Due poesie

Luigi Socci

L’eternauta della porta accanto

Nessuno all’orizzonte d’altro canto
nessun orizzonte
nemmeno dipinto
qui nella solitudine del continuum 5
sotto un sole spento
sotto un vuoto spinto.

Dicono che quando si sta per sparire
(stavo sparendo allora già da tempo)
ci riscorra davanti tutto quanto
ma a scorrimento lento anzi normale
con i vuoti gli intoppi i tempi morti
a passo uno o d’uomo,
in tempo iperreale.

Un brulicare di pollici e indici
una
ragnatela di rughe che sorride,
un Kol che intona la ninna-nanna
con cui prende congedo dalla vita:
“Eioi, mimnio athesa,
mimnio athesa, eioi…
mimnio attesa, eioi… ”
salutando con trenta dita.

Idraulici postini
agli ordini di placche cervicali
lustrascarpe strilloni
alieni paraumani,
tecnici addetti alla lettura
di contatori
prezzolati telèpati :
differenti genìe di delatori.
Giacca e cravatta capelli corti
magari una ventiquattrore
tanto per sembrare
un umano medio
che muove il dito con il suo consenso
senza rendersi conto
che sta ubbidendo.

Frustate torcimenti
gogna pece lamine torce
raggi paralizzanti vari,
dimensioni che più che parallele
si direbbero perpendicolari.
Un grido che si accampa
verboiconico su un disegno,
pungoli elettrici da bestiame,
orecchie piegate per tenere il segno.
Dove siete finiti tutti quanti?
ho visto cose che voi replicanti…

“Per primi i sovversivi
poi i collaboratori
dopo i simpatizzanti
gli indifferenti successivamente
infine gli indecisi” (i miei vicini
di casa i conoscenti
i lontani parenti).

Bussa alla porta l’installatore
della ghiandola del terrore
da applicarsi nel punto più vitale
impossibile da estirpare.
La scrivania si sbriciola
divorata dalle termiti,
implode una matita.

-sgneeeek-criiiieeeeck-

suono di chiavistelli cigolio
di pagine strappate alla radice
di costolette rigide di porte
graffiate di grafite.
Cupe onomatopee
in elenco assortito.
Voci che danno ordini ritmare
di stivali sul piancito.

- tud – clang – sviiisssss – stchot
- brrrzzzzzzzzzz – argh – gasp
– flop -

Ho visto fuoriuscire dalla bocca
nella puntuta e oblunga nuvoletta
la mia lingua che si infumetta.
A caratteri cubitali,
rimarcati,
incontenibili dai riquadri
come se un peso di molte tonnellate
battesse sul mio pensiero
corrispondendo alla realtà.
Un cucchiaio tra i denti nei testicoli
prime avvisaglie di elettricità.

- Beatriz Marta,
Marina, Diana Irene -
un fischio che irrompe da un’altra dimensione
lacera l’aria in questa – Estèla Inès –
alla lavagna disegni di seni,
precise anatomie di donne incinte
di otto mesi e di sei,
mentre in aula si dotano
di un’anima di piombo i cancellini
stendono ceci secchi
e affilano righelli
il gessetto non può non scricchiolare.
Figlie, giovani donne,
sviluppate ma ancora in età scolare,
figlie mie trattenete
le vostre impellenti maternità
in ritenzione di gravidanza
come con un bisogno che si ha.

Forse stavo svanendo già da giorni
sarà stato per questo
che mi si tratteggiavano i contorni.
Nell’emisfero australe
agosto è pieno inverno. A Buenos Aires
ero in profetica e lecita attesa
che cadesse la neve radioattiva,
neve mortale che deve cadere
giù dalle stelle stanche
curiosamente luminescente

(lieve e letale al tocco
bruciante di candore
fino all’ultimo fiocco).

Hector German Oesterheld (Buenos Aires, 1919-1977?) è considerato uno dei padri del fumetto (historietas) sudamericano. Editore, sceneggiatore e narratore in proprio, della sua sterminata produzione vanno ricordate almeno le collaborazioni con disegnatori quali Hugo Pratt (Ernie Pike e Sergente Kirk), Alberto Breccia (Mort Cinder) e quella con Francisco Solano Lopez per la creazione, nel 1957, del loro fumetto fantascientifico di maggior successo mondiale: L’Eternauta. Desaparecido dal 1977 svanì portando con sé ben quattro giovani figlie (di cui due incinte) e due generi.

Poesia visiva

se uccisi i mercenari sono in salvo i responsabili dell’errore politico
(…)
se dovranno ricorrere alle vittime per scegliere gli eroi.
Corrado Costa

adesso vi faccio vedere una cosa
adesso vi faccio vedere una rosa
adesso vi faccio vedere la spina
dorsale di quella rosa
perché vedere è un’azione
concreta che si fa una cosa
adesso vi faccio vedere un video
adesso vi faccio vedere i filmini
del viaggio di nozze scherzavo
adesso vi faccio vedere un audio
adesso vi faccio vedere gli occhi
eccoli
in previsione di un’anteprima
adesso vi faccio vedere in un modo
mai visto prima

adesso vi faccio vedere tutto
adesso vi faccio vedere ecco
dritto per dritto
franco e diretto
adesso vi faccio vedere vietato ai diciotto
dovunque guardiate
così come viene
viene così imparate

da un punto di vista privilegiato
da un punta di fuga raccomandato

adesso vi faccio vedere come si fa
adesso ve faccio vedè ve faccio toccà

adesso vi faccio vedere
tutto il visibile e l’invedibile
adesso vi faccio vedere
e rivedere l’imprevedibile
quel che vi piace e appare
adesso vi faccio vedere
prego dalla regia mandate pure
per rimanere il meno
possibile nel vago
adesso vi faccio vedere
un semplice esempio così mi spiego

questa cosa vistosa
finalmente
adesso vi faccio vedere
questa famosa cosa
adesso vi faccio
vedere niente
perché lo dovete
vedere assolutamente

chi ha gli occhi ingannevoli creda
chi ha orecchie per intendere veda

toglietevi(mi) i(l) cappucci(o)
le bende
gli occhiali
scuri da non guardante
adesso ve ne faccio
vedere delle belle
ma da distante
adesso vi faccio
vedere addosso
vedere in faccia
vedere fisso

adesso

vi faccio vedere che vi sbagliate
adesso mi fate vedere
che non scherzate
adesso vi faccio
vedere per credere adesso
vi faccio vedere con mano
adesso vi faccio vedere
come muore un italiano

vedere un puntaspilli
trafitto di spaghetti
in divisa
d’ordinanza da s. sebastiano
vedere con i polsi
segati dalle corde
del mandolino legato alla mano

adesso vi faccio vedere io
adesso vi faccio vedere me

adesso vi faccio vedere chiaro
adesso vi faccio vedere l’ora
adesso vi faccio vedere gli extra
adesso vi faccio vedere in chiaro

con una lente per ogni occhio
adesso vi ho fatto vedere troppo
con ogni occhio per ogni occhio
adesso vi faccio vedere doppio

Luigi Socci (1966) ha raccolto i suoi versi nella silloge Il rovescio del dolore in Poesia contemporanea – Ottavo quaderno italiano (a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2004) con introduzione di Aldo Nove, e in Freddo da palco (Edizioni d’if, 2009). Dirige il Poesia Festival “La Punta della Lingua” organizzato da Nie Wiem ad Ancona. I testi qui proposti, e altri, sono apparsi nell’antologia The show must go off edita in “Atti Impuri”, vol. 1.

Prose brevi

Marianna Gejde

I funghi hanno i sosia

I funghi hanno i sosia. Il fungo velenoso si finge commestibile e di facile riconoscibilità per scopi noti a lui solo. Il fungo commestibile a sua volta si finge velenoso per non farsi toccare. La natura tutta è come se ammiccasse in una serie infinita di corrispondenze, ognuna delle quali ha lo scopo di causare dolo o di scongiurarlo. I nomi sono solitamente attribuiti alla stirpe e non al singolo individuo, che a ogni secondo può estinguersi e il minuto dopo rinascere. Il nome, come il micelio, si nasconde sotto terra e la sua estensione non è comparabile al minuscolo eccesso del fungo.

L’occhio del cavallo

Il lucente occhio del cavallo incanta la vespa. Enorme e sporgente, umettato ogni pochi secondi dal battito dell’enorme palpebra molle, funge da inevitabile esca per l’insetto. La vespa introduce il succhiatoio nella polpa rosea della ghiandola lacrimale e aspira il liquido salino, la palpebra si muove convulsamente, ma la vespa è troppo grande per essere schiacciata e colare lungo i condotti assieme alle lacrime; il cavallo scuote la testa con furia, ma la vespa è troppo leggera per essere scrollata via, continua a nutrirsi del liquido lacrimale che, stimolato dai suoi sforzi, non fa che aumentare. Attirate dall’odore, si radunano altre vespe, s’incollano all’occhio dell’animale da ogni lato, infittendolo di un battere d’ali trasparenti. Il cavallo accecato scuote la testa da una parte all’altra, le sue palpebre gonfie si rifiutano di funzionare. Quanto più gli insetti feriscono gli occhi, tanto più li infiammano e ben presto non le lacrime ma l’umore acqueo inizia a colare. Il cavallo infuriato si rotola in terra, picchia la testa sull’erba, i calici degli occhi si svuotano a poco a poco, si fanno scuri di vespe. Così il banchetto dura finché non raggiungono il fondo. Solo allora il nugolo s’allontana. Le orbite vuote del cavallo osservano, senza battere ciglio, come due fori.

Marianna Gejde è uno dei più originali autori russi che hanno esordito negli anni zero. Nella sua scrittura pensieri e immagini lavorano ad altissime temperature, fondono la lungimiranza visionaria alla meditazione filosofica. Esplorano un mondo animale e vegetale antropomorfizzato, un essere umano meccanizzato, mentre il divino affiora ora come presenza intellegibile, ora con un sorriso beffardo. Precoce e consistente è la sua produzione che dalla poesia delle prime raccolte arriva alla forma racconto e al fuori formato, come le brevi prose qui presentate, pubblicate nel 2010 con il titolo Le Balsamine attendono (Bal’zaminy vyzhidajut, Russkij Gulliver, Mosca).

In Italia sue poesie sono state pubblicate nella Nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005). L’occhio del cavallo e altre brevi prose si trovano in “Atti Impuri” vol.3, mentre un’altra piccola scelta è reperibile online sul sito www.attimpuri.it.

A cura di Elisa Alicudi

A Cosa Stai Pensando (Che Cosa Stai Vedendo)

Tommaso Ottonieri

…… da un sommo di lame, mentre fuggi dal bosco, così si piegano gli alberi di pietra

…… in fuga nello scatto della luce verso dove

…… il fumo il gelo filtrato dai rami, dagli invisibili condotti il gas galleggiando, che avvolge cosa, vedi

…… dal fondo d’orifizio muto il magma ribolle e crepe allarga il sangue ai piedi dell’altare

…… in excelsis al sommo del rostro

…… sgusciare dalla pelle, nel fitto la semina di squame

…… ombre scodate nel fitto di scoiattoli, scintillando incisivi dalla base del tronco, a risalire lama la camera magmatica surriscalda il gelo dov’è albergo

…… farsi strada dagli arbusti, scuotendolo dal capo, il fogliame che s’impiglia, l’arie scosta di asfissia

…… a nulla vedere al nulla cedere alla piega dell’ombra

…… creature fuggono, e canidi e caprioli, l’ombra fusa di fiamma lievitante

…… dovrà sciogliere in vasche d’acido in liquido acciaio dovrà fluire fuoco fra gli sterpi nel canale a farsi lampo, verbo, il suono della lava

…... una zolla divelta, dal fitto di boscaglia, questo cubo scavato a covare il vuoto, tagliare nella terra, friggere nel cavo per scintillìo del minerale

…… fra i tronchi dardi che tracciano a mezz’aria aghi invisibili nell’instillare gocce penetrano, la pupilla delle carni, schiude la pelle squama sincopi vetrose

…… fiato dando alle trombe in excelsis via dalla faglia che s’allarga taglio che striscia delle liquefazioni

…… d’incrinature, sulla fuga del bosco, il diapason si estende l’altezza diafana del suono della fuga nel bosco

…… autostrade invisibili giù il tremolìo dei filamenti, cristalli d’iride e calcina il calore della palpebra

…… l’urlo ingoiato, dalla radura l’erba che si apre, uno stormo levando a gracidare, d’arco il dorso che emerge il livido verde solleva l’orlo dei catrami scosta le rughe il soffocarsi dell’urlo a non vedere cosa

…… sul richiudersi dei cieli acida la grandine dei firmamenti, gas serrano intorno, cuscino lattice che preme, blasfeme sillabe dal nervo rantola il canale della gola

…… non io a goccia lenta mente e il rostro della fiamma

…… a cosa non pensare cosa non volere che diaframma scioglie dell’occhio del cristallo, e stilla e spande un tappeto di lamette

…… irti aghi a filo d’erba nel bosco

…… dal cancellarsi di voce, a perpendicolo, nell’assalto dei cieli, questa semina di brividi, livida lingua liquidi d’erba in feconda

…… aguzza una corona scatta dentro il vuoto d’aria, tagliola a catturarne il peso, piombo del corpo il suono lacerando lo spessore lo stringere dei denti la mascella incurva

…… nello storno di serpenti il flash dell’accensione il risucchio, strabico, morde il freno, tardi

…… e fermentare delle insonnie e impronte tempestano su un molle di tastiera, organo d’elfi ustorii sul tappeto che crepita, spettro d’organi quando il suono a stantuffo

…… si chiude, cosa non vedendo, fumo senza accendersi, attraverso la fiamma, la boscaglia di rostri

…… dalla brughiera la notte giro d’occhi che si librano, fasci di fari sparati raso le pozzanghere, ferrigno il serpe geme al liberarsi delle cuoia

…… vicino alle valvole di ruggine lo specchio opaco tra arbusti un allargarsi di stagno, il giro alto degli astri, lo schianto dei rami sul bramire, su un sussulto di brame e basse le nubi cariche d’acida grandine

…… riverbera latrati, a soffocare nel muschio, una testa di cervo che illumina dal suolo, e velo gonfia e monta escresce dalle cime uscite adesso da millenni di letargo

…… entro il vetro d’acqua il verso del diamante la grazia dell’acciaio il freddo della pelle strappata le ventose del vapore rappreso sulle cornee

…… il vento della gelatina in orbita e crepitìo di rotoli evangelici e l’acqua, l’acqua, che ribolle, del crudo degli astri interrati

…… per la selva di cerri il frusciare degli aceri una nuvola di spore come su schermo un teschio chiaroscura agitando in trasparenza cosa

…… quel che doveva accadere, quel che sarebbe fluito, quello che schianto doveva cedere, lo sgretolìo delle sillabe ch’erano intrecciate, dentro la notte alcolica un singulto di parole cerca fessure nello scivolare degli specchi che si chiudono

…… è un velo, la lana dei soffioni che si leva, la lava che striscia da un occulto di orifizi, il dorso che sguiscia sul sommo dei corni, la lingua che carezza tra lamiere, le squame a scatto nel profondo del taglio ad avvolgere

…… sollevandosi i rami quando crepano nel sussulto di licheni, per lo sposalizio mistico che è in fiamme, in volo il volto d’ossa si scioglie a macchia spruzza nella tenebra una benedizione di lama

…… coltello tra i denti i tagliatori di teste risalgono il fogliame, rasoterra le scie dei lacrimogeni il fascio di luce dagli elmetti

…… di ruggine nel tronco la parte viva del metallo, specchianti le superfici a svelare il corrodere del battito l’espandersi dei gas le fecondazioni dell’apocalissi

…… confitto nel molle della terra, trapanando il verbo, dal foro il fango a espandersi, muto un alfabeto di carne, uno spartito di teste, che seme e striscia putrescenze il bosco serra senza fughe

…… l’urlo di sirene gonfia il torrente il fumo lingue di spettro protese dal fronte diafano del fuoco

…… nero l’orbitare di pupille, roventi i grani del piangere, sudore tra i capelli che pendono tra i rami, questa polvere

…… senza carezza di luce scossa la terra dal galoppo d’un’armata emersa dalle tenebre

…… a lame e lingue il bosco che scompare lance s’arrestano nell’ora ferma s’incanta la mappa del vuoto l’abisso dell’acrobata il precipizio delle anime scarlatto vortice di spiriti animali che aggrovigliano per perdersi

…… sillabe accartocciate nello specchio dei volti, cartilagini che sgretolano dal volo degli spettri dal sesso aperto degli elfi come su un altare

…… come un respiro che sfrange in moltitudine di lamine come una corteccia che respira metri cubi di smog, e di granito le liquefazioni, la faglia scoscesa gola nel friggere di tenebra il grasso delle purificazioni

…… soffocati i desiderii squittendo sottopelle la terra placenta delle plastiche, e raschia l’acciaio dei cieli il bosco ingoiato dal buio il corridoio ascensionale baratro che viscere il canale che risucchia cosa

…… nell’umore gorgoglia della terra il fruscio d’invisibili sangui, gola di serpe rugge cori, liturgie, deglutizioni, il ferro suono liquido

…… apre un foro nel peso dell’aria senza luce, mulina per scrutarvi dentro scavare l’ombra estrarre fili dei metalli rimasti dal borborigmo delle comete a bassa quota

…… così ancora nel gas che spira gelido tra i fusti essere avvolti e il fumo che ghiaccia intorno e freddo il fuoco che midolli divora

…… sull’ara, in excelsis, questo altare di carne sotto il cremisi ancora della grandine

…… solvendo polvere senza poter estinguere senza smettere di coagulare nel fuoco freddo del termine dell’alba

…… senza pelle gomitolo di alcun corpo e la fuga che ustiona senza rotta

…… nella mezza luce la fuga dei cadaveri che non cessiamo di contare, rosarii a grappoli di carne di passione

…… non elfi, non sessi, una tempesta di spettri, di plastiche di temprato acciaio la foresta si piega e piange dal grasso dei cadaveri, alimentato il suono segreto dello struggere

…… che scava dallo schianto dei rami per trovare l'ombra della sua luce nel cieco aprire il canale della muta risonanza

…… e chiedo la piega il verso del contorcersi le sillabe spezzate il cumulo di carboni che s’è alzato in questa notte una liturgia d’annegamento quando il lucore spegne e brucia e chiedo

…… tutto non vedere, nello sgocciolìo dei resti, illumine il taglio irto dell’anima che sbarra, questa ruga animale che s’esanima cosa a nulla estinguere fino al termine dell’alba quando so che tutto sparirà

…… è lago di fuoco il baratro che fende a raggi sulla periferia di terra le radici e tutto ringoia il bosco, esala palpebra a non vedere quando a vortice i bagliori a precipizio e chiedo

…… che i contorni sbalza la scia che abbacina le corazze le squame

…… a ogni spirito ingoiato e strisciando e chiedo e nel ruotare dei bronchi

…… pietà per la luce, mentre fuggo dal bosco

Tommaso Ottonieri (1958) ha pubblicato libri in prosa e in versi, come Dalle memorie di un piccolo ipertrofico (Feltrinelli, 1980; NoReply 2008), Coniugativo (Corpo 10, 1984), Crema acida (Lupetti e Manni, 1997), L’Album Crèmisi (Empirìa, 2000), Elegia Sanremese (Bompiani, 1998), Contatto (Cronopio, 2002), Coro da l’Acqua (d’If, 2003), Le strade che portano al Fùcino (Le Lettere, 2007) e il saggio La plastica della lingua (Bollati Boringhieri, 2000).

A cosa stai pensando (che cosa stai vedendo) è apparso su “Atti Impuri”, vol. 1, ed è costruito sulle stringhe degli status facebook, una specie di status-poem ovvero status-tale dell’entità Thoma De Hohtt, scomparsa un attimo prima di mandare a stampa il testo. Ne parlò anche Gilda Policastro su “Il Manifesto” del 25 gennaio 2010: qui.

23 novembre a Torino: Sono tornate le riviste?

23 novembre, PalazzoNuovo, via san Ottavio 20, Torino

ore 18 aula 6

Sono tornate le riviste letterarie.

Qual è il loro ruolo oggi, nel panorama culturale e sociale del nostro paese?
Quale sguardo o linguaggio proiettano nella e della realtà?

Un confronto aperto, una discussione animata e molto attuale con Tiziano Scarpa, Andrea Inglese e Sparajurij, redattori de "Il Primo Amore", "Alfabeta2" e "Atti Impuri". Leggi tutto "23 novembre a Torino: Sono tornate le riviste?"