Per farla finita col giudizio dei lettori

Gianfranco Franchi

Niente più società letteraria. Niente più critici letterari. Niente più librerie. Niente più letteratura. L’ultimo lettore sulla Terra – o giù di lì –, nel futuro distopico e vicinissimo descritto da Tommaso Pincio, è uno che vive in un’epoca «disgregata e pulviscolare» che tanto somiglia a quella che stiamo aspettando, o che in un certo senso stiamo già fronteggiando. È un personaggio naturalmente calviniano, uno che sembra svicolato via da un sogno erotico della Ludmilla di quel famigerato eserciziario di genio che è stato Se una notte d’inverno...»: è un lettore puro, saturnino, selvatico, solitario: «Non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa». Uno che crede di poter raccontare se stesso tramite i libri letti, come fossero tessere di un mosaico; uno che sa che «non si può essere abbastanza soli, quando si legge, e non si può avere abbastanza silenzio attorno e la notte non è mai abbastanza notte». Uno che ha piena consapevolezza che «si legge soli, e anche quando non si legge, se si è consacrati alla letteratura, la testa seguita a dimorare nei libri, distaccata da tutto». Oggi diremmo uno degli ultimi, o uno dei pochi.

Ottavio Tondi, questo il nome del Lettore pinciano, è uno che di mestiere, nell’epoca precedente al collasso della società letteraria e dell’industria editoriale, faceva il lettore editoriale, per una casa editrice dalle copertine bianche: era un lettore bazleniano, nel senso che si mostrava orgogliosamente riottoso alla scrittura; era un lettore che a un tratto s’era ritrovato a diventare qualcuno, qualcosa, complice un barbarico fatto di cronaca pompato dai media. E a un tratto era diventato un’icona, un passepartout da fascetta, una garanzia. Una creatura di carta e sangue. Che possibilità può avere di restare in piedi – figuriamoci di esistere – un personaggio simile, nell’Italia che va chiudendo librerie, riviste e case editrici, e che tollera le ultime bancarelle per rassegnazione, o per stanchezza? Dove può sopravvivere una figura simile, in un periodo di collasso? Tommaso Pincio immagina che uno come il suo Ottavio Tondi finisce per perdere la testa per una Regina di Libia che non vedrà mai, che desidererà che vagheggerà che venererà a distanza, conosciuta in un social network che somiglia in modo sinistro a Facebook, soltanto leggermente più estremo, più caricaturale. Panorama diventa così il libro romantico, il capriccio di quattro anni di amore digitale (la tentazione è dire: amore letterario, cortese) e perfettamente inespresso, incompiuto: diventa il libro di un uomo solitario che sogna una Ligeia che forse nemmeno esiste; diventa una mise en abîme di Tommaso Pincio, per almeno tre strati (tre personalità) differenti; diventa un ameno libretto da salotto letterario, pieno di saluti e di affettuosi omaggi ad amici amiche e virtuosi sodali, da Cortellessa a Genna, da Gnoli alla Ciabatti, passando per Pecoraro. Diventa un’angosciante distopia del voyeurismo esasperato dell’epoca nostra, sulla sensazione di aver rinunciato alla riservatezza, al riserbo, a larga parte del privato; diventa una ripetuta meditazione sull’impermanenza, sull’appassimento, sulla decadenza. Diventa, insomma, un oggetto molto meno elementare e lineare di quanto poteva apparire. Diventa un libro pinciano.

Lo scrittore veniva da un libro decisamente sbagliato, Pulp Roma, pubblicato in un improbabile cartonato dal Saggiatore nel 2012; quello era un fiacco assemblato, senz’anima e senza personalità, una pubblicazione esausta da fine carriera, quasi a sporcare la bibliografia. Per questa ragione aspettavo al varco Panorama con qualche sospetto, e ho aspettato qualche mese per nutrirmene. Si direbbe invece che l’artista capitolino abbia ritrovato ispirazione e vivacità: in senso stretto, che abbia riconosciuto una musa nuova. È forse questa una delle ragioni per cui Panorama ha un sottotitolo che sin qua, piuttosto curiosamente, nessun critico e nessun lettore ha soppesato a dovere: «Un prologo». Questo è il prologo di un libro lontanissimo e forse chimerico.

Panorama è stato pubblicato nella nuovissima collana «ViceVersa», dai tipi della Enne Enne Editore di Milano, neonato marchio dalle prospettive interessanti, animato da Alberto Ibba, già direttore editoriale di Verdenero/Edizioni Ambiente. La collana, «ideata e accompagnata» da Gian Luigi Favetto, è in questa circostanza fregiata da una copertina d’autore, rosso sangue: l’autore è il pittore Tommaso Pincio.

Tommaso Pincio
Panorama
Enne Enne, 2015; 200 pp., € 13

Umberto Eco e gli imbecilli

Uno speciale su Umberto Eco e i social network con testi di Alberto Abruzzese Franco Berardi Bifo  Lelio Demichelis *

SU UMBERTO ECO E GLI IMBECILLI
Alberto Abruzzese

Scrivere su FB consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”.
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CHE COS'È L'ECO DI FACEBOOK?
Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.
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TECNO-ENTUSIASTI E IMBECILLI
Lelio Demichelis

Lasciatemi divertire con le parole, anche se diversamente da Palazzeschi. E ragionando di Eco e degli imbecilli via rete, lasciatemi partire dal famoso Apocalittici e integrati e lasciatemi ri-formulare quel titolo in altri modi (Eco, spero, mi perdonerà), ma utili al mio discorso.
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Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Tecno-entusiasti e imbecilli

Lelio Demichelis

Lasciatemi divertire con le parole, anche se diversamente da Palazzeschi. E ragionando di Eco e degli imbecilli via rete, lasciatemi partire dal famoso Apocalittici e integrati e lasciatemi ri-formulare quel titolo in altri modi (Eco, spero, mi perdonerà), ma utili al mio discorso. E dunque: libertari e solitari o sempre-connessi ma isolati; autonomi o eteronomi; amanti delle profondità o surfisti indefessi; cercatori instancabili (dubito, ergo sum) o app-isti semplificatori (credo, ergo sum); lenti e riflessivi o veloci e impulsivi/compulsivi; laici o integralisti. E si potrebbe continuare, il gioco è divertente e senza fine.

E invece, fine del divertimento. Per dire subito che quelle sopra elencate (disordinatamente) sono opposizioni reali che descrivono, certo semplificandola troppo (ma non troppo, e questo era il gioco), una realtà complessa. Oggi il pensiero critico sulla rete è ancora marginale. Le retoriche e le pedagogie di integrazione/connessione e di entusiasmo sono invece più potenti che mai e si chiamano connessione in rete (ormai un dovere sociale), flessibilità di lavoro e di vita (idem), tecno-entusiasmo sempre e comunque.

Se questa contrapposizione è un tranello o un errore intellettuale (è vero), ebbene (impossibile negarlo) a tenderlo sono proprio i tecno-entusiasti, i sacerdoti/inquisitori globali della evangelizzazione tecno-capitalista occidentale. La rete sarebbe una cosa bellissima e utilissima in sé se non fosse diventata ciò che è diventata (ma poteva non diventare): una grande società di massa.

Perché tale è (Luciano Gallino) quella società in cui “la popolazione partecipa su larga scala alle attività di produzione e consumo di merci e servizi” oltre ad essere spettatrice di una cultura di massa prodotta industrialmente. Perché il nostro rapporto con l’economia e con la tecnica si gioca tutto su tali opposizioni attivate incessantemente dai tecno-entusiasti e dai tecno-economisti, che proprio in questo modo, modernissimo e antichissimo allo stesso tempo, riescono a conquistare l’egemonia culturale, sempre riproponendo la contrapposizione schmittiana tra amico e nemico. Contrapposizione irrazionale e ideologica, ma utilissima e a riproducibilità tecnica infinita, perché nessuno vuole passare per anti-moderno e nessuno vuole sentirsi escluso dal vento della storia e dalla confortevole sicurezza che dà, in tempi di massima insicurezza individuale, la comunità in rete.

L’economia capitalista sa poi che siamo tutti soggetti desideranti e quindi gioca con il desiderio, il godimento, l’eros, il feticismo delle merci singole e di un mercato che diventa esso stesso oggetto del desiderio; e la tecnica fa esattamente altrettanto (con la rete e lo smartphone come oggetti del desiderio), sapendo quanto ci piaccia giocare con le cose e quanto le cose (e la connessione con esse) possano diventare per noi ben più importanti dell’essere e persino dell’avere, credendo anzi di poter essere solo connettendosi in rete. Rete che continuiamo a pensare neutra e di poterla usare liberamente e a piacimento, mentre in realtà le forme tecniche (Anders) si sono ormai sovrapposte, espropriandole, alle forme sociali e umane, per cui oggi pensiamo, viviamo, lavoriamo, ci divertiamo solo ed esclusivamente secondo le forme e le norme di funzionamento della tecnica. Che non controlliamo ma alla quale, semplicemente dobbiamo adattarci, così come i neoliberisti ci impongono di adattarci al mercato (ovvero, siamo sempre più dentro al Grande Irrazionalismo del razionalismo).

Condizione esistenziale in verità molto deprimente, ma accettata da tutti gli integrati del mondo. Che sono sempre di più (è l’effetto-rete, altrimenti chiamato conformismo), perché logica di ogni sistema/apparato è appunto quella della integrazione a sé – dopo avere suddiviso e individualizzato - di ogni parte prima suddivisa, annullando le diversità e le differenze o tollerandole solo se non producono disturbo al buon funzionamento dell’apparato. Perché il capitalismo e la tecnica amano (è la loro essenza e natura) la semplificazione (e se, con McLuhan, il medium è il messaggio, allora la semplificazione è il contenuto e il messaggio di questa rete) - e quindi, basta liceo classico!, troppo disfunzionale e umanistico rispetto a tecnica e mercato -, e poi la standardizzazione (anche quando si traveste di personalizzazione e di conoscenza), ma soprattutto l’accrescimento: dei profitti, l’uno, di se stessa, l’altra.

Ma allora, dove sono gli imbecilli? “Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar – e così le loro opinioni rimanevano limitate ad una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli” – Umberto Eco. Vero e giusto, è pensiero critico. Aggiunge Eco: “Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni)”. Ma in verità, molti di più sono gli imbecilli. O – se non piace il termine – gli ingenui e insieme i ciarlatani, i demagoghi.

Non eravamo forse imbecilli o ingenui quando abbiamo creduto, negli anni ’90 a quegli economisti che promettevano che con la new economy saremmo entrati in un’era di crescita infinita? Non eravamo imbecilli o almeno ingenui a credere che la rete e l’informatica ci avrebbero fatto lavorare di meno, che avremmo avuto più tempo libero, che sarebbe nata davvero una intelligenza collettiva senza più sfruttatori e sfruttati, senza capire ancora (dopo due secoli di esperimenti su di noi) che scopo della tecnica e del capitale è quello non di liberarci dal lavoro ma di estrarre quanto più profitto e quanta più produttività è possibile da ciascuno di noi? Oggi ci ritroviamo più sfruttati, meno liberi, più controllati, più integrati (connessi) nel sistema, ma siamo ancora pieni di tecno-entusiasti che – incapaci di autocritica - da ogni parte straparlano di sharing economy, di condivisione, di democrazia in rete, di utilità del Big Data, di Uber come fine della corporazione dei tassisti.

Ecco, il pensiero critico – che certo non si banalizza nel contrapporre libro e linguaggi digitali - non gode di buona stampa e anche la proposta di Eco – assolutamente condivisibile - di avere giornali capaci di dedicare due pagine ogni giorno all’analisi critica dei siti web si scontra con le logiche dei siti dei giornali stessi, dove il fun e l’imbecillità sono sul lato destro, con foto e titoli ammiccanti. E ancora: “il pubblico, in una società di massa ha la memoria labile e il desiderio facile” (Eco, Apocalittici e integrati). Ma a evitare questa smemoratezza dovrebbero essere gli intellettuali. Se non lo fanno, rinnegano se stessi e il dovere della parresia (dire il vero o un vero diverso da quello predominante); o, come ha scritto Erri De Luca, della parola contraria. E diventano, ipso facto, cattivi maestri.

La nuova cultura della tribù

Furio Colombo

Un giorno dovremo riconoscere ai " forconi " un tratto antropologico rimasto del tutto minoritario: scendono in strada. Tutti gli altri sono impegnati con l'iPad o il computer. Guardano lo strumento elettronico. Che non è "guardarsi l'ombelico" come si diceva anni fa con disprezzo di chi potrebbe agire e non agisce, potrebbe intervenire e non lo fa.

