Ludd, o il Sessantotto trascendente

Anselm Jappe

Tra il 1968 e il 1978 l’Italia, com’è noto, ha vissuto la più lunga stagione contestataria di tutti i paesi occidentali in quel periodo, mentre altrove “il Sessantotto” era generalmente tanto intenso quanto breve. Era anche l’unico paese dove le proteste videro una sostanziale partecipazione operaia e popolare. Allo stesso tempo, l’Italia ha dato un’elaborazione teorica tutta sua di quegli eventi e della loro novità: l’operaismo, le cui propaggini si estendono fino a oggi. In retrospettiva, l’operaismo e le organizzazioni da esso influenzate (Potere Operaio, Lotta continua, poi Autonomia operaia) sembravano occupare tutto lo spazio a sinistra del PCI, vista anche la scarsa importanza che ebbero maoisti e trotzkisti, diversamente dagli altri paesi europei. In effetti, esiste ormai una ricca letteratura sull’operaismo. Tuttavia, a margine c’erano altre correnti che si volevano più radicali e che si ispiravano soprattutto ai situazionisti francesi e alla tradizione anti-leninista dei Consigli operai. Questa piccola area di “comunisti eretici”, che spiccava più per lucidità che per impatto immediato sulle lotte sociali, va sotto il nome di “Critica radicale”. Il suo raggruppamento più importante fu Ludd. Benché sia esistito per appena un anno, dal 1969 al 1970, coinvolgendo solo alcune decine di persone, soprattutto a Genova e Milano, e ne rimangano essenzialmente tre bollettini e alcuni volantini, Ludd è diventato nel corso del tempo una “leggenda” per quegli ambienti della critica sociale che si richiamano alle idee situazioniste, oggi forse più numerosi che quarant’anni fa.

Per la prima volta, una larga documentazione su Ludd e i suoi “precursori” è disponibile su carta stampata (il materiale era già disponibile sul sito nelvento.net). Un’utile introduzione di Leonardo Lippolis spiega il contesto storico. Quasi metà del libro è occupato da un saggio di 200 pagine di Paolo Ranieri, ex membro del gruppo, che mescola ricordi personali con commenti allo stato attuale del mondo, offrendo informazioni preziose, ma anche alcuni deplorevoli scivoloni. L’interesse principale risiede nella parte documentaria: documenti (soprattutto volantini) del Circolo Rosa Luxemburg, della Lega degli operai e degli studenti e del Comitato d’azione di lettere che si sono succeduti a Genova, nonché i tre bollettini di Ludd e i suoi volantini, con in più alcuni documenti interni.

Gli antecedenti si trovano in quei circoli che a partire dal 1960 si collocavano alla sinistra del PCI, dal quale si distanziavano sempre più nettamente: dapprima i Quaderni rossi di Panzieri, poi Classe operaia dove Antonio Negri e Mario Tronti gettavano le basi del futuro operaismo. Di fronte a quello che consideravano come una rottura ancora insufficiente con il leninismo, alcuni collaboratori di Classe operaia come Gianfranco Faina e Riccardo d’Este, futuri protagonisti di Ludd, ne uscivano per fondare il Circolo Rosa Luxemburg a Genova. Scoprivano la rivista francese Socialisme ou Barbarie (che aveva appena cessato di uscire), la cui figura centrale era Cornelius Castoriadis e che costituiva la punta più avanzata in Europa di una critica del leninismo e del progetto di un’“autonomia operaia” di fronte ai partiti e sindacati. A partire dalla fine del 1967, la situazione italiana si radicalizza rapidamente per culminare nell’”autunno caldo” del 1969: non solo nelle università, ma anche nelle fabbriche. La sinistra “extraparlamentare” passò da ultra-minoritaria a essere l’area più in sintonia con delle lotte che sfuggivano al controllo del PCI e della CGIL, e anche alle categorie interpretative tradizionali. Allo stesso tempo, il Maggio francese elettrizzò gli animi e comportò una maggiore diffusione delle tesi situazioniste, soprattutto la “critica della vita quotidiana”.

Dai vari contatti nacque nell’estate 1969 “Ludd – Consigli proletari” in una riunione al Film Studio di Roma. Ebbe almeno quaranta partecipanti distribuiti tra Torino, Genova, Roma, Milano e Trento, tra cui si possono ricordare, oltre a Faina e d’Este, Giorgio Cesarano, Pier Paolo Poggio, Mario Lippolis, Piero Coppo, Eddie Ginosa, ma anche Mario Perniola (tutti maschi, come ricorda Ranieri nella sua introduzione che contiene anche molti spunti autocritici). Una sezione italiana dell’Internazionale situazionista si era già formata all’inizio di quell’anno e mantenne altezzosamente le distanze. Nello stesso anno si formavano anche Potere operaio e Lotta continua – oggetti di forte polemiche da parte di Ludd che li accusava di voler dirigere nuovamente dall’esterno la spontaneità proletaria, di avere dei “capi” e di essere disponibili a una “modernizzazione” o “democratizzazione” del capitalismo. Ludd invece mirava a una “rivoluzione totale” che includeva anche una rottura esistenziale a livello individuale con il modo di vita vigente: la rivoluzione della vita quotidiana.

