Europa e America a Città del Messico

Virginia Negro

Il quartiere Roma a Città del Messico ricorda la Belleville à la page popolata da gallerie d’arte, ristoranti etnici e botique del vintage, spontanei ricettacoli di giovani bobo. Un’oasi in cui il fenotipo ricorrente non è esattamente quello latino: il canone qui nella Roma è un teutonico e traslucido pallore. Eletta a simbolo del cosmopolitismo, questa zona della città è la nuova meta di pellegrinaggi notturni per gli amanti della movida messicana, affollata da locali per tutti i gusti, dalla discoteca al karaoke passando per i concerti acustici.

I resti di un Messico che ha poco a che vedere con questo glamouroso angolo d’Europa sono appesi al grigiore decadente ma pittoresco delle facciate di certi vecchi palazzi, oggi disabitati, le cui porte non sono che trompe l'oeil, entrate sul nulla, meri supporti per avanguardistiche battaglie d’arte urbana. Il fenomeno che ha cambiato l’identità di questa colonia, e con lei il profilo sociale dei suoi abitanti oltre all’estetica architettonica, si chiama gentrificazione.

foto_merida17

Il geografo Chris Hamnett lo definisce un miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, che comporta il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, e la sostituzione della popolazione operaia con la classe media. Un’operazione sempre più frequentemente venduta come un indispensabile rinnovamento grazie a un lessico che nasconde dietro a termini come riqualificazione e miglioramento urbano l’intenzione di spostare verso la periferia una popolazione costretta alla marginalità non solo economica ma anche spaziale.

foto_merida08

E invece resistono come naufraghi in un oceano in tempesta le ventidue famiglie del palazzo di calle Merida al civico 90, all’angolo con Tabasco e Colima. L’edificio si chiama America, risalente agli anni venti, rappresenta un modello residenziale diverso, con un patio in comune, bagni esterni condivisi da più famiglie, e nel centro della terrazza uno spazio adibito a lavanderia.

A distruggere l’antica struttura dell’immobile non sono state le inondazioni o i frequenti terremoti, ma la precisa volontà dell’INVI, l’Istituto per le politiche abitative del Distrito Federal, con un progetto di “riforma” urbana, inaugurato da un’ordinanza di demolizione sotto minaccia di sfratto forzoso. Nel 2003 l’INVI dichiarò la costruzione inagibile, dando ai suoi affittuari un preavviso di due settimane per sloggiare, pena l’evacuazione coatta.

foto_merida11

Il diritto a una casa sicura diventa terreno di scontro tra l’amministrazione messicana e gli affittuari dell’edificio America. Un contrasto le cui radici affondano in una storica e profonda difformità di interessi. Il quartiere Roma da un lato è territorio fertile per speculazioni immobiliari, dall’altro è un crocevia dove sopravvive un secolare amalgama culturale, un matrimonio surreale troncato dalle politiche del governo federale.

Dopo il terremoto del 1985, si impone un regime residenziale teso a incentivare la proprietà privata, le case del centro si trasformano in complessi di piccoli appartamenti di lusso, mentre la classe media si indebita con Infonavit, un organismo statale che concede prestiti ai lavoratori.

Le case dell’Infonavit sono blocchi residenziali costruiti alla periferia della città. Vere e proprie cittadelle nuove di zecca. La maggior parte disabitate. Moltissimi degli impiegati con un’ipoteca Infonavit hanno poi abbandonato la propria casa perché troppo lontana dal luogo di lavoro. In una megalopoli di più di 20 milioni di abitanti spostarsi dalla periferia al centro può significare anche 4 o 5 ore di calvario automobilistico.

foto_merida28

La vita degli abitanti dell'edificio America è raccontata dalla macchina fotografica della brasiliana Livia Radwanski che ha realizzato un lavoro documentale durato un biennio. Per ogni finestra un abitante, per ogni porta una famiglia. Storie che convivono quotidianamente con uno Stato ostile, nella giungla del capitalismo più violento, soprannominato dalla filosofa messicana Sayak Valencia Capitalismo Gore, dove un operaio è costretto da un salario davvero insignificante ad alloggiare, o per essere più precisi squattare, nel cantiere dove lavora.

foto_merida07 Livia Radwanski

Rimane una rete fatta di affinità vicinali dove emerge una società civile costretta a supplire alle carenze della politica pubblica. In questo senso la sopravvivenza dell’America rappresenta una vittoria significativa. Purtroppo si tratta di un successo zoppicante: i rapporti di vicinato continuano a essere messi a dura prova dall’aumento vertiginoso del carovita, e la colonia è sempre più invasa da tribù caucasiche assuefatte ai prezzi maggiorati.