Un cartoon americano (International New York Times, 10 novembre 2013) ha rappresentato bene la nuova Atene: il disegno mostra la cabina di un aereo dove tutte le figure umane che si vedono sono alle prese con computer, iPad o smartphone. La didascalia è quella del comandante che dice: "L'aereo è fermo e resterà fermo alcune ore per un guasto tecnico. Siamo spiacenti di non poter servire cibi e bevande e di non poter attivare l'aria condizionata. Ma siete liberi di usare i vostri apparecchi elettronici." L'immagine mostra la felicità assorta e diffusa di chi non vuole sapere altro.

È questa, e non la rivolta, lo stato animo di un mondo a cui è stato sottratto il lavoro, il risparmio, la sicurezza, il futuro, ma non il computer. Oltre alla personale constatazione quotidiana, abbiamo certe notizie dalla cronaca, certi documenti letterari, alcune certificazioni sociologiche, e vale la pena di prestare attenzione. Perché se questa è la fine del mondo (o almeno di un mondo) è bene sapere che questa fine avviene con modalità del tutto nuove e, probabilmente, meno sanguinose.

Cronaca. Ci avverte La Repubblica (13 dicembre) che, a partire da Bologna, i contatti virtuali stanno diventando la nervatura umana, fisica, nervosa, affettiva, di un intero quartiere (e, attenzione, ho detto quartiere, non universo, come la rete aveva promesso, ma su questo ritorneremo ). Ci raccontano di una mitica via Fondazza (zona Prodi) in cui, dal settembre scorso, è nata la Social Street. Funziona così: un padre cerca su Facebook bambini, vicini di casa (possibilmente stessa strada) che possano giocare col figlio. Casalinghe cercano su Facebook casalinghe per unire le forze tra scuola, piscina, danza e palestra, nonni cercano cinema che siano aperti presto nel pomeriggio per portare con il passeggino i più piccoli.

"Tutto nasce dal concetto di conoscere chi ti sta attorno" dice l'inventore della Social Street, Federico Bastiani. Ricordiamo la stessa frase pronunciata in un animatissimo dibattito sulla nuova comunicazione, dall'indiscusso guru del mondo virtuale prossimo venturo, il prof. Negroponte dello MIT e della rivista Wired (allora estrema avanguardia). Ma a quel tempo Negroponte intendeva "sapere sempre e tutto del mondo per che ti sta attorno".

I ragazzini virtuali e poi fisici (ma solo se di quartiere) di via Lavazza ci danno le nuove dimensioni del mondo. In questo mondo vivono Gli Sdraiati, ci racconta, con la consueta bravura il giusto senso dell'umorismo e la comprensibile preoccupazione, di autore e di padre, Michele Serra. Sono ragazzi che non si muovono perché non si devono muovere, in quanto non vivono sul divano, come sembra, ma abitano nella tablet, nel telefonino di quinta generazione o nell' iPad, possibilmente Air.

C'è un che di magico e un che di spirituale in questo nuovo tipo di esistenza, perché i ragazzi ne escono mal volentieri e quando ne escono sono un po’ frastornati, in una sorta di intervallo o "jet lag" non ancora definito o misurato, ma che certo li rende vagamente spiacevoli e certamente disinteressati a ciò che di non virtuale sta accadendo intorno. Qui troviamo una conferma dell'universo di Via Fondazza, nel senso che il mondo anche se animato da un fitto e continuo scambio di materiali virtuali, dalla collaborazione all'invettiva, dalla presa di posizione politica (sportiva) alla dichiarazione del "mi piace" o "non mi piace", è sempre intorno e vicino, è sempre un "quartiere" non tanto più vasto da quello definito dal padre in cerca di compagni di gioco per i figli. Allo stesso modo, Gradatamente, niente coincide più con niente di ciò che sperimentiamo nell'esistenza che una volta definivamo "normale" (starei per dire: da vivi).

In questa seconda fase dell'esperimento accade che il cittadino virtuale acquisti (o conquisti) la persuasione di sapere di più di ogni cosa, di vedere lontano e di anticipare gli eventi che "la rete racconta prima". Tutto ciò svaluta in modo radicale sia i poveri genitori sia la scuola, e spiega il costante senso di noia che contraddistingue i rapporti "da sveglio", i brevi intervalli di vita fisica, con noiose persone fisiche fuori dalla rete.

Ma eccoci alla terza verifica del nuovo mondo, quella sociologica. Ci viene detto che, in Giappone, i nuovi giovani immersi nella nuova esperienza mistica vengono chiamati "erbivori" come modo di distinguerli dai normali consumatori dell'universo. Come gli erbivori che hanno rinunciato alla carne (o la rifiutano per istinto) i nuovi abitanti della rete si sottraggono alla caccia e vogliono nutrirsi solo di ciò che è compatibile con il nuovo stato di sospensione nel virtuale. Qui nasce la constatazione che cambiano i sentimenti e tutte le funzioni ed esercizi della emotività, nel senso che "consumi" emozione in rete e, del fuori rete, ti interessa ben poco, compresi amori sentimentali e amori carnali. Qui siamo a confini estremi. Come si dice per certe cure mediche discusse e contestate, ci vorranno più esperimenti da discutere e da pubblicare.

Certo, alcune evidenze si accumulano a mano a mano che scrittori giovani ti fanno leggere le prime cose. Vengono sempre da quello strano al di là che è la vita in rete. Ma c'è un legame tra tutte queste esperienze: l'al di là mentale, intellettuale e sentimentale della rete è sempre fisicamente molto vicino. Puoi rovinare con cattiveria la reputazione di una compagna un po' ardita o di un ragazzo gay su Facebook, provocando (a volte accade) una tragedia. Ma basterà cambiare scuola, e il dramma finisce. Il mondo (il mondo nuovo) è piccolo, va da via Fondazza alla scuola. E la politica, con il suo rischio di crollo del mondo, esplode non più lontano di due strade del centro. Marco Polo e Cristoforo Colombo non la finivano più di viaggiare perché erano privi di iPad, una condizione che oggi sarebbe inconcepibile.

 

Twitter antigas

Juan Domingo Sánchez Estop

L'uccellino di Twitter con il becco coperto da una maschera antigas: questo è il simbolo che hanno adottato i compagni turchi di piazza Taksim. Molti hanno criticato questo simbolo perché consumista o perché evidenzierebbe una mania per i social network, sostenendo che poiché la rete appartiene al capitale allora il suo uso non può che essere controproducente per noi.

Tuttavia in un contesto capitalista quello che succede con Twitter, che, non dimentichiamolo, è uno strumento di lavoro, è quello che succede con tutti gli altri strumenti. Sono capitale fisso, lavoro morto: sono allo stesso tempo qualcosa che appartiene al lavoratore (il prolungamento delle sue membra e dei suoi organi, una protesi), sia qualcosa che gli è stato espropriato. Ecco perché tutti gli strumenti hanno questo carattere ambivalente: sono la potenza collettiva dei lavoratori, ma formalmente questa potenza appartiene a qualcun altro.

Tuttavia l'espropriazione non può mai essere totale: il rapporto di espropriazione che costituisce il capitale è sempre, come ogni rapporto di potere, un rapporto conflittuale tra antagonisti. Anche se le macchine appartengono al padrone, chi deve e sa utilizzarle è sempre il lavoratore associato. Anche se le reti e i linguaggi e i saperi che circolano attraverso la rete appartengono giuridicamente al capitale, diventano produttivi solo quando vengono riempiti dal lavoro vivo.

Il capitalismo ha sempre funzionato così, trattenendo la potenza produttiva comune. Anche nelle sue fasi più primitive, quelle di cui parla Marx nel capitolo del Capitale dedicato alla Cooperazione. Il fatto è che il comunismo ben lungi dall'essere un'utopia, è al contrario la struttura stessa della società. Oggi questo «sequestro» della potenza produttiva sociale è ancora più evidente, ora che il capitale fisso più importante è costituito dalla conoscenza e dalla cooperazione che sono inseparabili dal lavoro vivo. Nella società della conoscenza il capitale si rivela inutile e parassitario. I rapporti sociali capitalistici sono rapporti feudali.

La maschera antigas evoca allora il procedere mascherato del comunismo, il passaggio dei rapporti e delle reti immaginarie attraverso le relazioni di potere capitaliste e statuali. Ed è solo dall'interno di questo complesso ideologico e di questo insieme di relazioni sociali che ci attanagliano – e nelle quali però si esprime anche la nostra potenza – che sarà possibile una trasformazione radicale, uscire dal capitalismo. Marx, diversamente da molti marxisti di oggi, aveva ben chiara questa necessità di attraversare il sistema dalle sue stesse viscere, perché questo, e non un utopico mondo del dover essere, è il mondo che noi abitiamo.

«Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi)». [Marx, Grundrisse, vol. 1, p.101]

In questo testo Marx parla di una violenza necessaria e ha ragione, è la violenza del comunismo nel tessuto del capitale: la solidarietà, lo sviluppo del comune, l'estensione del comunismo dentro il corpo sociale del capitale, tutto questo è violenza perché costituisce una minaccia mortale per il capitale. «Larvatus prodeo» era il motto di Cartesio: per sfuggire alla censura si mantenne sempre su posizioni «prudenti» e «ragionevoli», finendo però per farsi assorbire da queste.

Anche l'uccellino di Twitter mascherato corre questo rischio, sempre presente: che la proprietà finisca per prevalere sul comune. Ma non dimentichiamoci che anche la falce e il martello, simboli del grano mietuto e del ferro battuto per il padrone, a un certo punto hanno cambiato di segno trasformandosi in un'arma brandita contro il padrone. La rivoluzione è immanente: si fa dall'interno dei rapporti sociali capitalistici e contro di loro. Dentro e contro, questo è il motto di una politica materialista di liberazione.

 Traduzione di Nicolas Martino

Rinascita turca

Eleonora Castagna

Due giorni interminabili ad Istanbul. La via dove abito, Kazanci yokusu, è ricolma di gente che scende e sale da ieri mattina, il 31 maggio, quando la protesta e l'occupazione del Gezi park si sono trasformate in una manifestazione nazionale contro la repressione del governo filoislamico del primo ministro Erdogan.

È buffo per me pensare che solo qualche giorno fa, un noto programma d'informazione politica in Italia ha mandato in onda un servizio intitolato “Rinascimento turco” parlando della Turchia come un paese ricco, moderno e all'avanguardia per quanto riguarda i metodi di tassazione. Dopo aver vissuto sei mesi qui ad Istanbul, grazie alla partecipazione al programma Erasmus, mi rendo conto che le informazioni che arrivano in Europa circa la situazione turca sono davvero sporadiche e mal interpretate, questa protesta enorme e trasversale ne è la prova. Il paese è stanco di subire una falsa democrazia: i cori più forti in questi giorni parlano di dittatura, di “fascismo dal quale non si torna indietro”.

La pesante repressione delle forze dell'ordine è una manifestazione più che evidente del modo in cui Erdogan sta governando il paese. Una violenza inaudita si è scatenata verso i manifestanti pacifici: sono stati usati lacrimogeni gettati a distanza ravvicinatissima e idranti sparati in pieno volto contro persone inermi. L'enorme massa di gente che si sta mobilitando in tutta la città è fautrice anche dell'informazione che circola solo tramite i social network, blog e siti internet. Le televisioni nazionali non trasmettono quasi nulla, e il governo sta cercando di bloccare anche le reti informatiche per evitare che trapelino ulteriori notizie.

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foto di Michela Estrafallaces

Le forze dell'ordine hanno richiesto anche il blocco dei mezzi di trasporto pubblico: le metro, gli autobus e le linee tranviarie sono bloccate da questa mattina. Ma il popolo turco non si ferma: stamattina una folla enorme si è diretta dalla sponda asiatica a quella europea passando per il primo ponte sullo stretto del Bosforo, quello di Ortakoy: il traffico automobilistico è stato bloccato e il passaggio sopra il mare si è riempito di gente intenzionata ad arrivare a tutti i costi a piazza Taksim per dare supporto ai primi manifestanti che si sono mobilitati già ieri.

Qui adesso sono le sei del pomeriggio e poco fa la polizia pare essersi ritirata dalla piazza. Alcuni amici turchi qui parlano di retrocessione strategica perchè ora il posto è pieno di giornalisti stranieri che potrebbero denunciare gli attacchi feroci che violano i diritti umani. Ora non ci resta che aspettare sperando il presidente Erdogan decida di abbandonare la linea del pugno di ferro e sia pronto a ritrattare per lo meno circa i progetti di distruzione del Gezi park che è destinato a diventare un cantiere su cui verrà costruito un centro commerciale e una moderna moschea.

Questa è la vera Istanbul e io, personalmente, più che di un Rinascimento economico parlerei di Rinascita mentale di un popolo consapevole di aver perso molti diritti che vuole riacquistare al più presto, a qualsiasi costo.