Aldo Nove, ritratto dell’alchimista da piccolo

dunlopLaura Pugno

All’inizio era il profumo. Storia personale, e universale, dei profumi di Aldo Nove è un libro insolito, tra romanzo e saggio, tra diario e dissertazione, tanto da aprirsi su una paginetta d’istruzioni per l’uso. Di cui in realtà non ha bisogno, dato che fa esattamente ciò che il sottotitolo promette: avventurarsi di là da Proust e tra gli alberi, oltre la madeleine di tutti, per raccontare, da un lato, il rapporto personalissimo tra il suo autore – figlio di un’estetista amante dei profumi, e cresciuto tra campi di fieno e cartolerie-universo nella provincia italiana – e il mondo, rassicurante e insieme unheimlich, degli odori e delle fragranze; e, dall’altro, la storia di questo stesso mondo, davvero dalle origini ai giorni nostri, tra barbarie apparenti o reali e civiltà raffinatissime. Sempre all’inseguimento di quell’arte dell’invisibile, costantemente collegata alla dimensione del sacro, intimo o collettivo, che è la creazione – o anche, perché no, la scelta – di un profumo.

Arte che va sperimentata di persona, letteralmente sulla propria pelle – ma come tutte le arti direi, dal vino a, soprattutto, la poesia: il campo da cui inizia l’apertura dello stesso Nove, ai suoi inizi di scrittore –, per capire che, come ha riassunto Jean-Claude Ellena – il “naso”, cioè il creatore di profumi, di Hermès – “l’odore è una parola. Il profumo è la letteratura” o che, come diceva il Buddha, “il bello è l’utile”, ed è importante “intendersi su cosa significhi l’utile. Credo che abbia a che fare con la liberazione. Dalla noia, dalla bruttezza”.

Il profumo di una distesa di narcisi che offre l’occasione di sperimentare un nirvana infantile, quello del fieno che racconta l’Italia contadina e perduta in cui si sono incontrati i genitori e prima di loro i nonni, i nitromuschi degli anni Settanta che giocano sull’odore del corpo, e che il cambiare delle normative internazionali ed europee sulle molecole permesse e quelle proibite nella profumeria di sintesi – “inventata” da Ernest Beaux per Coco Chanel – costringerà le grandi case profumiere a sostituire con alternative che lasciano ancora e sempre insoddisfatti chi li ha portati; e poi l’emergere dall’ombra della figura del creatore di profumi, il “naso” – come Ellena o, nel campo della profumeria di nicchia, Alessandro Gualtieri di Nasomatto e Orto Parisi, per esplicita ammissione dell’autore il suo preferito –: tutto questo mescola Nove nel suo libro, trasformando a ogni passo l’enciclopedia in autobiografia. E se il rischio segreto della prima è (o forse dovremmo dire è stata, in tempi di Rete) l’incompletezza, il prezioso piacere della seconda è (forse sempre?) la reticenza, a questo punto non si può non notare come lo scrittore Nove si presenti, in questo che è forse il suo libro personalissimo, senza la propria persona, appunto, di scrittore. Se la pubblicazione di Woobinda per Castelvecchi nel `96, o l’inclusione in Gioventù cannibale per l’allora nuovissima Einaudi Stile Libero – in quelli che ora appaiono, e chissà se anche all’autore, giorni editoriali lontanissimi –, hanno avuto un profumo pubblico o privato, Nove non lo dice, e certo può non dirlo. Altro gioco è questo, altra identità, altro avatar.

Torniamo quindi alle istruzioni sull’uso del profumo (e della poesia?), cosa che l’autore fa esibendo una competenza stratificata negli anni – fino ad arrivare a tentativi di profumeria in proprio, da dilettante appassionato o da apprendista stregone, tra cui il più riuscito porta il nome sinestetico, novecentesco di Azzurro di mela – che affonda in antichi studi sull’alchimia classica e il suo più antico e vero fine: “trasformare l’anima attraverso la trasformazione della materia”. Un fine perduto, la pietra filosofale, l’utopia? Forse, probabilmente, se “la pietra filosofale non è mai stata alcunché di concreto ma semplicemente la consapevolezza della vita e della sua complessità”. E proprio con la parola complessità tenuta al centro si può provare a divagare e a estendere i ragionamenti e le narrazioni di Nove a un’analogia più ampia: “negli ultimi vent’anni” – scrive – “e con un’accelerazione che lo rende imprevedibile, il mercato del profumo si è immensamente ingrandito e modificato. Sono cambiati i costumi e le mode, le strategie di vendita. Emergono iniziative sempre più innovative di marketing, spesso aggressive, spesso più legate al marchio che non al prodotto in sé, quasi marginale”. Stesse parole potrebbero adoperarsi, oggi, per il mondo dell’editoria, stesso rapporto con lo jus, flacone e packaging, distribuzione e vendita.

Agli onnipresenti generi del mercato editoriale, azzardando ulteriormente il paragone anche oltre i ragionamenti di Nove, finirebbero per corrispondere così i flankers, varianti di un profumo celebre a volte effimere, a volte paradossalmente destinate a una vita propria che va molto al di là di quella dell’originale, come nel caso di Hypnotic Poison di Dior, che ha scalzato dal trono l’essenza simbolo degli anni Ottanta (Poison, appunto) posizionandosi saldamente in testa alle classifiche delle fragranze femminili più vendute, in Italia e in Francia se non nel mondo. A un’industria sempre più globalizzata e veloce, sempre più standardizzata nell’offerta – nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – si contrapporrebbe così un nuovo artigianato, una profumeria di nicchia, iperartistica, presto personalizzata al punto da confondersi con l’odore della pelle, un nuovo biologico – per prendere in prestito il vocabolario di un altro settore, quello enogastronomico, dove processi simili sono in atto da tempo – a km zero, nell’ipercontemporaneità della Rete e del naturale di sintesi? E in mezzo i lettori, divisi tra il consumatore che siamo e quello che vorremmo essere, la cena infilata nel microonde e il sogno di una purezza assoluta, “per un’unione più completa / comunione più profonda / attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione, / il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua / della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio”.1

Aldo Nove

All’inizio era il profumo. Storia personale, e universale, dei profumi

Skira, 2016, 136 pp., € 14

1 T.S. Eliot, East Coker, in Quattro quartetti, traduzione di Filippo Donini.

Jannis Kounellis a Trieste

Andrea Fiore

Misurarsi con il percorso artistico di Jannis Kounellis (Pireo, 1936) è come ripercorrere le vicende dell’epico viaggio di Enea. Non è certo audace paragonare un visitatore al vecchio Anchise, sollevato di peso e portato in salvo sulle spalle dell’eroe.

L’idea di viaggio in Kounellis è drammatica e costante, un cammino che si oppone al mimetismo figurativo e che coglie la teatrale bellezza della vita nell’immagine frammentaria della realtà. La mimesi tende a tradursi naturalmente in rappresentazione, per questo essa non può definire il mestiere del pittore, che «secondo i Greci […] è quello di disegnare vite e non c’è assolutamente l’idea della mimesi perché la vita è superiore a essa» (J. Kounellis, La cultura è il sangue, in «Alfabeta2», 1, 2010, p. 23).

Una volta compreso che il mimetismo non conduce a un processo artistico, Kounellis risolve il problema dell’interpretazione artistica attraverso l’ideologia che, al contrario del dogmatismo, non corre il rischio di tracciare un abbozzo incompiuto di un mondo troppo complesso. Il risultato sarebbe un’esperienza artistica dal fiato troppo corto.

In Kounellis è ricorrente il dialogo con l’arte del passato, quella tenebrosa, in cui l’ombra ravviva l’esistenza attraverso il mistero della vita. L’artista opera appena dopo la grande deflagrazione della realtà, riscoprendo in ogni singolo frammento la sua immagine, senza cedere alla tentazione di ricomporla. Ogni singolo frammento ha la dignità di esprimere autonomamente l’immagine tragica e veritiera di una memoria collettiva.

L’esposizione allestita presso il Salone degli Incanti dell’ex Pescheria di Trieste, curata da Davide Sarchioni e Marco Lorenzetti, rappresenta l’indagine condotta su una città portuale, un luogo da sempre legato all’idea di viaggio. «La grande basilica in riva al mare» – così è chiamata dai locali la sede dell’esposizione – dal 7 settembre 2013 al 6 gennaio 2014 è teatro di un grande racconto, una Biblia pauperum che narra agli spettatori le memorie di una città di frontiera attraverso gli occhi di Kounellis.

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Sono gli oggetti poveri e di uso quotidiano che costituiscono i fonemi nel linguaggio dall’artista. Diciannove vecchi banchi da pesce sono l’ossatura dell’intero teatro espositivo, una grandiosa spina dorsale sulla quale opera Kounellis. I vecchi banchi di pietra si dispongono lungo la navata centrale e rappresentano il palcoscenico sul quale si consuma l’atto poverista. Relitti d’imbarcazioni distesi lungo una maestosa sequenza lapidea inscenano l’epilogo di una vita itinerante, in cui il viaggio e l’operosità sono le caratteristiche peculiari. I frammenti di barche usati da Kounellis provengono dal porto della stessa Trieste e rappresentano le memorie di una terra di confine che si incontrano con i ricordi della sua infanzia.

Questo triste commiato sui frammenti delle imbarcazioni smembrate è un rito di romantica trasformazione dei ruderi logori e abbandonati, nell’archetipo del mare e quindi del viaggio. Ombrosità caravaggesche e fiochi barlumi di luce si percepiscono tra le increspature lignee dei grandi relitti del mare. A contrastare la rigida orizzontalità di quelle aree sacrificali Kounellis utilizza una pioggia di elementi perpendicolari, anch’essi costituiti da due materie povere: la pietra e la corda.

Lunghe sequenze lapidee sono legate con funi che come una «pioggia di pietre sospese, di lacrime pesantissime che incombono sulla scena sottostante dà vita a un’immagine di toccante intensità» (D. Sarchioni, Jannis Kounellis: appunti di una nuova stazione, in Kounellis Trieste, catalogo della mostra, Skira, 2013, p. 29). Le pietre e le corde, come la presenza dei frammenti di vecchie imbarcazioni, non sono elementi inconsueti nel lessico di Kounellis; difatti hanno, insieme ad altri oggetti poveri di uso quotidiano, una forte capacità espressiva e concedono all’artista una sorta di azione catartica attraverso un processo di lacerante ritorno.

Il percorso espositivo di Kounellis a Trieste termina con una teatrale chiusura di sipario rappresentata dalle due platee dinanzi alla maestosa installazione. Due corpi oscuri costituiti da schiere di sedie disposte come austeri spettatori che assistono a una tragedia di Euripide.

KOUNELLIS TRIESTE
Salone degli Incanti | Ex Pescheria
A cura di Marco Lorenzetti e Davide Sarchioni
Fino al 6 gennaio 2014
Riva Nazario Sauro, 1 – Trieste