Il nome era già un programma: il movimento dei “luddisti”, gli operai inglesi che all’inizio del Ottocento distruggevano i telai meccanici, passava nella tradizione marxista come l’espressione di una tendenza infantile o reazionaria del nascente movimento operaio. Il libro dello storico inglese E. P. Thompson sulla formazione della classe operaia inglese, tradotto in italiano nel 1969, ne aveva invece rivelato l’importanza. Aveva ispirato il nome ai giovani rivoluzionari italiani. In generale, il loro orizzonte si muoveva tra marxismo e anarchismo, con uno spiccato interesse per il “consiliarismo”: quella tendenza eretica del movimento operaio che si rifà ai primi soviet e ai consigli durante la rivoluzione tedesca del 1919 nonché alle organizzazioni che ne continuavano il programma tra le due guerre, soprattutto in Germania e Olanda. In Italia questa tradizione di autoorganizzazione operaia fuori dai partiti e sindacati era del tutto assente e veniva scoperta attraverso la Francia. Divenne per Ludd (come per l’I. S.) uno spartiacque nella polemica contro l’operaismo nascente e le sue volontà “politiciste”.

Ludd intervenne con volantini spesso sarcastici e improntati al pamphlet situazionista “Della miseria nell’ambito studentesco”, tra cui una progettata contestazione del festival di Sanremo. Ma il più notevole fu il volantino “Bombe, sangue, capitale” distribuito qualche settimana dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e dove Ludd indicava – primi a farlo dopo il volantino “Il Reichstag brucia” della sezione italiana dell’I.S. – nello Stato il mandante della strage, in un momento in cui anche a sinistra regnava la più grande confusione.

Ma quello che può interessare maggiormente il lettore di oggi, perché meno legato al solo clima di quell’epoca, sono alcuni aspetti degli articoli più teorici del bollettino. Vi si ritrova anzitutto il rifiuto del lavoro e dell’”ideologia”. Gli autori, che si rivendicano «estremisti», constatano che ormai il proletariato è una categoria ben più vasta dei soli operai: l’alienazione e lo spossessamento si estendono alla vita intera, non solo al lavoro, sotto forma di una “colonizzazione della vita quotidiana”. Notano che ormai molti operai agiscono in modo del tutto diverso dai canoni del movimento operaio tradizionale. Ludd fa allora un elogio costante delle “lotte anti-economiche” del nuovo proletariato, del “sabotaggio”, della negazione tanto dell’economia quanto della politica, in nome del rifiuto dei “feticci della merce e del capitale”. La lotta di classe rimane un argomento onnipresente, ma assume i tratti di uno scontro generalizzato tra chi difende il modo capitalista di vivere e chi lo vuole abolire. Non la trasformazione graduale dell’esistente è l’orizzonte, ma la sua distruzione sotto forma di un’insurrezione, rifiutando tutte le mediazioni istituzionali. Ludd polemizza costantemente contro il militantismo e lo spirito di sacrificio: nell’azione rivoluzionaria, mezzo e fine, vita personale e azione collettiva devono coincidere (naturalmente, come ricorda l’introduzione, i membri di Ludd trovano grandi difficoltà a vivere veramente questa rottura e ne derivano forti frustrazioni e tensioni nel gruppo).

Un’altra preoccupazione costante è l’opera dei “recuperatori” (il Movimento studentesco di Mario Capanna è uno dei loro bersagli preferiti) che vogliono canalizzare l’energia negativa del proletariato verso delle riforme, promuovendo al contempo il proprio statuto di leader – non si può negare un grande valore profetico a questi attacchi! Altre volte, le critiche appaiono alquanto ingenerose, per esempio quando; parlando di psichiatria, mettono Franco Basaglia e Ronald Laing nel novero dei “rivoluzionari parziali” che non fanno altro che rafforzare il sistema.

Pur continuando a guardare all’operaio di fabbrica, Ludd elogia le nuove forme di opposizione al capitalismo: le rivolte dei neri negli USA, il sabotaggio, i saccheggi, l’assenteismo, l’illegalità, e anche la criminalità, la malattia mentale, la marginalizzazione. Come i situazionisti italiani, si entusiasmano per il sollevamento popolare di Battipaglia nell’aprile del ’69. Nel bollettino numero 3 (gennaio 1970), Piero Coppo, futuro antropologo e etnopsichiatra, espone una critica della medicina e della psichiatria come strumenti di dominio che critica la stessa antipsichiatria. Ma nonostante il nome, in Ludd si trova appena un inizio di una critica approfondita della scienza, della tecnologia e del regno degli esperti.

Più sorprendente, vista la sua evoluzione successiva, è la partecipazione di Mario Perniola (che era stato in contatto diretto con i situazionisti francesi tra il ’66 e il ’69); il suo contributo sulla “creatività generalizzata” anticipa il suo libro L’alienazione artistica.

Un particolare rilievo assume la figura di Giorgio Cesarano. Aveva già quarant’anni nel 1968, era poeta e faceva parte del mondo culturale milanese. La sua partecipazione agli eventi del ’68 lo scosse durevolmente (la sua elaborazione letteraria di quegli eventi sotto forma di diario, pubblicata nello stesso anno come I giorni del dissenso e La notte delle barricate, è stata riproposta nel 2018 dall’editore Castelvecchi, che ha ugualmente pubblicato uno studio di Neil Novello su Cesarano dal titolo L’oracolo senza enigma). Un suo saggio intitolato “L’utopia capitalista. Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza” apparve nel terzo bollettino. In uno stile a volte pesante (in generale bisogna dire che a Ludd mancava lo stile brillante, caustico e spesso divertente dell’I. S.) vi espone delle idee sviluppate da lui negli anni successivi in Apocalisse e rivoluzione (Dedalo, 1973), Manuale di sopravvivenza (Dedalo 1974) e nell’incompiuta Critica dell’utopia capitale (Colibrì, 1993). Vi espone l’idea di una “rivoluzione biologica” che a partire dal corpo si opporrà a tutte le alienazioni, perfino al linguaggio.

