Un Brasile minore contro un Brasile maggiore

Intervista di Lola Matamala a Giuseppe Cocco

Giuseppe Cocco, professore di Teoria Politica presso l'Università Federale di Rio e membro della rete Universidad Nómada, è senz'altro uno degli osservatori più attenti delle vicende brasiliane. In italiano ha pubblicato, con Antonio Negri, Global. Biopotere e lotte in America Latina (manifestolibri) e recentemente in spagnolo MundoBraz. El devenir mundo de Brasil y el devenir Brasil del Mundo (Traficantes de Sueños).

L'aumento di 20 centesimi del trasporto pubblico è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha esaurito la pazienza della società brasiliana che si è trasformata in una polveriera accesa da una serie di manifestazioni che hanno attraversato tutto il paese. La presenza di milioni di brasiliani nelle strade e nelle piazze ha colto di sorpresa il governo del paese e ha attirato l'attenzione stupita dei mass media di mezzo mondo e degli abitanti di molti posti diversi in tutto il pianeta. Secondo lei come si sono sviluppate queste mobilitazioni?

In primo luogo, per le manifestazioni iniziate a Porto Alegre e che poi si sono diffuse nel resto del paese, gli obiettivi e gli interlocutori erano i comuni e i governi dei singoli Stati, non coinvolgevano il Governo Federale. A partire da lunedì 17 giugno, e sopratutto a partire dal 20, le manifestazioni hanno raggiunto un livello di massificazione che ha superato questi limiti iniziali, senza comunque tradursi in un attacco diretto a Dilma Rousseff e al Governo Federale. D'altra parte il Partito dei Lavoratori (PT) e il Governo federale della Rousseff non si sono accorti dell'arrivo dello tsunami: hanno sentito la terra tremare sotto i piedi ma sono rimasti in attesa nella speranza che la casa non gli crollasse addosso. E così il PT non si è pronunciato, i ministri neppure (e quando hanno parlato è stato per dire qualcosa di sbagliato). Invece Dilma sì che si è pronunciata, ma il 21 di giugno: troppo tardi e inoltre il suo è stato un intervento troppo timido.

Lei ha detto che la rivolta brasiliana si nutre delle rivolte arabe, del 15M e delle manifestazioni in Turchia. Ma c'è una differenza, e cioè che il presidente Rousseff ha già lanciato una serie di proposte.

Le proposte sono insufficienti e la loro traduzione materiale, così come suggerita da Lula, è sbagliata. Il PT e Lula non hanno interlocutori e credono che parlare con le organizzazioni dei giovani patrocinate dal Governo risolva qualcosa, quando il movimento si caratterizza proprio per essere irrapresentabile e per una richiesta di cambiamento a sinistra che richiede una determinazione molto maggiore. Non è con la retorica o con le ONG e altri dispositivi simili che si potrà dare una risposta convincente a quello che sta succedendo.

Considera insufficiente la proposta del governo brasiliano per iniziare un processo costituente?

La proposta di riforma politica di Dilma era in discussione già da tempo. Inizialmente la Rousseff ha parlato di una costituente ristretta e sottoposta a un plebiscito. Penso che si tratti di un modo per offrire qualcosa alle piazze, ma in maniera comunque limitata.

Si è detto che l'aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico è stato il detonatore delle manifestazioni, ma per per capire meglio e sciogliere eventuali dubbi, ci può dire che ruolo ha giocato la destra brasiliana in queste mobilitazioni?

La destra non ha avuto nessun ruolo in queste mobilitazioni, e non è lei che ha dato l'ordine di caricare contro i manifestanti. Il presunto ruolo giocato dalla destra è frutto di voci diffuse nella prima fase del movimento da alcuni settori del governo che paralizzati da quanto stava accadendo hanno provato a insinuare il pericolo del fascismo per tentare di giocare la carta dell'«unità». Un doppio paradosso: dopo che lunedì 17 giugno milioni di persone sono scese in strada, la destra ha approfittato del monopolio che comunque esercita sui mezzi di comunicazione per provare a influenzare il movimento. È stato allora, il giorno 21 dello stesso mese, che il governo e il PT hanno reagito, con l'unica dichiarazione di Dilma.

