Politica e social network

Giacomo Pisani

I social network hanno svolto, a ben guardare, un ruolo di primo piano nella campagna elettorale legata alle primarie del centro-sinistra. Basti pensare all’esplosione delle parodie avvenuta attorno allo slogan del Presidente della Puglia, “Oppure Vendola”, o a quelle altrettanto dissacranti sorte attorno ai motti di Renzi. Ma il fenomeno dell’amplificazione mediatica ha raggiunto dimensioni poderose nel caso del gruppo “Marxisti per Tabacci”, divenuto talmente famoso da meritarsi una citazione dal vincitore Bersani, proprio in occasione del discorso di ringraziamento all’elettorato.

Il punto fondamentale è che i social network forniscono le possibilità di espressione più adatte alla diversione e all’irrequietezza che caratterizzano il nostro tempo. Anche nel caso delle elezioni, l’istantaneità degli slogan, l’immediatezza dei “post”, costituiscono il mezzo ideale per comunicare, senza impegnarsi troppo, senza mettersi in discussione. E questo emerge anche nei contenuti. La neutralità dei temi veicolati permette agli utenti di non impegnarsi in questioni che richiedono prese di posizioni, analisi, giustificazioni. Il tutto si esaurisce nell’ironia - neanche troppo ragionata - di uno slogan, in possibilità fugaci, che permettono di affermare di esserci, senza affondare i colpi.

I social network divengono allora un modo di stare al mondo. È nota la triade che Heidegger pone alla base dell’esistenza inautentica e non genuina: la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco. Si tratta di modalità di esistenza caratterizzate dalla distrazione, dall’irrequietezza, che si esauriscono nell’attimo senza prolungarsi in progetti a lungo termine. Che si determinano quindi in possibilità neutre, indifferenti rispetto all’identità soggettiva, che resta invece quasi in sospeso. Certo, il discorso si fa qui complicato, perché forse uno dei motivi per cui la chiacchiera diviene una delle modalità principali di esistenza è il fatto che l’identità spesso non trova vie per esprimersi.

Le vie di accesso alla cittadinanza sono precluse, soprattutto alle giovani generazioni, a cui il lavoro è negato, e con questo ogni possibilità di progettarsi in un futuro a lungo termine. È per questo che la certezza resta legata al presente, e a quelle possibilità neutre, indifferenti. Non è un caso, allora, che la chat (in inglese, letteralmente, “chiacchiera”) divenga il modo di discorrere postmoderno. E persino la politica assume le forme della chiacchiera, della banalizzazione. I contenuti del confronto si isteriliscono, fino ad allontanarsi dal terreno stesso della politica e a farsi “slogan”, durando il tempo di una risata. In cui tutti possono ritrovarsi, senza troppo tempo da perdere nei confronti e nei ragionamenti. Tutti sono fan dei “Marxisti per Tabacci”, o degli slogan di Renzi, oppure Vendola. Ma c’è qualcosa che comincia a non quadrare. A vincere è stato invero il candidato più distante da quest’opera di mediatizzazione capillare e di spettacolarizzazione della persona e dei contenuti.

Ma un segnale ancor più forte viene da quei giovani che da qualche settimana in tutta Italia, come del resto in buona parte dell’Europa, stanno tornando a porre i temi del lavoro, dei diritti di cittadinanza, della cultura. Prima nelle piazze, poi occupando i luoghi di lavoro e di formazione, c’è un’intera generazione che rivendica gli spazi della decisione. Forse quella dispersione tra le maglie del presente non riesce a contenere la tensione verso il futuro di quegli uomini e di quelle donne che rivendicano il diritto di esistere, di decidersi, di riprendersi il proprio spazio. È in gioco la riappropriazione del futuro che sottrae gli spazi alla neutralizzazione postmoderna e li riempie di vita, dei sogni e delle passioni che fanno il nocciolo della nostra storia.

Complessità e ricadute delle culture di rete

Bernardo Parrella

Pur con tutto l’annesso can-can mediatico, il fresco sbarco di Facebook alla borsa USA è stato un bel tonfo. Anzi, l'ennesima riproposizione della «bolla dot-com» di metà anni 1990, entrambe miseramente scoppiate. In dieci giorni il titolo ha perso 10 dei 38 dollari a cui era stato quotato e vale ancora 29,5 volte i profitti attesi per il 2014. Intanto Morgan Stanley promette rimborsi per chi ha pagato oltre i già gonfiatissimi 43 dollari ad azione, e insieme a Mr. Zuckerberg dovrà affrontare due cause legali per questo azzardato collocamento.

Una storia tutt'altro che bella, da aggiungere alla sfilza di fatti concreti e motivate critiche che da tempo vanno chiarendo, ad addetti e profani, i veri contorni del social network per antonomasia. Infrazioni alla privacy, account che spariscono o vengono clonati, campo libero a business e inserzionisti (i suoi veri utenti), ipercentralizzazione dell'uso della Rete. Tanti, insomma, i motivi per uscirne. Come ha fatto già due anni fa, insieme a decine di migliaia di persone, Geert Lovink, teorico delle culture della Rete e direttore dell’Institute of Network Cultures all’Università di Amsterdam. Per il quale «la motivazione primaria per unirmi all’esodo riguardava la crescente centralizzazione dei servizi internet offertici gratuitamente in cambio della raccolta di dati, profili, gusti musicali, abitudini sociali e opinioni personali… Quel che va difeso è il principio stesso delle reti decentralizzate e distribuite».

È quanto ci racconta lui stesso nel suo ultimo lavoro, fresco di stampa in Italia Ossessioni Collettive. Critica dei social media. Un pungente invito a fermarci un attimo e riflettere sugli effetti che certi social network hanno sulle nostre vite oramai sature di informazioni. Dove però non trapela né rassegnazione né pessimismo, quanto piuttosto una lucida analisi delle strutture politiche e del potere incorporati nelle tecnologie che modellano la nostra vita quotidiana. E anche qualcosa di più: un bel quadro su pratiche alternative possibili per riprenderci in mano la cultura di rete e la partecipazione concreta, sempre grazie all'onda lunga di un Internet tutt'altro che legata al fumo propostoci da cyber-utopisti vecchi e nuovi.

È per esempio il caso della cronistoria delle radio libere di Amsterdam, poi divenute «bivacco da campo» e infine pirata, per la delizia del mondo intero. Oppure quando si dettagliano le iniziali incursioni degli attivisti olandesi nella blogosfera irakena all’indomani dell’invasione USA per rilanciarne le dinamiche dal di dentro – tema oggi scomparso dai nostri radar perché, in bella sostanza, non fa più notizia. Né mancano ficcanti analisi della vita googlizzata nella società della consultazione online: sono i motori di ricerca (leggasi: Google) a creare automaticamente le nostre relazioni sociali, e «quel che percepiamo come personale viene ridefinito dal sistema come qualcosa da dare in pasto al motore».

In altri termini: prima era Internet a cambiare il mondo, oggi è il mondo che sta cambiando Internet. Eppure rimaniamo lì a coltivare la nostra ossessione collettiva per l’identità e il management di sé stessi, a cui vanno aggiunte la frammentazione e il sovraccarico di informazione della cultura online. Un quadro che lascia pochi varchi, se non, come invita ancora l’autore, alla necessità di «scavare nei conflitti concreti che emergono dalle condizioni esistenti in rete». Perché in questo lavoro, che riprende e amplia i precedenti sempre tesi ad affrontare in chiave critica i principali nodi tematici delle culture di rete, Lovink offre un panorama ancora più ampio e ben vissuto dal di dentro, evitando posizioni retoriche e rifiutando ogni integralismo o faciloneria che pure sarebbero conseguenza quasi diretta dell'odierno sfilacciarsi di tante modalità del digitale.

In questa prospettiva, ricorda Vito Campanelli nell’introduzione al volume italiano, l’analisi si sottrae alle paludi speculative dell’accademia e delle istituzioni culturali tradizionali che si sono mostrate del tutto inadeguate rispetto «alla fluidità degli oggetti mediatici di questa nostra era del tempo reale». Il quadro creato dalle pratiche del digitale è assai più complesso di tante semplificazioni odierne, e uno dei trucchi intepretativi sta nel non credere che non esista altra scelta che far parte di Facebook e Twitter e avere il telefono cellulare accesso 24 ore al giorno. Per non cadere vittima di speculazioni borsistiche nel peggio stile del dot-com, come pure di ossessioni collettive centrate sul «mi piace», l'unica è liberare le nostre capacità critiche e cercare di influenzare in modo diretto tecnologia e spazi di lavoro, convivialità e cyber-attivismo.

IL LIBRO
Geert Lovink
Ossessioni collettive. Critica dei social media
Egea (2012), pp. 304
€ 22,10 - e-pub € 15,99

Appunti di Acampadasol

di Amador Fernández-Savater

21/maggio 2011

00.00 1Puerta del Sol stracolma di gente quasi fino a scoppiare lancia la sua sfida: “Adesso siamo tutti illegali”. Quand'è che tanta gente tutta insieme si era ribellata contro la legalità con tanta allegria e tanta ragione? È stato un momento incredibile, per la storia di tutti e di ognuno di noi.

“Riflettendo, stiamo riflettendo” (13 marzo)2

Un dibattito ricorrente: Qualcuno sa a cosa servono le assemblee? Non sembrano in grado di prendere delle decisioni, e men che meno di metterle in pratica. Eppure sono molto affollate e animate, in generale c'è un livello alto di attenzione. Non funzionano come spazi di decisione, ma come luoghi dove circola la parola. Qualcuno mi dice: “Le assemblee sono inutili, ma molto belle”. Belle proprio perché inutili? Leggi tutto "Appunti di Acampadasol"

Ragionare con la mente estesa. Facebook, il pensiero e l’argomentazione

Edoardo Acotto

Esteriorizzazione
Per chi può permettersi un computer e un abbonamento a internet – e non sono ancora tutti, nemmeno nei paesi più ricchi – l’esistenza odierna è parzialmente online. Sembra allora un compito arduo provare a indicare un senso globale delle interazioni tra i soggetti che popolano i social network, per la pervasività delle pratiche di vita online e per il continuo intreccio di attuale e virtuale. Leggi tutto "Ragionare con la mente estesa. Facebook, il pensiero e l’argomentazione"

Specchio specchio delle mie brame: qual è la relazione tra me ed il reame?

La relazione tra realtà digitale e realtà concreta si basa sulla finzione

Ivan Mosca

Internet è stato oggetto di un'utopia ed oggi si risveglia nella realtà. La differenza tra realtà ed utopia sta nella differenza tra pensiero e azione: finché nessuno lo usava, internet era un sogno in cui l'individuo e la collettività avrebbero potuto convivere sullo stesso piano. Da quando invece la rete unisce le persone per davvero ecco che cambiano gli assetti tra il sé e la rete, come mostrano prototipi e stereotipi della storia recente del web. Leggi tutto "Specchio specchio delle mie brame: qual è la relazione tra me ed il reame?"

Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks

Paolo Ferri, Stefano Moriggi

E’ davvero importante - come sostengono, tra gli altri, Maria Rita Parsi, Tonino Cantelmi e Francesca Orlando (L’immaginario prigioniero, Mondadori 2009) - salvaguardare i più giovani dallo spettro del digitale? Ha un senso, quindi, tentare di recuperare “il significato e il valore di quella ritualità che rafforza e che consente di affondare solide radici nell’esperienza di tutti giorni” nell’epoca delle insurrezioni popolari e culturali innescate dai social network?

I casi di Tunisia, Egitto e Libia - anche su un piano politico - stanno dimostrando, una volta di più, la concreta realtà delle comunità che si creano e si sviluppano sulla rete. La nostra impressione è che i giovani non abbiano alcuna intenzione di recuperare una presunta “esperienza di tutti i giorni” - per altro, molto spesso  contraddistinta da monotonia, ripetitività, quando non addirittura da un sentimento diffuso di precarietà, professionale ed esistenziale insieme. Leggi tutto "Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks"

Narciso e lo specchio della rete

Tiziana Andina

La rete come strumento di libertà e di emancipazione. La rete – così ci hanno sempre raccontato e spiegato – avrebbe aiutato a mescolare le culture e le razze, i modi di sentire e, addirittura, le emozioni. Avrebbe aiutato le persone a raccontare più liberamente storie, magari proprio le storie della loro vita.

Nonostante le promesse di emancipazione sempre di più il mondo espresso dalla rete ha le caratteristiche di una Terra Gemella. Dopo Wikileaks cominciamo a dubitare che sia poi così vantaggioso possedere archivi perfetti in cui conservare tutto, dal momento che ogni cosa può essere trafugata per gli scopi più diversi. Eppure, nonostante questo, sempre più frequentemente inviamo i nostri dati personali, in strane “nuvole” ospitate all’interno di giganteschi server manutenuti a basso costo. Ci fidiamo, senza minimamente sapere chi ci sia dall’altro lato di quella nuvola. Leggi tutto "Narciso e lo specchio della rete"