Nel saggio su Ludd, Cesarano sottolinea il ruolo del credito: ormai è socializzato, cioè viene concesso ai proletari, e facilita l’invasione della merce in tutto lo spazio sociale. Lo sfruttamento non si limita più allora alla vendita della forza-lavoro, ma invade tutto lo spazio e tutto il tempo. A causa del debito il proletario è ancora più in ostaggio dei dominanti. Scrive: “Ciò che in realtà l’individuo consuma nella società capitalista è sempre e solo merce e cioè capitale, lavoro morto, organizzato in modo da riprodursi e da accrescersi, e che si riproduce e si accresce proprio nella misura in cui viene consumato”. L’accento messo sulla “merce” come categoria centrale della critica sociale era poi destinato a un importante futuro. La lotta di classe non si presenta infatti più nei termini tradizionali: “Il ribaltamento ideologico operato dai sociologi ‘operaisti’ di ridurre la portata del processo di proletarizzazione universale all’aspetto di una ‘operaizzazione’ di nuovi ceti, da affrontare nei termini di un’analisi sociologica di ‘ricomposizione di classe’, si rivela ormai per quello che è: l’ultimo trucco, l’ultima mistificazione per nascondere al proletariato se stesso”. Diventare proletari non significa dunque più diventare operai. Riprendendo spunti situazionisti, Cesarano afferma che il “proletariato non è più identificabile in entità sociali parcellizzate e statiche – ma poiché ‘o è rivoluzionario o è nulla’ è lo stesso movimento che tende verso la totalità”. (Una definizione talmente “soggettivista” del proletariato comporta, è chiaro, ugualmente dei problemi – ma aveva un’importante funzione in quel momento storico in cui l’operaio di fabbrica cominciava da un lato a perdere la sua centralità, e dall’altro il suo aspetto necessariamente rivoluzionario). Infatti, Cesarano propone di abbandonare “l’immobile personificazione del proletariato” e di valorizzare l’”eterogeneità delle masse che colmano i ghetti dei disadattati, le carceri, i manicomi”, di tutti coloro cioè che non sopportano più le condizioni di vita che vengono loro imposte. Ma questo significa – altra idea assai importante – che “quando la classe tende all’universale e universale si fa la proletarizzazione imposta dallo sviluppo capitalistico, il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone”: se (quasi) ognuno può essere un po’ proletario, in cambio ognuno partecipa anche al dominio e ne riproduce i meccanismi (una conseguenza era, nei gruppi radicali, la ricerca spesso ossessiva e denunciatoria di atteggiamenti “borghesi” in se stessi o negli altri membri del gruppo).

Cesarano articola la critica dell’ideologia che sottrae il significato a ogni atto della vita e del lavoro, ma anche della scienza che perde di vista la totalità. Bisogna far cadere tutta la divisione tra struttura e sovrastruttura (ideologia). Lui oppone, in modo poco dialettico, a dire il vero, il valore d’uso come l’aspetto vivo, da rivendicare, al valore di scambio come aspetto mortifero della produzione e si spinge molto lontano nella ricerca delle origini ultime dell’alienazione, in termini che ricordano talvolta la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno: le trova nella preistoria, nel linguaggio e nella natura. “Prima che materializzarsi nel denaro, il valore di scambio si materializza, sacralizzato, nel sacrificio, nel mito, nel linguaggio come accumulazione seriale di significati”. La colonizzazione dei significati conta tanto quanto lo sfruttamento economico: “Qualsiasi forma di schiavitù, prima che misurabile in termini di quantificazione (termini di economia), è sempre qualificabile in termini di subordinazione dell’attività umana allo stato delle cose; così come qualsiasi forma di dominio, prima che quantificabile in termini di accumulazione di valore, è qualificabile in termini di gestione dei significati cui fa capo lo stato delle cose”. È allora logico che per Cesarano si deve arrivare alla “distruzione definitiva del regno delle cose” (qualunque cosa questo possa significare), ad opera della “spontaneità proletaria” fortemente elogiata.

Questo tentativo di rintracciare le cause della non-vita contemporanea fino alla sua dimensione più profonda, biologica e linguistica, porta Cesarano a una febbrile attività di scrittura negli anni successivi, ma anche al suo tragico suicidio nel 1975.

Nell’estate del 1970 Ludd decide di sciogliersi, senza drammi. L’incapacità di andare oltre la teoria e di implicarsi realmente nelle lotte collettive era uno dei motivi messi in avanti. I suoi membri più attivi continuano quasi tutti la critica sociale, ognuno a modo suo, e evitano le compromissioni con il sistema capitalistico cosi come con le organizzazioni “recuperatrici”.

Che cosa se ne può ritenere oggi, a parte il tassello che completa un quadro storico? Il Sessantotto mondiale, questa insurrezione contro il “vecchio mondo”, appare in retrospettiva ben diverso da quello che erano le intenzioni dei suoi protagonisti: ha prodotto non l’abbattimento della società borghese e capitalista, ma la sua modernizzazione. I contestatari hanno aiutato, volenti o nolenti, la società della merce a liberarsi di una serie di anacronismi e di superstrutture obsolete e incrostate, laddove i suoi stessi gestori non erano in grado di operare un tale aggiornamento. Questo fatto è ormai risaputo. Molti si sono accontentati dei cambiamenti – d’altronde grandi – che il “capitalismo progressista” ha introdotto negli anni settanta in tutte le sfere sociali. Ma come in ogni rivoluzione, c’erano stati i momenti dell’”assalto al cielo” in cui sembrava possibile di volere tutto, non soltanto delle briciole. La poesia, ma anche una parte dell’importanza perdurante di questi picchi della storia risiede in quella ricerca dell’assoluto, che sia realizzabile o no. Ludd, per quanto minoritario, e con tutti i suoi limiti, faceva parte di questi “momenti trascendenti” della storia di cui possono nutrirsi i ribelli ancora per diverse generazioni.

