In montagna, 10 settembre 2025

Fabrizio Tonello

Antonella stava guardando i prati verdissimi sotto di lei, cesellati in eleganti mezzelune da invisibili giganti meccanici. Benché fosse settembre faceva molto caldo, ma ormai tutti ci erano abituati.

Zzzz.
Zzzzzzz.
ZZZZZZZ.
Sul prato cosparso di piccoli fiori blu, migliaia di farfalle celebravano il trionfo di un'estate senza fine.

ZZZZZZZZZZZZZZZ.
L'iPhone vibrava senza sosta.

ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ!!!!!!!!
“Buongiorno sindaco… Certo, capisco… No, la riunione sarà martedì … Porterò una prima ipotesi di lavoro… Mi scusi un attimo... Pronto?… Buongiorno, sono sull'altra linea, richiamo io tra qualche minuto … Mi scusi sindaco, un'altra chiamata … Sì, Valeria dovrebbe esserci … Certo facciamo come si era detto… A martedì, allora”.

ZZZZZZZ.
“No, ragioniere, adesso non posso parlare, la richiamo io”.

ZZZZZZZ.
“No, caro, la giacca a vento è nell'armadio in corridoio. Sì, qui è bel tempo. No, in frigo c'è della salsa di pomodoro, ti puoi fare una pasta. Sì, ti aspettiamo domani sera”.

ZZZZZZZ.
“Sì, mamma, torno martedì. No, qui non piove. Sì, devi prendere le gocce. No, il tuo medico è in ferie ma possiamo andare insieme dal farmacista. Scusa, mamma, ho un'altra chiamata...”
Il ronzio cessò. Antonella guardò lo schermo dell'iPhone e premette l'icona delle chiamate rapide ma non successe nulla. Eppure c'era campo. Controllò la batteria, che apparentemente era al 72%. Aprì l'icona delle impostazioni ma tutto era come al solito.
“Scusate, funzionano i vostri telefoni?”

“Non lo so, forse ho la batteria scarica”, rispose qualcuno.

Nessuno dei 15 telefoni del gruppo funzionava.

L'annunciatrice del telegiornale era un po' pallida, senza rossetto, come se nella fretta si fossero dimenticati di truccarla prima di mandarla in onda.

“Un attacco informatico di dimensioni inconsuete ha colpito ieri le centrali dei principali operatori telefonici, provocando estesi disservizi in molte zone del paese. Il sottosegretario alle Comunicazioni ha assicurato che la situazione è sotto controllo, entro 48 ore tutto dovrebbe tornare alla normalità”.

Tutti si precipitarono in camera per verificare se gli iPad funzionavano ma la rete era lentissima, le pagine ci mettevano un eternità a caricarsi, impensabile usare Skype. Dopo cena si discusse molto se partire il giorno dopo abbandonando la vacanza: sicuramente in città la situazione sarebbe stata migliore.

Una coppia frettolosa pagò il conto, riempì le valige alla rinfusa e mise la sveglia alle 6. Gli altri decisero di restare. La mattina dopo a colazione tutti scesero con i rispettivi iPhone,
controllando a ogni sorsata di caffè se la connessione era ritornata.

"Guten Morgen! Volete panini per la gita, oggi?" Nel suo grembiule ben stirato Katharina sembrava allegra come al solito, cheerful avrebbero detto gli inglesi. Nessuno aveva pensato alla gita. Tutti dovevano avvisare qualcuno di qualcosa. Finalmente, il più giovane del gruppo notò che alla reception c'era una fila di abitanti del luogo, anzi che la fila attraversava il bar, usciva sulla terrazza, arrivava fino all'angolo della strada. La proprietaria della pensione sembrava indaffaratissima ad annotare qualcosa su un registro, incassare banconote e dare qualche spicciolo di resto.

"Per favore! Bitte! Aspettare vostro turno!"

