Avatar

Paolo Fabbri

“Ed ecco a voi, cari spettatori, il nuovo leader democratico” (applausi). Dal gratta e vinci delle primarie del PD, emerge un nuovo Avatar, un'immagine scelta da milioni di elettori per rappresentarli in comunità politiche virtuali o attuali, luoghi di aggregazione, discussione o di giochi on- e off-line. Il trionfatore del match di ritorno della Coppa del Segretario è homo politicus che vuole “scardinare il sistema” e homo festivus: “da domani ci divertiamo insieme”.

Emerge dal mediascape con tratti espressivi che sono difficili da appurare oggi che i confronti di idee diventano duelli d’immagine con sondaggi a carico, le opposizioni compassate di programmi sono sostituite da comparsate con rissa e i grandi racconti e raccontini della politica si sciolgono in gossip. I media amano le cerimonie, i tonfi delle mancate elezioni e i trionfi di quelle riuscite. Ma è diffusa sensazione che quest’ultimo Avatar sia un nec plus ultrà della società dello spettacolo, un estremista centromediale che si muove come un pesce nel suo liquido campo da gioco.

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.

Si vale però di un genere discorsivo vintage che si distacca dalla diaspora mentale e linguistica della rete: il Comizio Catodico (CoCa). Anche se miniaturizzato - il CoCa sostituisce alla nobile eloquenza la vivace parlantina - il verbo comiziale ha le sue qualità: non facilita le interruzioni, sostituisce al conformismo dei ruoli la civetteria dell’improvvisazione, permette battute da oratorio e ha un retrogusto politichese - ma senza retropensieri, averne oggi è una colpa! Il CoCa di Avatar è ri-generazionale: vuol far corrispondere il “digital divide” con quello dell’età.

Forse i vecchi sono la nuova “altra metà del cielo” - quello del tramonto, che ha le sue albe e i pomeriggi -, ma per lui sono etichette impagliate, fossili ambulanti, handicappati con anacronismo congenito, guardiani di cimiteri ideologici. Inadatti alla norma del “tu” generalizzato e a figurare nelle metafore favorite del discorso liquidatore: il divertimento, dove il fatto è faceto: lo sport dove l’Avatar gioca anche fuori campo con la fascia di capitano; i concorsi di bellezza politica – “giovinezza primavera di bellezza?”. Nel suo dettame al rottame, il CoCa può sorvolare su alcuni dettagli grammaticali come l’uso dell’impersonale (tutto è noi ed io, niente funzioni e cognomi, solo nomi propri) e l’elisione dei complementi oggetto e d’agente.

I verbi feticcio: il Fare, il Cambiare, Riformare, (cosa, chi e con chi?, dove? quanto? e quando? ecc.?). diventano intransitivi e poi si convertono in sostantivi – il governo del Fare! Alle proposte drammatiche si preferiscono le performance autistiche: una miopia sintattica, rafforzata dallo zoom, che permette di fare un giro intorno a se stessi. Dalla rappresentanza politica al presenzialismo televisivo, con meno protocollo e più effetti speciali; relax politico e contrazione fotogenica.

Per il resto, finito il vecchio civismo della disobbedienza, e arruolati, in luogo degli intellettuali critici, gli spin doctors della circolazione di idee fisse, l’esistente si accetta senza valore aggiunto, le esigue contese facilitano le strette intese e nel vuoto delle convinzioni è facile si praticare la tolleranza e pronunciare solecismi. Il semiologo avanzerebbe qualche riserva sullo storno dei fondi simbolici.

In un testo che la scrive lunga, “De Gasperi e gli U2” si asseriva che i giovani Avatar, tediati dalle diatribe sui valori democratici, prendono la bandiera rossa per un significante della Ferrari e l’Internazionale non come inno, ma come squadra.(Aggiungiamo: Il corporativismo come un disturbo del tatuaggio e la Leopolda per la fidata cagnetta di Leotopolino!). Per questo l’Avatar non sbandiera insegne del PD e scrive slogan con Italia al rovescio (AILATI), obbligando il lettore non mancino, a partire da destra. E tutto in tipografia Gentona, Svizzera, sprovvista di grazie e nota per il suo carattere neuro, normale e flessibile.

Dove collocare questa istanza mutante nel sistema del trasformismo italiano? Non è lo Statista, ma neppure il suo opposto, il Guitto e neppure un Tecnocrate col suo antagonista il Demagogo. Mentre i demagoghi sono già diventati guitti (Bossi) e guitti demagoghi (Grillo), i tecnocrati tentano invano di trasformarsi in demagoghi (Monti) e i guitti in statisti (il caimano). Ci aspettiamo tecnocrate guitto (il concorrente sondaggista), lo statista che danza e fa cucina, ecc.

Dal garrulo Avatar, che esiste digitalmente, senza consistere, che non ha credenze ma solo opinioni, si possono temere combinazioni inaudite. Insomma l’epoca è opaca e il progresso retrogrado; aspettavamo la rivoluzione ed ecco la re-involuzione, il grado zero della volontà politica. Dovremo rassegnarci? O cogliere un’occasione. L’overdose della telepresenza, ci costrringe a rivedere la lettura situazionista della società dello spettacolo (1967).

