciamo, friendly, fu inventato da Joseph Weizenbaum con il programma Eliza che simulava il dialogo che un terapista fa con un paziente. Weizenbaum rimase sconvolto dal fatto che i suoi studenti si chiudessero a parlare con Eliza dei loro problemi, e scrisse un libro Computers power and human reason che io riuscii a far tradurre dal Gruppo Abele.

Ed è vero che qui, come in nessuna altra parte del mondo, la rivoluzione cognitiva ed affettiva portata dalla rete comincia a fare riflettere sulle ricadute positive e negative. A me piace Her perché non è moralista, se lo avesse fatto un regista italiano chissà che tirate cattocomuniste avrebbe inventato. L’altra cosa di cui si parla molto ora è il modello di società che sta venendo fuori in America .

Contro il reato di negazionismo

Augusto Illuminati

Storici revisionisti, avvocati apologeti e preti lefebvriani meritano trattamenti personalizzati (Albano insegna), ma è contrario a ogni percorso scientifico e politico, a ogni uso pubblico della storia che si sanzioni con il codice penale un'opinione storiografica, che può essere contestata con gli strumenti scientifici e politici appropriati.

Senza rinunciare, con uso pubblico di altri mezzi ideali e materiali, a esprimere la propria indignazione. Nella stessa misura in cui vanno contrastati i divieti statali di nominare genocidi (la prassi della Turchia rispetto agli eccidi armeni, assiro-caldei e greci del 1915-1922), ci sembra assurdo condannare penalmente chi mette in discussione o minimizza l'esistenza di questi e di altri genocidi (l’Ucraina punisce, per esempio, chi nega le responsabilità sovietiche dello Holodomor, la carestia attribuita alla de-kulakizzazione degli anni ‘30): il caso macroscopico e più frequente è quello della Shoà. Altro discorso giuridico riguarda ovviamente chi ne fa apologia o minaccia di ripeterli.

Il modo tortuoso, abituale nelle procedure parlamentari italiane (un emendamento con cui il divieto di negazionismo è stato introdotto mediante un emendamento al reato di istigazione all’odio razziale e la pretesa di assegnare alla stessa commissione la sede deliberante, scavalcando l'aula), esibiscono la natura di un imbarazzato colpo di mano, che è fallito scatenando una gazzarra di cui sono stati protagonisti l'invadente Napolitano, sempre propenso ad assegnare compiti a casa alle altre istituzioni, il presidente Grasso e la sen. Finocchiaro.

I senatori M5S hanno per ora sabotato l'operazione con una delle poche decisioni intelligenti da loro assunte negli ultimi tempi. La fretta con cui si voleva chiudere la faccenda con sospetto zelo bi-partisan, copriva non solo il disagio per la confusa gestione della discarica Priebke (dietro le giravolte del prefetto Pecoraro c’è la strutturale insipienza della gestione Alfano del Ministero degli Interni, già rivelata nell’affaire kazako), ma voleva essere uno spot per le larghe intese, maldestramente annunciato in occasione della commemorazione in Sinagoga dell’anniversario della razzia nazista del 18 ottobre. Miserie a piccoli passi, memoria con il cacciavite.

Al detto hobbesiano auctoritas, non veritas facit legem non si può opporre la pretesa illusoria di una verità che fa la legge e che troppo facilmente si capovolge nella mistificazione di una verità per legge, ma solo una battaglia per la verità nell'opinione pubblica e nel ramo scientifico specifico, rafforzata al margine dall’opportuno esercizio della potenza extra-legale della moltitudine.

Come scrisse Rodotà in occasione di un precedente tentativo di introdurre nel 2007 il reato di negazionismo con tutto il prestigio del suo proponente, Mastella!, si tratta di misure insieme «inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che si vorrebbe debellare e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi». All’epoca numerosi storici – da Ginzburg a De Luna e Luzzatto – si schierarono contro la statalizzazione della verità e la lesione del libero confronto scientifico e anche oggi si sono levate autorevoli voci (Della Seta sul manifesto, per esempio) che invitano a osteggiare le idiozie negazioniste «sull’unico terreno appropriato, quello dell’educazione, dell’informazione, della cultura», non del divieto e del conseguente vittimismo.

