Antoine Volodine, il coraggio dopo la disfatta

Barbara Julieta Bellini

Tutte le guerre sono finite e perse. La rivoluzione mondiale è fallita. Il mondo è ridotto a una rovina calda e collosa, dove i giorni si susseguono sempre uguali a se stessi. Nel centro, a Ulang-Ulan, gli «eterni vincitori» sono isolati dall’«oceano di miseria» che sommerge i perdenti, ovunque, dopo il crollo di ogni utopia. Ogni tanto dei terroristi, appartenenti a gruppi di cui nessuno conosce «né il nome né il programma», organizzano attentati «contro i tronfi miliardari», senza sperare di cambiare alcunché.

Siamo in un futuro indefinito, ma non troppo lontano; forse in Asia, ma poco importa dove di preciso. Antoine Volodine c’immerge, col suo romanzo Sogni di Mevlidò, in una distopia degna di Philip K. Dick. Ma questo misterioso autore francese, di cui Volodine è solo lo pseudonimo più noto e neppure l’anno di nascita è certo, non vuole essere incasellato in categorie altrui: sarebbero sprecati i rinvii alla fantascienza o al realismo magico, dal momento che l’autore si è inventato un genere tutto per sé, il post-esotismo. Accettiamo dunque questa richiesta d’individualità e vediamo cosa rende unico il suo romanzo, pubblicato in Francia più di dieci anni fa.

La trama, se ridotta ai minimi termini, è semplice: Mevlidò è un poliziotto infiltrato in un quartiere malfamato, Pollaio Quattro, ma simpatizza coi reietti che dovrebbe sorvegliare; spesso fatica a distinguere i sogni dalla realtà ed è ossessionato da visioni legate a traumi del passato, in particolare all’assassinio della compagna Verena Becker; vive con Maleeya Bayarlag, una donna sull’orlo della follia, pure traumatizzata dalla perdita del compagno e a cui lo lega un «patto di reciproco affetto». Questa storia, stipata di elementi assurdi (abbondano i polli mutanti, gli attentati alla luna e i corvi parlanti), assume un nuovo significato a partire dalla parte terza, quando si scopre che Mevlidò, in realtà, è stato inviato in missione dagli Organi, entità superiore e preoccupata dal destino di quella «detestabile genia che aveva sistematicamente tradito tutte le speranze riposte in essa». Mevlidò dovrà raccogliere informazioni per capire come l’uomo è arrivato a tanta barbarie e «come fare a indurre una fine un po’ più serena per l’umanità»: perciò si mescolerà agli «ominidi», diventerà uno di loro, soffrirà la loro sorte lasciandosi guidare sia dalle sue confuse visioni, che gli rammentano l’addestramento degli Organi, sia dall’amore sofferto per Verena. Lasciamo ai lettori la curiosità di seguirlo nel suo percorso, avvertendoli che sarà tenebroso e li porterà lungo vicoli fetenti e pericolosi, tra cadaveri, scarafaggi e vecchie bolsceviche.

Sogni di Mevlidò, a questo punto sarà chiaro, è un libro completamente fuori: tutto, al suo interno, serve a depistare il lettore. A partire dall’intreccio, che imbroglia realtà, sogni e visioni del protagonista in un testo volutamente ambiguo e pieno di contraddizioni; passando dall’istanza narrante, un osservatore onnisciente che sembra spiare Mevlidò così da vicino da confondersi con lui, e oscilla tra la terza persona, l’io, il noi e persino il tu e il voi; fino allo stile a dir poco insolito, carico di ripetizioni, neologismi, elenchi puntati e frasi troncate.

Sogni di Mevlidò, poi, è un libro bello, e lo è in tutti i sensi. Materiale, anzitutto: chapeau a Silvana Amato, responsabile del progetto grafico, per aver creato un volume che rende onore al testo, con disegni che richiamano il surreale di Max Ernst e titoli che sfuggono all’impaginazione; l’editore italiano ha saputo dare all’oggetto-libro molto più carattere della sobria Seuil parigina. Ma il libro è bello soprattutto perché Volodine ha saputo armonizzare il suo «umorismo del disastro», che ricorda l’humour grottesco dei romanzi pulp, a pagine di autentica poesia, magari in forma di elenco, come nella straziante preghiera di Maleeya al suo amato Yasar. Ed è bello, infine, perché lo straniamento costante a cui è sottoposto il lettore lo costringe ad acuire lo sguardo e interrogare il testo: chi è quella mudang coreana? Perché è imperativo «non entrare in contatto con i ragni»? In che cosa consiste la «morale proletaria» da non tradire a nessun costo?

Per individuare i numerosi enigmi che il romanzo ci propone, e per cercare di trovarvi qualche soluzione, Sogni di Mevlidò è un libro che vale la pena leggere. La stravaganza della storia c’invita a cercarvi un senso, ma il suo oggetto è sfuggevole, come sempre lo è la materia dei sogni. L’unica presenza costante è quella dei vinti, dei morti, degli Untermenschen di cui Mevlidò è l’eroe mediocre; e la peculiarità di questi personaggi senza speranza è che, malgrado la loro condizione, non smettono mai di lottare: Mevlidò insegue oltre la Bolgia il ricordo della donna che ama, la sciamana Linda Siew cerca imperturbabile il contatto con i morti, e la seducente attentatrice Sonia Wolguelane continua a far fuori i potenti per infondere negli altri «il coraggio che ci era venuto a mancare dopo la disfatta».

Certo, nell’universo di Mevlidò questa lotta non serve più a niente; e nel nostro? Un tipo ben riconoscibile anche da noi è proprio Wolguelane, descritta come «uno dei tanti individui dal sesso intercambiabile, disoccupati o meno, che spuntano fuori da un cantiere o da un ghetto, con in testa un po’ di musica, un po’ di miseria e, in mezzo a un guazzabuglio di idee vaghissime, la richiesta di farla finita il prima possibile con ogni cosa». A questo personaggio secondario il narratore attribuisce un fascino irresistibile, non tanto per proporre una terrorista come exemplum – nemmeno Volodine oserebbe tanto –, bensì per ricordare al lettore il senso e il valore della lotta, prima che la lotta diventi davvero un gesto inutile.

Ecco, forse, una chiave di lettura del romanzo. In oltre quattrocento pagine di violenza e desolazione, scopriamo il futuro del mondo dopo «la vittoria definitiva della barbarie», quando ogni morale si svuota e ormai «fare giustizia non ha alcun senso, però va fatta». Ma se il bizzarro universo di Mevlidò non corrisponde al nostro, se non siamo circondati da civette-tucanidi e se, per ora, gli uomini non sono stati rimpiazzati da «specie più promettenti e robuste, come gli aracnidi», allora la lotta di chi non è ancora stato sconfitto definitivamente potrebbe continuare ad avere uno scopo, e la morale un significato. Per cosa lottare esattamente, Volodine non ce lo dice; si limita a opporre i vincitori ai perdenti, a tifare per questi ultimi e, accennando a dei non meglio specificati valori proletari, ad accendere, o riaccendere, una certa voglia di rivoluzione. Al lettore spetta valutare se esiste qualche morale per cui una rivoluzione, nel nostro universo, potrebbe valere la pena.

Antoine Volodine
Sogni di Mevlidò
traduzione di Anna D'Elia

66thand2nd, 2019, pp. €