Siamo ormai certi che l’analisi critica non basterà, come sperava Debord, per ritrovare la realtà alienata e negata nel visibilio, nella falsa coscienza da superare nell’autenticità sociale e personale. Bisogna installarsi in queste istanze di mediazione di cui non conosciamo i dispositivi emergenti e le operazioni. Basta che l’autocritica in corso nei media e in politica non ci tolga l’unico diritto intellettuale: non credere agli Avatar: neanche una parola, neppure un’immagine.

 

luce in macchina

enrico ghezzi

Ha un qualcosa di esotico, sentir parlare di cinema angeloguglielmi, o leggere della sua pratica filmica contaminata tra produzione distribuzione promozione e infine sempre in qualche modo ricentrata entro il cono d’ombra televisivo. E esotico, antichissimo e moderno infatti, appare lo stupore scherzoso con cui racconta un aneddoto che subito si fa apologo: la troupe televisiva della RAI mandata a realizzare un reportage sul set del dirompente spoglio bellissimo Francesco della Cavani (inventato da guglielmi per la stessa RAI), si rivela più grossa numerosa opulenta di quella del film stesso.

Fin troppo reverente rispetto all’aura del cinema «bigger than life», il funzionario televisivo si riscopre e mette «qui» a disposizione quasi mezzo secolo della sua vita professionale tra tv e cinema, ridicendola per noi come un piccolo grande rosario di accadimenti fatali, un crogiolo di scritture incrociate in un baluginìo di titoli e di epifanie appena accennate, profumate di oscar e delle essenze ambigue del successo, il curiosissimo e napoleonico guglielmi avanza mascherato da intellettuale puro duro impaziente, ma di impazienza e curiosità insieme illuministe e compunte, di trasognato piccoloprincipe che nella trasparenza del deserto notturno partecipa a riunioni aziendali e sa bene della necessità di optare – potendo disporre di un budget – per le scelte impossibili.

Non so quanto sia davvero appassionato di cinema, angeloguglielmi. Certo è appassionato dal cinema, e non di rado telefona per sapere cosa mi è parso degli ultimi film che ha visto (come fa(ceva) mia mamma con quelli che non ha visto). Ma per quanto non rinunci a schizzare paragoni tra le arti (ovvero tra i linguaggi), accennando qua e là alla chimera dello «specifico filmico» (troppo naturalmente, il montaggio?) il grande critico letterario impaziente trasogna il giocolavoro del cinema, dal cui godimento traspare lo sgomento del giocatore di fronte al gioco delle immagini, con le quali si vince sempre e sempre si perde, nello stesso gesto.

Più volte, in ufficio o correndo i corridoi e la loro estensione aerea romamilano, negli anni della sua Terza Rete (1987/1995) avemmo o ci demmo l’occasione di parlare di questo, da posizioni distantissime o di vicinanza fulminea, col cinema quale pietra di paragone scisssa spaccata tra evidenza del vedersi e più o meno misteriosa invisibilità semplice della banalità tecnica che lo permette. Alla fine (??) credo ci si fosse tacitamente e insieme pubblicamente trovati d’accordo sulla necessità terribile di fare capolavori o null’altro da parte di qualunque scrittore o scrivente nell’oggi del presente eternamente rinviato, quasi schiacciato dalla capacità filmica di registrare automaticamente il teatro del mondo e il suo doppio assente. Del resto, il cinema richiede lo stesso (e più) ai suoi addetti cineasti autori dispersi, quella sorte di eroismo ottuso che è dei più grandi, un’ottusità competitiva con la qualità più assoluta: il fatto che qualcosa (anche solo un’ombra del nulla) venga comunque filmato.

Vagamente scettico sul cinema in tv, e peraltro irritato se non sbigottito dal marchio di «anticinematografico» (basta vedere la lista dei film cui ha messo mano, dai primi della Cavani e dal bizzarro esperimento medievale di Malerba-Guerra-Indovina Tre nel mille con un carmelobene doppiato (!!) per esaurimento del budget, al magnifico Cristoforo Colombo di cottafavi, e a Il gabbiano di bellocchio, oltre che all’indicazione di bertolucci e di fellini per quelli che saranno Strategia del ragno e Prova d’orchestra) che lo marchia per lo scarso peso della programmazione filmica nel palinsesto della sua RaiTre, guglielmi mi chiese di occuparmi del palinsesto per la quale fino a allora avevo curato con selvaggeria ossessiva proprio le proposte di cicli di film tra l’ipercinefilo e il classico, culminate in effetti nel programma-palinsesto di 40 ore non-stop (a finedicembre 1985) inghiottite dal grandecinema di tutti i tempi, La magnifica ossessione, per i novant’anni dalla prima proiezione Lumière.

Mostrando quindi di apprezzare proprio la forma ultrafilmica di un programma che poteva essere considerato un pianosequenza dentro un labirinto filmico di quasi due giorni o un mosaico ipermontato a frammenti, dove qualunque film diventava a sua volta lo stacco o la scheggia di un collegamento in diretta con la testa dello spettatore cinedesiderante e desiderato dal cinema.