La nipote della padrona, che non poteva avere più di otto anni, sembrava divertirsi moltissimo a distribuire bigliettini a chi stava in fila. Nei loro abiti da lavoro i locali, pazienti, bevevano caffè corretto e scambiavano opinioni sul tempo, che tutti speravano rinfrescasse.

“Il telefono fisso funziona!”

Di colpo, tutti capirono che il guasto delle rete di telefonia cellulare non impediva alla vecchia e quasi dimenticata rete via cavo di funzionare. Il gruppo diede l'assalto alla reception ma la signora Greta fu irremovibile: "Prendete vostro numero e aspettare". Nel frattempo, la fila di chi voleva telefonare era arrivata fino alla chiesa.
Il turno di Antonella e degli altri arrivò alle 13,30, dopo cinque ore di attesa.
"Dieci euro, grazie. No, signora, una sola telefonata, per favore. Vede, molti, molti ancora aspettare".
Tutti avvisarono che sarebbero partiti il pomeriggio stesso. La tanto attesa vacanza settembrina era rovinata.

In città la situazione era apparentemente normale, gli uffici erano aperti, gli autobus facevano servizio. Le 48 ore passarono ma gli iPhone, i Samsung, i Nokia non funzionavano. A Bologna, il pakistano di via Centotrecento, quello che prima delle vacanze offriva soltanto verdura a € 0,99 al chilo, misteriosamente proponeva l'uso di un telefonino Motorola che funzionava, sia pure con molti fischi, singhiozzi e cadute della connessione.

Il lunedì i cellulari tornarono a funzionare, ma l’illusione fu di breve durata: 24 ore dopo la rete era di nuovo inaccessibile. “Nessuno si deve preoccupare, i nostri tecnici stanno lavorando per ripristinare il servizio entro brevissimo tempo”, dichiarò il Presidente del consiglio.

Nell’attesa, molti indaffarati professionisti furono toccati da ondate di amore filiale e iniziarono ad andare ogni giorno a pranzo dagli anziani genitori.

“No mamma, grazie, non voglio un'altra cotoletta”.

“Su, prendi un’altra fetta di torta. Ti preparo un caffè? Vuoi una merenda per le quattro?”
“Non importa, lascia stare. Il telefono è libero?”

“Aspetta un momento, c'è tuo padre che sta chiamando i suoi ex colleghi per
il torneo di briscola, domenica”.

Gli amici del gruppo si tenevano in contatto attraverso le mail, quando internet funzionava, benché la qualità delle connessioni fosse visibilmente peggiorata. I due professori universitari ancora in servizio difendevano strenuamente i loro apparecchi Telecom modello 1990 dai tentativi dei rettori di concentrare tutti i servizi di comunicazione nella sede centrale dell'ateneo. Entrambi avevano fatto cambiare le chiavi della porta dello studio.

La vita continuava.

Erano passati due mesi dalla scomparsa del servizio di telefonia mobile. Euronics, Trony e Mediaworld avevano sgombrato gli scaffali un tempo riservati ai cellulari, avevano confinato i televisori a schermo piatto in un angolo e avevano messo ben in evidenza gli ultimi ritrovati della tecnologia: dei telefoni grigi, con disco rotante, che i bambini guardavano con curiosità, e perfino degli strani modelli, a forma di scatola nera con sopra una cornetta, che il commesso spiegò essere degli eccellenti esemplari di apparecchi “da appendere al muro”.

In un apposito spazio vicino alle casse erano comparsi dei cartelli arancione fluorescente:

"SOLO PER OGGI! Telefono satellitare portoghese, garantito quattro settimane, € 9.990 + Iva".
Per qualche oscuro motivo i satellitari funzionavano, forse inserendosi abusivamente sulla rete militare della Nato, salvo il rischio di venire scoperti ed espulsi dal network dopo qualche tempo. A Lecce, un usciere del Comune sembrava aver scoperto il sistema per avere sempre un satellitare funzionante e lo affittava a € 30 euro al minuto, ma
naturalmente c'erano ben pochi numeri da chiamare perché anche la rete fissa, malgrado le rassicurazioni del governo, declinava lentamente. Antonella chiamava il numero della sua padrona di casa, che mandava la nipote della donna delle pulizie filippina ad avvisare marito e figlio adolescente delle cose più urgenti, oppure di un appuntamento telefonico per la mattina dopo, alle 8,30 precise.