Progetto Critica radicale

La critica radicale in Italia: Ludd 1967-1970

Nautilus, Torino 2018

p. 566

I Situazionisti non se ne sono mai andati

Andrea Comincini

Mentre il capitalismo del dopoguerra generava trionfanti narrazioni autoreferenziali, parti di società subivano l’orrore di inautentici automatismi privi di significato, trasformando il lavoro nella fabbrica e la vita in periferia in prigioni esistenziali amorfe capaci di uccidere il desiderio e la vita nella sua bellezza più autentica. Sin dai tempi di Rimbaud e Breton è stata l’avanguardia artistica, in Francia, il luogo dove qualsiasi processo di contrasto a quel mondo disumanizzato ha trovato terreno fertile; e proprio oltralpe, negli anni Cinquanta, si svilupparono le più significative istanze rivoluzionarie, colmate poi nel Maggio del ’68. Gli intellettuali degli anni Sessanta ebbero un passato culturale con cui confrontarsi: dadaisti, lettristi e realtà artistico-letterarie di ogni genere, accomunate tuttavia da una radicale e intransigente critica del reale. Chi furono dunque i nuovi Prometeo che sfidarono il dio del Capitale? Lo raccontano da una parte Gianfranco Marelli, già insegnante nei licei ed esperto di pensiero critico; dall’altra, Donatella Alfonso, giornalista e scrittrice di lungo corso. Con L’amara vittoria del situazionismo e Una imprevedibile situazione, la storia dell’Internazionale situazionista viene raccontata da due punti di vista differenti: da un lato un’analisi storiografica, dall’altro un’ottica più intima e sentimentale. Ciò che si evince da entrambi è che l’Internazionale situazionista fu una organizzazione senza gerarchie ma fortemente controllata ai vertici, senza alcuna idea di progetti ideologici e metodologici ma incredibilmente attenta al proprio programma, aperta al mondo e contemporaneamente in trincea, vittima di continue epurazioni. Compito principale dei situazionisti fu attuare “una trasformazione radicale e totale della realtà a partire dai comportamenti individuali, tant’è che il compito degli artisti rivoluzionari è anzitutto quello di abbandonare il ciarpame della cultura decomposta per vivere essi stessi in modo rivoluzionario”.

Marelli attraversa la storia dell’Internazionale evidenziandone limiti e pregi indiscutibili e, fedele a una disamina scientificamente attenta ai fatti, ai proclami e ai documenti ufficiali, mostra chiaramente come la natura stessa del movimento fosse magmatica. L’energia rivoluzionaria che l’attraversava infatti, votata a sconfiggere quella “cultura decomposta”, si trovò inevitabilmente a rivolgersi contro di sé per eccesso di intransigenza. In che modo stabilire ciò che è veramente emancipante e libero se non… decidendolo? La risposta ultima arrivò sempre dal leader indiscusso: Guy Debord bollò molti dei vecchi compagni come vittime del capitale o di idee prive di “eccezionalità”, incapaci di cogliere la loro funzione rivoluzionaria (in ciò criticando il concetto stesso di funzione) – lasciando trasparire un’intransigenza simile a quella denunciata nei partiti di sinistra. Pur dialogando con critici marxisti quali Lefebvre o Goldmann, infatti, l’Internazionale rifiutava i metodi di lotta di classe “ideologici”. Sostenitori di una rivoluzione completa, basata sul soggetto, e libera da apparati di qualsiasi natura, gli esponenti di questa forza (Pinot-Gallizio, Debord, Bay, Melanotte, Jorn, Rumney, Olmo – la cui presenza nel gruppo, come detto, fu spesso transitoria) – sostennero la necessità di “costruire delle situazioni, cioè degli ambienti collettivi, un insieme di impressioni che determinano la qualità del momento”.

Marelli evidenzia molto lucidamente i limiti che gli epigoni di questi grandi intellettuali mostrarono: ciò che caratterizzò la fine del movimento fu anche lo scimmiottamento di una spontaneità ormai estinta. Eppure, nonostante limiti personali, nel testo emerge un fattore essenziale per comprendere l’Internazionale e il maggio francese. La critica feroce al capitale e alla bulimia delle merci, la battaglia contro l’alienazione quotidiana ha finito per apparire simile – nei metodi e nei risultati – al sensazionalismo che si crea intorno al prodotto capitalistico. “Una volta passati gli ardori rivoluzionari e cancellata ogni possibilità di agire in un tessuto sociale del tutto prono alle esigenze di trasformazione produttiva imposte dalla globalizzazione economica, la critica radicale dell’Internazionale situazionista è stata frantumata, parcellizzata e adattata alla moda dei nuovi saltimbanchi della cultura e dell’arte, pronti a rivendicare la propria critica dello spettacolo mediatico, divenendo lo spettacolo critico mediatico più à la page”.

La dimensione più intima e personale è approfondita come si diceva da Donatella Alonso, la quale preferisce raccontare le origini del movimento e le passioni delle persone che lo fondarono. La giornalista spiega quanto fosse necessario al disegno rivoluzionario non solo demolire il reale, e ogni linguaggio che lo descriveva, ma anche tracciarne una nuova mappa urbana. Se la metropoli è simbolo del potere costituito, non deve stupirci che l’origine di un movimento votato letteralmente a smantellare l’arte borghese, fino a porsi avanguardia del maggio ’68, ebbe sede in un piccolo paese anonimo. A Cosio d’Arroscia (Imperia) un gruppo disparato e disperato di giovani poeti, musicisti, architetti trovò la sua naturale collocazione, trasformando un grazioso villaggio nel cuore pulsante del progetto che prenderà nome di Internazionale situazionista appunto, in cui convogliarono esperienze di precedenti avanguardie come il MIBI (movimento internazionale per una Bauhaus immaginista), o il CO.BR.A (Comitato psicogeografico di Londra).