Ma questa è storia – impossibile perché troppo affollata di «testi/testimoni» (immagini), troppo ricca e fangosa – irraggiungibile e sempre più non verificabile e ingiudicabile da quel 28 dicembre 1895 in cui il cinema uscì dalla fabbrica e si fermò in stazione. Si potrebbe dire che guglielmi condivideva con me (che avevo avuto diecianni più o meno nel 1963 della sua avanguardia) proprio l’ossessività del cinema stesso, macchina semplice che complica e rende misteriose le immagini-fotogramma facendole trascorrere e ripetere a diverse velocità, in una sovrimpressione spazialmentale che le muta in corpi/protesi.

Troverete le le tracce di tale ossessione in questo libro, che presto abbandona i fantasmi suggestivi di robertolonghi e le sottigliezze delle differenze tra generi e tra metageneri (gli proporrei per esempio il confronto tra la «lunghezza» del testofilmico più tipico – il lungometraggio – e le serie e miniserie che risultano invece dannatamente troppo «corte» non riuscendo a mimare la vita e le vite nella loro durata, se mai facendo apparire la vita «nostra» un cortometraggio incompiuto) per chiudersi, dopo il racconto dei due mandati (tra il 1995 e i primi anni Duemila) come presidente dell’IstitutoLuce, in un mirabile e malinconico sbriciolarsi di titoli cifre lettere rendiconti elenchi che inseguono e suggellano lo svanire di molte illusioni e intenzioni

Secondo una percezione del cinema fatalmente «esatta» e scolpita nello s p a z i o e non nel tempo, mediante la quale condurre l’assalto al ruolo retrogrado pluridecennale di distribuzione e esercizio, provando a ignorare e oltrepassare la «lentezza» costituita della produzioni (me lo ricordo scorato dalla prospettiva di non poter dare impulso a un’idea di cinema ma di doversi limitare a curare il girarsi o il completarsi di tanti progetti e film approvati da anni) lanciando dal quasi nulla un circuito parallelo e perfino realizzando un sogno di livello europeo nelle due sfortunate edizioni (1998-2000) de Il Grande Cinema, rassegna di proiezioni in copie nuove a roma milano e in qualche altra città di più di ottanta film (americani soprattutto; e italiani, e europei) scelti tra i più «belli» della seconda parte della storia del cinema (proposta generosa e intempestiva, comunque memorabile anche se utopistica nell’intento di trapiantare di colpo in un paese drammaticamente in ritardo rispetto a francia e gran bretagna ma anche a germania e spagna, l’attenzione e il gusto di un cinema meno affidato allo sfruttamento del mercato più brutalmente immediato; guglielmi ricorda di aver avuto il suggerimento da walterveltroni: credo si possa perdonare molto al sereno nichilismo veltroniano, più ancora che per questo abbozzo di iperfestival postmoderno, per la candidatura calda di guglielmi a direttore della Terza Rete).

Io, così contorto e infantile da osservare che l’elenco dei film del Grande Cinema permette al libro di chiudersi con Viaggio in Italia di rossellini, posso ringraziare l’autore di avermi menzionato (a proposito dei film aiutati e cofinanziati dalla nostra rete) quale sponsor del primo film di mariomartone; ma proprio nei giorni di quella segnalazione, di cui mi compiaccio benché non credo sia stata decisiva, guglielmi fu ancor più asimmetrico generoso fiducioso e autonomo, assicurando un contributo sostanzioso per la sonorizzazione di uno dei primi intensi film di pasqualescimeca, Un sogno perso, e comprando (per una cifra tre o quattro volte superiore a quella che riuscivo di solito a destinare un film del genere) lo stupendo La morte di Empedocle. Fortissima fu poi la sua empatia per il cinematelevisione di Cinico tv (di ciprì-maresco), dal primo momento in cui ne vide un tre minuti occhieggiare e bruciarci gli occhi dal mio monitor, e lo stesso accadde con Tetsuo di tsukamoto: cos’è questo capolavoro che stai vedendo? Bello vero? – l’ho strapremiato al festival di fantascienza a roma, ma non riesco a trovare i diritti, il critico giapponese cui ho chiesto il telefono e il fax del regista mi deve aver dato numeri sbagliati, ho capito che ha odiato il film e me… – tu compralo, facciamo come con le riviste, tu dichiari che la RAI pagherà i diritti a chi si farà vivo, intanto lo mandiamo in onda, ti copro io non ti preoccupare.