Qual è il ruolo della popolazione afro in queste mobilitazioni?

Un'altra stupidaggine sostenuta dal Governo e dalla sinistra al governo è che ci sarebbero pochi poveri e pochi neri nelle mobilitazioni. A Rio de Janiero, in quattro giorni, hanno manifestato due o tre milioni di persone, ovvero una parte decisamente importante della città. Lunedì 24 giugno ci sono state manifestazioni nelle due grandi favelas della città. La prima è stata repressa nel sangue, causando 10 morti. La Polizia Militare e quella della Rocinha (una delle grandi favelas di Rio) si giustificano adducendo come scusa la lotta contro il narcotraffico. È stata la prima volta che 10.000 abitanti delle favelas si sono presi il diritto di scendere dalla Rochina fino alla casa del governatore situata nel quartiere ricco di Leblon, dove poi ha preso vita una acampada! Da un giorno all'altro le manifestazioni della periferia di Rio si sono diffuse in tutto il paese.

Dal suo punto di vista, perché i partiti di sinistra non capiscono o non vogliono accettare quella che lei chiama Rivoluzione 2.0?

I partiti di sinistra non capiscono assolutamente nulla, e il PT ancora meno. Chi sta tentando di articolare una risposta è Lula, ma in modo insufficiente perché si limita, come ho già detto prima, a promuovere come rappresentanti alcune piccole organizzazioni che lui stesso patrocina. In questo momento il movimento sta passando dalle grandi mobilitazioni (ricordiamo quella dello scorso 1 luglio in occasione della finale della Confederations Cup) a iniziative più decentralizzate: assemblee di quartiere e occupazioni di consigli comunali come è successo qualche giorno fa a Belo Horizonte (la capitale dello Stato di Minas Gerais).

In alcuni suoi interventi lei ha prospettato uno scenario piuttosto complicato in questo «divenire Brasile». Perché?

Se le cose continuano così, tutto dipenderà dal movimento. Se si indebolisce, con una sinistra sostanzialmente conservatrice, ci sarà il rischio che venga capitalizzato elettoralmente dalla destra. Inoltre, stando agli ultimi sondaggi, Roussef ha perso il 30% dei voti. Quel che è certo è che la #Brevolution si inserisce pienamente dentro il ciclo di lotte che abbiamo visto e vediamo dispiegarsi in piazza Tahrir, Puerta del Sol o in Piazza Taksim, e nessuno può dire dove ci porterà questo incredibile movimento. Tuttavia possiamo dire che nello stesso paese ci sono un Brasile Minore e un Brasile Maggiore.  Il divenire Brasile del mondo (come divenire mondo del Brasile) conferma la necessità di creare nuovi valori e di non lasciarsi omologare da quelli ormai estenuati del capitalismo globale.

 Traduzione di Nicolas Martino

Fonte: Diagonalperiódico.net

 

 

Il Traghettatore

Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

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Leggi anche:
Augusto Illuminati, Don't panic
Maurizio Ferraris, L'eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case
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L’eroe di sinistra

Maurizio Ferraris

Un giudizio analitico, secondo Kant, è quello il cui predicato è incluso nel soggetto. Ad esempio, «nessuno scapolo è sposato», oppure «ogni corpo è esteso» (non «ogni corpo è pesante», perché potrebbero esserci dei corpi non pesanti). In Italia e in Francia, «ogni intellettuale è di sinistra» è un giudizio analitico: non ci sono intellettuali che non siano di sinistra, tranne tipi come quello che, mi è capitato di leggere, «vestito di tutto punto, si spara un colpo al cuore sull’altare di Notre-Dame» (come se uno potesse entrare a Notre-Dame in mutande).

In Inghilterra e in parte in Germania, ad esempio, non è così: «X è un intellettuale di sinistra» è un giudizio sintetico, porta con sé un’informazione che non è compresa nel soggetto, perché in effetti possono esserci intellettuali di destra, nelle varianti rivoluzionarie, tradizionaliste, liberal-conservatrici ecc.

