Istruzioni per l’uso di un cavallo morto

Ade Zeno

Si prende un cavallo
lo si mette nel forno.
Non è necessario disporre di un particolare tipo di forno
l’importante – è bene dirlo –
è che il forno sia più grande del
cavallo.

Se il cavallo manifesta contrarietà
all’idea di entrare nel forno
non importa,
ciò che conta è che sia
un cavallo

eventualmente anche morto
anzi meglio
(se non è morto uccidetelo,
ma solo prima di averlo introdotto nel forno).
Nel caso in cui non disponiate di un cavallo vivo
oppure morto
non import[o]
un cavallo sarebbe meglio
ma è possibile che incontriate difficoltà nel
reperirlo.
Altra possibilità è quella
di usare uno zigolo oppure un armadillo.
Gli armadilli sono bestie
stupide.
Non come gli zigoli ma più dei cavalli.
Si prende lo zigolo oppure l’armadillo
(ma provate con lo zigolo, viene meglio)
si prende lo zigolo
lo si mette nel forno.
Può trattarsi del medesimo forno di prima
non conta se poco spazioso
lo zigolo, è bene dirlo,
risulta sostanzialmente meno ingombrante di un
cavallo
da cui differisce, fra l’altro,
per non presentare grandi svantaggi
nell’essere abbattuto anche direttamente nel forno
il cavallo invece no, con lui non si può
un cavallo va ucciso prima
fuori dal forno
poiché le percosse degli zoccoli potrebbero
irreparabilmente danneggiarlo (il forno, non il cavallo).
Lo zigolo, come sappiamo,
è una bestia stupida.
Dico sappiamo sapendo
che molti di voi in realtà non lo sanno
ma se non lo sanno
adesso lo stanno
sapendo
comunque sia
la vostra ignoranza in fatto di zoologia
va da sé
non è
colpa mia.
Dicevo stupido lo zigolo
ma volendo possiamo onestamente calare di livello
poiché esistono, si capisce,
vertebrati grossomodo più idioti
come per esempio il facocero del caucaso
oppure il fringuello o anche l’alzavola
e il beccaccino
peggiore di tutti è il ghiozzo padano
ma solo se non paragonato alla lasca
o eventualmente al gobione
ma per fare qualche passo indietro
e tornare al beccaccino
(che è come la beccaccia, ma più piccolino)
c’è un altro individuo sostanzialmente meno astruso
che in comune col primo ha solo un
rimo
stiamo parlando infatti del barboncino.

Quest’ultimo,
di maggiore reperibilità rispetto al primo,
presenta lo svantaggio non inferiore
di appartenere perlopiù ad anziane signore.
Ciò potrebbe comprensibilmente evocare
qualche esitazione:
sottrarre barboncini alle vecchie
è una complicata azione, bisogna prima valutare bene,
ma nel caso in cui vi si presentasse occasione non esitate,
sottraetelo
il barboncino abbaia molto ma morde poco
in ogni caso corre piano,
è stupido.
È importante segnalare che la vecchia
quasi certamente si potrebbe ribellare:

“Anziana signora, si sposti,
non è mia precipua intenzione
farle del male”
eppure, qualora insistesse

Si prende una vecchia
la si mette nel forno.
Non è necessario disporre di un particolare tipo di forno
L’importante – è bene dirlo –
è che la vecchia sia più anziana del forno.

Ade Zeno (1979) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). È autore di alcuni cortometraggi, di testi e regie teatrali e di svariati racconti sparsi su antologie e riviste. Il suo romanzo d’esordio è Argomenti per l’inferno (No Reply, 2009). Il suo racconto Quello che resta è uscito su “Atti Impuri”, vol. 4.

Igiene dentale

Francesco Ruggiero

Mentirei se dicessi che ignoro come si è radicata in me la mania per l’igiene dentale, e in particolare per il momento che precede l’ora del sonno e accompagna i fantasmi dentro il corpo. Mentirei perché – malgrado sia impossibile, il più delle volte, rintracciare l’occasione precisa in cui nasce un cambiamento improvviso – nel caso in questione so bene che tale fissazione è emersa poco tempo fa. Ieri notte, a essere precisi.

In serata riordinai i numeri delle riviste di meccanica che ricevo ogni mese: Automazione integrata, Ien, Organi di trasmissione, Componenti industriali, Macchine alimentari, Imbottigliamento, Fluidotecnica, Progettare, Lamiera, Carta e Cartiere, e ancora e oltre, fino ad Energie Oggi, che considero in assoluto la peggiore. Non le colleziono per passione o interesse nei destini delle ruote dentate e delle viti circolari, ma le ricevo gratuitamente per svolgere il mio lavoro. Che non è bruciarle, bensì esaminarle e selezionare gli articoli in modo da argomentare rassegne stampa in favore dell’azienda che mi paga, senza trascurare le alterne fortune dei suoi concorrenti. Compongo collage trafficando con scanner e taglierini di varia misura. Non è un lavoro complicato, se si esclude il formato scelto da alcune, per fortuna poche, testate, che è troppo largo per la superficie della mia fotocopiatrice domestica; o la carta su cui vengono stampate, spesso di scarsa qualità, attributo indispensabile per produrre tagli precisi sulle pagine di mio interesse. Quando la carta presenta una debole consistenza, le forbici la attraversano con slanci incontrollati e incisioni grossolane. Imperfezioni che tuttavia riesco quasi sempre a mascherare.

Dopo aver sistemato le riviste sugli scaffali, ne tenni alcune da parte, chiusi la valvola del gas e mi coricai. Anche ai singhiozzi ci si può affezionare e allo stesso modo, aspetti di quei periodici col tempo mi hanno conquistato. Mi riferisco alle rubriche che descrivono lo stato delle cose in paesi lontani come la Cina o l’India o l’Universo, considerati mercati in piena evoluzione, promettenti e incontaminati. Osservo cantieri e operai sorridenti a Shangai, leggo di convogli ad altissima velocità che attraverseranno il Giappone, scopro quanto vento spazza gli altipiani in India e quanta energia s’ipotizza di ricavare. E mentre le sfoglio fantastico di trovarmi sopra treni proiettile sparati nel cuore dell’Asia, o accanto a una fila interminabile di pale eoliche rifornite dai nostri cuscinetti volventi, o in orbita, di fronte ai satelliti impiegati per l’osservazione dell’effetto serra, anch’essi provvisti di materiali prodotti dalla mia azienda, applicazioni indispensabili per controllare l’assetto di corpi celesti meccatronici, teschi spettrali sospesi in un plenilunio di polvere e petrolio. Le considero un po’ come riviste di viaggio sporche di grasso.

E ieri sera, allo stesso modo in cui si perde conoscenza passeggiando sulle rive della Neva con Dostoevskij, mi assopii giunto all’embargo contro l’Iran stabilito dal Ministero dello Sviluppo e meravigliandomi del primo robot anti incidenti presentato da una casa automobilistica del Sol Levante: un prototipo in grado di camminare in branco ed evitare le collisioni imitando i pesci e il sistema visivo delle api. Mi addormentai in modo brusco, ma non del tutto improvviso. Negli attimi di abbandono pensai che non mi ero lavato i denti ed ecco perché avevo la bocca amara e una sensazione sgradevole intorno alla lingua.

In sogno tutto fu convulso: ero nel parcheggio di un centro commerciale, un parcheggio vuoto, pieno di gente, un parcheggio molto grande ma anche piccolo con uno ziggurat coloratissimo al centro. Faceva caldo e pioveva, pioveva e non arrivava la pioggia, frenata da una nuvola a metà strada che si comportava al rovescio. I carrelli della spesa erano mossi dal vento e sciamavano a gruppi, allacciati tra loro come cani randagi appena catturati. Mi sentivo asserragliato dallo smog che continuava a uscire dalle auto e si attaccava ai denti. Andai verso l’edificio, quasi fosse un luogo familiare, convinto di trovare il bar al pian terreno, sulla destra, non lontano dall’ingresso. Desideravo dell’acqua e menta o un frullato, smaniavo un po’ di refrigerio, di ristoro per il mio palato. Oltrepassate le porte scorrevoli fui strattonato da qualcuno con l’evidente proposito di bloccarmi o di reclamare un’attenzione che non potevo concedere. Cercai di trascinarlo senza nemmeno voltarmi, ignorando l’ansia che lo animava, ma la sua insistenza, così decisa da impedirmi di procedere verso una qualunque direzione ebbe la meglio.

Era il dott. Pettogallico, il referente, il ponte con l’azienda che mi affida gli incarichi. In una prospettiva più stretta, il mio capo. Prima dell’arrivo in agenzia era lui stesso a svolgere questo compito. Se ne era occupato per anni, ben prima della rivoluzione digitale. Tempi in cui, come ama ripetere, gli unici strumenti a disposizione per un risultato apprezzabile erano la colla e le forfecchie – usava sempre, per nominare le forbici, quest’espressione ricercata del tutto dissonante dalla sua figura e dalla sua personalità. Il dott. Pettogallico, infatti, è un ometto che non supera il metro e sessanta. Responsabili della statura sono le gambe straordinariamente piccole ed esili; due vere e proprie gambette che trasportano un corpo goffo e tarchiato, con un andamento nervoso. Si muove dentro l’ufficio con la furia di un insetto a due zampe: s’insinua tra gli appunti, sbircia i monitor sulle scrivanie, percorre l’intero perimetro della stanza il più vicino possibile alle pareti con passi corti e rapidissimi. Ma affronta ogni contrattempo – quasi sempre banali seccature – in modo lento e ostinato. Si fissa sulle cose come se soffrisse d’ipnosi. Chiunque cerchi di proporre una soluzione o di suggerirgli la formula migliore per superare l’inconveniente, lo trova a fissare il vuoto e ad annuire disorientato, quasi in trance, per poi sentirlo ripetere il punto precedente. E chissà che non sia proprio su questa stralunata costanza che ha costruito la propria carriera.

Vedermelo comparire davanti, nel sogno, accelerò la sensazione d’ansia. Sapevo che voleva contestarmi la pulizia di alcune immagini: i bordi non perfettamente regolari, i millimetri di vuoto a destra che non corrispondevano a quelli di sinistra, millimetri che non potevo nascondere al suo occhio allenato. Queste minuzie sono parte dei nostri dissidi quotidiani, poiché è evidente che si tratta di ossessioni e di fesserie l’analisi dei dati, da quanto ho preso l’incarico, è diventata più esauriente e chiara. Oltretutto non poteva essere più intempestivo: dovevo fare i conti con una sete tremenda e un dolore alla radice dei denti, dove i nervi e i vasi sanguigni inveiscono tra loro nello spazio che li collega all’osso, per cui tutti i miei pensieri erano rivolti a riparare nel bar più vicino. Mi aspettavo di trovarlo di lato all’area dedicata ai bancomat, che stavano allineati in schiere su svariate file per centinaia di metri sotto un cielo elettrico.

E invece ecco un ferramenta. La vetrina esibiva una collezione di chiodi e desolate farfalle secche. Neanche una bibita. Lo avevano trasferito al piano superiore, dove accorreva un maggiore flusso di passanti, era questa la spiegazione più logica. Raggiunsi le scale mobili, ma a causa del peso del Pettogallico, aggrappato ai miei capelli lunghi, la salita si trasformò in un gorgo molle, le scale in sabbie mobili, e temetti d’annegare insieme al mio passeggero. D’istinto cercai coi gomiti la sua mascella, lo colpii con forza più volte, e non appena la presa si indebolì, strinsi i denti attorno ai polsi, fino a sentire l’osso cedere, frantumarsi come se il muso scimmiesco del mio superiore reggesse un corpo di vetro.

Risalii l’intera scala facendo leva sul mio accompagnatore, capace di liberarsi dal gorgo grazie a due ali comparse chissà come. Il piano superiore era affollato di gente ma la gente non c’era, o meglio c’era ma non era vera, sostituita da ombre che nuotavano sulle vetrine come lucertole disambientate. Pettogallico approfittò di quell’attimo di stupore per riprendere a lamentarsi e domandare attenzione, e mentre parlava le due piccole ali si agitavano al ritmo della sua inquietudine, assumendo così, per intero, l’aspetto di un lepidottero in agonia. Un insetto frenetico animato da un unico mantra: devi smussare spuntare, levigare, arrotondare, devi smussare smussare smussare arrotondare, senza stancarsi di ripeterlo, anzi, mantenendo costante l’accento d’apprensione su ogni sillaba, come se il mantra galleggiasse su un mare di carta.

A osservarlo bene, veniva proprio voglia di staccargli quelle alette del cazzo, spezzarle con un gesto freddo, deciso. Lasciarlo frignare sul pavimento di plexiglas dopo averlo scalciato sul petto o strangolato con la cravatta che accarezzava in modo febbrile. Provai a realizzare tutti questi pensieri, e intanto nella mia gola scendeva respiro marcio e smalto dentale. Provai a realizzarli tutti insieme, senza ordine o coordinazione: un po’ strozzavo, un po’ colpivo, un po’ afferravo e immobilizzavo con le ginocchia puntate sulla spina dorsale. Ovunque i colpi lo raggiungessero qualcosa si spezzava e il sangue sgorgava a terra in una pozza che rapidamente divenne un torrente mosso in direzione della frullateria.

Bisognava assolutamente evitare che le piastrine apprensive di Pettogallico contaminassero le bevande. Dovevo agire in fretta: trascinai le estremità del giovane su un gradino e concentrai tutta la forza sulle sue caviglie battendo col tacco delle scarpe. Le pestai più volte per assicurarmi che fossero rotte e che non potesse sorreggersi o spostarsi - una precauzione necessaria sebbene fosse malmesso, gli zigomi schiacciati, i polmoni collassati e le vertebre scheggiate. A quel punto sfruttai l’ingombrante presenza delle ali e lo trascinai fino al limite del torrente per creare una diga in grado di arrestare il flusso – ma, pensai anche, in un lampo di compassione, che in questo modo gli avrei permesso di tornare nel suo sangue. Con particolare soddisfazione per l’ultima intuizione, corsi al negozio di frullato, giunto al limite delle forze. Bussai ed entrai con un’unica azione. Il commesso dietro il banco era Michail Gorbaciov, ma non ne fui sorpreso. Mi era già capitato di imbattermi nel governante russo e mai con conseguenze positive. Mi posi dunque in stato d’allerta. Chiesi, con la calma di chi conosce i propri diritti, una porzione media di frullato alla pesca, o in alternativa all’anguria, o semplicemente al gusto del giorno, qualunque fosse, senza aggiungere ulteriori domande, frasi di circostanza o commenti.

Gorbaciov mi restituì uno sguardo malinconico, lo sguardo che sott’acqua hanno i polpi inermi mentre sognano abbracciati ai sassi. Aprendo una vaschetta per mostrarmi il contenuto, aggiunse che no, che quel giorno si erano sbagliati, e che gli avevano consegnato, a causa di un malinteso, soltanto della sabbia. Nella vaschetta infatti ondeggiava un chilo di deserto e il Segretario Generale provò a convincermi che chi mangia la sabbia poi piscia il mare e che non avrebbe dovuto dirmelo in quanto occidentale ma me lo confessava ugualmente poiché gli sembravo uno capace di crederci. Invece, mentre fissavo l’espressione solenne e avvilita di Michail Gorbaciov, mi sentii aggredito da un vortice di polvere che sgretolava i denti uno dopo l’altro lasciandomi, al loro posto, del pietrisco lunare, infilato giù nella gola fino a soffocarmi.

In quell’istante mi svegliai. Dopo essermi liberato delle coperte con uno scatto presi la strada del bagno. Attraversai il corridoio come se camminassi sulla brace. Al buio aprii l’armadietto e afferrai la bottiglia di collutorio per ingollarne sorsate con avidità. Promisi a me stesso che non sarei andato a dormire senza lavarmi i denti, senza accarezzare lo smalto con setole soffici e non mi sarei lasciato vincere dalla pigrizia o dalla stanchezza anche quando assumesse la forma di ingegnose giustificazioni. Mi tranquillizzai. A quel punto accesi la luce. Lo specchio rifletteva il volto dell’uomo vecchio che sono: gli occhi incassati nella pelle, gli zigomi scesi ad altezza delle guance, un naso che non ha mai smesso di crescere rendendo enormi e inutili narici da cui spuntano peli grigi e vene violacee.

Al centro di questo volto squagliato c’è un abisso, una voragine che il mio sguardo fatica a sostenere, un cimitero senza luce, una bara di saliva capace di ospitare soltanto gengive. Nude, sporgenti, macchiate di sapone che precipita sul mento insieme alla bava che non so più trattenere. Accanto allo specchio, nel muro, c’è una presa di corrente danese che pare il muso di un maialino drogato; più in basso, sul lavandino, dentro un bicchiere di vetro, galleggia il mio sorriso.

Francesco Ruggiero  (1977) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it), di cui cura anche la grafica di copertina. Il racconto Gli orologi terminali è apparso su Atti Impuri, vol. 4.

Licia pescava a Ponente

Elio Lanteri

Licia pescava laggiù, al riparo dei venti, dietro il promontorio che proteggeva dalle correnti. «Guarda, Teresì», mi diceva il nonno, «Licia ha in mano la lenza e chiede perdono ai pesci.» Pescava sempre là, dove il mare fa ascella, dai campi alti sopra il cielo si vedeva un guscio di legno, nell’azzurro. Fermo. «Ho sei figli piccoli da sfamare», diceva Licia ai pesci, «un riparo sulla riva ed un vecchio girasole piantato nella sabbia, non vengo con la rete, a me ne servono soltanto sette.» Attorno alla piccola barca accorrevano i pesci, sporgevano la testa dall’acqua, l’ascoltavano a bocca aperta. «Ora nella baracca siamo ancora in sette, ma i figli crescono rapidamente, chiedetelo al Dio del mare, gli ho fatto una promessa.» Le lacrime dei pesci, come gocce d’olio vergine, galleggiavano gialle sulle onde, attorno al suo guscio di legno. Poi lento rotolò il tempo, il maggiore dei figli emigrò per lavorare in Francia: da quel giorno Licia nel mare pescò solo sei pesci. Un altro figlio si sposò e andò via. Licia disse ai pesci: «Ora cinque sono sufficienti.» Alcuni anni dopo, altri due figli partirono, s’imbarcarono e andarono per mare. «Ora siamo rimasti in tre», disse Licia ai pesci, «ditelo al Dio del mare, io manterrò la mia promessa.» Anche il penultimo partì, per guadagnarsi la vita su un barco; Licia rimase con l’ultimo che era storpio e zoppo.

Usciva sempre a pescare, ma ormai era tanto vecchia, aveva le braccia stanche e non reggeva più il remo; si costruì con le sue mani una piccola vela per la sua barchetta di legno. Il nonno, dai campi alti, guardava giù il mare, portava ad imbuto le mani alla bocca e le gridava: «Fatti coraggio Licia, anch’io sono vecchio e stanco.» «Ma Licia era lontano e non poteva sentire il nonno», dissi a mia nonna. «I vecchi hanno un dono, il sesto senso, intendono con il cuore anche quando non ci sentono», mi rispose. Una sera Licia, nella baracca, chiamò il figlio zoppo, si sedettero al tavolo e gli lesse una lettera del figlio maggiore.

«Tu andrai a vivere con lui», gli disse, «tuo fratello ti aspetta in Francia.» La mattina dopo, non era ancora sorto il sole, Licia si alzò dal letto senza fare rumore. L’aria era fresca, ma non indossò la maglia, diede uno sguardo alle sue povere cose e si avviò verso la barca. Sonnecchiava il vecchio girasole, piantato nella sabbia, aveva la testa china, aspettando che spuntasse l’alba. Con la coda dell’occhio vide il suo piede scalzo, sbirciò un poco attorno, e così parlò a Licia: «Perché sei senza maglia Licia, e non hai a tracolla la borraccia?» Licia si fermò e gli accarezzò la grossa testa gialla: «Non torno più, girasole, sono passati gli anni, e io ho fatto una promessa che ora debbo rispettare.» Puntò i piedi nella sabbia, a fatica ammarò la barca e con mano leggera alzò la vecchia vela. Fissò il timone verso il cuore azzurro, profondo, del Golfo del Leone.

Quando a levante sorse dal mare il sole, il girasole rimase un attimo a pensare, scosse la testa e spruzzò via da sé le ultime gocce di rugiada: aveva un colore pastoso, pareva un tuorlo d’uovo. Quel mattino, nella baracca, si svegliò di soprassalto il figlio zoppo, vide che sul tavolo era rimasta la borraccia vuota, si infilò i pantaloni e corse zoppicando sulla sabbia, fin dove si frange l’onda. Ma il posto dove pescava Licia, nell’ansa di mare, per la prima volta era deserto: rientrò nella baracca e prese la stampella, corse tra i pini, sugli scogli, fino sulla punta del promontorio, di lì si vedeva tutta la costa ad oriente, e a destra, l’immensità azzurra del Golfo del Leone.

Il mare era calmo, in cielo poco vento, lontano passava una nave, ma non si vedevano vele. Ritornò verso la baracca piangendo, era mezzogiorno, e vide il girasole immobile che fissava il suolo. «Che fai girasole che non accompagni il sole nel suo percorso?, hai la testa china e sotto di te c’è una macchia gialla.» Il girasole gli rispose singhiozzando: «Licia non torna più, al Dio del mare ha fatto una promessa, il mare ha nutrito voi, ora dà il suo corpo ai pesci: io sono qui, disperato, piantato nella sabbia, mi dissanguo al sole e lentamente muoio.» Sotto la testa del girasole c’era una grande macchia gialla che impastava la sabbia.

Al mattino il nonno salì ai campi alti sopra il cielo, guardò laggiù il mare, ma non vide più Licia pescare nell’ansa, discese tra le ginestre del poggio dell’Uvaira, portò le mani ad imbuto alla bocca e, in un grido disperato, invocò: «Licia, ero ancora bambino e ti ho visto sempre pescare, Licia ritorna, senza di te non ha più senso il mare.» Ma Licia non apparve più nell’ansa, sul suo guscio di barca.Una sera il nonno disse a mia nonna: «Domani non salgo ai campi alti, vado a chiedere notizie di Licia al carrettiere.» La sera, in cucina, il nonno seduto vicino al fuoco spento, stava a capo chino. Io andai subito a guardare se sul pavimento ci fosse invece una macchia gialla: c’era solo l’ombra della sua testa, una grande ombra nerastra.

«Licia non torna più e il girasole è seccato, me lo ha detto il carrettiere, Licia ha dato il suo vecchio corpo ai pesci.» Alcuni giorni dopo il nonno rivide il carrettiere. «L’altra notte», gli raccontò, «è successo un fatto strano: dove pescava Licia ha cantato il Dio del mare. Cantava la vita triste di Licia e delle sue sofferenze passate, di chi è nato povero e non ha un campo da coltivare. La gente dalla riva ha udito un dolce canto, era la voce del Dio del mare e tutti hanno pianto.» In quella notte stellata, dal Golfo del Leone erano giunte tutte le varietà di pesci, versavano lacrime gialle nello specchio d’acqua, ascoltando a bocca aperta. Le lacrime dei pesci erano gocce d’olio vergine, formavano una coltre gialla che ondeggiava lentamente.

Elio Lanteri è nato nel 1929 a Dolceacqua e scomparso nel 2010 a Oneglia. Nel corso della sua vita è stato amico di diverse generazioni di autori liguri da Guido Seborga e Francesco Biamonti, a Lorenzo Muratore e Marino Magliani, viaggiando in Francia e in Spagna, amando le opere di Julio Caro Baroja, Juan Rulfo e Federico García Lorca. Nel 2009, grazie all’impegno dello stesso Magliani, ha pubblicato con Transeuropa il suo romanzo d’esordio, La ballata della piccola piazza, rimasto “in un cassetto” per più di quindici anni ed edito con in copertina un acrilico di Seborga, Eros (1973). Licia pescava a Ponente, una delle sue “fiabe” inedite presentate su “Atti Impuri”, vol. 3, ha quasi lo stesso titolo di un testo teatrale scritto da Seborga nel 1947, Licia pesca a Ponente, rappresentato nel “teatro della realtà” di Vallebona nel 1951 e pubblicato su “Europe” nel gennaio 1952 con il titolo La pêche de Licia. Nel 2012 è uscito da Transeuropa anche il romanzo incompiuto cui Elio Lanteri stava lavorando negli ultimi mesi di vita, La conca del tempo.

Felicità in Australia

Nuno Júdice

Un muro divide l’Australia: da un lato il deserto; dall’altro il paese fertile. Tra i due non c’è contatto. Chi abita nel deserto subisce la solitudine degli eremiti, cui solo il contatto con Dio attenua l’isolamento. Il loro mondo è quello interiore, lontanissimo dal muro, e la loro vita consiste nel vagare intorno alla grotta che li ospita, in cerca di una goccia d’acqua sopravvissuta alla rugiada notturna sulla foglia di qualche arbusto rinsecchito, o di un residuo di semi corrosi dal sole, come nutrimento della sete mistica.

Sul confine, però, non ci si accorge che esiste il muro. È entrato a far parte delle abitudini quotidiane in modo tale che, quando si chiede a un australiano cosa pensa del muro, egli risponde subito: «Quale muro?». Gli uomini sono così: interiorizzano a tal punto le abitudini da non accorgersi della realtà che li circonda, presi come sono dalle loro misere preoccupazioni. Non è nemmeno credibile che nessuno di loro, avendo visitato il deserto, abbia mai incrociato degli eremiti. Questi ne sanno una più del diavolo e, non appena vedono un estraneo, si rifugiano nella grotta per paura di essere tentati dalle distrazioni o che il diavolo appaia loro sotto le sembianze di turisti arrampicati sulle jeep, con i binocoli puntati verso l’immensità di sabbia in cerca di qualche animale esotico.

Tuttavia la loro attesa viene, in genere, frustrata. Durante il giorno, il deserto è vuoto sotto l’inclemenza del fuoco solare; e solo alla fine del lungo pomeriggio, quando un po’ di buio lo avvolge, escono da tane invisibili colorati serpenti luminosi e piccoli mammiferi che abitano non si sa dove, i quali vivono soprattutto per nutrire quei rettili la cui sola attività è quella di disegnare strategie per inseguire e catturare piccoli mammiferi.

Si potrebbe dire, dunque, che questo mondo non ha una storia oltre a quella che possiamo supporre esista sotto l’immensa quiete che la mappa dell’Australia ci presenta. Ma non è così; e chi riuscirà a vedere il muro e ad avvicinarlo senza essere visto, per non arrecare disturbo a ciò che succede ogni giorno in quel luogo, si imbatterà in uno spettacolo che nemmeno la più fervida immaginazione umana sarebbe in grado di concepire. Così, dal lato del deserto, aquile e avvoltoi si posano sul muro. Non si capisce cosa facciano lassù in attesa della fine del pomeriggio, momento in cui, dal lato del paese fertile, i conigli approfittano dell’abbassamento della temperatura per uscire dalle loro tane e correre fino al muro, in cerca di qualche passaggio verso l’altra parte.

È vero che i conigli stanno al livello del suolo, e il cielo è inaccessibile ai loro occhi. Nella realtà dei conigli, è lì che si trova tutto quello che interessa: l’erba e i buchi dove fanno la casa, non hanno bisogno di altri orizzonti per esistere. Orbene, quella è anche la loro debolezza. In effetti, guardando a terra, non si accorgono che le aquile e gli avvoltoi hanno spiccato il volo oltre il muro e volteggiano in alto, sopra la zona di confine tra il deserto e il paese fertile, in ansiosa attesa. I conigli, allora, si radunano in numero sempre crescente e, dopo essersi riempiti la pancia d’erba, corrono lungo il muro, come se vi fosse un qualche passaggio che permettesse loro di attraversarlo.

Mentre si danno a quest’attività, le aquile non stanno certo a dormire. Da lassù, aguzzano la vista, prendono la mira e, di quando in quando, si tuffano in una frazione di secondo su un coniglio che si lascia catturare dai loro artigli, senza che gli altri abbiano il tempo di accorgersi del pericolo o di quello che è successo al loro sfortunato compagno. Poi, dall’altro lato del muro, dove il rapace ha portato la sua cena ancora viva che si dimena con tutte le forze residue per liberarsi, il pasto è condiviso tra i compagni, e del coniglio non restano che la pelle e le ossa. A quel punto, un’altra aquila porta un altro coniglio e il rituale si prolunga fino all’alba, che è poi l’ora in cui arrivano gli avvoltoi, i quali ripuliranno le ossa e la pelle da ogni resto di carne lasciato dalle aquile.

Così tra i conigli si è sparsa la voce che, a tarda sera, gli angeli scendono dal cielo e vengono a prendere gli eletti per portarli dall’altra parte del muro, là dove si trova la terra promessa.

 Traduzione di António Fournier

Nuno Júdice è nato a Mexilhoeira Grande (Portogallo) nel 1949. Poeta, narratore, saggista. Docente di letteratura comparata presso l’Università Nova di Lisbona. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia e più di una quindicina di narrativa tra cui A ideia do amor e outros contos (2003) da cui sono tratti i due racconti qui presenti. La raccolta Poesia Reunida (2000) racchiude la sua produzione poetica iniziata nel 1967 e pluripremiata. Dirige attualmente la prestigiosa rivista “Colóquio / Letras”. Felicità in Australia è uno dei suoi racconti presentati da António Fournier su “Atti Impuri” vol. 4.

L’origine del brodo

Giorgio Falco

Superato il punto iniziale di quiete - il casello che unisce due tangenziali - l’asfalto diventa autostrada a quattro corsie. Attraverso la luce sospesa che comprime, allestita a venti metri d’altezza, viriamo lo sguardo di pochi gradi, oltre la parte sinistra del parabrezza, alla congiunzione del finestrino, per guardare l’origine. Ma prima del mutamento visivo, è l’olfatto, che sente. Capita a qualsiasi tipo di veicolo. Il camion austriaco guidato da un frontaliero slovacco; l’ambulanza milanese governata da un volontario che ha perso il lavoro sei mesi fa; il furgone giallo marchiato dal logo condotto da un padroncino peruviano, alla ventesima consegna giornaliera; il furgoncino bianco di due elettricisti cocainomani in conflitto tra loro; la berlina di un quadro aziendale deluso per non essere stato scelto tra i possibili, nuovi dirigenti; l’utilitaria guidata da Yvania, una donna di quarantadue anni. Guidiamo sigillati, schermati dai finestrini chiusi, covati dall’aria climatizzata, o apriamo i finestrini per annusare l’aria calda di scarico sollevarsi dall’asfalto; in ogni caso, sentiamo l’aroma industriale imbattibile, dalle narici attraversa una soglia invisibile, per colpire il piccolo angolo remoto del cervello, dove diventa immagine.

E allora Yvania ha diciotto anni, guarda il televisore assieme ai genitori, alle otto meno un quarto di sera. Nell’immagine di Yvania, il padre lavora come operaio dentro lo stabilimento lungo l’autostrada. La famiglia vive a due chilometri. Suo padre, quando parla dell’azienda in cui lavora, ripete soltanto, l’azienda. Fondata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la società - ora di proprietà di una holding spagnola - è uno dei marchi italiani industriali più noti, ha diversificato le scelte strategiche per offrire ai clienti la qualità dei prodotti abbinata alla continua ricerca innovativa, senza tralasciare il gusto della tradizione culinaria italiana. L’azienda è celebre per il suo dado, ma produce anche pomodori, ragù, sughi pronti, piatti pronti - risotti, creme, minestre e zuppe -, olio di semi vari, pesto, tonno, tè, camomilla, tutti marchi che creano l’immaginario e la quotidianità delle famiglie italiane. Lo stabilimento di 220.000 metri quadrati è stato costruito ai margini della cittadina che, in base alle dichiarazioni dei redditi, risulta tra i primi dieci comuni più ricchi d’Italia.

Nell’immagine di Yvania, la luce gialla serale del lampadario cade sulla famiglia che ha appena finito di cenare. La madre scuote la tovaglia per scrollare le briciole in cortile, lascia la portafinestra aperta per qualche secondo e, quando rientra in cucina, l’odore dello stabilimento satura la casa, eppure Yvania lo percepisce appena, come se fosse la lieve aggiunta a un tappeto sonoro costante. È lo stesso odore di suo padre, quando ritorna con la tuta da lavoro, mentre Yvania sottolinea i libri di scuola. La famiglia ha appena finito di mangiare, in televisione c’è la pubblicità dell’azienda. L’attore è vestito da mago illusionista: frac nero, camicia bianca, cilindro nero, guanti bianchi. Si toglie il guanto bianco destro e lo usa per sollevare il coperchio incandescente della pentola.

L’acqua bolle, l’attore annusa il vapore, il dado può rendere la vita più saporita. Poi l’attore passa il pollice e l’indice sulla punta della lingua, li sfrega, dà così l’idea di una cosa appetitosa, e di soldi. Per partecipare al grande concorso basta comprare il dado, compilare e spedire la cartolina. Ogni lunedì sera, dopo il film, il padre di Yvania può diventare milionario con il dado che lui stesso ha prodotto e confezionato a due chilometri di distanza. Il dado è da sempre la presenza costante nelle giornate della famiglia. Il padre lo produce nei tre turni dello stabilimento, grazie al concorso può diventare milionario proprio durante il turno lavorativo serale; la madre lo utilizza soprattutto quando prepara le cene invernali; la figlia gioca con la confezione da dieci. Fin da quando era bambina, Yvania immaginava che la confezione fosse una casa, lei si guardava da fuori, il tetto di tegole rosse, il comignolo, gli sbuffi di fumo e gli uccelli svolazzanti nei nidi.

Voleva diventare la donna disegnata sul lato sinistro della confezione di dado, la donna rimasta quasi immutata nel tempo, la capigliatura ondulata appena uscita dal casco di un parrucchiere della modernità, l’idea di ordine e movimento, il modello della donna settentrionale, lombarda, milanese, esteso a tutte le donne italiane, con un’aspirazione borghese, sebbene ritratta accanto a uno degli alimenti più umili: il brodo. Il colore dei capelli è castano rossiccio, riflessi dorati richiamano la sensazione del brodo, pare che i capelli siano un’emanazione, fatti della stessa materia del brodo. Nelle prime confezioni di Yvania, la donna aveva il cucchiaio nella mano sinistra e il piatto di brodo nella mano destra. Alcune lievissime incisioni rappresentavano la pastina, mentre undici macchie rosse in superficie davano la sensazione di profondità. La donna portava il cucchiaio verso la bocca, aveva le unghie pitturate di rosso, un sorriso stretto e bianchissimo, incorniciato dal rossetto. Il collo, magro e scoperto, era impreziosito da una collana di perle. Nella visione di Yvania diciottenne in cucina - la luce gialla a precipizio assorbita nei piatti svuotati di brodo, accanto alle bucce arricciate dei frutti, mentre la madre sparecchia e il padre cerca qualcosa da guardare sullo schermo - la donna della confezione subisce d’improvviso un lieve cambiamento, rispetto a quella della sua infanzia.

Yvania esce dall’autostrada, guida lungo il perimetro dello stabilimento. La cancellata chilometrica è grigia in quel tratto e si confonde con il guardrail, poi diventa verde, come la confezione del dado. Una fila di alberelli copre timidamente la sequenza di edifici, uffici, magazzini, stabilimenti produttivi, bancali accatastati in file da dieci sotto una grande pensilina di cemento, quelli ammucchiati in alto sono quasi sempre all’ombra, gli altri, in basso, rosolano al sole. Yvania guida verso casa, abita in un piccolo comune adiacente a quello dell’azienda, sono solo dieci chilometri dalla cancellata, il suo lavoro, invece, è dall’altra parte della tangenziale, a trentacinque chilometri. Durante la pausa pranzo - assieme alla collega Michela - Yvania mangia una cosa portata da casa, riscaldata nel microonde dell’ufficio.

Gli impiegati pranzano nella piccola sala, c’è sempre un odore simile a quello dell’autostrada, della tuta del padre di Yvania, l’aroma si espande alle fotografie dei figli appese ai lati dei computer e prosegue nella promiscuità dei bagni, fino allo sbarramento della reception. È come se ogni aspetto del mondo venisse trattato come un processo di liofilizzazione, di essiccamento sottovuoto, a temperature inferiori allo zero, allo scopo di evitarne qualsiasi alterazione. Solo nel dado, la quota di mercato supera il 50% del totale. In pochi anni l’azienda ha licenziato migliaia di lavoratori, forse venderà gran parte dei 220.000 metri quadrati per farne appartamenti, uffici, negozi.

Il dado sarà prodotto nell’indistinto altrove, oltre una linea imperscrutabile a est, che si materializzerà soltanto in autostrada, nell’andirivieni delle merci. Il parcheggio davanti all’ingresso è vuoto, regolato da due sbarre abbassate e da panettoni gialli di cemento. C’è un orologio rotondo nel piazzale. Lo sorregge un palo verde di ferro. L’orologio è appoggiato su un rettangolo pitturato di bianco, su cui spiccano le quattro lettere rosse del marchio aziendale, circondate da un ellisse verde. Nell’insieme, il marchio ricorda la  bandiera italiana. La donna odierna del dado è quasi come la donna con cui giocava Yvania. Stessa pettinatura e maglia gialla, stessa collana di perle e smalto rosso, e rossetto e sorriso in attesa del cucchiaio di brodo. Però ha la faccia pallida, truccata con un cerone bianco luminoso, leggero come una maschera sulla quale è appena iniziato a nevicare, ma il bianco rende più liofilizzato lo sguardo, porta con sé la tentazione di un prossimo trattamento botulimico. La donna ha in mano il cucchiaio di brodo, il piatto è scomparso.

Sembra diventata puro prodotto, testimonial di se stessa, un’astrazione iconografica sancita dalla sparizione del piatto su quella piccola superficie di cartone, un astuccio da 10 cubetti, che pesa 100 grammi. In ogni dado di 10 grammi c’è sale arricchito di iodio, il sale iodato, componente che costituisce circa il 50% del dado; c’è estratto per brodo, un insieme di proteine vegetali; c’è zucchero, prezzemolo e una infinitesimale goccia d’olio extravergine d’oliva; ci sono aromi e grassi vegetali, idrogenati e non idrogenati; c’è glutammato, la forma salina dell’acido glutammico, che rianima il sapore degli alimenti; e c’è la carne, o meglio, l’estratto di carne, in una percentuale non indicata. Nel dado di Yvania è presumibile che la percentuale sia dello 0,04%. Per diventare quello 0,04%, la minuscola parte di un bovino è stata ulteriormente spezzettata, disossata e sgrassata. Per avere 1 chilogrammo di estratto di carne, occorrono 35 chilogrammi di carne.

La carne del dado di Yvania è allevata e macellata in una imprecisata area sudamericana. C’è lo 0,04% di estratto di carne dentro 10 grammi del dado di Yvania e in tutti i milioni di dadi messi uno accanto all’altro. Chissà se lo 0,04% di carne bovina spezzettata, disossata e sgrassata nella confezione di Yvania appartiene alla minuscola parte di un unico animale, distribuita anche negli altri nove dadi. Potrebbe essere che quello 0,04% di estratto di carne appartenga a due animali differenti che si riuniscono nella minima percentuale merceologica concentrata. Quando Yvania mette il cubetto di dado nella pentola, attende che l’acqua arrivi all’ebollizione e il dado ormai sciolto sia invisibile, solo allora si avvicina alla pentola, all’odore sulla superficie dell’acqua divenuta brodo, mentre il vapore sale, al volto di Yvania, che guarda.

Giorgio Falco è nato nel 1967. Ha pubblicato Pausa caffè (Sironi, 2004), L’ubicazione del bene (Einaudi, 2009) e il racconto Box su “Atti Impuri”, vol. 1. L’origine del brodo è apparso su “Il Manifesto” del 25 agosto 2010.

Il lavabo

Ade Zeno

Tuttavia, pur considerando che anche lì avrebbe ritrovato lo stesso orrore di sempre ad aspettarlo, si diresse sul luogo in cerca di conforto. Una volta raggiunto, lo guardò attentamente, non tanto, giusto il tempo necessario a riesumare le idee, a far finta che fossero loro a spiarlo, e non il contrario. Infine prese nota che anche il lavandino del ripostiglio era fatto di carne.

Ancora spoglie dall’ultima incursione di sua madre, le pareti una volta tappezzate di verde trasudavano un austero senso di degrado delle forme, sbrecciate e corrose dai giorni all’ombra, dall’umidità secolare, dai minuti; assediavano come statue calve il lavabo, le sue vene ricurve. Ecco, si disse, ecco di nuovo i conti che tornano.

Le impronte delle sigarette di suo padre sul pavimento: dappertutto trincee molli, abrasioni nere, tracce livide come macchie solari. I detersivi non valgono nulla, strofinare o incidere con violenza di stracci ognidove è inutile, forse perfino sciocco. Andavano a solcare una traccia precisa che conduceva dal salotto al ripostiglio, fin sotto il lavabo, lì, ai piedi del suo corpo lungo. Poteva essere un passatempo seguirle, ripercorrere i passi che il babbo già ammalato e quasi sottoterra aveva mosso lentamente uno ad uno, barcollando. E di questo lui era sicuro allora come adesso: che viaggiando a tentoni lungo il corridoio suo padre avesse pensato almeno una volta: “Questa è la morte, la fine mia e della mia carne”.

Ecco – considerò – ancora i segni di lui in questa casa. Dopo il tubo per l’acqua della doccia divenuto improvvisamente nient’altro che un cuore marcio, dopo i lampadari trasformati in mani corrotte, dopo bulbi oculari riflessi nei vetri e pavimenti foderati di cute, ecco il lavandino sanguoso e organico che aspetta al varco in attesa di me, me soltanto, senza che nessun altro guardi e sappia; perché io ho la vista acuta, e le cose che non si vedono io le vedo, e i ripostigli nascosti io li scovo, e mio padre sottoterra io lo posso sentire qui, scorgere il sangue che ha lasciato in sua vece.

In cerca di conforto, per sempre, a pochi passi da quello che forse era stato uno stomaco, abbracciò il lavabo stringendo il più forte possibile. Poi, assumendo la posizione del piccolo gatto che era, si mise a miagolare in silenzio, timidamente, senza singhiozzi.

Ade Zeno (1979) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). È autore di alcuni cortometraggi, di testi e regie teatrali e di svariati racconti sparsi su antologie e riviste. Il suo romanzo d’esordio è Argomenti per l’inferno (No Reply, 2009). Il suo racconto Quello che resta è uscito su "Atti Impuri", vol. 4.

IO game over

Sergio Garau

testo, voce: sergio garau
video: Angelo Saccu, El Mar musica

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I O I O
X O X O
I O I O cristo santo ku klux klan mezzaluna superstar
o mio odio mecc’ allah o mio oppio odiocristian
dente per dente mohammad
occhio per occhio gran jihad
I ♥ N Y I bomb
I ran
I bomb N Y
I ♥ I raq
bruci croci ucci ucci sent’odore d’islamucci
croci bruci ucci ucci I smell smell of cristianucci
9/11 9-1-1 Bombardieri su P'yŏngyang
9/11 9-1-1 Bombardieri su Tehrân
9/11 9-1-1 Bombardieri su Baġdâd forza taglia sega lega forza taglia lega sega forza mafia ali taglia mafia forza sega italia
dc pc psi msi
pd pdl nazi fasci
falce croce rossa nera più più più più blu blu blu blu
cielo manca cielo manca acqua acqua fuoco fuoco
fuoco fuoco acqua acqua
ВОДА ПОЖАР wasser feuer
fuoco acqua water fire
eau eau eau eau eau eau eau eau
feu feu feu feu feu feu feu feu
oil oil oil oil oil oil oil oil
gas gas gas gas gas gas gas gas
ЧЕЧНЯ georgia vladimìr
¡mira! Vladi mira mir
georgia чечня mira mir
miry mira vladimìr
put in pull out put in put out
gas prom gas bomb moskvà metro
ost berlin west berlin gaza wall gaza war
in god we trust in me we trust
in one we trust in none we trust
in oil, blood, gas and cross we trust
in a brave new world wide war we trust
guerra santa onnipotente
guerra eterna permanente
guerra in terra in cielo e in mare
guerra termonucleare
512 256 128 64 32 16 8 4 2 1 0
bum
game over

Sergio Garau, collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Dal ’01 in scena per festival, biennali e concerti di letteratura e poesia in Europa e America, ha vinto sfide internazionali di poetry slam e videopoesia. È pubblicato in DVD, libri, CD, gallerie, antologie, in rete e in carne e ossa. IO game over, il suo ultimo lavoro, frutto di collaborazioni con musicisti e videoartisti, è in tour dal ’10, premiato al 1° festival di videopoesia portoghese FILMagens 2011