Solidarietà spontanea e dissenso civile in Ungheria

Leila Kozma

Gli ungheresi non debbono essere identificati con il loro governo. Si è parlato molto delle decisioni governative con cui è stata affrontata la crisi dei rifugiati, ma non si sono raccontate le azioni dal basso compiute per combattere le circostanze disumane che i rifugiati hanno dovuto sopportare.

La maggior parte del popolo ungherese si vergogna profondamente dell’atteggiamento mentale terroristico scatenato dal governo Orban, ma non dispone di canali attraverso i quali esprimere il suo dissenso. A parte alcuni rari esempi, come la lettera aperta firmata da intellettuali ben conosciuti, per i cittadini non c’è stata la possibilità di manifestare il disgusto verso la retorica fascista che il governo ha tentato di istillare nell’opinione pubblica.

Inoltre non si è manifestata una posizione uniforme dell’opinione pubblica: un senso generale di apatia è stato prevalente negli ultimi anni. e alle due proteste che si sono svolte recentemente, una contro la crisi dei rifugiati e l’altra contro le misure legali che peggiorano gli effetti di quella crisi, hanno partecipato circa tremila persone ciascuna. Molti provano compassione, rabbia, e desiderio di aiutare, però non dispongono dei mezzi per rendere noti i loro sentimenti e le loro azioni.

Perciò molti hanno scelto di affrontare il conflitto dei cittadini contro lo stile politico dominante attraverso la creazione di piccoli gruppi auto-organizzati. Questi gruppi considerano essenziale protestare contro la disumanizzazione e contro le condizioni impossibili prodotte dalle decisioni dei gruppi dirigenti ungheresi col risultato di mettere a rischio la vita stessa dei rifugiati. Questi gruppi agiscono con l’intenzione di ristabilire la solidarietà, l’empatia e la compassione tra esseri umani. Questi gruppi sono costituiti da singolarità che pensano sia necessario prendersi cura l’uno dell’altro a prescindere dalla nazionalità, dalle identità, e dalle posizioni politiche personali.

Le azioni che compiono questi gruppi non possono avere una risonanza nazionale, non tentano di istituzionalizzare la resistenza, e queste azioni hanno carattere effimero, provvisorio e non sono necessariamente destinate a coordinarsi. Sono motivate da relazioni interpersonali e sono stimolate dall’informazione che circola sui social media. La mancanza di visibilità, l’informazione che passa da una persona all’altra, e il sospetto e la paura sono inevitabili in un periodo in cui l’azione dello stato è finalizzata a sfruttare la buona volontà dei cittadini. Recentemente è stata avanzata addirittura una proposta di legge intesa a permettere agli agenti di polizia di entrare nelle case private senza notifica e di perquisire, in caso di sospetta presenza dei migranti o di attività in loro favore.

Di seguito riportiamo alcune azioni copiate in modo spontaneo dai gruppi che ritengono che sia possibile rimanere umani e non perdere il sentimento di compassione verso altri esseri umani.

Bekefeszek è una piattaforma aperta attraverso cui dei cittadini rendono pubblica la disponibilità per qualche notte di spazi gratuiti nelle loro case. Molti nella città di Budapest offrono ospitalità e cibo in modo tale che i migranti rimasti davanti alla stazione di Keleti, senza l’informazione necessaria per sapere se potranno continuare il viaggio, si possano riposare, possano mangiare un pasto caldo e possano trovare temporanea ospitalità. Questo lavoro diventa estremamente importante se pensiamo agli attacchi e alle condizioni meteorologiche cui i rifugiati sono stati esposti.

Un’applicazione telefonica chiamata InfoAid ha la finalità di distribuire le ultime notizie e di tradurre l’informazione fornita ai rifugiati. Questa applicazione raccoglie informazioni sugli orari dei treni e degli autobus, e aiuta la gente in fuga a trovare un temporaneo rifugio. Dato che i campi allestiti lungo le frontiere ungheresi sono gestiti dalle autorità ungheresi e l’ungherese è la sola lingua parlata nei campi e dalla polizia, questo servizio ha un carattere essenziale. Il rifiuto dei burocrati di parlare in un linguaggio comprensibile da tutti è stata la principale causa di manipolazione nelle settimane passate.

Vestiti, cibo, medicine e altre donazioni sono state fornite da due organizzazioni di solidarietà, MigSzol e MigrationAid . Quanto al trasporto è diventata abitudine di molti individui comprare biglietti ferroviari e consegnarli ai rifugiati, e organizzare servizi automobilistici col rischio di essere accusati di partecipare a un traffico illegale di esseri umani.