Arte, vino ribellione: si evince dal sottotitolo quanto la storia narrata si faccia largo tra ricordi e suggestioni, intimità e pensieri sotterranei. Sono percorsi di una fratellanza segreta, esaltata spesso dall’incredibile capacità dei protagonisti di condividere lo stesso amore per lo spirito, e non spirito interiore, non solo, ma quello che arricchisce l’alcool, rendendolo un imprescindibile alleato nella dura battaglia per la rivoluzione infinita. Con gusto ed estrema perizia Alonso tratteggia un quadro a tinte vivaci di altrettanti personaggi: lo scrittore cineasta Debord, il quale inaugurava la mattinata con un litro di vino al bar del centro; il musicista Walter Olmo, un ragazzo pieno di speranze e presto sferzato dal mentore francese, o ancora Rumsay, Jorn, Pinot-Gallizio, Piero e Elena Simondo: tutti protagonisti di un’epoca raccontati lontano dalle cronache di rito, per apparire nella loro più nuda umana precarietà, sottratta a quelle luci della ribalta che da lì a pochi anni sarebbero divenute accecanti.

La vita a Cosio è travolta da pitture e psicocoreografie, musiche sperimentali e urbanistiche d’avanguardia. E dalla personalità già evidentemente ribelle dei protagonisti: “I sottoscritti Guy-E. Debord, di nazionalità francese, di professione cineasta, e Piero Simondo, di nazionalità italiana, di professione pittore, dichiarano di essere stati interrogati pubblicamente in modo insolente e arbitrario dall’agente dei carabinieri in servizio a Cosio d’Arroscia oggi, 2 agosto 1957, alle 16.30 sulla piazza di S. Sebastiano, e in conseguenza domandano al signor sindaco di voler chiedere alla polizia locale spiegazioni e scuse”. Non erano rari momenti come questi, cercati e voluti più che altro per portare avanti quella idea di ribaltare, svuotare, distruggere e ricreare la società intera partendo da gesti simbolici, da situazioni. Nel breve viaggio in cui ci conduce la Alonso tuttavia, si intravede anche una sfumata tinta di malinconia. Traspare dai grandi amori e dalle grandi sofferenze (si pensi alla nipote di Guggenheim, Peggy, raccontata in un capitolo denso di emozioni), o nei ricordi di Ilva Simondo, nipote di Piero, quando parecchi anni dopo rammenta l’allegria del tintinnare di quei bicchieri, ormai vuoti.

Se il suicidio di Debord, nel ’94, getta una luce triste sull’Internazionale, la Alfonso preferisce soffermarsi sull’aspetto spensierato di quei giorni, ricordando il legame profondo e travolgente tra gli artisti e Cosio: “C’è una porta con su scritto “Taverna”, tra i vicoli in pietra. Accanto, c’è una riproduzione di una foto di quel luglio lontano, una di quelle scattate da Ralph (Rumsay ndr): sembra un tempo sospeso. In fondo, i Situazionisti non se ne sono mai andati da qui. Una cantina si può sempre riaprire, per loro”.

Gianfranco Marelli
L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957-1972
Mimesis, 2017, 456 pp., € 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Donatella Alfonso
Un’imprevedibile situazione. Arte vino ribellione: nasce il situazionismo
il melangolo, 2017, 94 pp., € 14

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Come ripensare la contestazione

Amalia Verzola

Nella prima metà degli anni Settanta un giovane romeno esule a Parigi, Toni Arno, fonda la rivista «Errata». Pubblicata per la prima volta nel novembre 1973, essa rappresenta un esempio ben costruito di militanza intellettuale.

Quindici anni di proposte, progetti, idee e alternative, e un solo scopo: spiegare il fallimento del ’68 e superarlo. Un superamento che, dunque, è anche e soprattutto un attraversamento. Peccato però che l’avventura avanguardista che accompagna la pubblicazione di «Errata» sia pressoché sconosciuta. Peccato, perché le tematiche che emergono dalla lettura della rivista sono davvero suggestive.

Al primo impatto «Errata» sembrerebbe collocarsi nel solco del postsituazionismo, ma non è affatto così. Lo stesso Toni Arno, d’altronde, fa parte dell’Internazionale situazionista, ma solo per qualche mese. Conosce e frequenta Guy Debord per prenderne poi bruscamente le distanze. Perché? «Errata» voleva rispondere a una sostanziale esigenza: innescare un processo efficace e trasversale di ridefinizione delle culture di sinistra.

Forse anche l’Is, così come il movimento rivoluzionario moderno, non era stata in grado di comprendere realmente la sua epoca? O meglio: l’Is era riuscita a ingaggiare quella che Arno avrebbe definito una lotta storicamente situata? Critica e socialità sono i concetti chiave attorno ai quali ruota il lavoro del gruppo avanguardista che gravita intorno ad Arno. Un gruppo che stenta, tuttavia, a definirsi tale. «Errata» è l’incontro autentico di individui che condividono le medesime prospettive, le medesime aspirazioni. Non è settarismo, ma partecipazione.

Ripensare non solo il presente ma anche e soprattutto i rapporti interpersonali: su questo terreno si gioca la partita. Ma in che modo la rivoluzione deve avvenire nel presente? Innanzitutto rompendo col passato. Con una rinnovata lucidità, con un’affinata capacità critica. Il rapporto con la dimensione storica non deve più fondarsi su un’attitudine contemplativa, fatalista o addirittura millenarista: tendenza che invece è stata la cifra peculiare degli anni Settanta.

I movimenti rivoluzionari avevano in effetti dimostrato scarsa capacità di aderire al presente, riproponendo schemi di pensiero e azione ormai obsoleti, stantii. Il primato della teoria, inoltre, aveva contribuito a rendere ancora più difficoltoso qualsiasi ripensamento critico del dato. Il fallimento stesso della contestazione aveva portato con sé una serie innumerevole di piccole rivendicazioni astratte.

Per «Errata», invece, fare la storia, e ingaggiare una lotta storicamente situata, vuol dire essenzialmente avere una cognizione chiara del momento storico: essere in grado di soggiornarvi. «Per capire il presente è importante insistere, persistere, considerare senza precipitazione tutto ciò che è in via di formazione – sostiene Toni Arno in Jours critiques, pubblicato sull’undicesimo numero della rivista –. Non risparmiarsi di fronte a nessuna difficoltà che si presenti, ma affrontare queste per intero, senza scorciatoie né vie traverse. I cambiamenti reali non sono i più visibili, ma i più sensibili.»

Il rapporto dei vecchi rivoluzionari con la dimensione potenziale dell’esistenza era assolutamente patologico, morboso, proprio perché non attento al presente. «Errata» vuole invece accogliere e tesaurizzare il momento storico. Questa nuova attitudine è critica in quanto valutativa, analitica. Una disposizione a lasciarsi attraversare dalla vie courante che porta con sé anche la possibilità di risignificare le relazioni interpersonali attraverso un contatto più profondo con l’altro orientato all’ospitalità, alla scoperta e privo di pregiudizi. Non c’è alcun rapporto di antecedenza logica tra la critica e questa rinnovata socialità: affinare l’arma della critica, infatti, significa al contempo acquisire coscienza del contenuto eversivo della relazione, dell’incontro.

E così questa socialità, la capacità di vivere consapevolmente le relazioni interpersonali, permette di articolare un’opposizione specifica allo statu quo. La critica, incanalata nella socialità, può dunque finalmente tradursi in sapere operativo. La socialità critica, ovvero il saper-essere-presenti-lucidamente nella relazione, rappresenta in «Errata» il punto di arrivo di un percorso di indagine estremamente interessante. Ma, al contempo, anche il punto di partenza. Il presente non offre mai un adeguamento perfetto dell’altro: farsi carico di questa differenza irriducibile vuol dire predisporsi all’emergenza dell’imprevisto, e dunque al cambiamento. Una nuova generazione di intellettuali rimpiazza così quella precedente. L’intellettuale di «Errata» vuole conoscere il mondo senza lasciarsi intrappolare dal vecchio.

Rispondere alle esigenze dei tempi non equivale a guardare con occhio nostalgico al passato, né tanto meno a proiettarsi in una dimensione futura tanto fumosa quanto irreale. Rispondere alle esigenze dei tempi vuol dire aprirsi, piuttosto, a un contatto più autentico con il presente. Quello di «Errata» fu un progetto culturale di ampio respiro e di estrema attualità. Forse sottovalutato.

Questo articolo è la versione breve  di un intervento letto in occasione del convegno internazionale «Situazionismo: teoria, arte e politica» tenuto a Roma il 30 maggio scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, a cui alfabeta2 ha dedicato uno nodo nel nuovo numero.  Leggi gli altri interventi sul numero 32 di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale

Fluxus è «α-beta»

Stella Succi

Il legame tra «alfabeta» e Fluxus trascende le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del movimento: è infatti un legame storico, che va fatto risalire alla rarissima «serie nera» intitolata «a-beta», costituita da soli cinque numeri usciti tra il marzo del 1975 ed il Gennaio del 1977. L’aneddoto dal quale sorge l’avventura editoriale di «a-beta» è di sapore romanzesco: nella hall deserta dell’hotel Manzoni di Milano, in una notte dei primi mesi del 1975, sono seduti Gino Di Maggio, oggi direttore responsabile di «alfabeta2», e il celebre artista Fluxus George Brecht.

George Brecht ha bisogno di bere: i due aprono la porta del bar e, in uno slancio bohemièn, cominciano a bere e parlare di arte, di politica, di filosofia fino all’alba. Viene naturale, all’albeggiare, dirsi che tutte quelle parole non resteranno semplicemente un ricordo di una notte brava. L’intenzione è di farne una pubblicazione, perché no, una rivista, tramite cui sviluppare l’infinità di spunti proposti in quel momento di divertissement.

Il titolo «alfabeta» è frutto di un lampo di genio e di un gioco artistico quanto mai Fluxus. Nel domandarsi, Di Maggio e Brecht, che titolo dare alla pubblicazione, Brecht adocchia il pacchetto di sigarette nazionali Alfa sul tavolino. Lo raccoglie, e aggiunge a penna da un lato beta, e dall’altro lato bête. La doppia dicitura, beta e bête, non è una tautologia, ma un gioco semantico: la traduzione di bête non è beta bensì bestia, che se da una parte rimanda alla bêtise, a una certa idiozia del Dada, dall’altra rimanda alla Cage aux fauves di Vauxcelle, a un’avanguardia aggressiva e mordace.

Le pagine di «α-beta» si fanno quindi, per quel breve scorcio di anni, portavoce delle istanze del movimento Fluxus, e delle avanguardie artistiche che ne informano modi e contenuti: viene dedicato spazio a dada, al situazionismo, al futurismo (per citarne uno soltanto, viene ripubblicato l’articolo di Antonio Gramsci, Marinetti rivoluzionario, comparso su «Ordine Nuovo», il 5 gennaio del 1921). La sezione centrale, «Presenze», è illustrata con opere Fluxus di notevole sperimentazione grafica, in particolare nel Pop-Up di Gianni-Emilio Simonetti e in Fandango di Wolf Vostell.

L’aspetto tuttavia più Fluxus di «α-beta» consiste forse nella rete di relazione che lega i personaggi coinvolti concretamente nella piccola ma coraggiosa avventura editoriale: Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Sergio Albergoni, Gianni-Emilio Simonetti, le vere anime di questa «serie nera»: nel 1975 sono tre giovani coetanei che gravitano attorno a piazzale Martini. Con la stessa fluida naturalezza con cui nascono le amicizie giovanili di quartiere nasce la rivista. E, proprio come un flusso, si trasforma nel tempo, svanisce, torna come pioggia, e ancora scorre.

Nel 1979, a due anni dall’ultimo numero di «a-beta», il titolo ritorna leggermente modificato in «alfabeta», su un progetto diverso e nuovo: la storica Alfabeta di Umberto Eco, Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Paolo Volponi, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Maria Corti, Mario Spinella, Franceco Leonetti, e più tardi Omar Calbrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti.

Da alfaFluxus supplemento mensile al n.25 (dicembre 2012-gennaio 2013) di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale

La calata dei situazionisti a Cosio

Sandro Ricaldone

Ai confini tra Liguria e Piemonte, in un territorio a lungo conteso fra Genova e i Savoia, Cosio d’Arroscia sembrerebbe il teatro meno indicato per un evento dai riflessi planetari come la fondazione dell’Internazionale Situazionista, che vi ebbe luogo il 28 luglio 1957. A turbare la routine agricola e artigianale questo antico borgo, cui l’intreccio dei caratteristici caruggi conferisce un aspetto labirintico, proiettandolo per una settimana in una dimensione cosmopolita, venne in quell’estate un’esigua ma sensazionale pattuglia di artisti provenienti dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Danimarca, oltre che dal vicino Piemonte.

Erano Guy Debord e Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Pegeen Guggenheim, Asger Jorn, Pinot Gallizio e Walter Olmo, approdati a Cosio per un soggiorno - che prese poi il nome di Conferenza - nella casa di famiglia di Piero Simondo, dove questi si era trasferito dopo il matrimonio con Elena Verrone. In un clima bizzarro e festoso, ampiamente innaffiato dal dolcetto locale, ribattezzato da Debord “cosiate”, con il sottofondo musicale dei Platters e di Vivaldi, fu discussa e approvata la proposta di scioglimento dei gruppi preesistenti e la loro confluenza nella nuova organizzazione.

Se raggiungere Cosio a quell’epoca non era agevole, come attestano la corrispondenza di Debord e lo sconclusionato telegramma di Rumney (“Non arrivo più ieri, allora oggi stessa ora”), benché la carrozzabile napoleonica da Oneglia a Mondovì avesse da più di un secolo soppiantato i tracciati impervi delle antiche vie del sale, ben più complicate erano le strade, artistiche e intellettuali, che avevano condotto i membri del Movimento Internazionale per una Bauhaus immaginista, dell’Internationale lettriste e del fantomatico London Psychogeographical Committee a convergere in quel luogo e a condividere quella scelta, peraltro non unanime.

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Gallizio, Simondo, Verrone, Bernstein, Debord, Jorn, Olmo
Cosio d'Arroscia, luglio 1957 (foto Ralph Rumney)

Asger Jorn proveniva dall’esperienza esaltante ma contrastata di Cobra, che aveva riunito dal ’48 al ’51, gli artisti dei gruppi sperimentali danesi e olandesi alla frazione dei Surréalisme-Révolutionnaire belga capeggiata da Christian Dotremont, propugnando un’espressione libera, frutto di un “automatismo fisico” d’impronta surrealista e di una marcata attenzione alla cultura popolare. In seguito, ripresosi da una grave malattia polmonare, aveva fondato, nel 1953, il Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista, idealmente contrapposto alla Hochschule für Gestaltung diretta da Max Bill, che, a suo avviso, tradiva l’eredità del Bauhaus di Weimar e Dessau, che contava fra i suoi docenti Klee e Kandinsky, per concentrarsi sul design industriale. In questo nuovo percorso, avviato con l’Incontro Internazionale della Ceramica tenuto ad Albisola nel giugno del 1954, con la partecipazione, fra gli altri di Appel, Baj, Dangelo, Fontana, e Scanavino, si era poi inserita la verve di Pinot Gallizio e la riflessione metodologica di Piero Simondo, con i quali aveva dato vita al Laboratorio Sperimentale di Alba, ideale palestra per la ricerca condivisa di nuove forme, e organizzato, nel settembre 1956, il Primo Congresso mondiale degli Artisti liberi, sul tema “Le arti libere e le attività industriali”.

In questa sede ebbe luogo il ralliement con l’Internationale lettriste di Guy Debord e Gil J. Wolman, nata quattro anni prima da una scissione del movimento lettrista fondato a Parigi nel 1945 da Isidore Isou, il poeta romeno che proseguendo la decostruzione della forma lirica avviata da Rimbaud e Mallarmé, aveva individuato nella lettera il materiale primario dell’espressione verbale, musicale e plastica. A propiziarlo era la comune presa di posizione contro il funzionalismo architettonico, cui Jorn imputava di ignorare la prospettiva di un’integrazione con la pittura e la scultura, escludendo gli artisti visivi da uno spazio che avrebbero dovuto condividere, mentre Debord e compagni – sulla scorta del “Formulaire pour un urbanisme nouveau” redatto nel 1952 da Ivan Chtcheglov (alias Gilles Ivain) – lo ritenevano responsabile di una massificazione utilitaria avversa alle istanze di una quotidianità liberata e di un ambiente capace di suscitare nuove passioni.

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La Bauhaus Immaginista: Constant Nieuwenhuys, Pinot Gallizio e Asger Jorn

Una tematica, questa, congeniale anche a Ralph Rumney, artista espatriato dall’Inghilterra per le vicende giudiziarie seguite al suo rifiuto di prestare il servizio militare, che aveva contestato, in dibattiti nella sede dell’I.C.A., l’International Center of Arts di Londra, i progetti di Colin Buchanan per lo sviluppo della rete stradale metropolitana e i piani di ricostruzione della città, devastata dai bombardamenti della Luftwaffe, basati sul gigantismo brutalista. Nelle sue peregrinazioni fra Italia e Francia Rumney era entrato in contatto sia con i membri dell’Internationale lettriste, interessandosi in particolare al versante psicogeografico delle loro ricerche, sia con Jorn, che gli era stato presentato da Enrico Baj a Milano.

A supporto della proposta di confluire in un’organizzazione unitaria, Guy Debord aveva predisposto un documento ampio ed articolato, il Rapport sur la construction des situations et sur les conditions de l'organisation et de l'action de la tendance situationniste, stampato in giugno a Parigi. Sebbene presentato a Cosio, non fu – secondo la testimonianza di Simondo – discusso in quella sede, benché in seguito Debord lo abbia qualificato come “l’expression théorique adoptée à la conference de fondation de l’Internationale situationniste”. Approvato allora o meno, il Rapport resta indiscutibilmente la carta costitutiva dell’I.S.. Il titolo è, in certa misura, ingannevole: in realtà lo spazio dedicato alla “costruzione delle situazioni” è non è più esteso di quello riservato alle altre “condizioni dell’organizzazione e dell’azione dell’Internazionale situazionista”.

Ma il tema della situazione affascinava Debord dal tempo in cui stava realizzando il suo primo (e più radicale) film: Hurlements en faveur de Sade, realizzato nel 1952. La conclusione del testo teorico premesso alla sceneggiatura, Prolegomenes à tout cinéma futur recitava infatti, parafrasando la frase di Breton “La beauté sera convulsive ou sera pas”: “Les arts futurs seront des bouleversements de situations, ou rien”. L’anno successivo Debord riprendeva l’argomento in un manifesto incompiuto intitolato Manifeste pour une construction de situations, che già preannunciava la struttura del Rapport, nel quale sanciva la morte dell’estetica e l’avanzare di un’arte incentrata su “ricerche per un’azione diretta sulla vita quotidiana” e su un metodo ancora non scritto per “dedurre le leggi, vagamente presentite, delle sole costruzioni che in definitiva ci interessano: situazioni capaci di sconvolgere tutti gli istanti”.

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Piero Simondo a Cosio d'Arroscia, luglio 1957
(foto di Ralph Rumney)

Il tono del Rapport, che si apre sulla lapidaria affermazione: “Per prima cosa noi pensiamo che bisogna cambiare il mondo” - una frase in cui in filigrana traspare, ancora, una citazione di Breton, “«Transformer le monde», a dit Marx ; «Changer la vie», a dit Rimbaud : ces deux mots d’ordre pour nous n’en font qu’un" – è liquidatorio nei confronti delle avanguardie storiche: del Futurismo, accreditato di molte innovazioni formali ma imputato di appiattirsi una nozione schematica di progresso macchinistico; del Dadaismo, costretto nella rete di una negazione necessaria ma inconcludente; del Surrealismo,arenatosi – dopo aver dato voce ai “desideri della sua epoca” – nella ripetizione degli epigoni. Ed è non meno severo verso le tendenze contemporanee: l’esistenzialismo, che dissimula il niente sotto un linguaggio filosofico d’accatto e si concede alle lusinghe della moda, o il Lettrismo, che pur essendo partito da “un’opposizione completa a tutti i movimenti estetici conosciuti … ha preso un nuovo inizio in un quadro generale simile a quello antecedente”.

Il rigore non risparmia Cobra, movimento che pur avendo compreso la complessità delle problematiche attuali è naufragato per “mancanza di rigore ideologico e per l’aspetto eminentemente plastico delle sue ricerche” (come non leggere qui, nel secondo aspetto, la prefigurazione della successiva emarginazione non solo degli “italo-sperimentali” Simondo, Verrone e Olmo, ma di Gallizio, del Gruppo Spur e dello stesso Jorn?). Lo stesso Bauhaus Immaginista è citato, con una sorta di degnazione, soltanto come portatore di un’istanza antifunzionalista, mentre la piattaforma proposta all’azione comune riporta in primo piano l’intero armamentario delle tecniche elaborate dall’Internationale lettriste. La dèrive, “pratica di spaesamento passionale mediante il cambiamento improvviso di ambienti e strumento di studio della psicogeografia e della psicologia situazionista”; il détournement, alterazione del senso di frasi, immagini e oggetti attraverso l’inserimento in un diverso contesto; l’urbanisme unitaire, cui già si è accennato. Senza dimenticare, appunto, la costruzione di situazioni, “ambienti collettivi, insiemi d’impressioni che determinano la qualità di un momento”.

Situazioni che per essere agite direttamente costituiscono la negazione della configurazione moderna dello “spettacolo” - un termine, destinato a divenire centrale nella riflessione di Debord, qui introdotto nella sua prima elaborazione, come principio di condizionamento unidirezionale – e che rimangono momenti provvisori, “di passaggio”, perché l’idea di un’arte immutabile “è la più grossolana che un uomo possa concepire a proposito dei propri atti”. Ma la novità più ricca di futuro del Rapport, non sta forse in questo (d’altronde il programma di realizzazione di situazioni non risulta abbia trovato riscontri più che episodici), quanto piuttosto nella cornice di analisi sociale e politica che Debord disegna attorno alle ipotesi d’azione dell’Internazionale situazionista: lo scenario di una società che non ha saputo comprendere le trasformazioni epocali in atto e che (non molto diversamente da oggi) rimane costretta in logiche superate anziché affrontare il nodo di una rivoluzione necessaria.