(La sera del giorno in cui la nomina al Luce fu ufficiale, guglielmi mi telefonò, senza illusioni ma eccitato. Volevo pensare a una sala romana dove proiettare un cinema tutto «mio», eccentrico fuoriorario? Pensando al pubblico ma secondo il mio girar di testa; mi misi subito a scrivere una pagina su come avrei voluto far girare la testa al pubblico. Dopo tre o quattro anni, ancora continuava l’odissea nello spazio, a conferma dello spazio come dimensione estetico-politico assolutamente cinematogafica e filmica; piccoli film del centro, sedicenti in affitto in locali pubblici, in mora o insolventi da decenni, venivano ricuperati (da chi non ne aveva mai fatto nulla se non lasciarli degradare) versando qualcosa all’ultima ora possibile per bloccare stabili o appartamenti; altri esercenti e gestori puntavano chiaramente a approfittare in vario modo di nuovi «flussi» di spettatori eventuali, con rari fiori all’occhiello ma senza alcuna intenzione di una programmazione innovativa. Il cinema Trevi, affascinante resto tra i ruderi sotterranei della zona, chiuse quasi subito i cantieri per giusta decisione della sovrintendenza; solo dopo diversi anni di lavoro (ma il progetto era già tramontato) è diventato un sublime incanto archeologico in cui ogni volta che si apre il sipario sulla vista dei resti da cui spessi vetri ci separano sentiamo alitare gli occhi degli sguardi ultramillenari che sfiorano i nostri scivolando verso quelli che soffian via dallo schermo).

E voglio rassicurare angelo. Il film che pochi giorni dopo mi chiese di inventarmi al volo per sbloccare due o tre centinaia di milioni di lire altrimenti a rischio di perdersi senza esser stati spesi, si farà. Si, lo finirò, cioè lo farò, prima o poi, nel prima di poi o nel poi di prima. Luce in macchina: un assemblaggio di almeno tre ore di sguardi in macchina, da quelli dei divi del muto a quelli televisivi dei boss che agganciano e ancorano il pubblico al loro «a me gli occhi», agli scugnizzi napoletani che attraversano di sguardi l’automobile del re o della regina, per schiantrsi morbidi sulle palpebre meccaniche invisibili che ancora non conoscono. Un gatto a nizza che si guarda guardare dal genio di jeanvigo. Occhi che non guardano mai il «noi» che fu(mmo) davanti a loro, né qualcosa o qualcuno «oltre», probabilmente. Forse il nulla denso e trasparente che sta nel mezzo, l’unico spazio di cui si nutre il cinema, occhio di tutti proteso – dagli angeli, o dal diavolo probabilmente, il lucifero la cui luce tecnica sembra intercettare e amare e riunire tutti e tutti nella protesi dello sguardo.

Infine. Quindici giorni fa a un tavolo di ristorante. Angelo parla del libro con alcuni amici.

Viene fuori il nome di fellini, che sembrò a un certo punto davvero interessato a fare un qualcosa per RaiTre. Guglielmi, mentre si dispiace di aver dimenticato l’episodio – avrebbe chiuso benissimo il libro – pare ricordarsi che fosse il seguito di un Bloc notes di un cineasta. Altri ricordano proposte – una con i giapponesi – bizzarre e arzigogolate, poco plausibili.

Io di colpo mi ricordo, anche se forse non ero presente all’incontro che ricordo vividamente. I giapponesi erano nel film, ma non come produttori. Si trattava di una spedizione giapponese in antartide, alla ricerca di qualcosa di strano non visto ma in vari modi avvertito: un suono, un’ombra immensa senza corpo, una violenta spinta dell’aria. Si ascoltava rapiti dalla sua voce di miele. Qualcuno cominciò a immaginare lo studio 5 di cinecittà bardato da polosud. Si interruppe: «veramente’, questa volta sarebbe meglio girare metà film nella location reale, al Polo...»

Nessuno rise, poi fellini uscì stringendo mani, serio ma sgravato dal dover pensare a un film. Anche noi sollevati dall’esser stati presi magistralmente in giro. Ora si sarebbe messa in moto – se la cosa fosse scaturita da un presente non troppo inventato – una rapida «causerie» vertiginosa con angelo, uno di quei giri scoppiettanti o già scoppiati: «ma tu cosa hai capito? Io nulla!»

Oggi ci sarebbe venuto in mente quentintarantino, il più colossalmente maestro tra i registi nuovi e quindi già vecchi. O Savinio. Ma cosa vuoi capire, importante è non capire, o capire senza aver capito? E il cinema… Pensa se al polo si trovasse una specie di Invenzione di Morel ghiacciata, forse già in procinto di sciogliersi… prendiamo un gelato, non voglio che la mia memoria si mostri, frittatella flaccida. Gelato di cervello per tutti!

Si riproduce – per gentile concessione dell’autore e dell’editore – la prefazione al volume appena pubblicato di Angelo Guglielmi, Cinema televisione cinema. L’ultima volta dell’Istituto Luce (Bompiani, 153 pp., € 11,00).

 

Tempi reali

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni or sono navigando in rete mi sono imbattuto, sul sito del Corriere della sera, in una simulazione informatica dell’aumento in tempo reale della popolazione mondiale. Sul piano grafico questo programma si presenta come un planisfero terrestre continuamente solcato da minuscole finestre, che si aprono e si chiudono istantaneamente, recanti il nome di un luogo e l’annuncio di una nascita o di una morte; sopra il planisfero campeggia il numero totale degli abitanti del pianeta in perenne aggiornamento. Si tratta di una tecnologia messa a punto da alcune istituzioni, statunitensi credo, nell’intento di sensibilizzare il pubblico sui rischi connessi con l’aumento demografico.