Chi non si poteva permettere l'acquisto o l'affitto di un satellitare poteva solo recarsi alle Poste, prendere il numero del proprio turno e aspettare fra le quattro e le sei ore per parlare con una centralinista. Uno degli anziani del gruppo, un professore in pensione, di tanto in tanto accompagnava il nipote di otto anni a telefonare alla madre lontana, spiegandogli che occorreva chiedere alla centralinista di contattare il numero e chiedere della persona.

- Cosa sono le centraliniste, nonno?

- Sono signore importanti, molto gentili, mi raccomando sii educato.

Il professore ricordava i tempi remoti in cui non esistevano lecomunicazioni dirette fra un telefono e l'altro, misteriosamente definite “teleselezione”, ma occorreva rivolgersi a un'operatrice chesi trovava da qualche parte, forse in Sardegna, o in Abruzzo, o in provincia di Cuneo (comunque aree remote, probabilmente irraggiungibili) e dalla sua caverna, capannone o bunker antiatomico ti metteva in comunicazione con Perugia, Pesaro o Pescasseroli ovunque tu fossi. Questo miracolo della tecnologia però dipendeva in qualche modo dal loro benvolere, quindi era meglio mostrarsi timidi e
rispettosi se si volevano evitare attese bibliche o addirittura la temuta e inappellabile risposta: “L'abbonato non risponde”. Nessuna blandizia, nessuna implorazione, nessuna preghiera potevano smuovere le centraliniste, che ignoravano sprezzantemente l'ovvia richiesta:
“Signorina, la prego, tenti ancora, faccia squillare un altro po’, forse non hanno sentito”.

“Riprovi domani” era il triste verdetto, mentre gli altri aspiranti a una preziosa telefonata si avvicinavano minacciosamente alla cabina pubblica per reclamare il loro buon diritto.

Il drone di Amazon matricola AZ3484IT si avvicinava lentamente a via della Rimaggina, comune di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze. Seguiva i filari di cipressi a 75 metri d’altezza, come previsto dai regolamenti dell’aviazione civile. Era partito da Barberino del Mugello, dove anni prima c’era stato un gigantesco centro commerciale, poi acquisito da Amazon Italia e trasformato nel centro di smistamento di tutte le spedizioni per l’Italia centrale.

Le quattro eliche ronzavano, il pacchetto era saldamente inserito nelle ganasce, le coordinate del destinatario erano inserite in memoria e il sole di dicembre aveva fatto salire la temperatura a 15 gradi benché fossero soltanto le nove del mattino.

La porta dell’antica stalla ristrutturata dove doveva posarsi era già in vista quando il piccolo velivolo precipitò nel campo vicino. Una gattina grigia si avvicinò prudentemente per annusare la scatola di colore marrone che conteneva l’ultimo libro di Judith Butler poi, delusa, tornò alla casa da dove proveniva.

Per quasi trent’anni, la disponibilità di internet e dei cellulari era sembrata un dato di fatto, come il sole che sorge al mattino e tramonta la sera. Una parte della natura, come gli alberi, le rocce, i torrenti. Quel 4 dicembre, invece, internet cessò di operare, paralizzando non soltanto il drone di Amazon ma anche tutte le funzioni di informazione e commercio affidate alla Rete.

Solo i circuiti autonomi, come quello bancario o quello della polizia, apparentemente ben difesi dalle incursioni degli hacker e dai problemi dei server a suo tempo trasferiti in Azerbaigian per ragioni di economia, rimanevano in funzione, permettendo ai cittadini di usare i loro bancomat e ai poliziotti di fare il loro lavoro.