Questo vale non solo all’interno dei circuiti specializzati e accademici, ma soprattutto nella società. Di particolare significato ci sembra allora l’iniziativa del Nuovo Cinema Palazzo – esso stesso testimonianza del recupero di un bene comune strappato alla speculazione e alla criminalità organizzata – di organizzare, dopo il successo della prima edizione su “Roma città ribelle”, una seconda edizione del suo Festival di storia, stavolta dedicato all’American Revolution (da domani, venerdì 25 ottobre).

Il collegamento che in queste manifestazioni si opera fra università e quartiere, fra evocazione del passato e problemi e forme di lotta del presente, è l’unica forma accettabile di memoria condivisa, l’approccio consistente grazie al quale gli uomini e le donne, se ci è consentito richiamare il Proemio dei machiavelliani Discorsi: «possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie».

Quando un paio di anni fa il sindaco curdo di Diyarbakir, Osman Baydemir, inaugurando la restaurata chiesa armena di Surb Kirakos finanziata dal comune, fece un’esplicita autocritica delle corresponsabilità (subalterne) curde nel genocidio armeno-assiro del 1915, compì un gesto assai più significativo del divieto turco di menzionarlo e dei contrapposti divieti parlamentari di altri paesi di negarlo: stabilì un nesso fra un massacro del passato e una rivendicazione di autonomia e di libertà nel presente, una solidarietà degli oppressi contro la continuità della repressione e dell’autoritarismo.

Fare storia è il riscatto dei vinti rispetto ai vincitori, una perpetua revisione dal basso delle verità ufficiali, non la cristallizzazione per legge della penultima verità. E che poi i nazisti dell’Illinois o i fascisti del terzo millennio riscuotano il dovuto.

Festival di Storia - Nuovo Cinema Palazzo
American Revolution - Controstorie da un’America Ribelle
25-26-27 ottobre
Piazza dei Sanniti, Roma

Un film che non si può girare

Augusto Illuminati

Immagino una sceneggiatura. Un incidente d’auto, il corpo del guidatore e del suo compagno di viaggio vanno bruciati ma, mentre è facile risalire al primo, poco si appura del secondo. Sorpresa. Dall’identificazione dell’arco dentario residuo salta fuori che è un terrorista latitante da decenni, che probabilmente aveva cambiato identità e si era ricostruita una vita tutta diversa. Già, ma con chi? Ed era restato in contatto con altri? Complici dormienti? Polizia e servizi indagano, puntando sull’unico dato accertabile: il guidatore accertato dell’auto, che evidentemente era suo amico e complice. Le indagini nell’ambiente costringono alla fuga il fratello del guidatore, anche lui ex-terrorista con mutata identità, tornato in Italia dopo svariate peripezie africane e balcaniche.

Il film segue la sua fuga, città per città, capannoni, periferie, appartamenti, bar, sale giochi, la ricerca di contatti con ex-militanti dell’area sovversiva, mai scoperti oppure non troppo compromessi con la lotta armata o ancora condannati e tornati in libertà. È l’occasione per riflettere e scontrarsi animatamente su quell’esperienza: chi la rivendica, chi ne prende le distanze, chi accusa la militarizzazione del movimento come fattore di sconfitta. Nessuno è davvero pentito del suo passato, tanto meno disposto a rifiutare solidarietà e aiuto concreto. Ci sono gli irriducibili e chi si è ritirato nel privato e vorrebbe dimenticare. Qualcuno invece lo rifarebbe, magari diversamente, perché se non del tutto giusto quasi niente era sbagliato o piuttosto guarda curioso una nuova generazione che adotta altri mezzi per gli stessi fini.

Chiaro, un film impossibile da girare in Italia. Mica siamo nell’America di Robert Redford e del suo resoconto sul destino dei Weathermen (The company you keep = La regola del silenzio). Non abbiamo neppure indimenticabili simboli degli anni ’60-‘70 da riproporre invecchiati senza filtri (le rughe di Redford, Susan Sarandon fuori dal tempo, lo sguardo blu di Julie Christie) e di nuovo in gioco con giovanissimi disincantati eredi. A noi sono toccate le passeggiate oniriche di Moro, la meglio gioventù, Placido e Giordana. Per non parlare di Pigi Battista, Giuliano Ferrara, delle associazioni di vittime del terrorismo e del coro unanime di istituzioni e partiti che scatenerebbero un linciaggio mediatico.

Ecco, bisognerebbe fare un film su come non è possibile realizzare un tale film in Italia, su come quel lutto non sia rielaborabile e al massimo ci si conceda un’interruzione di memoria, far finta che gli anni ’70 non ci siano stati. Tutt’al più si riesce a deprecare (non senza risse) la bestiale violenza poliziesca di Genova 2001. Ad andare più indietro si scatenano i dèmoni o, peggio, le banalità della memoria condivisa. L’amnesia ha sostituito l’amnistia, ormai i protagonisti sono morti o usciti di galera in qualche forma. La reticenza sul passato ci impedisce di cogliere la radicale novità del presente, la censura a sinistra lascia sussistere per paradosso una vischiosa continuità con i vecchi schemi ideologici e organizzativi, come sempre accade con le cattive rimozioni. Senza fare i conti con i fantasmi del passato, staremo anche oggi in cattiva compagnia. Buon 2013, malgrado tutto.

La seconda volta di Obama

Michael Hardt

Come molti hanno fatto notare, la rielezione di Obama ha visto la mobilitazione di un numero molto minore di attivisti, e a sinistra la campagna elettorale ha generato un entusiasmo e una speranza molto più modesti rispetto al 2008. Questo spiega, almeno in parte, un margine di vittoria così ridotto. I suoi sostenitori, oggi, non si sono più fatti inebriare dal sogno del cambiamento come avevano fatto dopo la prima vittoria, ma sono stati spinti dalla più sobria considerazione che l'alternativa sarebbe stata un disastro. E forse ora, paradossalmente, la rielezione di Obama potrebbe avere un effetto diretto più positivo sul fermento dei movimenti sociali antagonisti rispetto al primo mandato.

La vittoria del 2008 ha prodotto reazioni complesse e contraddittorie da parte dei movimenti negli Stati Uniti. Da un lato, l'imponente mobilitazione per la sua campagna elettorale e l'eccitazione seguita alla vittoria hanno portato, subito dopo l'insediamento, a un debole quanto rapido calo dell'attivismo. L'amministrazione Obama non ha dato spazio ai movimenti, al contrario, ha cercato di metterli a tacere. La prassi generale è stata quella di zittire la sinistra e negoziare con la destra, perseguendo una linea politica moderata e distante dalle ardenti speranze dei sostenitori di Obama. Ma oltre a mettere a tacere i movimenti, questa pragmatic strategy ha fallito miseramente anche nel conseguimento degli obiettivi più modesti.

Peraltro, è facile supporre che tutti quei militanti che si erano impegnati così tanto per l'elezione di Obama, fossero restii ad attaccare il nuovo governo sul piano politico, nonostante il protrarsi della guerra in Afghanistan, la mancata chiusura di Guantanamo, le deludenti politiche sociali, e così via. Di conseguenza, ecco che gli anni successivi al novembre 2008 sono stati caratterizzati da un'attività piuttosto blanda dei movimenti sociali. D'altro canto, sono convinto che l'esplosione di Occupy Wall Street e degli altri movimenti Occupy che si sono diffusi nel resto del paese nel 2011, sia stata in larga misura partorita e supportata da una sorta di contraccolpo provocato dall'esperienza dell'elezione di Obama. La mia opinione è che molte delle persone che avevano riposto ogni fiducia in Obama per poi rimanere profondamente deluse dal suo operato, siano confluite nei movimenti di occupazione.Visto da questa prospettiva, il disincanto nei confronti di Obama ha innescato delle conseguenze decisamente positive. Passato l'innamoramento, e come per reazione, Occupy è diventato qualcosa in cui credere di nuovo.

Durante il periodo degli accampamenti, i militanti di Occupy si sono tenuti ben alla larga dal governo Obama, e anche dopo gli sgomberi e l'inizio della campagna elettorale hanno rifiutato di prendere parte alle dinamiche elettorali. Se c'è una cosa che ha messo d'accordo una componente così variegata come quella di Occupy, è stata proprio la diffidenza e l'avversione verso i programmi elettorali. È dunque ragionevole presumere che, almeno indirettamente, Occupy e la sua retorica abbiano avuto un ruolo significativo nelle elezioni presidenziali del 2012. I candidati sono stati costretti a tornare continuamente sul tema del divario tra ricchi e poveri, il 99%, il 47%, e via dicendo, e la scelta politica di Romney di incarnare i valori della finanza e dei poteri forti si è rivelata perdente, soprattutto grazie al terreno preparato da Occupy. Ma il vantaggio che Obama ha tratto da tutto questo non è scaturito da un sostegno diretto da parte degli ex-attivisti.

Ora che Obama è stato rieletto, due sono i possibili scenari che a mio parere si apriranno, ed entrambi agevoleranno il riemergere dei movimenti. Una possibilità è che nel secondo mandato Obama si svincoli dai calcoli elettorali e orienti le sue scelte politiche a sinistra. Dare voce ai movimenti su immigrazione, poteri forti, sanità e welfare potrebbe essergli utile nel conflitto con l'intransigente partito repubblicano, anche solo per raggiungere i più modesti risultati.

L'altra possibilità, forse più verosimile, è che la svolta a sinistra non avvenga, e che Obama rimanga indifferente ai movimenti, continuando presumibilmente le sue negoziazioni con la destra. Solo che stavolta i movimenti non hanno puntato molto su di lui, e saranno quindi molto meno restii ad attaccare il suo operato. Di conseguenza, è probabile che assisteremo a un'evoluzione molto più aggressiva dell'opposizione dei movimenti, i quali ormai non hanno più la pazienza di sopportare l'incapacità e la reticenza di Obama a generare quel cambiamento in cui tanti avevano sperato. Credo quindi che la mancanza di entusiasmo della sinistra nei confronti di Obama in queste elezioni, e il lucido riconoscimento dei suoi limiti, potrebbero dar vita a una situazione potenzialmente favorevole, e che la sua rielezione potrebbe inaugurare, per i movimenti, una stagione di lotte molto più partecipate e antagoniste di quanto non si sia visto durante il primo mandato.

 Traduzione di Maddalena Bordin

L’America

Franco Berardi Bifo

Ho seguito la notte elettorale a San Francisco, a casa di amici vicini al movimento Occupy. La vittoria di Obama non ha scatenato grandi entusiasmi, ma un po' di sollievo sì, visto che fino all'ultimo si è continuato a temere il peggio. Per qualche ora c'è stata incertezza, e Romney sembrava avere la maggioranza del voto popolare, poi le cose sono cambiate quando ha cominciato a pesare il voto della costa occidentale, che ha fatto pendere la bilancia decisamente a favore di Obama. In ogni caso il risultato è di sostanziale parità. L'elettorato americano è diviso in maniera assolutamente equilibrata.

Anche se Obama ha vinto largamente il voto elettorale, il voto popolare è invece in equilibrio quasi perfetto. Da questo discende un cambiamento nell'atteggiamento dei repubblicani, come si è capito fin dalle prime ore successive alla dichiarazione ufficiale della conferma del Presidente in carica. L'ostruzionismo degli estremisti repubblicani, che ha paralizzato in larga parte la passata amministrazione sembra aver irritato larga parte degli elettori, e molti segnali fanno pensare che nei prossimi mesi l'atteggiamento dell'opposizione repubblicana cambierà e che diventi possibile un rapporto più collaborativo.

Quali saranno le conseguenze? Ci si poteva attendere che nel secondo mandato un maggiore coraggio sarebbe stato possibile da parte di Obama e dei democratici, soprattutto sulla questione della redistribuzione fiscale del reddito, ma se i repubblicani decidono di collaborare la prima cosa che otterranno sarà proprio un sostanziale immobilismo dei democratici. Boehner ha detto subito che il risultato di queste elezioni implica il fatto che non c'è un mandato per l'aumento delle tasse. Ma sarà possibile affrontare le urgenze che si presentano all'orizzonte senza compiere scelte coraggiose?

La prima urgenza è l'after-Sandy. Le infrastrutture del paese sono in condizioni di deterioramento visibile, per effetto di decenni di politiche restrittive della spesa pubblica. Il primo effetto della super-tempesta è stato proprio quello di rendere evidente la fragilità delle infrastrutture della costa orientale, che sembrano sul punto di decomporsi. Si calcola che gli effetti della devastazione prodotta da Sandy peseranno sull'economia nazionale nella misura di mezzo punto del prodotto lordo. E la prima reazione dei mercati alla vittoria democratica è stata decisamente negativa. La questione del tetto del debito si ripresenterà all'inizio del prossimo anno e solo un aumento delle entrate fiscali potrebbe migliorare una situazione finanziaria che continua a essere sull'orlo dell'abisso.

Insomma la questione della redistribuzione del reddito è urgente, inaggirabile. Obama non ha potuto affrontarla nel primo mandato, e neanche ci ha provato. Nel prossimo futuro potrebbe essere costretto a provarci dalla forza delle cose, ma i repubblicani gli hanno già detto che si può collaborare solo a patto che non si tocchi questo tasto. La questione è aperta. L'abisso è visibile all'orizzonte, il muro dell'avarizia finanziaria è solido quanto lo era in passato, e questo risultato elettorale non ha certo contribuito a scalfirlo. Ma la forza stessa delle cose contribuisce a mantenere aperta la prospettiva di uno scontro decisivo sulla questione fondamentale, la redistribuzione del reddito, la riappropriazione sociale di risorse espropriate dalla classe finanziaria.

Non sarà facile. La cultura politica di Obama non è certo predisposta verso l'egualitarismo, l'attenzione dei repubblicani rimane tutta concentrata su questo punto, e nonostante la sconfitta i repubblicani mantengono la loro capacità di ricatto su questo punto. Ma la forza dei processi oggettivi messi in moto dall'irrisolta crisi finanziaria del 2008 e dalla degradazione delle infrastrutture pubbliche fa pensare che la nuova amministrazione Obama dovrà darsi una mossa. Il senso di oppressione che si prova in Europa è data dalla sensazione di una assenza di alternative possibili, di un blocco inamovibile che la classe finanziaria ha imposto alla politica del continente. La situazione americana appare meno bloccata, più fluida, aperta a evoluzioni meno prevedibili.

L’inganno delle guerre umanitarie

Danilo Zolo

Il flagello della guerra

A differenza degli animali, l’homo sapiens fa strage continua dei suoi simili e mostra di non saperlo o di non volerlo sapere. Egli sembra ignorare, per esempio, che fra l’inizio dell’Ottocento e la prima metà del Novecento oltre 150 milioni di uomini e di donne  sono morti in guerre e in altri feroci conflitti, in gran parte nell’area europea. E le stragi sono continuate e continuano tuttora nonostante la garanzia formale del diritto e delle istituzioni internazionali. Dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, appena spenti i bagliori delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Carta delle Nazioni Unite aveva definito la guerra come un «flagello» (scourge) che la comunità internazionale era impegnata a cancellare per sempre dalla storia umana. Leggi tutto "L’inganno delle guerre umanitarie"