Avanguardia e massa

Angelo Guglielmi

Ho piluccato qui e lì (ovviamente dopo aver letto ben due volte l’intero testo) il nuovo tomo di Asor Rosa (la riproposta di Scrittori e popolo del 1965 con l’aggiunta di Scrittori e massa del 2015) trovando affermazioni dell’italianista (di gran fama) davvero condivisibili come quella (da Calvino): “solo ciò che è fuori misura, solo ciò che é smisurato può pretendere di generare nuova letteratura – grande letteratura” o quella (prodotta in proprio): gli effetti individuali, qualora vi siano, non possono non essere fondamentalmente di natura linguistica e stilistica” e ancora alcune altre dello stesso suono (significato).

Poi nello svolgimento del suo discorso Asor ha affatto dimenticato questi buoni propositi puntando su altri referenti di qualità (o non qualità): il rapporto col “popolo” per la letteratura (italiana) della prima (e poco più) metà del secolo scorso (del ‘900) e l’abbandono del popolo e l’inquinamento con l’arrivo della “massa” per la seconda (e poco meno) metà dello stesso secolo (fino ai nostri giorni). Perché (a suo dire) il passaggio dal “popolo” alla "massa" (dalla virtù al vizio) scandirebbe il tono (l’anima) della produzione letteraria italiana degli ultimi 120 anni (della nostra vita). Dove Asor ha preso l’idea di “popolo” quale presenza qualificante della letteratura italiana quando è noto che è proprio il “popolo” (i cui sinonimi sono patria e nazione) che manca a noi poveri italiani (rispetto agli altri paesi europei: per esempio Francia o Inghilterra)? Mentre per quel che riguarda la massa tutti abbiamo letto fin dal 1951 – l’anno dell’edizione italiana - La folla solitaria di Riesman che retrocede la nascita della massa a molti decenni prima da quelli indicati dal nostro italianista.

E poi chi gli ha detto che la “massa” è quella realtà (anzi non realtà) “mediocre, che ha stabilito con il sistema democratico un compromesso, che consiste nell’accettare di viverci dentro, vuotandolo”? Eppure che questa definizione sia discutibile è chiaro fin dal tempo di . E molto prima, tra fine '800 e primi del '900, riferendosi alla dissoluzione della cultura umanistica conseguente al processo di massificazione della società, F.Wilhelm Nietzsche scriveva: “La vita non dimora più nella totalità, in un Tutto organico e concluso. La realtà, il discorso e l’io stesso si risolvono in un’anarchia di atomi che sconvolge ogni gerarchia, restituisce la libertà dell’individuo, la vibrazione esuberante della vita svincolata da significati e valori; nel caotico brulicare della vita, tutti i particolari acquistano una selvaggia autonomia, uguali diritti per tutti”.

Forse Asor Rosa (è suo diritto) non è d’accordo, tuttavia un minimo di riflessione avrebbe dovuto indurlo a prendere atto (e chiedersi) come mai in coincidenza (o poco prima o poco dopo) con quelle parole di Nietzsche era esploso in tutta Europa (Italia compresa) il cataclisma delle avanguardie – appunto in Italia con il Futurismo nelle arti figurative, Pirandello e Svevo in letteratura; in Francia con Picasso e Breton; in Inghilterra con gli americani Pound e Eliot e l’inglese americano Auden, in Germania con Munch e gli espressionisti; in Austria con Kandinskij; in Polonia con Gombrowitc e Witkiewicz; in Russia (durante e grazie alla rivoluzione di ottobre) con Majakovskij e l’OPOIAZ di Sklovskij; (e sono soltanto alcuni dei movimenti e dei nomi che hanno firmato i primi decenni della produzione artistico-letteraria del ‘900).

Cosa era successo? Era successo che anche chi poteva contare sulla realtà del “popolo” (come la Francia e l’Iinghilterra) quale riferimento della propria tradizione letteraria, ora si avvedeva che quella sponda era crollata (a causa - come ci ricordava Benjamin - del sopravvenire di capitali movimenti storici: dall’esplosione della industrializzazione all’emergere dei nazionalismi – e altre concomitanti rivoluzioni) creando per la prima volta nel corso millenario della cultura europea uno iato, un taglio irricomponibile che costringeva chi allora vi operava a ricominciare da capo. Lo costringeva ad abbandonare il passato o meglio la pratica del passato del quale tratteneva soltanto il principio più qualificante, e cioè che l’opera d’arte (per quel che ci riguarda a cominciare da Dante e da Giotto) trova legittimità e sicura identità “nella lingua e nello stile” (parole anche di Asor) e dunque che di lì occorreva ricominciare. Così Picasso (nella sua contestazione antiborghese) rifiuta la figuratività e dipinge figure umane con un solo occhio e senza braccia, Pirandello rinuncia all'idea di autorialità rincorrendola senza trovarla; Svevo ridicolizza il “personaggio” (da sempre al centro di ogni narrazione tradizionale) dimenticandolo dietro un funerale sbagliato e accoppiandolo con la sorella brutta della sorella bella che aveva scelto di sposare; Nono e Berio arricchiscono la loro tastiera di suoni incorporando ogni rumore dall’esterno comunque prodotto.

Ma Asor Rosa non se ne da per inteso e si appresta a giudicare la letteratura italiana della prima metà del secolo (del’900) come se le avanguardie storiche (che proprio in quei decenni marcavano con un segno indelebile le arti dell’intero mondo) non fossero mai esistite E, riparandola dal vento benefico che soffiava sul resto dell’Europa, si dedica a leggerne il suo senso (e valore) in riferimento a una inesistente idea di “popolo” che nemmeno la retorica fascista era riuscita ad animare. Il risultato è la proposta di una piccola storia di letteratura italiana forzatamente disseminata di approssimazioni e di errori: il più vistoso quello di accoppiare Verga a Gadda (in virtù della loro appartenenza all'alta borghesia), commettendo lo stesso strafalcione commesso da Pasolini che nella sua confusione di lettore sosteneva che Verga “è il continuatore ideale di Proust e Joyce”.

Ma passiamo a considerare il secondo corpo del volume asorrosiano Scrittori e massa in cui l’autore prende in esame gli scrittori italiani nati a partire dagli anni ’60 (e successivi) del secolo scorso, quando, a suo dire, sulla società italiana piomba la bestia distruggitrice della “massa”. Abbiamo già accennato che Asor Rosa inclina a una rappresentazione giornalistico-sociologica dell’idea di “massa” (limitandosi a vedere nell’idea di “massa” il prevalere degli istinti individuali e personali a scapito degli interessi collettivi). Aggiungi la sua estraneità e totale non considerazione (già evidenziata e commentata) delle avanguardie storiche, e non ti stupisci che anche l’analisi degli scrittori, oggi tra i 30 e i 50 anni, scivoli nella stessa incomprensione.

Per Asor Rosa è impossibile comprendere (o accettare) che gli scrittori italiani post-fascismo e post guerra (e fino a oggi) in un mondo del tutto rovesciato e sconvolto dalle radici, non avessero altra scelta che lavorare a un prodotto d’arte centrato su un profondo rinnovamento strutturale-stilistico e la messa a punto di un nuovo linguaggio (anche a costo di doverne sacrificare gli aspetti immediatamente comunicativi a favore di una forte presa espressiva e di impatto). Quel “lavoro” si espresse in una intensa attività di ricerca che si manifestò in una serie di sperimentazioni alternando avanzamenti e restaurazioni fino a trovare un equilibrio positivo con gli scrittori divenuti attivi con l’ultimo decennio del secolo (scorso). E sono quelli su cui si ferma l’attenzione di Asor Rosa.

Scrittori che a voler stringere (e concludere) si dividono in narratori autobiografici (o biografici) e, in parte minore, in scrittori di storie a carattere giallo. La scelta del “giallo” ( in quanto genere che prevede uno sviluppo in forma di inchiesta) rappresenta la possibilità di raccontare un caso di cronaca (per lo più di nera) realmente accaduto (e regolarmente annunciato dagli organi di stampa) senza pagare l’accusa di inverosimiglianza in quanto realmente accaduto o indubitabilmente somigliante a un caso accaduto. E fornisce almeno l’illusione di riagganciare il rapporto diretto con l’amata e desiderata “realtà”, obiettivo di tutti gli autori ma da tempo difficile da conquistare.