Il collasso del commercio elettronico portò con sé un crollo della fiducia nelle tecnologie in generale, ormai tutte percepite come fragili e provvisorie: con il passare delle settimane riaprirono molte piccole botteghe di quartiere, che negli anni precedenti erano state cancellate dall’avanzata dei giganti della distribuzione on line. Il 31 dicembre il presidente della Repubblica, nel suo tradizionale messaggio, dichiarò solennemente: “Questi inammissibili attacchi informatici contro l’economia e la democrazia italiana saranno affrontati con fermezza e i responsabili puniti in modo esemplare”.

Con l’anno nuovo si risvegliò lo spirito imprenditoriale: a Bologna, per esempio, nacque un servizio di messaggeria post-telefonica.

Consegna a domicilio messaggi vocali

garantita entro 24 ore fino a 100 km.

50 euro, soddisfatti o rimborsati

Ciro, il giovane napoletano fondatore dell'impresa, stazionava in piazza Minghetti fra le 7 e le 11 del mattino, raccoglieva i messaggi vocali sul suo vecchio iPhone (che non serviva più per telefonare ma aveva ancora il registratore funzionante), poi studiava rapidamente un itinerario sull'atlante Zanichelli che aveva sostituito Google Maps come indispensabile strumento di lavoro, e partiva sulla Vespa di suo cugino, la cui capacità di superare qualsiasi ingorgo del traffico era leggendaria.

Sarà forse utile ricordare che la paralisi delle comunicazioni aveva fatto esplodere il numero di veicoli sulle strade: finita l’era in cui si poteva fare la spesa, organizzare riunioni o addirittura lavorare a distanza, ormai occorreva andare di persona ovunque, anche semplicemente per portare una comunicazione importante. Entro le 19 Ciro considerava finita la sua giornata e rientrava in città con le preziosissime risposte vocali dei destinatari delle audiolettere, che un altro cugino la sera avrebbe riorganizzato di tanti piccoli file audio separati, scaricati su chiavette, per non fare confusione al momento della consegna il giorno dopo. Il customer service prima di tutto. Non erano passati sette giorni che Ciro era travolto dalle richieste, nonostante i molti imitatori, talvolta arruffoni e in buona fede, talvolta volgari imbroglioni, che si erano installati a dieci metri di distanza l’uno dall'altro lungo tutta via Farini e via Santo Stefano, fino ai viali. Di fronte all’improvviso successo, Ciro non sapeva bene come far fronte alle richieste di trasmettere messaggi oltre il raggio dei 100 km., a Parma, Milano, Trieste o addirittura Roma e Napoli. Certo, aveva dei bravi guaglioni che si sarebbero prestati ma il lavoro era delicato, la fiducia del cliente preziosa, non si poteva rischiare la reputazione della ditta alla leggera. A risolvere il problema ci pensò Johannes, che era tedesco, pensava da tedesco e aveva il senso dell'organizzazione tedesco ma era nero di pelle perché arrivato dal Benin quando aveva 18 mesi di vita. Prontamente adottato da una coppia di giovani medici di Amburgo in servizio sulla nave di Save the Children che lo aveva ripescato nei pressi di Lampedusa, aveva passato i 18 anni successivi nel freddo nord della Germania ma a 20 anni aveva deciso che preferiva l'Italia e il suo clima mediterraneo. Johannes escogitò una soluzione semplice: i Tir, preferibilmente di grandi corrieri internazionali, veloci e affidabili. Un piccolo compenso all'autista permetteva di far viaggiare una grande busta gialla imbottita con 30 o 40 minicassette audio su linee prestabilite, per esempio la Milano-Torino o la Firenze-Roma-Napoli-Palermo. All'arrivo, se il destinatario possedeva uno dei piccoli registratori d’epoca poteva ritirare la cassetta. Se non lo possedeva (la Sony stava facendo fare gli straordinari alla sua fabbrica in Zimbabwe per rimetterli sul mercato ma le cose andavano a rilento) l'agente di zona gliene affittavauno per 10 euro, per il tempo necessario ad ascoltare il messaggio e dettare una breve risposta.

Johannes aveva organizzato un'efficiente network in cui anche i clienti fuori dalle rotte principali erano serviti: gli abitanti di Lodi, Como o Varese, per esempio, potevano recarsi a Milano presso l'uomo di fiducia di Johannes, un compatriota a nome Said, e
ascoltare i messaggi in un ristorante senegalese di via Cesare da Sesto, oppure potevano aspettare che un camion da Milano facesse tappa nelle rispettive città (il martedì a Lodi, il mercoledì a Como e il giovedì a Varese).

In breve tempo, la ditta di Ciro e Johannes, la “Thurn, Taxis und Esposito”, fece fortuna: il loro servizio era prezioso, la loro clientela soddisfatta, e l'ufficio delle imposte non aveva ancora inquadrato bene il problema di come tassare la loro lucrosa start-up.

La richiesta di comunicazione era tale che i quotidiani riscoprirono la miniera d'oro dei piccoli annunci e dei messaggi personali. Chi portava il proprio testo entro le sei del pomeriggio alla redazione poteva comunicare con i colleghi di lavoro, gli amici e i parenti
lontani attraverso un'inserzione che sarebbe comparsa puntualmente la mattina dopo:
“Michele, per favore compra i croccantini per Lilly, passa a pagare la bolletta della luce e ricordati lo zucchero. Ti aspettiamo 20,30. Firmato: Luisa”.

Oppure: “Ragioniere, le mando con il pony le fatture del dentista e le altre pezze giustificative per la dichiarazione dei redditi. Firmato: Mario Rossi”.

O ancora: “Direttore, un'influenza intestinale mi terrà a casa per qualche
giorno. Mi scuso moltissimo, provvederò quanto prima a inoltrarLe il certificato medico. Firmato: Bernardi”.

La tariffa, fino a 20 parole esclusa la firma, era di appena 7 euro, quindi i giornali
si impadronirono rapidamente della fascia low cost del mercato della
comunicazione. Ciro e Johannes videro restringersi la loro clientela a nonni che volevano fare “Ciao, ciao” ai nipotini, ai fidanzati che volevano sentire la voce dell'amata, ai genitori
in pensiero per i figli lontani e agli imprenditori che non volevano mettere in piazza le trattative in corso, o i prezzi che praticavano ai clienti migliori.

Anche grazie a questi nuovi servizi i quotidiani ebbero un boom di vendite, benché la foliazione fosse molto ridotta rispetto a cinque anni prima: 12, 16, al più 24 pagine al posto delle 56 o 64 di un tempo. Molte nuove testate comparvero nelle edicole, salvo sparire piuttosto rapidamente perché si assomigliavano tutte, dipendendo per le notizie dalla sola agenzia Ansa e da avare fonti ufficiali.

I telegiornali tornarono ad essere le principali fonti di informazione, benché la crisi delle comunicazioni non figurasse mai fra i temi trattati.

Le notizie dall'estero diventarono rare, sempre accompagnate da immagini di repertorio che in breve tempo tutti impararono a riconoscere come tali. Questo rendeva dubbia anche la credibilità delle cronache di giornata, che nessuno poteva verificare di persona attraverso i siti web un tempo alla portata di tutti e ora inaccessibili.

Molto spazio veniva dedicato agli interventi di ministri e sottosegretari per inaugurare un viadotto, un premio letterario, una mostra di pittori naïf, una fiera delle mucche valtellinesi. Il concorso di Miss Italia divenne nuovamente la porta stretta da cui dovevano passare le ragazze belle, ma di famiglia modesta, per raggiungere fama e fortuna.

La vita continuava.

Smartphone, arma di mobilitazione di massa

_77782703_smartphonesmanyafpPaolo Godani

Maurizio Ferraris ci ha abituato, da Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005) ad Anima e Ipad (Guanda 2011), a un uso spregiudicato della filosofia come strumento idoneo alla comprensione del presente. Il suo nuovo libro, Mobilitazione totale, si inserisce sulla stessa linea, e lo fa seguendo quello che appare essere un medesimo principio di fondo: leggere le tecnologie sociali contemporanee come realizzazioni di tendenze implicite nella natura umana. L’idea è che il telefonino, la rete, lo smartphone, l’Ipad, i social media non producano alcuna «mutazione antropologica» (da guardare alternativamente con atteggiamento esaltato o catastrofista, come se potessero rappresentare un nuovo inizio della storia umana o decretassero piuttosto la fine dell’umanità come l’abbiamo conosciuta), ma piuttosto consentano l’emergenza di alcune tendenze di fondo, da sempre virtualmente sussistenti, dell’uomo come animale sociale. Ne consegue un’indagine capace di mettere in luce le ambivalenze degli attuali strumenti di comunicazione, le loro possibilità e i loro limiti: la capacità, che essi possono manifestare, di ampliare gli spazi di libertà e le forze dell’emancipazione e, insieme, anche il rischio che quegli stessi dispositivi possano invece incentivare le tendenze autoritarie che nelle nostre società si manifestano in maniera piuttosto evidente.

La prima parte di Mobilitazione totale è dedicata quasi esclusivamente a mettere in luce i diversi modi in cui la connessione continua, garantita in particolare dall’uso degli smartphone, approfondisca in maniera inquietante il dato strutturale per cui ogni individuo è esposto alle pretese che la società ha su di lui. Così che ci si trova a chiedersi, quasi subito, se non stiamo vivendo in un mondo che l’onnipresenza dei dispositivi di connessione alla rete rende tendenzialmente totalitario. La continuità della connessione implica che ogni individuo sia sempre, a ogni ora del giorno e della notte, virtualmente disponibile alla chiamata di chi lo cerca, e in ogni caso obbligato a rispondere. Da qui un’intensificazione piuttosto spaventosa della responsabilità, cioè appunto dell’obbligo sociale a rispondere in prima persona. Desta una certa legittima nostalgia l’epoca, peraltro non molto lontana, in cui «chi non si fosse trovato fisicamente nei paraggi di un telefono fisso di sua pertinenza (il telefono di casa o quello dell’ufficio) era virtualmente sollevato da qualsiasi responsabilità. Il telefono squillava, ma se aveva un valido motivo per non essere in casa o in ufficio, il fatto di risultare irreperibile (così si diceva) non gli poteva venire in alcun modo imputato». La differenza introdotta dai telefoni portatili risiede nella loro capacità di registrazione (cioè in quella capacità che consente a una «chiamata persa» di essere comunque una chiamata a cui si è in obbligo di rispondere). Questa disponibilità rende tendenzialmente indistinguibile il tempo del lavoro dal tempo «libero», come all’incipit di Ferraris: «È la notte tra il sabato e la domenica, quella tradizionalmente consacrata al riposo. Mi sveglio. Faccio per sapere l’ora e ovviamente guardo il telefonino, che mi dice che sono le tre. Ma, contemporaneamente, vedo che è arrivata una mail. Non resisto alla curiosità o meglio all’ansia (la mail riguarda una questione di lavoro), ed è fatta: leggo e rispondo. Sto lavorando – o forse più esattamente sto eseguendo un ordine – nella notte tra il sabato e la domenica, ovunque io sia».

Gli effetti dei dispositivi di mobilitazione, così acutamente descritti da Ferraris, non sono in fondo che l’ultima manifestazione del vincolo sociale. I media, vecchi o nuovi che siano, non fanno passare innanzitutto informazioni, ma ordini, dato che il linguaggio stesso non è un innocuo mezzo di comunicazione, ma lo strumento primario attraverso il quale si stabiliscono le risposte corrette, i comportamenti consentiti, i gesti da compiere in determinate situazioni. Come ricordava Deleuze, anche la maestra, a scuola, non si limita a «informare» i bambini dell’esistenza dell’alfabeto. In questo senso, non c’è da lamentarsi del «militarismo» con cui la rete ci mobilita, almeno non più di quanto ci si sia lamentati dell’autoritarismo dei vecchi maestri di scuola.

Qui, però, c’è un nodo importante della strategia di Ferraris. Anche ammettendo che la rete si limiti a espandere e (semmai) intensificare la norma delle relazioni sociali, e che dunque le regole che la governano siano vecchie come il mondo, da questo tuttavia non è scontato dedurre che ogni uso dei dispositivi sociali (e, tra questi, di quelli elettronici di connessione) sia anch’esso vecchio come il mondo. C’è, per esempio, un uso capitalistico del web – e per quanto lo si voglia naturalizzare, il capitalismo non si identifica con le invarianti della società in quanto tale. Ferraris riconosce che «l’apparato trae vantaggi economici» dalle nostre attività sui social media: con la pubblicità in primo luogo ma anche, e forse soprattutto, con «l’enorme accumulo archiviale, che fornisce una base di conoscenza senza comune misura». Tuttavia, pur notando che «spesso si chiama “disoccupazione” ciò che potrebbe essere più pianamente definito “lavoro gratuito”», Ferraris non ne trae la conseguenza per cui, a fronte del «plusvalore assoluto» garantito dall’«apparato», sarebbe legittima la rivendicazione di un reddito sociale altrettanto sistemico. E non lo fa proprio perché convinto che la «spiegazione economica» non colga la radice della mobilitazione indotta dalla rete, dato che le ARMI (Apparecchi di Registrazione e di Mobilitazione dell’Intenzionalità) sono «molto più antiche del capitale, identificandosi con la natura umana in quanto seconda natura». Con questo Ferraris vuol dire che non ha senso scagliarsi contro le ARMI in quanto tali, dato che esse sono espressione della società stessa; insensato rivoltarsi contro di esse come se fossero il prodotto di una volontà di dominio, laddove non sono altro che la nostra seconda natura. Resta tuttavia, mi pare, la possibilità e anzi la necessità di lottare contro il loro uso capitalistico, cioè contro l’invisibile espropriazione, da parte del capitale, della ricchezza che attraverso di esse produciamo.

Mobilitazione totale si conclude con una sorta di grande elogio della cultura come vettore di un’emancipazione possibile: «si tratta di rilanciare, contro il discredito postmoderno del sapere, l’ideale della cultura, che proprio nell’età del web può disporre di risorse in precedenza inimmaginabili», e quando conclude (in modo al contempo onesto e orgoglioso): «so bene che questo è poco, ma è tutto quello che può venire da un professore che non si è rassegnato all’idea che ormai solo un dio ci può salvare». Si noterà come l’ideale del sapere di cui si parla qui non è elitario, riservato a quella parte esclusiva dell’umanità che sarebbe consacrata a conservarlo, nel bel mezzo della catastrofe mentale a cui sarebbero invece destinati i non eletti. È semmai l’ideale di un sapere democratico, che non ha neppure troppo bisogno di slanci utopici per essere affermato, dato che – come dice giustamente Ferraris, a tormento di tutti coloro che vedono dilagare la stupidità ovunque, meno che nei loro propri discorsi – «semplicemente [...] non c’è mai stata così tanta cultura come ai nostri giorni».

Maurizio Ferraris

Mobilitazione totale

Laterza, 2015, 109 pp., € 14

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Domenica 18 ottobre, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco). La replica della prima puntata, Amare, è programmata per giovedi 15 ottobre alle 16.30.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci