Sono tutti agenti doppi!

Francesco Mangiapane

C’era una volta una blogosfera frastagliata e complessa, roba che al solo immaginarne la forma ne sarebbe uscito un incubo: essere catapultati, come Alice nel paese delle meraviglie, dentro un quadro di Kandinskij ritoccato, però, da Barabási. Era il tempo della Blog Generation e di Technorati, dei nickname e delle blogstar maitre-à-penser, il tempo dell’informazione reticolare e connessa, dei blog in grado di abbattere i vetusti pachidermi della vecchia editoria cartacea e off-line. Oggi che tutto questo è finito, che la parola blog è sempre meno associata a quella di generazione, che la rete, mettendoci nome e cognome, si è trasferita su facebook, che i grandi quotidiani hanno trovato la via del riscatto su internet e i giornalisti sono blogger di successo, oggi che pure il più democristiano dei leader politici ha il suo blog, cosa si può dire dei blog? Leggi tutto "Sono tutti agenti doppi!"

I tre movimenti di facebook

[Osservatorio Network (1)]

Martina Federico

Dalla realtà a facebook

Guardando The social network, il film di David Fincher, si ha la strana sensazione che potrebbe durare un tempo imprecisato; e quando poi finisce sembra che accada solo per convenzione e comodità. La sua è una fine di fortuna, casuale: un punto a un certo punto. Pur essendo strutturato come un film di finzione, pare avere la consistenza di qualcosa di reale. Ciò accade perché facebook è presente e attuale come un’ombra umana. Prende i desideri (in potenza) dall’attuale vita off-facebook (che non hanno fine mai) e li rende possibili nella vita on-facebook. Leggi tutto "I tre movimenti di facebook"

Il flop del Grande Fratello

Alessandra Corbetta

Da poche settimane il Grande Fratello è tornato a far capolino nelle nostre case. In attesa di vedere come andrà quest’ultima edizione, sebbene i dati in termini di ascolti siano già tutt’altro che confortanti, potrebbe essere curioso e utile indagare le cause alla base del flop della dodicesima edizione e, più in generale, le ragioni che hanno portato il reality in questione dall’essere punta di diamante del palinsesto Mediaset a programma necessitante di chiusura anticipata.

Si è trattato solo di un cambiamento delle preferenze televisive del pubblico italiano? Oppure il flop è dipeso da un’erronea scelta del cast, come sostenne il vicepresidente di Mediaset per spiegare la chiusura precoce della porta rossa? O, forse, esistono implicazioni più profonde alla base di questo avvenimento?

Si tenga conto che già la categoria ‘reality’, in cui il GF viene fatto rientrare, ci conduce in una dimensione altra rispetto a quella di un qualsiasi show televisivo. Da una parte, infatti, si annuncia allo spettatore che ciò che andrà a vedere è qualcosa di reale, inteso come qualcosa che normalmente accade nella vita quotidiana; in secondo luogo la realtà, nel senso di affermazione e prova d’esistenza, è tale solo laddove è possibile vederla, toccarla, per così dire, con mano; dunque, il reality è reale perché c’è, si vede e reali sono i suoi concorrenti poiché ci sono e sono monitorabili, in continuazione.

Da queste due congetture, come da due rigagnoli d’acqua non ben definiti e dal corso tortuoso, discende il fiume conclusivo per cui il reality è la vetrina della nostra realtà sociale, un frammento veritiero di un universo ben più ampio che però, tra le mura di una casa, trova una rappresentazione ottimale. Da qui l’espressione usata e abusata di reality come specchio della realtà: il patto che il reality ci porta a fare è quello di credere che ciò che andremo a vedere e sul quale ci viene addirittura lasciato un potere decisionale, è uno spaccato, seppur piccolo, di quello che siamo portati a pensare sia la normalità vissuta tra le mura domestiche.

Come in un contratto ingannevole però, dove le clausole più importanti sono scritte con caratteri microscopici, al momento della stipulazione del contratto tra società e reality, non viene fatta menzione, sebbene sia da considerarsi parte integrante della posta in gioco, che i concorrenti vengono selezionati sulla base di certi requisiti, di un’idea iniziale degli autori che vogliono far emergere un aspetto piuttosto che un altro e che le vicissitudini a cui daranno vita i protagonisti seguiranno, in verità, un fil rouge già tracciato.

Eppure, tale meccanismo ha funzionato perfettamente per diversi anni. Vedere persone recluse dentro una casa svolgere azioni apparentemente abituali, poterle seguire su varie piattaforme e con tempistiche differenti e poter incidere sul loro percorso di gioco è parso, per varie edizioni, qualcosa di stupefacente e accattivante.

In un mondo scosso da avvenimenti troppo grandi e disastrosi per poterne reggere l’impatto, mondo finito anch’esso, per intero, sotto le macerie universali delle Twin Towers, il GF diventa un modo, innanzitutto, per distogliere lo sguardo da se stessi e da una storia che intanto si scrive da sola; e guardare un po’ gli altri, quegli altri però simili a noi, come per avere la conferma che poi, in fondo, la barca è la stessa e che il mare non è così tempestoso. In un orologio che inizia a scandire sempre più velocemente i suoi rintocchi, il GF acquieta i ritmi, rilassa, conforta; la sua strettamente codificata naturalezza piace, le sue telecamere soddisfano quell’innato senso di curiosità tipico dell’uomo, la sua popolarità lo trasforma in un nuovo argomento di conversazione sul quale tutti, come per le condizioni meteorologiche, possono dire la loro.

Dietro alla simpatia per l’uno o l’altro personaggio è più facile esprimere se stessi, raccontarsi, prendere posizione perché in prima fila non ci siamo noi ma i reclusi; con il televoto facciamo valere la nostra opinione perché lì ci è dato farlo; con il pensiero torniamo a sperare che anche se siamo persone normali, il sogno di gloria possa ancora avverarsi. A distanza di dieci anni siamo ancora noi, ancora alle prese con la nostra realtà; una realtà nella quale abbiamo ancora lo stesso bisogno di capire chi siamo, di definire la nostra identità, di guardare fuori per vederci dentro, di osservare gli altri per scoprire noi stessi; una realtà che non trova più, però, risposte soddisfacenti nel GF ma prova a cercarle altrove, in Facebook e nei Social Network in primis.

Del resto, e rubo gli interrogativi a Farci, “nel momento in cui aggiorniamo su Facebook la nostra situazione sentimentale, raccontiamo in terza persona le nostre esperienze quotidiane alla cerchia degli amici che ci leggono, o aderiamo ad una gruppo di discussione che ha come oggetto una emozione o uno stato d’animo, siamo davvero così diversi dal personaggio di un reality che esterna le proprie emozioni oggettivate come merci in vetrina dentro la stanza di un confessionale?

Non scorre, forse, al fondo di quella medesima ansia da confessione che caratterizza piattaforme espressive come reality show e social network, lo stesso vocabolario sentimentale, quella stessa strategia di gestione pubblica dei sentimenti che sta trasformando il nostro io in un fatto pubblico ed emotivo?” Se la risposta alle domande iniziali appare ormai evidente, lasciamo a queste finali il tempo per rifletterci sopra ancora un poco.

 

Amazon, un altro grande errore a sinistra?

Franco La Cecla

Nel numero del 17 Febbraio del New Yorker c'è un articolo di 14 pagine su Amazon. Un attacco ben mirato e documentatissimo al colosso delle vendite online e al suo comportamento nei confronti dell'editoria e degli autori. Ne vien fuori un ritratto spietato. Sull'onda della democrazia dei libri e dei diritti dei consumatori, Amazon ha monopolizzato un settore di cui per altro le interessa ben poco, visto che fa i suoi maggiori profitti in altri prodotti dai pannolini agli accessori per la casa alle macchine fotografiche e quasi tutto si può trovare in un grande magazzino.

Nonostante la minima percentuale dei profitti in libri la sua strategia è stata quella di strangolare con condizioni capestro grandi e piccoli editori, di ridurre alla fame e alla chiusura migliaia di librerie, e di abbassare il compenso generale degli autori a una miseranda propina. In più l'algoritmo di Amazon ha sostituito ai critici e agli esperti di libri semplici maccanismi di marketing,fino a ridurre il libro a un prodotto come i pannolini. Nessun problema di contenuto. Perfino qualdo ha cercato di sostituirsi agli editori diventando editore, Amazon ha prodotto libri di scarsissimo contenuto culturale e per altro fallimentari nelle vendite.

Nell'articolo questa strategia è testimoniata da moltisime dichiarazioni ufficiali da parte dei dirigenti di Amazon, nelle quali dicono di voler spazzare via gli editori e le loro logiche antiquate. Ovviamente per il bene dei cittadini e dei consumatori. La stessa solfa di Google che ha distrutto l'industria musicale e portato alla fame centinaia di migliaia di musicisti con la scusa dell'open source e dell'accesso libero alla musica. iTunes non è stato da meno.

Il risultato è che nel populismo e nell'anarchismo capitalista dei nerd che dirigono i social network, essi si comportano come agenti di una dogana che fa il pizzo su contenuti prodotti da altri. Facendo finta di fare un favore alla democrazia. Come se la democrazia non fosse invece permettere di sopravvivere agli artisti, ai musicisti e agli scrittori, ai librai, a quelli che fanno cd, alle orchestre. Ai creativi e in genere a coloro che la cultura la producono e non la riciclano solamente. È interessante che dal centro dell'impero finalmente arrivi lo svelamento della vera natura di alcuni social network.