alfadomenica gennaio #2

DEMICHELIS su CASSANO e la SINISTRA - BORELLI su BIAGINI - GIOVENALE sulle NUOVE SCRITTURE – SEMAFORO – RICETTA **

IL VENTO DELLA STORIA O LA TEMPESTA CAPITALISTA
Lelio Demichelis

Dove è andato al potere, il capitalismo ha distrutto tutte le condizioni di vita precedenti e diverse ma non ha lasciato tra gli uomini altro vincolo e legame che il nudo interesse. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio e posto la libertà di commercio come valore assoluto e supremo della società. Invece dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha prodotto e fatto accettare lo sfruttamento aperto, senza pudori.
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TEATRO E SOCIETÀ CIVILE: L'OPEN PROGRAM DEL WORKCENTER
Maia Giacobbe Borelli

Ho incontrato a Roma Mario Biagini, dal 1986 collaboratore di Thomas Richards e Jerzy Grotowski. Direttore associato del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, Mario Biagini dirige oggi l’Open Program, uno dei due gruppi di ricerca attivi al Workcenter, con cui ha creato “I Am America”, “Electric Party Songs” e “Not History’s Bones”, una serie di performance basate su testi di Allen Ginsberg.
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UN'INTRODUZIONE A GIOCO (E) RADAR
Marco Giovenale

Da oggi, su alfadomenica, una serie di interventi dedicati alle nuove scritture, e ai loro rapporti con le altre arti, soprattutto in (relazione alla) rete: GIOCO (E) RADAR.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Decennismo * Età * Relatività
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Veloce come la luce, arriva la smentita. Il croque-monsieur? ma che cos’è? pancarré, gruviera e cotto… vergogna! È Leda Vigliardi Paravia che prende la parola e mi estrae dal suo ricettario (di prossima pubblicazione) questa: Mozzarella in carrozza.
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Il vento della storia
o la tempesta capitalista

Lelio Demichelis

Dove è andato al potere, il capitalismo ha distrutto tutte le condizioni di vita precedenti e diverse ma non ha lasciato tra gli uomini altro vincolo e legame che il nudo interesse. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio e posto la libertà di commercio come valore assoluto e supremo della società. Invece dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha prodotto e fatto accettare lo sfruttamento aperto, senza pudori. Sì, perché il capitalismo non esiste se non rivoluzionando di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi l’insieme dei rapporti sociali. L’incertezza e il movimento incessante gli sono strutturali. Mentre il bisogno di mercati sempre più estesi lo spinge ovunque nel globo terrestre, rendendo cosmopolita la produzione e il consumo e creando sempre nuovi bisogni. E nuove crisi, riducendo i mezzi per prevenirle.

Ecco una sintetica descrizione della globalizzazione degli ultimi vent’anni, della modernità liquida baumaniana e del neoliberismo. Dove tutto diventa liquido, incerto, in movimento sempre più frenetico, per una competizione globale di tutti contro tutti. In verità abbiamo semplicemente ripreso (ma rispetto all’originale abbiamo preferito capitalismo a borghesia) alcuni brani del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels del 1848. Per dimostrare quale sia – da più di 200 anni - l’essenza del capitalismo, la sua forma stabile ma a riproducibilità infinita, anche se ogni sua trasformazione ci appare sempre come nuova e diversa e più moderna. Già, perché i modi di creare capitale (dalle enclosures inglesi alle recinzioni/privatizzazioni della conoscenza e alla finanziarizzazione di oggi) e di organizzare il lavoro (sua incessante divisione/individualizzazione) si replicano oggi anche nella rete, la nuova catena di montaggio del lavoro, del valore, della conoscenza, del capitale umano di ciascuno. Capitalismo che non è morto, come auspicavano Marx ed Engels – pensando ingenuamente che il capitalismo avrebbe creato anche gli uomini capaci di abbatterlo - ma è più forte e più vivo (più egemone) che mai. Anche dopo questa ultima crisi.

Ma allora perché la sinistra (che doveva vincere) ha perso, mentre il capitalismo (che doveva perdere) ha vinto alla grande? Tentiamo qualche risposta. Perché il meccanismo di divisione industriale e capitalistico del lavoro (e del tempo, che ne è la premessa per accrescere la produttività) è appunto strutturale al sistema e questo non permette e non permetterà mai la composizione di una classe antagonista e con una propria coscienza perché l’individualizzazione separa, isola ciascuno dagli altri, aliena dal lavoro, dalla società, da se stessi. E se una volta questa individualizzazione e suddivisione del lavoro poteva svolgersi solo all’interno di grandi apparati di produzione (che davano ai lavoratori l’illusione di potere essere classe antagonista), oggi questo non è più necessario, la rete permettendo di connettere, concatenare e sincronizzare nell’apparato capitalistico anche ciò che è (che deve essere) fisicamente lontano e isolato.

La sinistra ha poi perso perché capitalistici sono oggi tutti i rapporti di produzione e i processi di consumo. Perché sono diventati capitalistici anche i rapporti sociali, culturali e familiari e i mezzi di comunicazione, e l’industria culturale e quella educazionale, del divertimento e la rete stessa, capitalistica all’ennesima potenza. Perché il capitalismo non è tanto un processo economico ma culturale, se non antropologico (dall’homo oeconomicus ottocentesco all’ordoliberalismo e al neoliberismo novecenteschi lo scopo è creare l’uomo nuovo di mercato). Perché la sinistra ha smesso di pretenderne la democratizzazione e perché ha lasciato che il capitalismo diventasse anche il padrone del tempo sociale (il tempo è denaro).

Se non si parte da qui, ogni discorso sul perché la sinistra ha perso diventa inutile. Inutile perché la sinistra ha perso proprio scegliendo di non vedere i mutamenti prodotti dal capitalismo; e - non vedendoli - non ha cercato di contrastarne la microfisica di saperi e poteri crescenti e pervasivi, per cui alla fine non poteva che diventare essa stessa capitalista, considerando il capitalismo (e questa globalizzazione e questa rete) come il massimo della modernità, anzi accusando di conservatorismo non se stessa (che vuole cambiare tutto della società per non cambiare nulla del capitalismo), ma chi invece vorrebbe ancora cambiare in meglio (ammesso sia possibile) questo osceno e pornografico capitalismo.

È il limite che appare anche dall’ultimo libro di Franco Cassano – Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento (Laterza). Un libro importante. Importante perché fa discutere (e questo è l’obiettivo di ogni vero intellettuale). Cassano scrive che la sinistra – che aveva il vento della storia dalla sua parte nei trenta gloriosi seguiti al secondo dopoguerra – deve abbandonare ogni nostalgia di quel passato; dice che la globalizzazione non è solo restaurazione espropriazione e sradicamento ma anche un gioco di dimensioni globali con nuovi protagonisti che si affacciano sulla scena. Un gioco a cui non ci si può sottrarre. Ma è appunto questo non ci si può sottrarre che a nostro parere evidenzia un altro perché della sconfitta della sinistra e della fine del vento della storia nelle sue vele.

Quel vento che doveva portare (non tanto al comunismo ma) verso mete di libertà, di uguaglianza e di fraternità e verso un individuo che fosse autenticamente soggetto; vento che oggi la sinistra ha smesso di mettere nelle sue vele preferendo vivere e far vivere la (e mettere le sue vele al servizio della) tempesta capitalistica. Accettandone i processi di individualizzazione, senza comprendere che in realtà è sempre più un falso-individuo (lavoratore autonomo o free-lance, consumatore sovrano tra consumi falsamente personalizzati, selfie compulsivo nella società dello spettacolo e incessante vetrina di se stesso e del proprio capitale, gli imprenditori come eroi) o pseudo-individuo secondo Adorno.

E allora, per noi la virtù politica ed esistenziale non è (citando Berlin, citato da Cassano) quella della volpe, animale che sa adattarsi alle situazioni, contrapposta a quella del riccio, animale che resiste o muore, ma quella appunto umana e solo umana che sa cambiare il mondo o almeno governarlo come soggetto sovrano (senza lasciarsi governare dal mercato e dalla tecnica), sulla base di un proprio progetto e di una propria idea, solo così potendo uscire dalla condizione animale (della volpe o del riccio). Questo sono stati i trenta gloriosi, il New Deal di Roosevelt e il Piano Beveridge. Cassano scrive invece che se la sinistra vuole restare fedele ai suoi valori “deve guardare in faccia la realtà” e “accettare la sfida che essa propone, anche quando è spiacevole”. In realtà, la sinistra ci sembra entrata in una sorta di nichilismo esistenziale, con la morte dei valori supremi di libertà, uguaglianza e fraternità e con il portare a niente se stessa così come ri-chiesto da un capitalismo antidemocratico e nichilista per struttura e per vocazione.

Secondo Cassano la vecchia distinzione tra destra e sinistra esiste ancora, ma non gode più di uno status privilegiato, esistendo oggi altre linee di divisione “capaci di mobilitare con più forza i popoli”. Di più: la sinistra deve auto-relativizzarsi e prendere atto “della limitatezza del proprio insediamento sociale”. Dunque, la sinistra non ha finito la sua corsa, questo è “solo l’inizio di un tragitto più laico e impegnativo, non più assistito dall’esistenza di classi generali (…). Si tratta di una modestia che è il contrario della rassegnazione” - e invece proprio la modestia, davanti a un avversario che ha un progetto egemonico globale e ben strutturato e con una potentissima pedagogia, diventa per forza di cose rassegnazione; mentre riaffermare (questa volta molto opportunamente) la politica come luogo dei molti e come “sforzo per far derivare dai molti la città, dai polloi la polis” si scontra in realtà con la de-socializzazione strutturale prodotta incessantemente dal capitalismo.

E se (ancora Cassano) “oggi i conflitti di classe non sono per nulla scomparsi, ma sono sommersi nella ragnatela di altre linee di conflitto che li decompongono e li frantumano” questo è ancora nella perfetta e funzionale logica del capitalismo (molti nemici tra loro, nessun nemico contro il capitalismo). Né basta consolarsi scrivendo che “accanto alla faccia distruttiva e al cinismo che gli consente di precarizzare la vita di milioni di esseri umani, il capitale smuove energie e ha messo in movimento paesi a lungo ai margini del benessere occidentale”: in realtà doveva esserci un altro modo per realizzare l’obiettivo senza che il capitalismo divenisse “narrazione e racconto popolare”.

Diversamente da Cassano, non crediamo quindi che sia possibile costruire un nuovo blocco sociale “capace di tenere insieme le ragioni dei diritti e quelle della competitività e dell’impresa”, “la cultura con la produzione”, perché sono ragioni assolutamente inconciliabili tra loro (come ha dimostrato l’ultima crisi) e quindi bisogna decidere se stare dalla parte dei diritti o da quella della competitività e dell’impresa; sapendo che le nuove forme del lavoro (autonomo di seconda generazione, capitalismo personale, eccetera) non sono il trionfo dell’individuo e della sua voglia di autonomia e del suo voler fare impresa, ma una diversa forma di subordinazione e di alienazione (dover essere impresa).

Una sinistra che volesse fare vera discontinuità dovrebbe dunque in primo luogo mutare il proprio dizionario politico e il proprio discorso (oggi tutto capitalistico, vedi JobsAct). E se non basta un leader ma “occorre una guida, che è molto di più” (Cassano), in realtà noi non amiamo i leader e neppure le guide e vorremmo anche noi un’idea forte della politica. Un progetto. Ma umano. Quindi, non capitalistico.

Franco Cassano
Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento.
Laterza, pp. 92
€ 12.00

alfadomenica dicembre #3

ROBERTO CICCARELLI su PODEMOS E LA SINISTRA – NICOLAS MARTINO sul MAAM - SEMAFORO di CARBONE - RICETTA di CAPATTI *

RIUNIRE LA SINISTRA? NON CE NE IMPORTA NIENTE
Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra(Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.
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IL MUSEO, L'ARTE E LA MEMORIA
Nicolas Martino

Il MAAM – Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz_città meticcia, è un esperimento nato nel 2011 all'interno di una ex fabbrica occupata a scopo abitativo sulla via Prenestina a Roma. L'idea iniziale di Giorgio de Finis, ideatore e animatore del progetto, e degli occupanti era quella di costruire un razzo per andare sulla luna, perché la luna è ancora uno spazio comune e libero dalle enclosures. Raggiungere la luna significa conquistare la libertà, anche quella libertà permessa solo da quel particolare sguardo dal di fuori, tra l'altro già altrimenti e magnificamente indagato da Alberto Boatto in un suo saggio del 1981 (nuova ed. Castelvecchi 2013).
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CHIESA - CIBO - EDITORIA - TURISMO - TORTURA - VECCHIAIA
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Aglio d'amore:  Vera curiosità è la zuppa coll’aglio ispirata da un motto di Enrico IV re di Francia e di Navarra, terra di belle e grasse oche, che traduciamo: Col pane strofinato d’aglio e un bicchiere di vino, un uomo può lavorar duro.
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Riunire la sinistra?
Non ce ne importa niente

Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.

Il disgusto per la sinistra

“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra. Per fare un reportage bisogna essere curiosi. E sentire un’impellenza. Pucciarelli e Russo Spena vogliono spiegare perché in Spagna, non si parla più di “sinistra”, come aspirazione ad un dover essere, ma di una “sinistra” come una pratica costituente. Per questo “unire la sinistra” è un’idea che è stata da tempo abbandonata per manifesta incompatibilità con il senso comune, creato tra l’altro dagli imponenti movimenti contro l’austerità e la corruzione in Spagna dal 2011 a oggi.

Con semplicità quasi teleologica, questo libro mostra che è possibile far coincidere le aspirazioni con la vita di ciascuno. Qualcosa che il neoliberismo ha reso impossibile. O, almeno, così sembra. Per capire la spettacolare ascesa di Podemos dalle europee di maggio a oggi (avrebbe il 27% dei consensi in Spagna, come Syriza in Grecia) chi in Italia si definisce “di sinistra” - ma lo stesso vale per chi si riconosce nei “movimenti” - dovrebbe fare uno sforzo apparentemente proibitivo.

In primo luogo logico: “sinistra” non è il risultato della somma di identità o reti, incarichi o cadreghe, individualità egoiste e concorrenti, ma è un processo di auto-trasformazione delle identità così come del campo politico in cui esse si riconoscono. Il movimento è complicato, e si chiama immanenza. In questo movimento tra l’essere contro e dentro uno spazio di “sinistra”, c’è la politica oggi.

Che cos’è la sinistra “conservatrice”

Iglesias dice anche un’altra cosa: la “sinistra è conservatrice”. Lo dice (in italiano) da un punto di vista di sinistra, di chi viene dai movimenti - No Global e i disobbedienti. Iglesias, come Tsipras (che però venne fermato ad Ancona) era a Genova nel luglio 2001, insieme a mezzo milione di persone che veniva da tutta Europa. Il suo punto di vista non è quello di Renzi e, ancor prima, di Berlusconi. È quello che hanno sempre sostenuto i movimenti dagli anni Settanta ad oggi. Prima contro il Pci, oggi contro la sinistra neoliberista. Per Iglesias la sinistra è conservatrice in tutta Europa, e non solo in Italia, perché è l’espressione di paesi conservatori che custodiscono il ricordo di un’età dell’oro: il vecchio patto fordista-keynesiano. Quello che permise alla classe operaia di aspirare a diventare “ceto medio” e al “ceto medio” di diventare il centro di gravita permanente della politica, della società, all’interno dei flussi economici e corruttivi di una società in disfacimento.

Oggi quell’età dell’oro è improponibile: il capitale finanziario espropria la ricchezza comune; lo stato esiste per distruggere il Welfare e affermare lo stato penale contro i cittadini. Pensare che il ceto medio sia il soggetto che restauri la normalità perduta è pura illusione. Così come è illusoria l’idea di ricostruire un equilibrio tra democrazia e capitalismo. Podemos, inoltre, è la prima manifestazione di una soggettività di massa che spacca il fronte del bipolarismo, e delle larghe intese, tra socialisti e democristiani. E mostra la possibilità - ancora tutta da comprendere e soprattutto da praticare - di un modo diverso di creare norme e istituzioni all’interno di una democrazia partecipativa, radicale e dal basso e non delegata, né rappresentativa.

Fuori dal campo grillino

Podemos è un ufo per il piccolo mondo antico della politica italiana. Subito i manutengoli del senso comune l’hanno ristretto alla commedia dei Cinque Stelle. Eppure Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano - in pubblico, meno in Tv - Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di “movimenti”, “socialismo”, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo.

Non pongono il problema della proprietà dei mezzi di produzione, né della rivoluzione. Per questo non possono essere definiti “comunisti”. Considerati i rapporti di forza in Spagna, e in Europa, sarebbe del tutto prematuro, per non dire grottesco. Loro dicono di essere realisti, cercano il consenso, ma certo non sono antipatizzanti verso Marx. Al momento più che comunisti, sono socialisti europeisti, riformisti e di sinistra. Per le definizioni, tuttavia, è ancora presto. Come nel caso di Syriza, molto dipenderà dall’arrivo al governo. Un’esperienza insidiosa per tutti, oggi, in Europa.

L’ambizione smisurata del leader Iglesias, con la quale Pucciarelli e Russo Spena non sembrano simpatizzare molto, non mira a stabilire una dittatura nel partito ma a sviluppare una forza politica. Si, certo, Podemos protesta contro la “casta”. Ma questo non basta per ridurlo al folklore grillino. La protesta è contro la corruzione endemica del capitalismo finanziario e della democrazia europea. In più la democrazia elettronica di Podemos non è guidata da un’azienda come la Casaleggio&Associati. Non litigano sugli scontrini. I deputati europei hanno stabilito che il reddito è di 1700 euro e basta. Soprattutto non hanno cercato l’alleanza con Farage e altri liberisti xenofobi e nazionalisti europei. Stanno nella sinistra europea, cercano alleanze e coalizioni con gli altri movimenti.

Podemos ha cioè acquisito la principale innovazione culturale dei movimenti del XX secolo: quella che Deleuze e Guattari hanno definito la teoria dei “blocchi di alleanza”. Un approccio semplicemente inconcepibile per il velletarismo totalitario dei Cinque Stelle.

Politica dei desideri

Intendiamoci, ogni aspirazione democratica è legittima: fare volontariato, creare un club della lettura, auspicare una riunione di condominio. E anche fare la sinistra. E non importa che lo stesso slogan abbia conosciuto esiti elettorali particolarmente mediocri, un atto di testimonianza marginale all’interno di un campo politico evaporato dalla fine del Pci e poi dall’implosione della Rifondazione comunista di Bertinotti.

In Spagna chi fa Podemos - “possiamo”, verbo che vale come un’esortazione, ma anche come la realizzazione di una potenzialità, oltre che un potere collettivo - non ripete la legge del dovere recitata come il vangelo in ogni assemblea della sinistra, a tutti i livelli. Si deve, ma non si può fare. Si allude alla possibilità di esistere, anche se non si esiste. Ci sarebbero dei diritti, ma non si possono avere. Si potrebbe lavorare, ma ora non è possibile. Si può sognare, ma bisogna farlo dopo. Invece lo possiamo fare ora e adesso, cioè nel tempo della politica: il presente.

Fare politica oggi

Il corollario di questa tesi Pucciarelli e Russo Spena lo trovano nelle testimonianze raccolte tra attivisti e dirigenti di Podemos: «La politica è desiderio. Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo». «Vogliamo occupare il centro della scena politica. Ci auguriamo che la nostra storia e il nostro progetto diventino maggioranza, senza mediazioni col sistema politico che ci governa dal 1978. Noi rappresentiamo il futuro».

Fare politica nel presente significa liberare il desiderio; identificarsi in una parte dei senza parte; collocarsi lì dove c’è la partizione tra ruoli e classi, ma dal punto di vista dell’universale. Questo significa abolire la stessa partizione.

La differenza con chi vuole “fare la sinistra” è colossale. E risale sino ai tempi di Marx: non è necessario trovare una collocazione in uno spazio già dato (cioè a “sinistra”), ma abolire le regole che hanno creato quella divisione dello spazio politico per aprire il campo all’universale. Così si spiega il fastidio di Podemos per la destra o per la sinistra. La sua politica è chiaramente di sinistra, ma eccede programmaticamente la divisione classica invalsa sin dalla Rivoluzione francese. In questa “eccedenza” nasce l’apertura che fa affluire il respiro, crea l’entusiasmo, l’identificazione con un universale concreto e singolare, il desiderio di agire insieme.

Il problema del populismo

«Noi siamo per l’unità popolare, un concetto più ampio dell’unità della sinistra” aggiunge Iglesias. Non è una definizione da poco, non priva di ambivalenze. Designa un campo che il socialismo neo-bolivariano, o le teorie sul populismo di Ernesto Laclau nelle quali si riconosce Podemos, declinano in maniera molto diversa dal “populismo digitale” grillino. Il “popolo” è l’universale che sta al di là della “destra” e della “sinistra” e cambia le partizione dei ruoli che per tradizione vengono assegnati a questi concetti. Per Grillo questa funzione la svolgono i “cittadini”.

Nel popolo Podemos identifica un soggetto generale della politica, il 99% di cui parlavano Occupy Wall Street o gli indignados. È lo stesso concetto nel quale il filosofo argentino Laclau ha inteso identificare il trascendentale vuoto che riassume le istanze eterogenee che provengono dalla base. Il popolo è il soggetto universale che viene riempito da queste “domande” ed esprime l’”egemonia” del gruppo che si è impadronito del potere. Verosimilmente con le elezioni, quelle a cui si candida Podemos.

Laclau comprende il rischio del leaderismo, l’identificazione del capo con il suo popolo, ma propende per l’idea che il capo possa essere il “medium” dei desideri del “suo” popolo, l’universale incarnato che permette l’attualizzazione della giustizia. Pucciarelli e Russo Spena spiegano nel reportage come questo rischio sia l’occasione di un conflitto politico con chi sostiene una strategia “basista” e articolata secondo il canone classico del partito novecentesco. Nella politica populista “di sinistra” il conflitto con il leader è un altro aspetto della lotta di classe.

Il popolo, come la sinistra, è tuttavia una parola impronunciabile in Europa. È il punto di riferimento della destra leghista, ad esempio, perché richiama scenari politici neo-sovranisti e nazionalistici contrari all’europeismo politico di Tsipras. Non solo. Il popolo si presenta sempre come soggetto scisso, e mai uniforme. Sempre contendibile tra i gruppi alla ricerca dell’egemonia.

Il paradosso democratico

Per il critico americano Fredric Jameson questo è il lascito dell’eredità lacaniana nel pensiero di Laclau e quindi dei “populisti di sinistra” che vivono in Venezuela o in Spagna. Prima negato, e poi affermato, il soggetto della sua politica si presenta scisso e mai unificabile. Allo stesso tempo, però, si identifica nei programmi rivoluzionari che offrono immagini allettanti di unificazione e totalità (l’unità popolare”) agli individui per combattere il neoliberismo.

Per Jameson questa proposta è compromessa da un errore di base: l’omologia tra soggetto individuale e totalità sociale. Il soggetto «post-marxista», rivendicato da Iglesias e dagli intellettuali di Podemos, ragiona su un individuo o sui «movimenti sociali» che competono tra loro sventolando i vessilli della loro identità, una realtà che ben conosciamo sin dagli anni Ottanta. Non è un caso che nelle testimonianze raccolte da Pucciarelli e Russo Spena in Spagna questo tema ritorni spesso.

La lotta per l’egemonia in Europa si gioca tutta sulla capacità di affrontare questo paradosso democratico, il vero problema politico contemporaneo. Podemos cerca di farlo a partire da questa domanda: che cos’è un movimento di sinistra che ripudia la sua appartenenza alla sinistra?

Matteo Pucciarelli - Giacomo Russo Spena
Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra
Edizioni Alegre (2014), pp. 128
€ 12,00

I corpi intermedi di Renzi

G.B. Zorzoli

Sarebbe un errore grossolano ridurre la popolarità di Renzi all’immagine che dà di rottamatore del vecchio modo di fare politica e di coloro che l’hanno incarnato. Se così fosse, rappresenterebbe soltanto la versione più tranquillizzante dell’alternativa proposta da Grillo.

La crescita della sua popolarità ha motivazioni più complesse, che vanno al di là di alcune operazioni di successo, ma relativamente semplici, come il bonus mensile di 80 euro. Matteo Renzi non sta infatti delegittimando soltanto il modo tradizionale di fare politica. Agisce nello stesso modo quando diserta l’assemblea annuale di Confindustria, ma interviene a quella degli industriali di Vicenza. Quando, prima di varare decreti e disegni di legge di riforma dell’amministrazione pubblica, non consulta i sindacati di categoria, ma chiede ai cittadini di inviare una e-mail con proposte in materia. Quando ignora le confederazioni sindacali per il job act.

Si tratta di un’azione sistematica, che non ammette eccezioni. I casi eclatanti, che attirano l’attenzione dei media e fanno notizia, sono soltanto la punta dell’iceberg. E il messaggio ai cittadini è chiarissimo: per cambiare le cose, i corpi intermedi di rappresentanza di interessi di categoria o settoriali rappresentano un impaccio non minore della vecchia politica.

Se non vogliamo ridurla a mero artificio retorico, da contrapporre polemicamente al mondo politico, quella che definiamo società civile è in larga misura costituita proprio dall’insieme dei corpi intermedi: rappresentanze delle categorie imprenditoriali, sindacati dei lavoratori, associazioni culturali, a tutela dei diritti dei cittadini o dell’ambiente, ecc. Questa loro natura dovrebbe portare i corpi intermedi a svolgere una duplice funzione: difesa degli interessi dei rappresentati nei confronti delle istituzioni e del potere politico, ma nel contempo capacità di arrivare a una mediazione, che tenga conto di quelli che eufemisticamente vengono definiti interessi generali.

Non si tratta di un esito scontato: molto dipende dall’autorevolezza del corpo intermedio, a sua volta determinata in larga misura dal grado di rappresentatività degli interessi che intende difendere. Ovviamente, una frammentazione della rappresentanza in più associazioni indebolisce il peso specifico di ciascuna, ma oltre tutto innesca una competizione fra di loro, che tende a esasperare la difesa di posizioni corporative. Con un non trascurabili corollario, l’autoreferenzialità, che porta a privilegiare gli interessi di chi dirige queste organizzazioni o vi lavora retribuito rispetto a quelli dei rappresentati e a ignorare del tutto i problemi degli esclusi.

A partire dagli anni Ottanta è stato questa la situazione dominante nei corpi intermedi in Italia, senza sostanziali differenze correlate agli interessi specifici rappresentati. Fra gli imprenditori: Confindustria è un ombrello che più di una volta non ripara dalla pioggia della frammentazione fra interessi contrastanti, cui si aggiunge la compresenza di più di una rappresentanza dell’artigianato (che associa molte piccole imprese industriali). La divisione in più sigle caratterizza anche la cooperazione, i sindacati dei lavoratori, l’imprenditoria agricola, le associazioni dei consumatori, solo per citare i casi più noti.

Questa versione zoppicante di società civile ha retto finché la controparte politica l’ha accettata (spesso perché faceva comodo). A differenza della Thatcher, che è riuscita a sconfiggere i sindacati dei lavoratori solo dopo uno scontro durissimo, a Renzi è bastato ignorare i corpi intermedi con cui tradizionalmente si confrontavano i governi. Segno evidente che il disincanto diffuso non riguarda soltanto il ceto politico.

Alla lunga, però, questa situazione non può reggere. In assenza di segnali provenienti da affidabili rappresentanze degli interessi economici e sociali, chi governa, fosse anche il più esperto e perspicace, prima o poi rischia di prendere decisioni disastrose. Non a caso è questo il baratro nel quale a un certo punto precipitano sia i regimi esplicitamente autoritari, sia quelli governati all’insegna del populismo.

Che fine hanno fatto gli intellettuali?

Conversazione di Enzo Traverso con Régis Meyran

In una lunga conversazione con Régis Meyran Enzo Traverso ripercorre la storia e la parabola dell'intellettuale che da guastafeste e intelligenza critica che afferma la verità contro il potere si è progressivamente trasformato in “esperto” al servizio dei potenti e specialista della comunicazione. In questo nuovo paesaggio segnato dalla fine delle utopie, dalla svolta conservatrice degli anni Ottanta e dalla mercificazione della cultura, il pensiero dissidente non è pero scomparso. Ora per inventare nuove utopie gli intellettuali dovranno uscire dai loro ambiti specialistici e ritrovare un atteggiamento universalista. Qui anticipiamo un estratto dal libro-intervista uscito in Francia nel 2013 e in arrivo nelle librerie italiane il 26 marzo per le edizioni ombre corte.

Le nuove utopie potrebbero venire dai movimenti di controcultura, apparsi nel dopoguerra contro la cultura di massa?

Mi sembra che oggi la controcultura degli anni Sessanta e Settanta sia generalmente scomparsa, o che esista in forme molto limitate. I giovani che si trasferiscono in campagna, per esempio a Tarnac, per creare una sorta di falansteri moderni, sottraendosi alla società di mercato, creano una controcultura che vorrebbe diventare un modello. È un fenomeno interessante ma marginale. Inoltre, l’esperienza del passato dimostra che la controcultura può farsi assorbire dal sistema di mercato. Molti autori hanno analizzato la straordinaria capacità del capitalismo di recuperare, integrare e quindi neutralizzare i movimenti culturali che lo criticano. Il rock & roll è stato una sfida violenta all’America autoritaria, conservatrice e puritana degli anni Cinquanta, prima di diventare uno dei settori più redditizi dell’industria culturale. London Calling, la canzone che i Clash urlavano nel 1979 come un’esortazione alla rivolta, nel 2012 è diventata l’inno ufficiale dei giochi Olimpici di Londra, spettacolo planetario e gigantesca kermesse commerciale... Nel 1989, con la celebrazione del suo bicentenario, la Rivoluzione francese si è trasformata in un puro spettacolo messo in scena per l’industria culturale.

Ma non restano dei focolai di pensiero critico, nell’editoria per esempio?

Abbiamo assistito, in questi ultimi anni, in particolare in Francia, alla nascita di diverse case editrici alternative che diffondono nuove teorie critiche, senza intenti commerciali. Certo, sopravvivono con difficoltà, ma si sono ritagliate un loro spazio nel panorama culturale. Questa scena alternativa, fatta di piccoli editori e di una rete di librerie, non può essere ignorata. Non è raro, in Francia, che un grande quotidiano dia conto di un libro pubblicato da Amsterdam o da La Fabrique. Esperienze simili esistono in Italia, dove sopravvive un quotidiano come il manifesto; in Germania, dove è sempre esistita una fitta rete di riviste alternative e di case editrici della sinistra radicale, e in Gran Bretagna, dove Verso ha una storia e una dimensioni di tutto rispetto. Il successo di una rivista radicale come Jacobin negli Stati Uniti è incoraggiante.

Alfredo Jaar Cultura Capitale 2012 (640x341)

Al contrario, pochi degli intellettuali o delle persone che provengono da questa cultura alternativa hanno accompagnato gli attuali movimenti sociali. Come interpretare questa sconnessione tra i (pochi) intellettuali critici e gli attuali movimenti sociali?

È un problema reale. La sconfitta storica del 1989 ha fatto si che i movimenti sociali oggi siano rimasti orfani. Il paradosso della nostra epoca è che essa è ossessionata dalla memoria, mentre i suoi movimenti di contestazione – gli indignati, la “primavera araba”, Occupy Wall Street, ecc. – non hanno nessuna memoria... Non possono inscriversi nella continuità con i movimenti rivoluzionari del Novecento. Questi movimenti sono animati essenzialmente dai giovani, mentre gli intellettuali critici sono più anziani: hanno almeno sessant’anni. Dobbiamo dedurne che vi sia una guerra tra generazioni, anche se non si dice?

Non parlerei di una guerra tra generazioni. E del resto i giovani intellettuali impegnati sono numerosi, anche se non hanno la stessa visibilità né il riconoscimento dei loro predecessori. I movimenti di questi ultimi anni sono alla ricerca di nuove prospettive, ma non hanno un orientamento politico chiaramente definito. Sono apparsi in diversi paesi – in Spagna, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Italia, nei paesi arabi – ma non sono mai riusciti a darsi strutture politiche permanenti. Si veda il caso di Occupy Wall Street, un movimento di cui si è parlato molto ma che è quasi scomparso durante la campagna presidenziale del 2012.

Restano comunque alcuni intellettuali critici come Jacques Rancière o Alain Badiou. Sono in sintonia con i movimenti sociali del nostro tempo?

Rancière e Badiou sono filosofi che criticano il potere contemporaneo. Sono molto interessanti, ma non sono in grado di offrire un progetto ai nuovi movimenti sociali. D’altra parte, essi non hanno, comprensibilmente, una tale ambizione, e non si presentano come leader. Rancière ha dato un contributo fondamentale, per ripensare la democrazia e l’emancipazione, in lavori come La nuit des prolétaires (1981) o La haine de la démocratie (2005). Badiou, strana figura di comunista platonico, seduce per l’acutezza della sua critica, il suo stile brillante e la radicalità del suo pensiero, ma i suoi riferimenti politici sono vecchi – l’“Organizzazione” (maoista) – e un po’ sconcertanti.

Nell’università, il pensiero critico è abbastanza vivace. Vi sono filosofi come Giorgio Agamben, Nancy Fraser, Toni Negri, Slavoj Žižek, storici come Perry Anderson, geografi come David Harvey, teorici e sociologi della politica come Michael Löwy, Sandro Mezzadra, Philippe Corcuff e molti altri... Fuori dell’università, vi sono scrittori e saggisti come Tariq Ali, ecc. Ma quando si svolge a Londra un convegno sull’“attualità del comunismo”, fa un po’ sorridere. I giovani in ogni caso non li riconoscono davvero come interlocutori. Negli Stati Uniti, Judith Butler riempie gli anfiteatri di giovani studenti, ma questa vasta influenza intellettuale non ha nessun impatto politico.

Si potrebbe dire la stessa cosa a proposito degli studi postcoloniali. Delle vere e proprie “star” sono apparse nei campus americani, come i teorici critici di origine indiana Homi Bhabha e Gayatri Chakravorty Spivak. Per i giovani insorti del Cairo e di Tunisi, tuttavia, Bhabha e Spivak non rappresentano nulla. La rottura tra intellettuali critici e movimenti sociali rimane considerevole. Daniel Bensaïd, che è stato un passatore insostituibile tra le generazioni, così come tra gli intellettuali e i militanti, considerava questa questione assolutamente decisiva quando ha creato lo Sprat (Societé pour la résistance à l’air du temps), oggi diventata Société Louise Michel, e la rivista Contretemps.

alfredo jaar, the marx lounge

Possiamo chiederci se il fenomeno non sia anche strutturale: i baby booumer sono molto numerosi, e detengono i posti chiave della cultura. Come possono dunque i giovani inventare un’altra utopia, se non hanno la possibilità di esprimersi, o restano accantonati nei margini?

Certo, la situazione di chi oggi ha vent’anni non è paragonabile a quella dei baby boomer degli anni Sessanta. Ma la paralisi dei movimenti di protesta contemporanei non è dovuta ai baby boomer. Essa dipende dal congiungersi della sconfitta storica delle rivoluzioni del Novecento con l’avvento di una crisi altrettanto storica del capitalismo, che priva di futuro una generazione. I più sensibili alle ingiustizie della società sono i giovani precari, che sono passati attraverso l’università e hanno avuto accesso alla cultura. Le condizioni per un’esplosione sociale ci sono tutte, ma non c’è nessun miccia per accendere le polveri. Speriamo che qualcuno riesca a trovarla nei prossimi anni.

Che cosa differenzia le “rivoluzioni arabe” dalle rivoluzioni che si sono avute nel passato?

Le rivoluzioni arabe sono un processo in corso ed è difficile prevederne l’esito, perché le contraddizioni che le attraversano sono profonde. Si tratta sicuramente di grandi movimenti che esprimono sia un desiderio irrefrenabile di libertà sia la sofferenza di una generazione colpita dall’esclusione sociale. In Tunisia e in Egitto esse hanno rovesciato delle dittature, il che non è una cosa da poco. Nessuno le aveva previste. Nello stesso tempo però, questi movimenti non sono stati in grado di proporre un’alternativa, e questa è la chiave del successo elettorale degli islamisti. In Libia e soprattutto in Siria, i movimenti spontanei hanno incontrato ostacoli più potenti e dato luogo a guerre civili, che si sono trasformate in scontri interetnici arrestando la dinamica avviatasi all’inizio del 2011.

Un tratto comune di questi movimenti è dato dal fatto che essi non erano inquadrati da nessuna organizzazione egemonica e che non avevano un orientamento ideologico chiaramente definito. Le nuove generazioni che li animano non hanno riferimenti politici. Esse non possono richiamarsi né al socialismo né al panarabismo, ormai discreditati, e perché si battono contro regimi che spesso ne sono gli eredi, dall’Egitto alla Libia. Esse non invocano più nemmeno l’islamismo, anche se quest’ultimo ha tratto profitto sul piano elettorale dalle loro rivoluzioni. Infine, esse sono molto lontane dal terzomondismo e dall’anticolonialismo, nonostante la loro ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, visto come il rappresentante degli interessi del mondo occidentale in Medio Oriente. Nella loro mancanza di prospettive, queste rivoluzioni sono dunque lo specchio di questo inizio del secolo XXI, il cui profilo comincia appena a delinearsi.

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Ma il confronto si pone tra il nuovo secolo e quello trascorso. All’alba del Novecento, il futuro non era altrettanto incerto in un mondo che subiva la catastrofe della Grande Guerra, disorientato dal crollo della civiltà?

No, non credo che si possa confrontare il nostro tempo con la svolta del Novecento, né con l’inizio del secolo XIX. Quest’ultimo si apre con la Rivoluzione francese, che è stata la matrice dell’idea di progresso e di socialismo. Il Novecento si apre con la Grande Guerra, vale a dire il collasso dell’ordine europeo, ma la guerra dà origine alla rivoluzione russa e alla nascita del comunismo, un’utopia armata che proietta la sua ombra su tutto il secolo. Il comunismo ha conosciuto i suoi momenti di gloria e i suoi momenti di abiezione, ma costituiva un’alternativa al capitalismo. Il secolo XXI si apre con la caduta del comunismo. Se la storia è una tensione dialettica tra il passato come “campo di esperienza” e il futuro come “orizzonte di aspettativa”, secondo la formula di Reinhart Koselleck, oggi, all’alba del secolo XXI, l’orizzonte di attesa sembra essere scomparso.

Ci sono stati altri periodi in cui non c’era un orizzonte di aspettativa?

Forse all’inizio del Medioevo, dopo la caduta dell’Impero Romano. O ancora, come ha dimostrato Tzvetan Todorov, al momento della conquista del Messico, che ha alimento le utopie dell’Occidente e prodotto la fine delle civiltà precolombiane. Ma queste transizioni si sono prolungate nel tempo, non sono state improvvise come la svolta del 1989. L’utopia nasce spesso con abiti antichi e si mostra sensibile alla poesia del passato, come scriveva Marx, ma la situazione attuale, che alcuni chiamano “presentista”, è diversa. I movimenti contestatari di oggi oscillano tra Scilla e Cariddi, tra il rifiuto del passato e la mancanza di futuro.

Possiamo dire che l’era della rivoluzione come mezzo per cambiare il mondo scompare con il secolo XXI?

Il mondo non può vivere senza utopie e ne inventerà di nuove. Quello che mi sembra certo è che non ci saranno più rivoluzioni in nome del comunismo, almeno di quello del Novecento. Quest’ultimo è stato prodotto da un’epoca di guerre, ha concepito la rivoluzione secondo un paradigma militare, e quest’epoca è finita. Possiamo formulare l’ipotesi che le future rivoluzioni non saranno comuniste, come furono quelle del secolo scorso, ma rimarranno rivoluzioni anticapitaliste, ossia si faranno per i beni comuni che bisogna salvare strappandoli alla reificazione del mercato. Le rivoluzioni non si decretano, nascono da crisi sociali e politiche, non sono il prodotto di nessuna “legge” della storia, di nessuna causalità deterministica. S’inventano e il loro esito è sempre incerto. Oggi, bisogna saper interiorizzare la sconfitta delle rivoluzioni del passato senza per questo piegarsi all’ordine del presente. Non tutte le rivoluzioni sono gioiose. Nella nostra epoca, sarei piuttosto incline a pensarle, con Daniel Bensaïd, come una “scommessa malinconica”.

Le immagini sono di Alfredo Jaar

Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee

Carlo Formenti

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo. Quello che si sta prospettando è una sorta di Ingroia2, o Arcobaleno3, affiancato da un’area neoliberale rappresentata dal “Partito dei Professori” di ALBA e da alcuni intellettuali (come Barbara Spinelli e Paolo Flores D’Arcais) che fanno capo a testate come Micromega e il Fatto Quotidiano.

Ma non si voleva arrivare appunto a una lista unitaria in grado di proiettarsi al di là delle vecchie coalizioni dei partitini della sinistra radicale? Sì, ma l’idea era che questo progetto unitario conservasse chiari tratti di sinistra e incarnasse una forte scelta politica contro questa Europa, espressione antidemocratica degli interessi del capitale finanziario globale. Di tutto questo non mi pare resti traccia alcuna, a partire dal simbolo, una sorta di tappo di bottiglia, da cui è stata espunta persino la parola sinistra (a scanso di ogni equivoco, caso mai qualcuno ancora nutrisse illusioni in merito) e nel quale l’unica connotazione ideologica è affidata al nome del leader (si sa, siamo in tempi di personalizzazione della politica) e al colore rosso dello sfondo sul quale il nome si staglia.

Ma ad apparire intollerabili sono soprattutto altri due fatti: 1) l’idea di Europa che emerge dal dibattito politico fra i promotori della lista; 2) la discussione sulle modalità di scelta dei candidati. I primi segnali di un “sequestro” del dibattito su quale Europa vorremmo al posto di quella della BCE e della Troika, si sono avuti con la “discesa in campo” di Vendola e Sel, cui si sono affiancati, pur non appoggiando (almeno finora) esplicitamente la candidatura Tsipras, autorevoli esponenti della sinistra Pd, come Fassina e Civati che, in dialogo con la Spinelli e Gianni Alfonso, prospettano l’idea di una “terza via”, né mercatista né euroscettica.

Da qualche decennio (Blair docet) abbiamo sperimentato sulla nostra pelle dove portino le “terze vie”; nel caso in questione credo portino a far smarrire ai cittadini europei la consapevolezza che tanto le attuali istituzioni quanto l’attuale configurazione del sistema produttivo e finanziario europei sono irriformabili, e che, se si vogliono difendere gli interessi delle classi subalterne, questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri. Ma questi, si sa, sono pericolosi discorsi sovversivi, cui nessuno dei Professori che hanno preso saldamente in pugno le redini del progetto desidera lasciare spazio. Quindi, per evitare falle nel dispositivo, occorre stabilire un ferreo controllo anche sulla scelta dei candidati, e qui veniamo al secondo punto.

Il testo (se ho ben capito redatto da Guido Viale per conto di ALBA) che fissa alcuni punti di principio in merito è un vero capolavoro di ipocrisia. Dopo i soliti peana sulla democrazia dal basso e sul ruolo dei movimenti (che però non sono mai convocati a parlare in prima persona) si dice che vanno accuratamente evitate soluzioni assembleari, primarie e quant’altro perché “manipolabili” dai partitini (cioè i professori si arrogano il diritto di vegliare sulla democrazia perché non “divori se stessa?”). Poi vengono fissati criteri rigorosamente antipartitici in onore al sentimento populista diffuso – tanto per far vedere che non si è da meno di 5Stelle – dove non è difficile capire che, quando si parla di non ricadere nel minoritarismo, il vero bersaglio sono le sinistre radicali e antagoniste più che l’idea di partito in sé. Quindi no a chi abbia ricoperto cariche istituzionali o ruoli politici all’interno di questo o quel partito. Unica eccezione i sindaci.

E perché mai?! Non siamo pieni di sindaci sotto inchiesta per collusione con la mafia, corruzione e quant’altro, esiste forse un solo motivo perché i sindaci debbano essere apriori considerati più affidabili degli altri politici (che non sia mera demagogia populista: sono più “vicini” agli elettori e consimili banalità). E i criteri in positivo? Quelli delle macchine elettorali che ormai mettono tutti d’accordo, in onore delle esigenze di spettacolarizzazione/ personalizzazione della politica: scegliere “nomi forti” che possano attrarre il maggior numero di voti possibile. Proviamo a riassumere. Chi c’è dentro questo progetto?

Un’alleanza fra Professori e intellettuali europeisti che è un curioso miscuglio di populismo di sinistra e riformismo socialdemocratico; i resti compressi e messi in un angolo dei partiti della sinistra radicale e un po’ di nouveaux philosophes postoperaisti felicemente avviati ad arruolarsi nel campo degli europeisti liberali di sinistra: Negri e Casarini (che per la verità non è philosophe né nouveau) hanno già dato il loro appoggio, e da poco si è aggiunto il mio vecchio amico Franco Bifo Berardi che, secondo quanto leggo in una mail che mi invita a sostenerne la candidatura, avrebbe accettato di impegnarsi solo dietro insistenze dei compagni e per “spirito di servizio” nei confronti dei movimenti (ho riso per mezz’ora leggendo quella formula da vecchio notabile Dc che sicuramente gli è stata indebitamente attribuita, nel senso che avrebbe potuto usarla solo per provocazione dadaista).

Una bella ammucchiata da far impallidire tutti i vecchi Arcobaleni e che, temo, avrà scarso appeal nei confronti degli elettori delle classi subalterne incazzati con l’Europa i quali, di fronte a questo pasticcio, saranno fortemente tentati di astenersi o di votare per Grillo. A meno che i compagni dei movimenti trovino le energie per entrare con i piedi nel piatto dei professori e imporre candidature che siano riconoscibili non in quanto “nomi eccellenti” ma in quanto bandiere delle lotte.