Dottori e studenti di medicina si sono messi a disposizione per aiutare. Le farmacie hanno fornito i loro materiali per migliorare le condizioni igieniche generalmente piuttosto cattive. La Telecom ungherese ha fornito gratuitamente internet per tutti quelli che soggiornavano davanti alla stazione ferroviaria Keleti.

Altri hanno organizzato delle azioni di animazione creativa, proiezioni cinematografiche, lezioni di disegno, programmi di infermeria per rendere più tollerabili le condizioni di ira dei rifugiati.

In Ungheria la popolazione è arrabbiata con il governo. Molti non riescono a capire perché le condizioni umane fondamentali debbono essere violate, e perché si possa venir accusati come criminali per aver fornito aiuto ad altri esseri umani.

Per fornire aiuto si sono dovuti creare piccoli gruppi di base e la finalità principale è stata quella di ridurre gli effetti dannosi che il governo ha provocato con le sue scelte e i suoi temporeggiamenti.

Non si deve sottacere il ruolo svolto dai civili. Senza di loro la crisi dei rifugiati sarebbe stata ancora più intollerabile. E’ grazie agli aiuti volontari, al lavoro volontario di dottori farmacisti, cuochi, autisti, traduttori, grazie ai contributi anonimi della popolazione, che i rifugiati hanno potuto per qualche momento avere la sensazione di essere un po’ più a casa loro.

alfadomenica dicembre #1

DEMICHELIS SU RODOTÀ – REBECCHI su MONTANI – VERNAGLIONE su FOUCAULT – SEMAFORO di MT Carbone – RICETTA di Capatti *

LA SOLIDARIETÀ È UN'ARMA
Lelio Demichelis

La solidarietà non solo è parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo è motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria.
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SULL'INTERATTIVITÀ. CONVERSAZIONE CON PIETRO MONTANI
a cura di Marie Rebecchi

Una conversazione di Marie Rebecchi con Pietro Montani intorno ai temi del suo nuovo libro Tecnologie della sensibilità (Cortina, 2014): Centrale nel tuo discorso non è più lo statuto intermediale dell’immaginazione, ma quello interattivo. Per comprendere l’impatto delle tecnologie digitali sulla nostra sensibilità e sulle nostre percezioni occorre dunque indagare nuovi paradigmi quali la rete, la «realtà aumentata» e le «tecnologie indossabili»?
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MICHEL FOUCAULT. LA CRITICA COME EREDITÀ
Paolo B. Vernaglione

Che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato di Foucault, intorno a Foucault, ad opera di Foucault? E cosa si può tentare oggi per realizzare spazi permanenti di libertà? Sono alcune delle questioni intorno alle quali si svolgerà il convegno Foucault in Italia (Bologna, 11 dicembre 2014). Qui anticipiamo un estratto della relazione presentata da Paolo B. Vernaglione:  Una politica delle forme di vita, spazi che sono eterotopie, luoghi del fuori in cui avviene la libertà; un divenire nella temperie oltreumana del gioco e dell'arte in cui solo possiamo farci liberi produttori.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Guerra e: Brindisi - Bugie - Cantastorie - Divorzio - Esperienze - Filo spinato - Moda - soldati - Trincee.
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RICETTA di Alberto Capatti

Frittata: Ci sono tanti modi di suggerire una ricetta senza prenderne veramente la responsabilità. Ne illustro uno cominciando da La cuoca di famiglia pubblicata a Venezia e Trieste da Coen nel 1876.
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GENERAZIONE Y _ POESIA ITALIANA ULTIMA: Vi ricordiamo inoltre l'appuntamento di oggi al MAXXI. Una no stop (ore 11-19) con la giovane poesia italiana. 

 

La solidarietà è un’arma

Lelio Demichelis

Se la società non esiste, come insegnava Margaret Thatcher, ebbene dobbiamo riconoscere tristemente che questo suo aberrante credo ideologico è oggi la forma normale, normata e normalizzante delle nostre società neoliberiste, globalizzate, in rete. Se la società non esiste (o meglio: non deve esistere, perché devono esistere solo gli individui e al massimo la famiglia, tradotti però in soggetti economici), ebbene quella pedagogia de-socializzante, a-socializzante e separante è penetrata nella carne viva e nella mente di milioni di persone in tutto il mondo, è la loro way of life. E se non esiste la società (e la socialità) non esiste nemmeno la solidarietà e viceversa: perché la solidarietà, il condividere (ma non nel senso conformistico e sistemico indotto dalla rete) e l’essere in-comune sono il presupposto e insieme l’essenza della società e dell’individuo.

Una pedagogia neoliberista ancora oggi fortissima ed egemone, nonostante la crisi che ha prodotto (o proprio per questo), se Matteo Renzi può dire che gli ‘eroi’ di oggi sono gli imprenditori, invitando conseguentemente ciascuno ad essere non ‘se stesso’ (pratica da antichi greci, da rottamare), ma ‘imprenditore di se stesso’, traduzione economicistica e capitalistica del ‘conoscere se stessi’ come mero capitale umano o come merce e non come persona, non come soggetto capace di soggettivazione e di individuazione, ma appunto imprenditore, puro soggetto economico, purissimo homo oeconomicus assoggettato al mercato e alle sue logiche che hanno appunto cancellato la solidarietà in nome della competitività e della produttività e della divisione del lavoro.

E gli imprenditori, ovviamente – come figura sociologica - non sono solidali né hanno spirito di solidarietà. Tranne pochissimi (Olivetti, su tutti), gli altri sono stati al più paternalisti, che è pratica diversa dalla solidarietà e oggi sono paternalisti ancora (il welfare aziendale non come solidarietà ma tattica di integrazione alla logica di impresa per accrescere la produttività dei dipendenti) o elemosinieri alla Bill Gates. Mentre gli 80 euro di Renzi non sono solidarietà ma elemosina di stato, replicando di fatto il ‘conservatorismo compassionevole’ di Bush del 2001. Certo, la solidarietà non è morta del tutto. Scorre sotto traccia, carsicamente, a volte riemerge. Ma spesso si confonde con qualche raccolta di fondi via internet per qualche buona causa, resta cosa da parrocchie, ma non riesce a ri-diventare valore politico.

E invece la solidarietà non solo era parte strutturante del vivere insieme e in-comune, non solo era motore della storia (la coscienza di classe era anche una solidarietà di classe), ma è una utopia ancora essenziale, imprescindibile. E Stefano Rodotà lo ricorda con questo suo ultimo, splendido saggio che scorre tra diritto/diritti, società/individuo, economia/politica, proprietà privata/beni comuni e intitolato: Solidarietà, con sottotitolo ancor più programmatico: Un’utopia necessaria. Soprattutto in questa Europa ottusamente neoliberista e nichilista, che ha rimosso la sua bellissima Carta dei diritti (nel cui Preambolo si pone la ‘persona’ al centro dell’azione dell’Unione, intrecciando solidarietà e cittadinanza) in nome del solo diritto (della norma) economica, giungendo persino (Mario Draghi) a certificare la ‘morte dello stato sociale’. Necessaria, invece, la solidarietà (e la Costituzione ne è luogo fondamentale e altrettanto programmatico) come tutte le utopie. E bisognerebbe davvero rivalutare questa necessità dell’utopia politica, bussola e insieme pro-getto individuale e sociale; quel bisogno di utopia che solo permette di passare – Bauman – dalla critica del presente alla consapevolezza di potercela fare, insieme, a cambiare le cose - e senza questa consapevolezza si resta solo chiusi in una critica fine a se stessa che sfocia, come ora, nel populismo o nel rancore o nella rassegnazione.

Era una parola importante e fondativa, la solidarietà. Oggi è diventata, Rodotà, “una parola proscritta. Di essa infatti ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo, capovolgendola nel suo opposto. Non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto, appunto di solidarietà”. Ma “la ragione che consente di andare oltre queste ostilità risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco e così permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si coniuga con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni”. Solidarietà, dunque, vs capitalismo. E democrazia vs capitalismo. La questione è antica. La democratizzazione del capitalismo nei ‘gloriosi trent’anni’ è durata poco, e appena gli è stato possibile il capitalismo ha ripreso la sua ‘vocazione’ anti-democratica, smontando pezzo a pezzo ciò che era stato faticosamente costruito. Il nodo da sciogliere è tutto qui.