L’effetto che ha avuto su di me tale programma è stato vagamente ipnotico, per esprimermi in maniera forbita, o, per dirla più semplicemente, sono stato a fissarlo come uno stoccafisso, come mi capitava talvolta nell’adolescenza osservando partite di flipper giocate da gente più brava di me. Ritornato in me, la memoria colta mi ha sostenuto sotto forma di due reminiscenze. La prima, abbastanza scontata, relativa a quei film catastrofisti in cui a un certo punto c’è sempre la scena che si svolge nella sala controllo del Pentagono e in cui appare il planisfero del mondo illuminato da puntini rossi in movimento che rappresentano i missili nucleari nemici che stanno per piombare su città inermi.

La seconda invece era relativa al prologo di Nonluoghi, il noto libro di Marc Augé, nel quale l’autore descrive la partenza standard dall’aeroporto di Parigi di un uomo d’affari standard verso l’estremo oriente per un viaggio d’affari. In quest’ultimo caso ho però attribuito a questo personaggio, nel mio ricordo, l’azione di guardare dal finestrino al decollo Parigi illuminata di notte, che in verità nel testo non c’è.

Se il primo dei due ricordi è banalmente difensivo di fronte all’angoscia procuratami dalla visione inglobando in un immaginario fantascientifico e dunque fittizio questa simulazione fin troppo reale, meno evidente è il secondo. In effetti non c’è un collegamento diretto tra l’inizio di un viaggio che si concluderà in un posto del tutto simile a quella in cui comincia e la planimetria del mondo, tant’è vero che la mia memoria ha dovuto creativamente aggiungere un’azione, quella di guardare dal finestrino il mondo con le sue luci, per trovarlo, attingendo ad altri ricordi.

In realtà un’analogia tra queste due cose esiste ed è quella che entrambe rappresentano una perdita: quella della storia attraverso il territorio nei non luoghi, quella dell’eccezionalità della nascita e della morte nella simulazione in tempi reali. Non si tratta in questo caso della percezione scioccante di un pericolo imprevisto, perché il fatto che la morte e la nascita non siano fatti eccezionali era un’informazione già in mio possesso, come del resto quelle relative ai rischi dell’incremento demografico. La differenza è dovuta al fatto che questo programma annuncia nascite e morti perfettamente generiche con le modalità che si riservano a nascite e morti che per noi significano qualcosa (l’ora, il luogo ecc.). Esse vengono però anche rappresentate secondo ritmi incalzanti che trascendono quelli dell’esperienza individuale.

Questo programma non produce una migliore conoscenza del problema, non informa in maniera più immediata di un saggio di duecento pagine (o anche di un articolo di due) nel quali siano discussi rischi e prospettive del problema, si limita a evocare la sua presenza colpendo l’emotività dello spettatore. Questa emotività si dibatte tra senso d’impotenza per l’impossibilità di fare qualcosa e smarrimento per la riduzione di un vissuto eccezionale nell’esperienza del singolo a standard collettivo.

L’effetto angosciante che produce non è casuale, ma voluto, e sembra suggerire che nel nostro tempo sia molto diffuso il principio per cui non è possibile comunicare qualcosa efficacemente senza spaventare qualcuno. L’adrenalina dell’emotività dura poco, tuttavia, e una volta passata lascia spazio a una tabula rasa pronta per essere riempita da una nuova emozione. E questo stato di cose non è il prodotto di una congiura delle élite transnazionali, ma più prosaicamente l’ovvia conseguenza di una cultura che ha perso qualsiasi fiducia nella discussione politica, cioè razionale, dei problemi.

L’orrore

Christian Caliandro

Noi siamo gente di cuore”. “Non li avevano visti”. "Siamo brava gente". Certo. Hanno dovuto incendiare una coperta – la scintilla che ha appiccato il fuoco a tutta la nave – perché sembrava loro impossibile che i pescherecci non li avessero visto. E volevano farsi vedere. Non sapevano forse che le nostre leggi impongono l’arresto di chi soccorre i migranti. I “clandestini”. La stessa clandestinità è un reato, in base alle nostre leggi attuali: come se la disperazione fosse un reato, la povertà fosse un reato, la disgrazia e il dolore fossero altrettanti reati.

Ora, tutti dicono che “è una vergogna” - e lo è, effettivamente. Questa visione orrorifica è abbacinante nella sua capacità istantanea e irremissibile di cancellare, azzerare ogni teatrino e ogni tentazione di spettacolarizzazione “all’italiana”.

Eppure, la finzione l’apparenza l’illusione l’indifferenza sono sempre lì, in agguato dietro l’angolo. Dopo. Dopo il trauma. Dopo il pianto e lo sconcerto e lo sbigottimento dei soccorritori; dopo l’indignazione esemplare e la condanna senza scampo del sindaco di Lampedusa: “adesso devono venire tutti qui, a vedere l’orrore con i loro occhi”.

I cadaveri allineati a centinaia in un hangar; il mare coperto di braccia alzate, descritte dai pescatori sotto shock; le urla che da lontano sembrano di gabbiani, e solo in seguito si rivelano umane; la ripresa “tecnologica” della telecamera che inquadra dall’alto lo specchio blu cobalto, e quella formina bianchiccia al centro ripiegata è un uomo; quello stesso specchio trasformato da anni in un cimitero immenso.

Se ci pensiamo bene, la questione del “guardare con i propri occhi” è centrale nell’Italia contemporanea, e nella sua comprensione. Lampedusa, insieme a tutti i numerosissimi CIE, a L’Aquila, a Taranto, alla Val di Susa, è una delle “zone distopiche” che costellano l’Italia. Zone e spazi e aree e territori, cioè, in cui la natura distopica del presente italiano si rivela in tutta la sua potenza inumana – e perciò stesso caratterizzate da un’interdizione, dalla proibizione. Dalla rimozione. Dall’esclusione sostanziale dallo sguardo collettivo.

Zone Rosse. Zone, dunque, contraddistinte da un’impossibilità di esperienza diretta, ma anche di percezione. L’unica possibilità di fruizione è quella iper-mediata, predisposta e offerta dal dispositivo informativo nazionale secondo le sue condizioni, i suoi limiti, i suoi strumenti e il suo linguaggio – non altri. Per noi è quasi impossibile “guardare con i nostri occhi”, attingere i luoghi in cui lo spazio-tempo oscuro e feroce che è divenuto il “Belpaese” si condensa e si libera di ogni orpello, di qualunque artificio, di tutte le finzioni e gli abbellimenti.

I luoghi più disagevoli, più marginali, più difficili, più aspri e più ingiusti del Paese sono anche quelli dove si dispiega la realtà, dove la realtà inabitabile che ci appartiene è presente al grado più estremo e nudo. Occorre dunque rivolgere a noi stessi l’appello del sindaco, andare a Lampedusa e ovunque a “guardare con i nostri occhi”, anche e soprattutto se questa visione è dolorosa, traumatica, insostenibile: “se chiudi gli occhi davanti a qualcosa di spaventoso, finirai per avere sempre paura” (David Peace). Occorre innanzitutto riappropriarci del nostro sguardo sulla realtà – del quale siamo stati espropriati, naturalmente con la nostra attiva e fattiva collaborazione – e riappropriarci così della nostra umanità.

La mediazione non ci salverà, né ci preserverà: perché è proprio la mediazione (con tutto ciò che ne consegue e ne discende) la principale responsabile di questa devastazione.

The Bling Ring: il lusso è un diritto. Per tutti

Augusto Illuminati e Tania Rispoli

Live fast, die young
Bad girls do it well
M.I.A., Bad girls

Prendi cinque adolescenti di Los Angeles che vivono su facebook, che la scuola la frequentano di striscio e guardano ammirate le trash-star della collina di Hollywood, perfetti concentrati del vissuto apparente. Prendi una colonna sonora da urlo, popolata dall'hip-hop ultraritmato della Banks, M.I.A. e Kayne West, con le novità sperimentali di Reitzell-Lopatin (Reitzell è autore anche in questa occasione dell’intera colona sonora del film – come in The Virgin Suicides, Lost in Translation e Marie Antoinette); prendi tutti i vestiti e i gioielli che possono possedere Paris Hilton e Lindsay Lohan. E ora… pensa a cosa faresti tu, se entrassi nelle loro case.

Rovesciamo – anche contro le intenzioni della regista, Sofia Coppola – la prospettiva secondo la quale The Bling Ring è un film sugli adolescenti. Sappiamo che nella società dello spettacolo diffuso l’opposizione fra giovani e adulti è un falso, perché tutta la dinamica capitalistica è in sé “giovane”, cioè fondata sull’incessante innovazione sostitutiva. Ecco allora adolescenti di famiglie borghesi americane che inseguono i loro modelli patinati, che raccolgono svariate migliaia di dollari in oggetti Chanel o Gucci, prelevati dalle case (puntualmente aperte!) dei vip per poi scattarsi selfies e farne subito l’upload sui social. E non ci sorprendiamo neppure se l’unico maschietto protagonista si fa trascinare da quel gruppetto di ragazzine che ha idee molto più chiare di lui o della madre di Rebecca che riempie le figlie di Ritalin e mantra new age.

Assumiamo pure che sia al di là del bene e del male la domanda della capobanda Rachel Lee, la cui unica preoccupazione durante l’interrogatorio pressante da parte della polizia è: «what did Linsday say?». Ma proviamo a pensare The Bling Ring – il cui titolo gioca sul doppio senso dell’anello appariscente e della banda dell’appariscente – non solo come una critica feroce al lusso, ma come una rivendicazione del diritto al lusso. Il vuoto che traccia i contorni del pieno (tutti i film di Sofia sono racconti zen).

E così, scartando le recensioni in media moralistiche e vagando invece su twitter, si scopre che il film è anche d’ispirazione e che: «#blingring mi ha messo voglia di rubare», oppure «anch’io voglio entrare a casa di Paris Hilton» e ancora «la mia vita così: #blingring», perché lì non solo viene mostrato come l’economia finanziaria reifichi il diritto alla felicità, ma si indica, si segnala, si visualizza, nel turbinio frenetico delle rapine nei maxi appartamenti di lusso dell’1% della popolazione mondiale, la smisurata sproporzione.

Guardiamo solo al passato, ché ciò che prefigura il nostro presente potrebbe travolgerci. Anche Janis Joplin a fine Sixties sognava una TV a colori, una notte in città e una Mercedes Benz, seguendo un claim già ampiamente presente in momenti molto più rivoluzionari e insanguinati della storia transoceanica dei neri (Watts, 1965). Allora il film ispira perché prende fin troppo alla lettera il messaggio della società dello spettacolo – Debord l’aveva notato proprio in occasione di Watts – e del must reaganiano e neoliberista “arricchitevi”.

Non siamo ancora fuori dal circolo del possesso e dello scambio – il gruppetto della Coppola oltre a indossare tutta la refurtiva, sistematicamente rivende (a due spicci) borse e orologi – ma si indica una tendenza in cui la circolazione non funziona girando in tondo, ma seguendo le nervature di un rizoma e che, quando si fa fenomeno di massa, restituisce all’uso e all’accesso tutta la dimensione comune immateriale e materiale.

Che poi anche la distinzione tra beni primari e non forse non sussiste, viene detto già da un po’: non parliamo solo di scarpe a tacco 12, ma della sfera protesico-informazionale cui rinviano i nostri schermi. È così che la lotta contro l’evasione e per la riduzione del lusso nei luoghi pubblici e privati, se ridotta ad austerità, rivela tutto il suo deficit simbolico, l’impraticabilità politica. Sarebbe non solo più cool ma notevolmente più efficace godere un po’ tutti, anche del lusso...

Nota stilistica finale. I più accorti l’hanno riconosciuto: il film ignora il moralismo e descrive in superficie, senza spessore drammatico, tanto meno figurale. “Poesia ingenua” degli Antichi in senso schilleriano, dove tutto sta in luce e in primo piano, senza ombre, contrasti e secondi sensi, descrizione che si abbandona alla vita, come nel realismo medio omerico, per dirla con Auerbach.

Coppola figlia si riconferma ben lontana dalla “poesia sentimentale” e dal realismo creaturale del padre e più in generale della narrazione di epoca industrialista e fordista. Ci aggiriamo in un universo dominato dalla finanza, dove si è compiuto il passaggio debordiano dall’avere all’apparire, l’epidermico esprime perfettamente l’anatomia profonda e tutto evapora: crimini, sentimenti, desideri. Tutto tranne la moneta, che non è elettronica, ma sono bigliettoni verdi contanti in scatole sotto il letto, oggettistica bling, scarpe innumeri e deliziose, qualche gemma, rolex...

Stile perfetto per i “figli del secolo”, ovvero (come in ogni secolo) per la frangia superficialmente trasgressiva, incosciente e onirica di una generazione. La Coppola decifra benissimo i sogni degli adolescenti dal XVIII al XXI secolo, coglie nei vizi dell’élite mediatica il riflesso delle pulsioni dei precari e dei diseredati o meglio lascia che lo spettatore lo colga – senza giurare sulle sue intenzioni, ripetiamo. Solo che ci piace un sacco.

La nostra distopia culturale/3

Christian Caliandro

Il sistema di valori che orienta le scelte di un’intera società è una struttura. Immateriale. Questa struttura immateriale sostiene la distopia realizzata che è l’Italia presente.

La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Così, l’ideologia perfetta, l’ideologia più potente è quella che dichiara da un certo punto in poi la morte di tutte le ideologie, e che non esistono più ideologie. Quel “punto” coincide con la sua, completa, affermazione: non esistono più le altre ideologie; tutte le altre ideologie sono morte. (Insepolte).

Un uomo corpulento alla guida di una grossa auto è impaziente, perché tre passanti stanno attraversando la strada; l’uomo ha una sessantina d’anni e un’auto grossa, abbastanza potente, e non deve andare da nessuna parte – ma è aggressivo, impaziente, insolente e volgare. Noi tre abbiamo tra i trenta e i trentasette anni. Dentro e dietro quella faccia, l’ideologia più potente, l’unica esistente negli ultimi trenta (o trecento?) anni, è pienamente in azione: l’egoismo; il distacco dalla realtà; l’esclusione dell’altro e dei suoi bisogni dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self-control e la più grande disciplina - e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia.

È l’egoismo di chi si pensa costantemente su un palcoscenico, o dentro un reality: gli altri sono semplicemente comprimari dello spettacolo: e quindi i pedoni devono aspettare, anche se sono sulle strisce. È l’egoismo di chi ha rimosso la nozione stessa di comunità, o non l’ha mai conosciuta e valutata in quanto tale: gli altri sono indistinti come fantasmi, fattori intercambiabili della scena o accessori di una location.

“Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è ‘individualista’ (…) Ma questo ‘individualismo’ è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici ‘regolari’) significa forse non essere ‘partigiani’, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo ‘splendido isolamento’ del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico ‘moderni’, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si ‘preferiscono’ forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo ‘malavita’, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte” (Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, in Quaderni del carcere, 1929-‘35).

E dentro di noi? In noi tre, tra i trenta e i trentasette anni, quale ideologia sta emergendo, sta prendendo corpo, si sta formando elaborando strutturando? Un’ideologia opposta, che sconfigge questa potenza morente, già morta, in via di esaurimento? Oppure semplicemente il suo triste prolungamento, la sua fase terminale, la sua essicazione? Per ora, c’è solo il disprezzo inarticolato nei confronti di quest’uomo nell’auto grigia. Qualcosa vorrà pur dire.

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La nostra distopia culturale/1
La nostra distopia culturale/2

La nostra distopia culturale

Christian Caliandro

La differenza principale tra questo momento storico e il secondo dopoguerra è che la maggior parte degli italiani, oggi, sembrano preda di una specie di malattia spirituale: sono tristi, avviliti, non rabbiosi; sono inerti, frustrati e quasi totalmente negativi. Sono passivi. È la malattia morale della passività il problema centrale, l’incazzatura senza oggetto perché l’oggetto è dentro di sé.

Il nostro è un Paese stanco, ma non stanco della propria irresponsabilità: dopo che intere generazioni hanno generato un disastro, e hanno lasciato che le condizioni per il disastro si generassero, ci tocca adesso anche l’oltraggio di contemplarle mentre continuano tristemente a negare ogni evidenza. A sprofondare nella finzione; a cercare questa finzione, disperatamente. “Ma che volete da noi, noi non c’entriamo, non siamo stati noi; non è mica colpa nostra se tutto questo sta avvenendo, se tutto questo è avvenuto: sono i politici, è il ‘sistema’, noi siamo brava gente”: l’eterna italianità si ripropone. Con l’indispensabile e immancabile corollario “genitoriale”: “Ma come, vi abbiamo dato tutto!

È questa la natura distopica del presente italiano, come lo stiamo (ri)conoscendo. La potete verificare, in fondo, praticamente in ogni situazione pubblica – meglio ancora se di carattere culturale. Un evento culturale-tipo: sul palco, individui 50-60enni sentenziano su problemi epocali che loro stessi hanno contribuito a creare e sproloquiano di argomenti che generalmente conoscono pochissimo, su cui hanno al massimo un’infarinatura obsoleta e un livello di informazione rudimentale e scadente (i social network; il futuro dell’editoria; lo stato del romanzo; il degrado del patrimonio culturale; il coma del cinema italiano; l’erosione dei diritti; l’antipolitica e la fuga dalla politica; la “piaga” del precariato…).

Gli individui 50-60enni sono ammirati dal pubblico, laggiù, composto da spettatori-consumatori quasi sempre della stessa età. Sullo sfondo, nelle posizioni meno visibili, più oscure e degradanti, i giovani 20-30enni fanno funzionare la macchina: sono i “macchinisti” e i “fuochisti” che mandano avanti la baracca, che fanno tutto ciò che serve a mettere in piedi i “megaeventi-culturali-con-protagonisti-e-pubblico-adorante” (e ne hanno le competenze, faticosamente acquisite e destinate con ogni probabilità a rimanere sottoimpiegate: progettazione, organizzazione, elaborazione dei contenuti, comunicazione).

In mezzo e attorno e dentro a questo spettacolo, il buco nero, il pozzo profondo in cui l’Italia intera è precipitata più o meno trent’anni fa: un pozzo fatto di rappresentazioni spettrali percezione alterata della realtà finzionalità avvelenata dissociazione identitaria distacco dalla vita. Nella costruzione di questa bolla distopica che chiamiamo Italia contemporanea, l’immaginario collettivo ha cominciato ad assomigliare sempre di più al percolato: come il percolato è un “liquido che trae prevalentemente origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi” (Wikipedia), ciò che resta dell’immaginario cola dai rifiuti e dalle scorie e dagli avanzi marciti della culturale nazionale - tv, altri media, cinema, libri e ‘libroidi’, ecc. – e si innesta nei cervelli di tutte le età. Determinando la comprensione dell’esistente.

Come scriveva Curzio Malaparte al suo ritorno dalla devastazione europea, incredulo di fronte all’ostinazione dei nobili e dei gerarchi nel negare ciò che avevano sotto gli occhi: “‘Nulla è cambiato in Italia, non è vero?’ mi domandò Paola. ‘Oh, tutto è cambiato,’ dissi ‘è incredibile come tutto è cambiato’. Paola disse: ‘È strano, io non me ne accorgo’. Guardava verso la porta, e a un tratto esclamò: ‘Ecco Galeazzo! Lo trovi cambiato anche lui?’. Io risposi: ‘Anche Galeazzo è cambiato. Tutti sono cambiati. Tutti aspettano con terrore il gran Koppȃroth, il Kaputt, il gran Gatto’. ‘Che cosa?’ esclamò Paola spalancando gli occhi” (Kaputt, Adelphi, 2009, pp. 400-401).

P. S. Vale sempre la pena ricordare che “precariato” viene da prece: il precario è cioè colui che è costretto a supplicare per ottenere ciò che sarebbe suo di diritto.