Questa differenza ha conseguenze rilevanti. Qualche esempio per restare sul concreto.
1. Nietzsche, Heidegger, Schmitt e Jünger, autori totalmente e apertamente di destra, diventano di sinistra appena attraversano la frontiera italiana o francese. 2. Il ritorno del culto dell’eroe e di un certo futurismo (lo schiaffo, la guerra come igiene del mondo…).
3. La passione per il mito, il fastidio per la ragione, l’odio o almeno la diffidenza per la scienza. 4. L’identificazione fatale tra «emancipazione» (che può anche essere del tutto individuale) e «rivoluzione» (necessariamente collettiva), per cui viene meno la differenza tra Robespierre e Sade.

Quando, «per la contraddizion che nol consente», diventa troppo difficile continuare a dichiararsi di sinistra, si dice che la ragione è uno strumento di dominio e di violenza e – soprattutto, venendo al dunque – che la sinistra è conservatrice. Doppio salto mortale. L’eroe sfida il sentire comune e assume il rischio dell’isolamento. E per amore della verità dice cose di destra, con la clausola che è tanto più di sinistra quanto più è di destra poiché la sinistra è conformista. Tutto questo sembra perfettamente in linea con l’etica dell’eroismo: non è proprio come spararsi a Notre-Dame, ma ci si avvicina, visto che, almeno in teoria, è mettersi contro la propria casta in nome dei propri principi.

Vorrei rassicurare l’eroe: il rischio è puramente teorico, perché la caratteristica fondamentale dell’Italia è di essere un paese di destra. Ci si stupisce sempre, ma è così. Il senso della collettività è largamente superato dall’individualismo e dal familismo amorale. Quando il Pci è stato al suo massimo, non rappresentava che un terzo degli elettori. Dall’Unità a oggi il prevalere di governi di destra non ha paragone, non dico con la Francia e l’Inghilterra, ma con la Germania e la Spagna.

E per i più (intellettuali e non) dichiararsi di sinistra, o almeno non dichiararsi di destra, è stato l’equivalente di dichiararsi cattolici in tanti altri secoli. Più o meno con la stessa convinzione e motivazione di Guicciardini: «El grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martin Luther quanto me medesimo».

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I conflitti dell’Italian Theory

Dario Gentili

Che cosa intendere per Italian Theory? Una “teoria italiana” sotto la cui insegna il mondo accademico angloamericano, dopo aver consumato a sufficienza la French Theory e l’ermeneutica tedesca, presenta l’ultima novità in campo filosofico, di pensiero critico e di teoria politica proveniente dal Vecchio Continente, in assenza magari di qualcosa di meglio? Si tratterebbe, quindi, soltanto della più recente moda filosofica confezionata nei Dipartimenti nordamericani di scienze umane?

Se così fosse, se fosse soltanto questo, ogni diffidenza nei confronti dell’Italian Theory sarebbe giustificata. E questo non rappresenterebbe nemmeno l’argomento più ostile da contrapporre a una “teoria italiana”; ben di più sarebbe proprio l’idea che il pensiero italiano – e in particolare quello politico – sia riducibile a una teoria, a una astratta costruzione unitaria, a una sorta di “categoria” complessiva in grado di riunire e allineare una serie di pensatori – da Machiavelli fino a Gramsci, dall’operaismo fino alla biopolitica di Agamben, Negri ed Esposito – la cui riflessione sulla politica avrebbe in comune qualcosa come una teoria, oggi finalmente conducibile a sintesi. In comune, invece, è la differenza. E dunque, se non vi si attribuisce il significato stringente di “teoria italiana” – rischio in cui, nell’espressione inglese, non si incorre, facendo essa riferimento piuttosto all’ambito degli studi sul pensiero italiano – che cosa intendere per Italian Theory?

Il dibattito sull’Italian Theory – che, per ambienti e interlocutori, non è riducibile all’accademismo – dura da qualche anno, e di certo il mio contributo (Italian Theory. Dall'operaismo alla biopolitica, Il Mulino 2012) non ha la pretesa di incanalarlo in una determinata direzione, anzi. Leitmotiv di tale dibattito è l’individuazione e la valorizzazione di una “differenza italiana” all’interno della riflessione filosofica e politica soprattutto novecentesca. Il mio tentativo è stato quello di declinare la “differenza italiana” a partire da una concezione della politica in quanto conflitto, attribuendo proprio all’idea affermativa, costituente e vitale di conflitto l’interesse che oggi – nella decadenza dell’epoca d’oro di cui ha goduto la retorica della globalizzazione per un ventennio – riscuote il pensiero italiano sul piano internazionale.

Vale forse la pena rammentare come dopo l’89, nelle filosofie analitiche o ermeneutiche allora predominanti, l’agire politico fosse ridotto a quello etico, a scapito proprio del suo carattere peculiare, la conflittualità, da arginare e neutralizzare affinché la politica non rivelasse il suo volto diabolico (o, detto altrimenti, “machiavellico”) e mortifero. Ecco, la “differenza italiana” – e la sua attualità – consiste a mio parere in una concezione del conflitto a questa radicalmente alternativa.

L’Italian Theory che ho approntato a partire dagli anni Sessanta fino a oggi (anzi, ormai fino a ieri, in quanto altri contributi già sono stati prodotti) è l’elaborazione filosofica della “differenza italiana”. E tuttavia, non è di una sorta di “filosofia del conflitto” che qui si tratta, di una disputa teorica intorno a una presunta “essenza” del conflitto. Le concezioni e le pratiche del conflitto sono piuttosto declinate attraverso le diverse forme – sia produttrici di antagonismi sia governamentali – che la crisi ha assunto dagli anni Sessanta a oggi.

Dell’Italian Theory, perciò, il conflitto non rappresenta soltanto il tema, ma è la cifra stessa della sua articolazione interna. Gli autori e le correnti di pensiero che ho affrontato sono presentati e discussi nei punti di rottura, polemica, scarto, discontinuità. È nel conflitto, infatti, che si manifesta la massima concentrazione e indistricabilità di filosofia, storia e politica – la massima estroflessione del pensiero al di là della teoria, la sua esposizione alla storia fattuale. L’Italian Theory è tutt’altro che un “ciclo unico”, omogeneo e continuo. Tant’è vero che ho adoperato il termine sinisteritas per caratterizzare tale modo di procedere: una linea spezzata, divergente, obliqua, qualitativamente inadatta a dettare la linea. E dunque a configurare una serrata continuità da Tronti fino a Esposito.

Nemmeno si può fare della medesima differenza – una “differenza italiana” in questo senso non meglio identificabile – il comun denominatore delle diverse posizioni. Se piuttosto la “differenza italiana” è il primato politico del conflitto, allora essa si esprime ogni volta che il conflitto dà luogo (nella fabbrica, nella società, nella metropoli, nel governo delle vite) a forme di soggettivazione politica. Ogni volta e diversamente. Parafrasando Walter Benjamin, la continuità nella storia si manifesta soltanto nella persistenza del dominio e dello sfruttamento, nel “maledire” il conflitto in quanto degenerazione e malattia mortale del corpo politico e nell’approntare i dispositivi per la sua neutralizzazione.

Il dispositivo oggi più efficace è senz’altro questa crisi, una vera e propria “arte di governo” che, adempiendo in pieno al dettato neoliberale, “non lascia alternative” – all’austerità, alle larghe intese, all’impoverimento, alla precarietà, alla fuga dei cervelli. È sul piano di queste forme di vita “maledette” – e “dette male”, deformate – da questa crisi che stavolta è possibile l’alternativa – la politica.

Sull'Italian Theory e il libro di Gentili leggi anche:

Marco Assennato, A differenza dell'Italian Theory
In un’intervista del 1965, condotta da Alain Badiou, Michel Foucault accenna all’opportunità di rischiare una storia puramente evenemenziale del pensiero, capace di constatare una serie di fatti in una certa misura grezzi che operano nell’essere stesso della filosofia determinandone articolazioni, posizioni, e innovazioni decisive... [leggi]

Augusto Illuminati, Derive del desiderio
Dieci anni fa moriva prematuramente Fernando Iannetti, dopo una vita dedicata non solo alla filosofia e alla psicoanalisi (si era formato con Lacan, Deleuze e Guattari), ma anche alla passione politica... [leggi]

Nicolas Martino, Italian Theory
Diciamolo subito: l’Italian Theory non esiste. O meglio esiste, ma solo in quanto dispositivo che neutralizza la differenza italiana, la teoria della differenza creativa come affermazione costituente... [leggi]

Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

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Finale di partito

Michele Spanò

L’ironico calco beckettiano con cui Marco Revelli ha voluto titolare il suo nuovo pamphlet non fa velo all’urgenza del tema: la crisi di una delle forme più longeve dell’organizzazione della politica occidentale. La crisi conclamata e l’interminabile tramonto del partito politico sono indagati da Revelli senza nostalgie passatiste o vagheggiamenti di ripristino o restauro, ma anche senza indulgere alle facili pose della vendetta postuma o della resa dei conti.

Molti dati, in avvio; una genealogia e una proposta di eziologia, nel mezzo; domande più che risposte, in coda. Certo è che il libro di Revelli non ha né il tono né il passo del lavoro del lutto (è distante anni luce, tanto per intenderci, da alcune più recenti e importanti riflessioni trontiane). In Oltre il Novecento (Einaudi, 2001) Revelli aveva disegnato e auspicato una transizione possibile in grado di condurre dalla militanza all’attivismo: analizzando quella parabola del mutamento che investiva le forme dell’impegno civico degli attori sociali e le trasformazioni delle forme di vita (e di lavoro) contemporanee di cui quel nuovo modo di «fare» politica era la traduzione (e in verità tutta la metamorfosi si giocava sul necessario indebolimento di ogni «fare»).

Oggi il discorso si fa insieme più esatto e meno ottimistico. Se l’orizzonte del presente sembra essere quello di un vasto mare in cui si può solo «navigare a vista», dominato dunque dalla mancanza strutturale di «visione» e di «progetto», il soggetto collettivo deputato alla sintesi di interessi (e desideri) sociali che è stato (o avrebbe potuto essere) il partito politico è letteralmente alla deriva. Revelli mette al lavoro la genealogia dell’elitismo a dimostrare il tendenziale divenire oligarchico della forma partito e la necessaria «abrogazione» che oggi subirebbe quella che Roberto Michels chiamava, indagando in flagranti la nascita dei partiti di massa, la «ferrea legge dell’oligarchia». Il motivo che spiega tale «abrogazione» sta in quella che si potrebbe definire una fondamentale isomorfia tra le forme dell’organizzazione politica e di quella produttiva.

È il divenire postfordista della politica a spiegare la fine del partito e l’urto tra la sua naturale tendenza oligarchica e la «composizione di classe» delle forme della cooperazione sociale contemporanea. Come il modo di produzione capitalistico è transitato dal regime fordista a quello postfordista, così la politica si trova immersa in un ambiente in cui domina la «leggerezza» del just in time e la snellezza dell’organizzazione catalitica. I partiti si sarebbero rivelati incapaci di dominare il passaggio d’epoca e, soprattutto, di governare lo squilibrio tra costi di transazione e di organizzazione che lo caratterizza. Rimasti legati a un tempo dell’organizzazione macchinico e fabbricocentrico, i partiti sono investiti après-coup dalle metamorfosi del capitalismo.

Sono dunque le forme di vita contemporanee (i «cervelli furiosi»), che questi mutamenti hanno insieme (secondo una lezione che è tanto quella operaista quanto quella foucaultiana) prodotto e sopportato, a essere irriducibili a quella forma e a quello schema organizzativo. La crisi della forma-partito investe infatti il dispositivo cruciale della politica moderna: la rappresentanza. Una crisi che, nel riferimento al notevole programma di ricerca allestito da Pierre Rosanvallon intorno alla «controdemocrazia», è assunta con riserva. Revelli assegna infatti ai partiti il ruolo di discreti compagni di strada, di soggetti impegnati a sperimentare e praticare forme di socialità orizzontali e autorganizzate. Sembra insomma che la vita prevalga sulle forme.

È tuttavia una proposta appena sbozzata, e c’è da credere che attorno al rapporto di tensione tra forme di vita e forme della politica (o istituzioni) ci sia ancora molto da dire: il dibattito e gli esperimenti attorno alla possibile costituzionalizzazione dell’autonomia delle forme della cooperazione sociale lo attestano al di là di ogni irragionevole dubbio.

Marco Revelli
Finale di partito
Einaudi, 2013, 138 pp.
€ 10,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie