Cercas, letteratura come menzogna

libro-cada-semana-impostor--490x578Raffaella Battaglini

«La realtà uccide, la finzione salva»: è su quest’asserzione, variamente declinata e infine contraddetta, che si fonda l’ultimo libro di Javier Cercas, L’impostore, storia «vera» di un bugiardo geniale, Enric Marco, il quale dopo essersi spacciato per anni per un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, arrivando addirittura a presiedere l’associazione spagnola dei sopravvissuti, in vecchiaia viene finalmente smascherato, diventando «il grande impostore e il gran maledetto».

Fin dall’inizio, e dichiaratamente, ciò che interessa a Cercas è indagare il confine tra verità e menzogna, percorrerlo nei due sensi, illuminarne i limiti e se possibile forzarli; soprattutto, quel che gli preme è stabilire un’analogia, o piuttosto un’antitesi, tra il proprio ruolo di romanziere che racconta il reale, e il suo protagonista che si fa romanziere di se stesso, inventa la sua vita e la trasforma in finzione. L’intero libro ruota intorno a questo chiasmo, che interpella direttamente lo statuto del romanzo, storicamente luogo deputato della finzione, a cui Cercas fin dai tempi di Soldati di Salamina (ancora, almeno in parte, un romanzo di finzione) imprime però una torsione decisiva in direzione, appunto, di ciò che lui chiama «il racconto reale», un racconto «privo del minimo conforto di invenzione o fantasia». In questi anni non è certo l’unico a farlo: in particolare, per quanto riguarda L’impostore, il parallelo che s’impone immediatamente è quello con L’Avversario di Emmanuel Carrère – peraltro esplicitamente citato da Cercas come precedente –, a sua volta il racconto di un’impostura che alla fine sfocia in una strage. In entrambi i casi il dispositivo è il medesimo: gli autori entrano in prima persona nel racconto, mettendo in campo il loro rapporto con i protagonisti, nonché i dubbi e i dilemmi morali suscitati dalla stesura del libro. Cercas chiama in causa come correo anche Truman Capote, inventore del genere con il suo A sangue freddo. Ma, a differenza di Carrère e di Capote, l’indagine di Cercas non riguarda tanto gli abissi dell’animo umano. Cercas non è, né aspira in alcun modo ad essere, uno scrittore dostoevskiano, cosa a cui invece ambirebbe Carrère. Tutto sommato, non gli interessa tanto nemmeno l’autofiction, che utilizza in modo spregiudicato come mero espediente narrativo. Ciò che gli interessa davvero è la Storia – naturalmente, soprattutto la storia spagnola del ventesimo secolo: più in particolare, lo scoppio della guerra civile, e il modo farraginoso e cruento in cui la Spagna è precipitata nella dittatura (di questo ci parla in Soldati di Salamina) o il modo imperfetto, lacunoso e colpevole in cui ne è uscita – e questo è il vero tema sia di Anatomia di un istante sia, alla fin fine, dell’Impostore.

Su tutto il romanzo aleggia lo spettro più illustre della letteratura spagnola, quello di Cervantes, e insieme a lui quello del suo personaggio don Chisciotte, interpretato – alquanto riduttivamente a dire il vero – appunto come un impostore che, insoddisfatto del grigiore della sua vita reale, se ne inventa una fittizia, molto più avventurosa ed eroica: proprio come il protagonista di Cercas, il quale dedica un intero capitolo a questo parallelo. Nella versione di Cercas, è don Chisciotte a commettere tutte le sue follie affinché Cervantes le possa raccontare e diffondere per il mondo, così come Enric Marco costruisce la sua enorme menzogna affinché lui, Cercas, la racconti (parafrasando Cervantes, «Per me solo nacque Enric Marco, e io per lui; egli ha saputo operare, e io scrivere; noi soli siamo due in uno»). In realtà, questa visione pirandelliana dei rapporti fra autore e personaggio non discende da Cervantes, ma da un altro illustre spettro delle lettere ispaniche, Miguel de Unamuno, che alla fine del suo romanzo Nebbia ci mostra il protagonista mentre compare davanti al suo autore (cioè lui stesso) rivendicando una vita reale al posto di un’esistenza immaginaria. Analogamente, nel sottofinale dell’Impostore, Cercas per la prima volta inventa un dialogo fittizio col suo personaggio reale, il quale si lancia in un’appassionata difesa di sé e della sua menzogna, e alla fine lo accusa di essere come lui: un commediante e un bugiardo, che ha tutti i suoi difetti e nessuna delle sue virtù.

Enric Marco c’est moi, dunque? Certo; ma poiché, come dicevamo, il vero tema del romanzo è l’imperfetta transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna, la tesi di Cercas è che Marco è come tutti: si è reiventato un passato glorioso di combattente antifranchista e di vittima dei nazisti, mentre tutti in Spagna in un modo o nell’altro stavano abbellendo o truccando il proprio passato; finge di aver detto No e di essere stato tra i pochi coraggiosi, mentre ha passato la vita a dire Sì e si è schierato sempre con la maggioranza. La storia di Marco, quindi, sarebbe la perfetta metafora della Spagna dopo la dittatura: un luogo di trasformismo e di codardia dove coloro che mai si erano opposti al regime tentano di rilegittimarsi come oppositori segreti, democratici da sempre, antifranchisti dormienti; un luogo dove tutti mentono e reinventano la propria identità; il luogo, in ultima analisi, di un’immensa menzogna collettiva. Ora, è lecito chiedersi se questa tesi non finisca per essere sostanzialmente assolutoria: tutti siamo trasformisti e vigliacchi, tutti diciamo Sì quando dovremmo dire No, tutti mentiamo; tutti, in definitiva, siamo Enric Marco. Non c’è altro da fare, quindi, che accettare la generale impostura?

Cercas, in quanto uomo di sinistra ma anche figlio di un ex falangista, in questo processo al passato «che non passa mai» è al tempo stesso accusatore e accusato – come il suo protagonista, borgesianamente, è al tempo stesso traditore ed eroe. Forse, di tutti gli interrogativi che affollano il libro, la domanda cruciale infine è questa: si sarebbe potuta costruire la democrazia sulla verità? Avrebbe potuto la Spagna riconoscersi per ciò che era, in tutto l’orrore e la vergogna del suo passato, e malgrado questo, o forse proprio per questo, risollevarsi? Perché la finzione uccide, ma la verità salva...

Javier Cercas

L’impostore

traduzione di Bruno Arpaia

Guanda, 2015, 406 pp., € 20

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.  Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

Il 15M è ancora vivo?

Montserrat Galcerán (Fundación de los comunes)*

Dopo aver fatto la sua comparsa nel maggio del 2011, il 15M spagnolo si è affermato come nuovo soggetto nell'agitato panorama politico contemporaneo. Oggi, dopo oltre due anni di mobilitazioni e di lotte, continua a porci degli interrogativi.

Il 15M è ancora vivo?
Una delle prime domande, e tra le più frequenti, che viene posta agli attivisti del 15M è se il movimento esiste ancora. La risposta è decisamente affermativa: Il 15M è vivissimo, e come tutto ciò che è vivo si trasforma e cambia. Ora non ci sono più le acampadas nelle piazze, il 15M non è più la notizia principale sui giornali e in TV, però continuano a esistere un'infinità di assemblee nei quartieri e nelle città, decine di collettivi e associazioni come la PAH (Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari), o il collettivo delle vittime degli investimenti in azioni preferenziali (ad altissimo rischio), continuano a esserci lezioni universitarie in strada e moltissime altre iniziative. Continuano anche le assemblee pubbliche nelle piazze con una notevole affluenza di pubblico e dibattiti molto partecipati.

A seguito del 15M sono sorte le mareas, mobilitazioni di cittadini e lavoratori di quei settori maggiormente colpiti dai tagli, come l'educazione (marea verde), la sanità (marea blanca) o i funzionari della giustizia (marea negra). Le mareas costituiscono un'innovazione rispetto al sindacalismo tradizionale perché rompono con il corporativismo dei lavoratori di quei settori, come per esempio i professori e i medici, e danno vita a un movimento più ampio che vede la partecipazione sia dei lavoratori di quel particolare settore, sia di numerosi utenti del servizio. Così, per esempio, l'ampia mobilitazione che si è prodotta intorno al mondo della scuola, da un lato ha sostenuto le occupazioni e dall'altro ha fatto sì che il conflitto si estendesse anche ai quartieri intorno alle scuole. Qualcosa di simile è accaduto con la sanità. Insomma, anche se ha perso visibilità, il movimento in realtà continua a essere vivo e a muoversi sul territorio come un enorme millepiedi, lentamente ma senza fermarsi.

Chi c'è dietro il 15M?
La mentalità paranoica e cospirazionista del potere ha contagiato anche i giornali che non smettono di chiedersi chi ci sia dietro al 15M. La nostra risposta è molto semplice: tutti e nessuno. Dietro al movimento, a dare una mano e a farlo crescere ci siamo tutti/e e nessuno in particolare. Secondo le statistiche circa il 70-80% della popolazione è a favore del 15M o simpatizza comunque con il movimento. Questo non significa che tutte queste persone partecipino attivamente, significa però che tutte queste persone hanno comunque partecipato almeno qualche volta, sono d'accordo con le rivendicazioni del movimento al quale guardano con simpatia, hanno firmato delle petizioni, hanno partecipato a un'assemblea e si sono interessate ai problemi che lì sono emersi e/o hanno fatto sentire la loro voce intorno alle questioni dalle quali sino sono sentite più direttamente coinvolte.

In generale possiamo dire che il 15M è un gigantesco movimento nato in risposta a tutti quei provvedimenti di austerità economica suicidi messi in campo dal governo e dalle autorità europee, a quelle politiche che la popolazione ha deciso di smettere di subire passivamente iniziando a contestarle pubblicamente. Un ruolo fondamentale lo svolgono tutte quelle centinaia di persone che assicurano il funzionamento della logistica e della comunicazione, che preparano gli incontri a poi redigono i verbali e che profondono le loro energie per assicurare continuità al movimento.

Ma visto che in ogni assemblea si decide sempre di nuovo chi deve redigere il verbale, chi deve moderare o animare, è sempre possibile che si aggiungano nuove persone, e che altre al contrario si sgancino. È proprio questo rinnovamento continuo ad assicurare la persistenza del movimento. È davvero raro incontrare le stesse persone negli stessi posti: trovi sempre persone nuove, c'è sempre qualche sconosciuto che ha deciso di riscoprire un ruolo più attivo in un continuo processo di politicizzazione. D'altra parte è anche vero che continuano a esistere vari gruppi e collettivi politici strutturati in maniera stabile e che partecipano al 15M, ma lo fanno allo stesso livello di chiunque altro e senza nessuna prerogativa particolare.

Quand'è che il 15M si trasformerà in un partito politico?
Questo nuovo modo di fare politica disorienta tutti quelli che riducono la politica a un gioco istituzionale, e ritengono che gli unici soggetti politici legittimi siano i partiti. Secondo loro un movimento sociale come il 15M dovrebbe trasformasi in un partito politico e presentarsi alle elezioni. A questa richiesta di trasformazione la risposta è sempre negativa: noi non ci trasformeremo in un partito politico e se dovesse emergere qualche candidatura vicina al 15M, questa dovrà preservare il modo di agire particolare che stiamo inventando.

Questo significa respingere quella distinzione secondo la quale i movimenti, in quanto spazi di incontro e mobilitazione, avrebbero solo la capacità di far emergere le problematiche che interessano la popolazione, mentre i partiti politici, in quanto detentori di un saper-fare particolare, sarebbero gli unici in grado di produrre soluzioni efficaci nel quadro delle loro ideologie. Questo modo di pensare, benché sia ancora diffuso, sta perdendo terreno giorno per giorno.

Un esempio in questo senso ce lo offre la Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari. Questa piattaforma è stata capace non solo di mettere in campo una resistenza efficace, come testimonia il fatto che centinaia di sfratti sono stati bloccati, ma è stata in grado di sviluppare tutta una serie di misure per risolvere, almeno parzialmente, l'emergenza, come la dazione in pagamento e l'affitto sociale. Queste misure sono il risultato di uno studio approfondito della legislazione e di una pratica continua di negoziazione con le banche. Si aggiunga a questo la preparazione di una proposta di legge d'iniziativa popolare per gli ipotecati che ha raccolto un milione e mezzo di firme (la soglia minima è di 500.000), molto più realista ed efficace della legge promulgata dal governo.

Questo è solo un esempio che dimostra come sia sbagliato pensare che i politici siano i custodi di una serie di saperi tecnici che gli permetterebbero di trovare soluzioni adeguate ai problemi dei cittadini, saperi dei quali noi saremmo invece carenti e che richiederebbero un impegno particolare a tempo pieno da ricompensare con privilegi economici e sociali. Al contrario, siamo proprio noi cittadini, pressati da tutti i nostri problemi, che collettivamente siamo in grado di trovare soluzioni nuove e inedite a molti problemi, proprio perché sappiamo anteporre agli interessi di una minoranza predatoria, gli interessi delle moltitudini. Senza dubbio è necessario mettere in campo un certo tipo di saperi, ma possiamo contare su un numero più che sufficiente di specialisti e professionisti: dalla nostra parte abbiamo avvocati, giuristi, ricercatori sociali, urbanisti, banchieri, economisti, esperti di mass media... Tutte queste persone padroneggiano una serie di saperi specifici adatti ad analizzare adeguatamente le varie situazioni e a proporre soluzioni adeguate. Basta mettercisi d'impegno.

Non abbiamo davvero bisogno dei politici di professione, e non dobbiamo neanche pensare di trasformare noi stessi in politici tradizionali. Piuttosto quello che vogliamo è riappropriarci della politica impegnandoci a controllare da vicino quei pochi politici di professione ai quali magari possiamo pensare di affidare alcuni compiti particolari. Ma il potere rimane a noi perché la sua fonte siamo noi, non loro. Se decideremo di presentarci alle elezioni, siano esse politiche o amministrative, dovremo farlo con liste aperte, decise in assemblee pubbliche, con opzioni specifiche per i diversi problemi e l'accordo di favorire quanto più possibile la democrazia diretta e partecipativa, riducendo contemporaneamente i vantaggi e privilegi della politica rappresentativa.

Movimento-rete. Il virtuale in azione
Uno degli elementi più importanti nel nuovo paesaggio politico a cui ha dato vita il 15M è il ruolo fondamentale svolto dai social network: Facebook, Twitter, N-1, Youtube, i siti web, la viralità delle informazioni, la velocità dei contatti, è questo l'ambiente naturale del movimento. Le notizie viaggiano a una velocità tale per cui tutti possono essere informati puntualmente ed entrare in contatto reciprocamente. Ma la rete funziona anche come archivio: si conservano i documenti prodotti delle assemblee, si tiene memoria delle decisioni che sono state prese, delle questioni discusse, degli accordi e dei dissensi. E sulla rete prendono forma le nuove linee del dibattito ed emergono i nuovo problemi da discutere.

Senza dubbio questo nuovo modo di fare politica in rete è ancora gli inizi e molte delle sue potenzialità ci sono sconosciute. Riuscirà, per esempio, il Partito X (partidodelfuturo.net), un partito nato sulla rete e nel movimento, ad affermarsi ulteriormente e a guadagnare credibilità? Anche Democracia Real Ya (DRY) è un movimento nato sulla rete, ma sarà possibile inventare nuove congiunzioni politiche attraverso la rete? Possiamo dire quali sono i limiti di queste nuove forme politiche? In questo ambito tutto rimane ancora da inventare, ma stiamo progressivamente passando da un utilizzo della rete come spazio di comunicazione e interconnessione, all'affermazione di tutte le potenzialità proprie della rete per dare vita a una nuova politica.

Potere e politica: la gestione comune dei problemi comuni
Noi diciamo, forse con un po' di presunzione, che stiamo reinventando la politica. E questo perché noi non intendiamo la politica come la gestione da parte di alcuni dei problemi che interessano gli altri, ma la intendiamo come la gestione comune dei problemi comuni.

Il capitalismo trionfante ci ha fatto perdere qualsiasi nozione del carattere comune di molti dei problemi che viviamo, e di come sia necessario creare un ambito comune per poterli risolvere. Nessuno può fare niente da solo contro uno sfratto, un licenziamento, i tagli alla sanità e all'istruzione pubblica. L'individuo, se isolato, è condannato all'impotenza. Ma noi diciamo che juntos sí podemos. Per potere bisogna riunirsi e comunicare, creare comunità e scoprire come possiamo, grazie al nostro numero e alla nostra intelligenza, cortocircuitare il potere dei nostri avversari che, asserragliati negli spazi della rappresentanza, inventano ogni giorno nuovi espedienti per convincerci della nostra impotenza. La democrazia reale consiste proprio in questo: trovare il modo di far crescere il potere collettivo del 99%. Solo così possiamo vincere.

Traduzione di Nicolas Martino

* Montserrat Galcerán (Barcellona, 1946), filosofa e militante, insegna all'Università Complutense di Madrid. Tra le sue ultime pubblicazioni Deseo y libertad (Traficantes de Sueños, 2009) e Spinoza contemporaneo (Tierradenadie, 2009)

Donne sull’orlo di una crisi

Virginia Negro

Questa storia inizia a Glasgow e racconta la meschinità e l’ingordigia di un nutrito gruppo di signorotti scozzesi che, mentre migliaia di concittadini combattevano nella Grande guerra, pensando a tutte quelle indifese mogliettine abbandonate nelle loro case decisero di aumentare gli affitti. Ma avevano fatto male
i conti. Davanti alla minaccia dello sfratto le donne iniziarono a lavorare, a occupare le strade e le piazze, picchettando la città e difendendosi dalla polizia con granate di farina. Allora i padroni decisero di rincarare la dose: se l’inquilino sfrattato risultava colpevole dinnanzi al giudice, si sarebbe trovato senza casa e obbligato a rimborsare integralmente le spese legali del suo ex proprietario.

E questo fu il momento in cui si fece la Storia con la S maiuscola. Mary Barbour, una giudice e attivista locale, organizzò una manifestazione davanti al tribunale: le donne erano talmente numerose e agguerrite che venne chiamato d’urgenza l’allora ministro Lloyd George e nel giro di qualche giorno fu approvata una legislazione che bloccava gli affitti almeno fino al termine della guerra. Non c’è traccia di queste eroine nei manuali scolastici, le abbiamo dimenticate e la punizione è l’eterno ritorno dell’uguale.

Non c’è la guerra ma c’è la crisi, non siamo in Scozia ma nel cuore del mediterraneo: a Siviglia un gruppo di donne sfrattate occupa un edificio disabitato nel centro della città.
Ora grazie a loro più di 120 persone hanno risolto una gravissima emergenza abitativa. Davanti al moltiplicarsi degli sfratti e ai suicidi che crescono di mese in mese, la risposta della cittadinanza è stata quella di riprodurre il modello di questo collettivo al femminile creando il movimento de Las corralas. La sua bandiera è quella della vita in comune, nei cortili degli edifici occupati si organizzano corsi di ballo e riunioni, sono in funzione nidi per
i bambini delle famiglie e le decisioni vengono prese assemblearmente. L’impegno del movimento va oltre la battaglia per il diritto alla casa: si vuole cambiare il modus vivendi,
si propone un nuovo modello di società.

Sempre in Andalusia, sempre un gruppo di donne all'origine di un’altra storia di lotta alla precarietà. Somonte è una fattoria di 400 ettari occupata da un gruppo di agricoltori. Anche questa volta l’iniziativa è nata dall’idea di alcune lavoratrici capeggiate dalla sindacalista Lola Álvarez (SAT, Sindacato dei Lavoratori Andalusi). Non stiamo parlando solo di produrre avena e verdura secondo il motto “la terra è di chi la lavora”, ma di una nuova forma di micro-società che Lola battezza come la “nuova famiglia”. I lavoratori infatti vivono insieme, organizzano turni per preparare i pasti e ospitano chiunque voglia unirsi al lavoro nei campi e soprattutto alla lotta e alla militanza. Tornando in città, più precisamente nella capitale iberica, un altro esempio è quello della rete di orti urbani RHUM (Red Huertos Urbanos de Madrid). Una realtà che nel corso degli anni è cresciuta grazie a un modello decentralizzato formato da centinaia di piccole realtà che si coordinano attraverso il web. E anche qui la presenza femminile è preponderante.

Tutti movimenti che nascono dall’iniziativa di donne, ma nessuna vuole sentirsi chiamare femminista. Sono donne che costruiscono un ponte aprendosi a un’eterogeneità più comprensiva dove la connotazione di genere si dissolve per lasciare al progetto comune
il posto di unico protagonista. Ma non è un caso se queste nuove realtà nascono con tratti femminili. È piuttosto una conseguenza dell'attuale congiuntura economico-politica che vede dissolversi un caposaldo dell’ideologia capitalista: l’antitesi pubblico/privato.
Il cittadino non solo sta perdendo il suo status di consumatore felice ma si trova destabilizzato nella sua quotidianità, senza la sicurezza di una casa, di un lavoro, di una pensione, privato della possibilità di aiutare i suoi figli o i suoi cari. Ecco allora che ambiti fino a poco fa considerati come privati diventano terreno di conflitto politico. La quotidianità, il modo di abitare, la casa, si trasformano e diventano teatro della lotta politica.

Da sempre la categoria legata a questo lavoro ri-produttivo, in opposizione a quello che viene definito come produttivo e associato alla mascolinità, è stata quella delle donne. Naturale allora che la battaglia inizi da loro, ma guai a confonderla con una lotta per le donne. Stiamo parlando di una rivendicazione includente, una piattaforma rivoluzionaria che esige lavoro, casa e dignità per tutti. Di riflesso, pur non volendo spesso coscientemente costruire un’alternativa, questi movimenti stanno cambiando la nostra esperienza della realtà sociale. Ci si riappropria fisicamente e simbolicamente degli spazi pubblici, si cerca una sostenibilità attraverso la creazione di reti glo-cali, che si coordinano globalmente grazie alle nuove tecnologie e si gestiscono localmente attraverso meccanismi di democrazia partecipativa diretta, come le assemblee di quartiere, i gruppi di vicinato eccetera...
La politica, quella dei partiti e dei movimenti sociali, tra cui il femminismo, deve aprire il cammino a queste utopie, o rischiamo davvero di fermarci in una zona d’ombra.

Democrazia punto e basta

Virginia Negro

Il video virale spagnolo di questo inizio d’anno è lo spot elettorale di un nuovo partito: il Partito X, o Partito del Futuro. La considerevole ripercussione mediatica è un segnale che non può essere ignorato. Già seguitissimo in rete, 20 mila follower in Twitter e altrettanti in Facebook, lancia una sfida ai “vecchi” partiti utilizzando Internet come un’agorà partecipativa al servizio dei cittadini. Con un linguaggio iconoclasta che ricorda quello dei giovani movimenti sociali come gli indignados (o 15M), il Partito del Futuro presenta il suo programma tecno-politico: “Democrazia, punto”, che promette democrazia diretta e trasparenza.

Regolarmente registrato al Ministero degli Interni lo scorso 17 dicembre, ha già creato un infuocato dibattito nella scena politica spagnola e all'interno di alcune frange del 15M, che vedono nell'istituzionalizzazione la morte del movimento. “Non vogliamo nessun nome perché non siamo un normale partito governato da personalismi”, e assicurano “il Partito del Futuro non è il partito del 15M; è solo un metodo del futuro applicato al presente per azzerare e ricomporre lo spazio elettorale. Un’operazione di riforma dell’emiciclo”.

Non è assimilabile al 15M però nasce da una propaggine di quest’ultimo, raccogliendone proposte, tecniche e codici espressivi. Determinato a occupare l’unica posizione che fino ad ora il movimento degli indignados, che ha invaso lo spazio pubblico e digitale, non ha voluto - o saputo? - occupare: quella istituzionale.

Al momento non esiste un programma concreto, e non è chiaro quali siano i valori identitari e sociali che il partito tradurrà nel campo politico. Quello che sì risulta chiaro è il metodo: Internet. Manifestando come referenti espliciti wiki-governo islandese, ed il Partito Pirata tedesco, utilizza la rete non solo come un contesto autoreferenziale e pubblicitario, ma come un mezzo al servizio dei cittadini, in cui con nuovi software la società civile potrà elaborare proposte, votare e aprire dibattiti. La chiamano “Piattaforma di elaborazione collettiva”: un’applicazione analoga a quella utilizzata dal nuovo governo islandese dove collettivamente si articolerà il programma elettorale.

Come il Movimento 5 stelle, si dichiara “né di destra né di sinistra”, usa il web come mezzo di comunicazione politica e giudica l’attuale sistema partitico obsoleto. Mentre dal Partito Pirata tedesco prende in prestito temi come la lotta al copyright, la libertà di navigare senza censure e scaricare gratuitamente dal web. Tutto ciò sotto l’egida di un assoluto anonimato. Per ora si sa solo che sono un centinaio: un piccolo esercito di senza volto, e in molti si chiedono come arriveranno (e se una manovra simile abbia senso) a stilare una lista elettorale senza facce. Su questo punto sembrano davvero inamovibili: “Non abbiamo bisogno di un leader, il personalismo è il grande male della politica dei giorni nostri: questo è uno strumento della cittadinanza per attaccare il feudo elettorale vigente” precisano nei filmati consultabili sulla loro pagina web.

Le domande sul futuro del partito si rincorrono: riuscirà a mettere in marcia una politica fatta di idee dove la X non diventi una maschera demagogica dietro cui nascondersi ma un contenitore effettivo di sogni e bisogni collettivi? Sarà davvero capace di riconfigurare la topologia politica mantenendo l’anonimato? O verrà soffocato dal bipartitismo imposto dalla legge elettorale spagnola, trasformandosi in uno strumento per disperdere voti?

Il dibattito è aperto, ma quale sarà l’esito di questa operazione, e se sarà davvero in grado di riaprire i giochi alle prossime elezioni è ancora tutto da vedere.


L’arte del video

Walter Paradiso

A volte succede che territori differenti per natura, per persone che vi si muovono e che guardano ad esso, s’incontrino, mostrino una certa curiosità, stabiliscano dei punti di presa. Della serie di appuntamenti, proiezioni e discussioni a cura di Valentina Valentini e Maia Giacobbe Borelli ( 6 e7 novembre), promosso dal Centro Teatro Ateneo, Sapienza, Università di Roma, presso l’Istituto Cervantes e la Real Accademia di Spagna di Roma sul programma televisivo di José Ramón Pérez Ornia El Arte del Video, realizzato per la televisione spagnola sul finire degli anni ottanta, più di tutto forse emerge proprio questo aspetto.

Stratificazioni, ribaltamenti, racconti e studi sull’immagine. Attraverso quattordici puntate il programma ricostruisce un’esperienza artistica in maniera accurata lasciando al tempo stesso anche una certa sospensione. I paesaggi del video sono percorsi dalle tracce lasciate dai tanti ospiti-artisti, attraverso un enorme lavoro di post produzione. Possiamo dire che il ciclo di queste “puntate-incontro” abbiano costituito un’esperienza unica nella storia della televisione” intelligente”. Numerose le questioni affrontate: la nascita dell’arte video, il suo rapporto con le avanguardie e la pittura, il legame con il teatro, la danza, le interferenze con la performance, con la sperimentazione musicale, e i legami forti con la musica elettronica, la distanza ma anche i punti di contatto con il cinema.

Un ragionare attraverso la sua storia in un periodo in cui non molti cominciavano a farlo: essenzialmente un programma che mette a fuoco l’arte video come incrocio con gli altri linguaggi, come serie di ritratti degli artisti più significativi, ciascuno con un’opera realizzata appositamente: Nam June Paik, Wolf Vostell, Woody e Steina Vasulka, Gary Hill, Bill Viola, Jean Paul Fargier, Zbig Rybzcynski, Jean-Luc Godard, Robert Wilson, Marina Abramovic, Stefaan Decostere, Marcel Odenbach, Rebecca Allen, Antoni Muntadas.

Non c’è solo la volontà di capire l’arte video, ma soprattutto quella di abitarne le immagini. Il dialogo tra televisione e arte video si compie all’interno del linguaggio stesso, articolando il discorso mediante le procedure compositive proprie di questa. Ogni puntata è rivolta a un tema specifico, ma tutto passa attraverso la molteplicità dei piani, la suddivisione dei quadri visivi, il trattamento del tempo, incrostando con le procedure elettroniche che più le sono proprie anche nelle vivaci interviste agli artisti e studiosi. La tecnologia, gli strumenti utilizzati dagli artisti non vengono mai citati in maniera diretta, ma coinvolti invece direttamente nella costruzione del programma stesso. La televisione entra in un orizzonte straniero e tenta di afferrarne la lingua, senza cadere nella trappola del decorativo consentita dalle strumentazioni elettroniche, che comunque all’epoca costituivano un elemento nuovo e di facile impatto per lo spettatore.

Rivedendole oggi, e a più di venti anni di distanza, questa scelta compositiva arriva in tutto il suo coraggio e intelligenza. Viene da chiederci che effetto faccia a uno spettatore che non conosce la storia del video, guardare queste opere, ascoltarne i protagonisti, le questioni sollevate. La sensazione non è quella di una parentesi che si è andata chiudendosi definitivamente da lì a poco, neanche quella di un repertorio di strategie compositive dal quale attingere. L’insieme di queste opere rappresentano un modo di pensare, riflettere, lavorare con immagini che ancora conservano un’efficacia, un legame con l’oggi, dei gradienti di novità. Nonostante i mezzi a disposizione oggi ci consentano, e spesso ci conducono forzatamente verso utilizzi esclusivi, di effettuare e di assistere a notevoli elaborazioni di immagini e suoni, resta il pensiero degli autori, che con il fare sono riusciti a piegare uno strumento già all’epoca pensato e messo in commercio per ben altri fini, e quello degli studiosi, che intercettano le strade della ricerca.

Riappropriamoci di queste esperienze! Rivedere i paesaggi dell’arte video è sicuramente uno dei modi più seri ma anche più vivaci per cogliere criticamente ciò che tende oggi ad esserci imposto come novità, e per affrancarci dalle protesi tecnologiche di cui tutti siamo coinvolti, che ne vogliamo o meno. L’interrogativo “che fine ha fatto l’arte video?”, sul quale si è focalizzato il dibattito a conclusione del ciclo di proiezioni, potrebbe produrre non tanto una risposta rassicurante, quanto stimolare a conoscere quelle pratiche che hanno trasformato il modo di comporre con le immagini in movimento e i suoni, e insieme la nostra percezione e sensibilità di spettatori, assolvendo a una funzione di riconfigurazione estetica dell’immaginario di ieri, e di una possibile guida per quello di oggi.

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post


Ludopatici

Augusto Illuminati

Sarebbero quelli ossessionati dal gioco d’azzardo, che mandano in malora le famiglie e lasciano tanti bei soldini all’Agenzia delle entrate e alla ‘ndrangheta. Vizi tollerati o alimentati dallo Stato che, in tutto il mondo, ne pretende il monopolio o almeno una forte partecipazione fiscale, deprecandone ipocritamente le vittime, così come si riserva di lucrare su alcune droghe e di proibirne altre. Un tempo la sovranità pretendeva al monopolio della violenza legittima (e illegittima), oggi ambisce al monopolio del piacere e alla perimetrazione della sua legalità. Il solito circolo di biopolitica e tanatopolitica, premura pastorale e repressione ottusa.

Mentre il ministro Balducci promuove anemiche crociate per distanziare di qualche centinaia di metri i templi del gioco dalle scuole, a Madrid sbarca trionfalmente dal Nevada Sheldon Adelson, uscito direttamente dalle pagine di Ellroy, gran finanziatore dell’estrema destra repubblicana e israeliana, che ha contrattato con i post-franchisti di Rajoy e l’amministrazione oltranzista della capitale l’installazione di EuroVegas, un complesso di 8 casinò e centinaia di alberghi e attività collaterali – un’iniezione di 250.000 posti di lavoro promessi. Che miseria, al confronto, la rete mafiosa di Bingo, bische e slot machine (autorizzate o clandestine) gettata nelle città italiane e che, almeno in un caso, è stata vittoriosamente stracciata, al romano Cinema Palazzo, non certo per merito delle autorità capitoline e di polizia.

Del resto, non è vagamente surreale vessare (con il pizzo di Stato e le marchette poliziesche) i terminali del gioco d’azzardo quando si tratta apertamente con i grossisti del ramo, negoziando (come in Spagna) la revisione dell’età minima degli utenti, i controlli sul flusso del denaro e perfino il feticcio massimo, il divieto di fumo nei locali? O giocando disinvoltamente con le destinazione d’uso dei locali, a meno che non scoppi una partecipata rivolta popolare, come appunto è accaduto a San Lorenzo intorno all’ex-cinema Palazzo...

Ma ancor più surreale se si considera che l’intero sistema bancario e finanziario, che ha generato la crisi e di cui paghiamo profumatamente i costi immettendo liquidità e tagliando stipendi e salari, è in sostanza un gigantesco tavolo verde, dove la speculazione vende allo scoperto derivati, certificati assicurativi, titoli tossici di ogni specie facendo fruttare proprio quei debiti inesigibili che i più realistici gestori di casinò si guardano bene dal non riscuotere coattivamente in tempi strettissimi. L’unica differenza è che, se il banco statisticamente vince quasi sempre, ogni tanto un giocatore individuale ce la fa, mentre nel gioco della finanza il club degli speculatori è assolutamente più chiuso. E le perdite in termini di reddito e occupazione sono assai più gravi con il finanzcapitalismo e il suo braccio governativo tecnico. I ludopatici incorreggibili non stanno davanti agli schermi del videopoker e alle macchinette, ma siedono a Wall Street, alla City, a Francoforte. E andranno curati, a suo tempo, con la dovuta energia.