Ma cos'è che ci spaventa così tanto da dover inventare un enclave del vecchio continente anche dall’altra parte dell’oceano? La fortezza Europa si è tramutata in un prodotto da esportazione. Che, a quanto pare, si vende facile.

Tutte le foto sono di Livia Radwanski

Verso una rivoluzione urbana

David Harvey

Viviamo in tempi in cui l’ideale dei diritti umani si è posto al centro della scena dal punto di vista politico ed etico. Si impiega molta energia politica nel promuovere, proteggere e diffondere la loro importanza per la costruzione di un mondo migliore. La maggior parte dei concetti più comuni sono basati sull’individualismo e sulla proprietà e, in quanto tali, non fanno nulla per mettere in discussione le logiche egemoniche liberiste e neoliberiste del mercato e i modelli neoliberali di legalità e di azione statale. Dopo tutto, viviamo in un mondo in cui il diritto alla proprietà privata e la ricerca del profitto hanno sopraffatto qualsiasi idea concepibile dei diritti umani. Ma ci sono casi in cui l’ideale dei diritti umani prende una direzione collettiva, come quando si impongono all’attenzione i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e delle minoranze etniche (un’eredità del movimento operaio tradizionale e, per esempio, del movimento per i Diritti Civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti, che ha avuto un’impostazione collettiva e una risonanza globale). Tali lotte per i diritti collettivi hanno, in alcuni casi, prodotto risultati importanti.

Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere, in giro per il mondo, di svariati movimenti sociali che rivendicano questo diritto. Come definirlo, dunque? Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. Se la città è il mondo che l’uomo ha creato, è di conseguenza il mondo in cui è condannato a vivere. E così, indirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso”. Se Park ha ragione, la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita desideriamo, che valori estetici riteniamo nostri.

Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. È inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezza della natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze sociali possenti. L’incredibile velocità e ampiezza dell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità? Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato a brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano?

Questo tipo di domande ha impegnato, nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione. Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e malcontento, ma anche di entusiasmo, che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il vortice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte le città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni Unite dipingono come “un pianeta degli slum”?

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendo fare, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale. […] Questo diritto collettivo, che può essere sia una parola d’ordine programmatica sia un ideale politico, ci riporta all’annosa questione di chi controlla la stretta relazione fra l’urbanizzazione, la produzione e l’uso delle eccedenze. Forse, dopo tutto, aveva ragione Lefebvre quando più di quarant’anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione nella nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di David Harvey, «Il capitalismo contro il diritto alla città» in uscita il 20 giugno per ombre corte.

Teoria delle rotonde

Italo Testa

• teoria delle rotonde • degli anni zero • come sono comparse • dove • le rotatorie • lo zero in figure • a blocchi • bianchi e rossi • modulari • di plastica • blocchi mobili • trapezoidali • migrano • a serpentina • s’intarsiano • compongono geroglifici • sull'asfalto •

• teoria delle rotonde • e dei semafori • degli incroci in città • nel recinto periurbano • gli spazi quadrati • i motori accesi • le emissioni sui bordi • sul quadrato • delle opposizioni • l’incrocio dei fari • poi le rotonde • le intersezioni a raso • figurazioni • degli anni zero • si espandono • per gemmazione • blocstar a contrasto • sul grigio • blocstar a grappoli • baliroad 800 • per spazi temporanei • di giorno in giorno • cambiano • si piegano su un lato • fanno un’ansa • Leggi tutto "Teoria delle rotonde"