E dunque e purtroppo non bastano i molti riferimenti alla solidarietà e i molti atti di solidarietà per rimuovere l’egemonia neoliberista ed egoista. Non basta forse neppure ritornare al fatto che la solidarietà abbia oggi anche lo statuto di norma giuridica, che quindi “deve essere presa sul serio”. Oggi vale piuttosto – come indicativo dello ‘spirito del tempo’ - quanto compiuto da Napoleone nel suo proclama del 18 brumaio (ricordato da Rodotà), presentandosi ai francesi come il difensore di ‘libertà, fraternità e proprietà’, per cui la fraternità scompariva già dall’orizzonte politico “sopraffatta dal primato della proprietà, diritto ad escludere gli altri dal godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini che attraverso la fraternità si intende stabilire. In quel momento, il diritto non è più fraterno e si imbatte nella durezza del nudo potere proprietario. (…) E quella scomparsa renderà più deboli pure libertà e uguaglianza”.

Eppure, quando nel Novecento si vorrà cercare di porre limiti alla proprietà lo si farà appunto richiamando il principio della solidarietà. E facendo agire lo stato come soggetto attivo e attivante. Solidarietà dunque strutturalmente “irriducibile alla logica di mercato” ma (ancora Rodotà) diversa dalla carità, dall’assistenzialismo. Vicina invece al ‘prendersi cura’ (“a condizione però di intenderlo come parte integrante di una strategia istituzionale complessiva e non come un rinnovato affidarsi a benevolenza e generosità”), e all’idea di reddito minimo garantito, per rendere effettivo il ‘diritto all’esistenza’. Ma come ‘produrre solidarietà’ (per di più in uno spazio divenuto globale), se la logica del mondo è solo quella economica e della sua norma che supera in potenza e normatività ogni legge e ogni principio etico e morale e costituzionale? Se la Carta dei diritti dell’Europa è stata poi così facilmente rimossa e messa sotto il tappeto da un’Europa dei mercati felicissima (nostra amara considerazione) di avere prodotto un deficit non solo di democrazia ma anche di propria legittimazione (nel vuoto della politica i mercati sono liberi di fare ciò che vogliono e di occupare ogni spazio)? Produrre solidarietà “non è a costo zero”, scrive Rodotà - ma è anche vero che i diritti non devono essere valutati in termini di costo economico.

E allora, la politica: che deve ritrovare il senso oggi perduto nella difesa e nella promozione dei diritti, in nome dei principi a cui dovrebbe essere invece vincolata. Praticare la solidarietà è difficile, conclude Rodotà. Oggi è difficile persino pensarla. Ma è ancor più necessario farlo, sapendo che la solidarietà deve essere insieme ‘politica, economica e sociale’. Non una retorica vuota di contenuto, dunque, ma “un principio costitutivo di una società umana e democratica, che sa individuare i principi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare”.

Stefano Rodotà
Solidarietà
Un’utopia necessaria
Laterza (2014), pp. 141
€ 14.00

La solidarietà è un’arma

Roberto Ciccarelli

Sandra, giovane operaia sposata con due figli, si lascia convincere da suo marito Manu e dalla sua amica e compagna di lavoro Juliette a fare un giro tra gli altri salariati della società per cui lavora. In due giorni e una notte, il week-end in cui i salariati si riposano, deve convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro a testa per conservare il suo posto di lavoro.

Per il lunedì successivo, il padrone ha concesso un nuovo referendum tra i lavoratori, dato che il caporeparto è riuscito a convincerli che Sandra non è più adatta al lavoro dopo la depressione che l'ha costretta a restare a casa. Ma il manager non ha mai detto una cosa simile. Invece di indagare e licenziare il caporeparto, interessato a guadagnare mille euro in più al mese, quest'uomo concede agli operai di votare di nuovo. Svogliato e indifferente, mentre è al volante di un macchinone formato-famiglia diretto verso il suo week-end, il manager spinge Sandra a giocare al Grande Fratello. Per evitare di perdere il suo lavoro, a tutelare la sua dignità ferita dalla depressione e mantenere anche con il suo salario una casa a due piani, Sandra deve convincere tutti gli altri candidati all'espulsione dalla Casa (l'impresa) a rinunciare al bonus e a farla restare con loro per continuare il gioco del lavoro salariato. La roulette funziona così: oggi tocca a lei, domani a me, spararsi un colpo in testa.

La storia è quella raccontata da Sidney Lumet in La parola ai giurati. Come Henry Fonda anche Marion Cotillard - che interpreta Sandra in Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne -  ha 72 ore per convincere i giurati a emettere una giusta sentenza. Se l'affresco umanista di Lumet veniva messo in scena a porte chiuse, il dramma della crudeltà al tempo del grande Fratello rappresenta Sandra che si sposta tra una casa e l'altra per ottenere la maggioranza di nove su sedici a suo favore.

Come in Rosetta, anche in questo film dei fratelli Dardenne la misura è la camminata. L'andare a zonzo, direbbe Deleuze, un movimento finalizzato all'incontro. Con i suoi colleghi Sandra non ha mai parlato veramente se non adesso. E scopre così le passioni fondamentali della classe operaia diventata ceto medio, quello che di essa è rimasto e che di solito si cerca di difendere: cupidigia, necessità di mantenere una figlia all'università, il desiderio di costruire in giardino un muretto a secco accanto ai nani e alle sdraio, dare una veste dignitosa alla miseria, alla vita di una coppia o in quella di un padre e un figlio (che picchierà il padre perché vuole votare per Sandra, facendogli perdere mille euro per lucidare la sua macchina sportiva). La contraddizione è lancinante.

Sandra corre, prende il bus, ingurgita pillole e calmanti, cerca di suicidarsi, si addormenta all'improvviso e si sveglia di soprassalto mentre si fa trascinare in macchina dal marito (Fabrizio Rongione) che la invita a reagire e a non farsi sommergere dalla depressione ("Io sono niente" gli dice). Un orologio perfetto di micromovimenti che si sviluppano in piani sequenza. La narrazione consiste nella ricerca spasmodica del voto che si traduce in un girare intorno, ma non a vuoto. Sandra è sospesa tra la richiesta di una carità e la difesa della sua dignità. Piange. È la suspense del gioco crudele che è stata costretta ad accettare. Dietro di lei, l'occhio del padrone che valuta la sua capacità di essere all'altezza della prova.

La camminata è la misura del prendere coscienza. Del contenere la violenza sul corpo e dentro il corpo. La camminata è anche la forma soggettiva per ricreare il filo di una solidarietà umana e vivere nel mondo dove la lotta di classe la fanno i padroni, non gli operai con la casa a due piani, la macchina da 15 mila euro e il mutuo da pagare. L'azione serve a collegare i punti della città con il ritmo dei passi di chi è alla ricerca di qualcosa. Restituisce fisicamente l'immagine della frammentazione della classe. Rappresenta la fatica, soprattutto psichica, che serve per trovare la forza di chiedere qualcosa di inaudito: la solidarietà.

Il film non è un documentario, un saggio dialettico, un affresco sociologico al tempo del Jobs Act. Mette in scena una nascita: Sandra capisce che è contro se stessa, e quindi contro la classe operaia e i suoi padroni, che deve agire per ottenere la sua dignità. Il tema è: la solidarietà è un'arma. Quest'arma dev'essere usata. Verso chi e contro cosa?

Contro i mariti violenti. La scena, risolutiva, è la ribellione di una compagna di lavoro contro il compagno che la picchia e vuole impedirle di votare a favore di Sandra. Per lui mille euro sono fondamentali per costruire quel maledetto muro nel giardino accanto ai nanetti. La compagna di lavoro lascia il marito, chiede ospitalità a Sandra e Manu, voterà per lei e insieme ricomincerà a vivere, libera. Una decisione potente che cambia la storia di Sandra. Nella sua vulnerabilità scopre una capacità di produrre una libertà negli altri.

La solidarietà può essere anche esercitata con i colleghi precari. La decisione di Sandra è sconvolgente. La votazione finisce con un pareggio: otto a otto. Lei è licenziata. Ma il padrone cambia le regole della casa del Grande Fratello e fa ricominciare la roulette: lei verrà riassunta dopo due mesi di cassa integrazione, e lui non rinnoverà il contratto a termine del collega africano che ha votato per lei, anche se non avrebbe dovuto farlo. "Ma che fa - chiede Sandra - Adesso licenzia lui?". "No - gli risponde il manager - non gli rinnovo il contratto".

La solidarietà è un piccolo gesto all'origine di infiniti altri gesti che permettono di creare una potenza fuori dalle norme acquisite o interiorizzate. Norme imposte per proteggere la miseria morale e materiale. Un atto sconsiderato, assoluto, inconcepibile nell'epoca della paura sociale. Così facendo Sandra varca una soglia, vince se stessa, attraversa le macerie della sua classe sociale per vivere nell'invisibile. Forte di non avere ceduto al ricatto, troverà milioni di persone come lei. C'è dunque un modo per non essere cancellati, per non essere ridotti all'invisibilità. Praticare il rifiuto, spezzare le appartenenze, nominare la solidarietà. Sandra chiama Manu al cellulare. È radiosa, potente: "Ci siamo battuti bene. Adesso ricomincio". E continua a camminare sulla strada sgombra.