Più interessante e complessa è l’origine degli scrittori impegnati nella narrazione autobiografica. Origine che non è legata alla frammentazione della società di massa (come sembra intendere Asor Rosa) e alla degenerazione (e caduta) dei valori collettivi a favore degli egoismi personali. In proposito ci viene in aiuto – anzi interviene a sostegno dei narratori “autobiografisti” – uno, anzi il più illustre e di talento, scrittore inglese contemporaneo: Martin Amis il quale, con consapevolezza nemica della banalità, scrive: “in un mondo che diventa sempre più inafferrabile ma soprattutto sempre più mediato, il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare. Perciò l’attenzione è rivolta all’interno, con quella lentissima messa a fuoco che lo scrittore percepisce quando la sua narrazione si sposta dalla terza alla prima persona”. Evidentemente questa riflessione (che si istituisce a indicazione di nuova poetica) è sfuggita ad Asor Rosa (o ritenuta ininfluente), se gli consente di indugiare (riferendosi agli scrittori che si ispirano a quella poetica) in considerazioni maliziose e svagate.

Ne 2011 si presenta in pubblico il “movimento dei quarantenni” (per iniziativa di Giuseppe Antonelli, Giorgio Vasta e Nicola Lagioia, dietro i quali si intravede l’ombra dell’editore Laterza) che rappresenta l’ultimo step di impegno e di ricerca (non solo) letteraria a oggi conosciuto. Il movimento punta non certo a indicare nuovi narratori (la fauna era già numerosa), ma a riordinare le ragioni dello scrivere (Trevi e Scurati) e, in uno slancio più ambizioso, ragionare di scuola, di impegno politico e di editoria. Di fatto apre un ampio campo di riflessione (troppo ampio per potere andare oltre la dichiarazione di intenti). In quel campo confluisce l’intera generazione degli scrittori allora attivi per lo più impegnati nella narrazione autobiografica o, più raramente, nel racconto giallo. Su tutti Asor fa cadere la sua sentenza: sono scrittori appartenenti (intrinseci) alla massa –“quella realtà (anzi non realtà) mediocre” – dalla quale vogliono “farsi amare e riconoscere”. Il ricorso al giudizio sommario è inconciliabile con l’irriducibilità dei prodotti di parola. Anche se insopportabilmente troppi qui ognuno vale per uno.

In chiusura di volume Asor Rosa dedica (a compensare se pur frettolosamente l’attenzione fin qui riservata alla narrativa) un capitolo (di poco più di dieci pagine) alla poesia che ritiene la parte felice (l’aspetto nobile) delle nostre lettere, ma senza spiegarci perché, se non per il fatto che i poeti essendo meno venduti (si intende le opere) dei romanzieri possono avvertirsi come estranei alla massa e, per conseguenza, capaci di pensare e fantasticare in condizione di libertà (negate ai narratori) .Una seconda lettura del capitoletto ci scopre che la preferenza di Asor è per la poesia assiomatica e poeticistica, mentre non sembra mostrare interesse per l’altro aspetto che negli anni del contemporaneo marca la sua specificità e cioè la dimensione narrativa.

Alberto Asor Rosa
Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015
Einaudi (2015), pp. VIII - 432
€ 32,00

Il film del secolo

Valerio De Simone

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo (Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest'ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell'appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l'attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un'espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d'intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all'epoca lavoravano nell'archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall'essere un'opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un'appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un'appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks...), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all'oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l'una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l'altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l'alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda - mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l'ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d'età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda
con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri
Il film del secolo
Bompiani (2013), pp. 341
€ 19,00

Il casco di Hollande, le battute di Renzi

Letizia Paolozzi

Sarà vero che la sinistra ha abbandonato gli operai per il matrimonio gay e che scambia la depenalizzazione della cannabis per la difesa delle pensioni? Dobbiamo proprio (e ancora) scegliere tra deficit di beni e deficit di legami solidali?

Su questo terreno assistiamo nel vecchio continente a nuove sfide. Certo, paese che vai, usanze che trovi. Prendiamo la Francia, in questi giorni al centro dell’attenzione dei media di mezzo mondo (bé hanno anche loro il feuilleton, non soltanto l’Italia di Berlusconi) per via della confusione operata da M. Hollande tra corpo pubblico e corpo privato. Molti giornali sostengono che questa confusione non rappresenta nulla per i francesi: si tratta di un affare strettamente personale.

Dunque, Hollande va giudicato per il suo progetto economico (liberaldemocratico). Punto. Sfiduciati nei confronti delle istituzioni politiche (per caso vi ricorda altre situazioni?), i nostri cugini d’Oltralpe sarebbero indifferenti alle “supposte” (l’aggettivo è d’obbligo per dimostrare che prendiamo la questione con serietà, diversamente dai cacciatori di gossip) visite sentimentali del presidente de la République, a cavalcioni su uno scooter (guidato dalla guardia del corpo), con casco totale alla maniera dei motociclisti del “Joe Bar Team”.

Il gossip tuttavia ha le sue pretese. Sono i leader che ci hanno abituati a osservarne l’intimità. Anzi, è lui (o lei) a invitarci in camera da letto dove gioca una nidiata di frugoletti in pigiama oppure davanti ai fornelli dove cucina il pollo alle mandorle. In effetti, qui da noi si cominciò assistendo al “risotto” preparato da Massimo D’Alema. Tutto per convincerci che l’uomo politico è un uomo “normale”.

Altri sono i temi e i problemi che infiammano e dividono i francesi: tra “abolizionisti” della prostituzione e partigiani del diritto a fare commercio del proprio corpo. Tra difensori del velo, considerato strumento della dignità femminile dalle une e dalle altre detestato al punto da vietarlo pure nei luoghi pubblici. Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone per manifestare a favore; hanno risposto centinaia di migliaia, in difesa delle nozze eterosessuali.

Ma, una volta promulgata la legge sul “Mariage pour tous”, calma piatta. “Le Monde” ha aperto la prima pagina (del 15 gennaio) annunciando “Matrimonio gay: rivoluzione tranquilla”. In effetti, città con più di duecentomila abitanti e comuni con meno di duemila abitanti hanno celebrato nel 2013 settemila matrimoni di omosessuali.

Veniamo al nostro paese. Sul legame tra persone dello stesso sesso assistiamo a una vera commedia all’italiana. E comunque, dai sondaggi risulta una diffidenza spinta quanto al matrimonio tra omosessuali mentre sulle adozioni il rifiuto è netto. Arriva a smuovere le acque il nuovo segretario del Pd. Non sembra tipo da colpi di testa o idee rivoluzionarie ma forse vedranno finalmente la luce patti simili alla normativa tedesca che regola le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, estendendo i diritti in materia contributiva e assistenziale oltre a regolare le successioni.

Renzi che, per allargare il perimetro di un possibile elettorato, punta molto sulle battute (e via con “il problemino”, “la sorpresina”, “il file Excel”, “Fassina chi?”) piuttosto che sulla qualità del discorso, ha necessità di “portare a casa” risultati su questioni che riguardano la società: depenalizzazione della cannabis, ius soli, l’eliminazione della Bossi-Fini, tagli ai costi della politica non sarebbe poco. Perché l’Italia deve cambiare. Un episodio come quello della lista regionale per il Piemonte giudicata illegale dopo 4 anni, dimostra che non basta (ammesso che si faccia) una nuova legge elettorale.

Dire che l’Italia non può restare imprigionata nei parametri di Maastricht è giusto. Ma insufficiente. Peraltro in Europa, e non solo in Francia, al progetto di società si guarda in alcuni casi con maggior coraggio di noi. Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

 

La Coop, chi?

Augusto Illuminati

Prendiamolo alla lettera, il motto: la Coop sei tu! Come l’hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère che apre i Fiori baudelairiani. Se sei tu, devi condividere senza ipocrisia, per fraterna similitudine, i miei vizi. Oppure prenderne le distanze, denunciare quello di torbido che è in me ma forse anche in te.

Ha un bel dire il dott. Poletti, presidente di Legacoop, che essa «è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione» (19.12.2013), o che le singole aderenti si muovono secondo canoni di mercato applicando le regole contrattuali vigenti: allora è ingannevole sostenere che le coop hanno una marcia “sociale” in più.

Non si può lucrare un vantaggio emotivo politicamente qualificato facendo le peggio cose che fanno gli altri, non è insomma il normale rincalzo che acquisisce la Coca Cola dalle festività natalizie. Legacoop con quello slogan fa appello a uno schieramento politico o morale e si sottopone dunque a una verifica supplementare, se scivola su quel terreno. Oppure, ammette di essere come tutti gli altri, rinuncia alla spocchia a buon mercato e si appiattisce sul senso corrivo in materia di migranti, affari, regime contrattuale, cioè la guerra fra poveri e l’ammirazione per il merito/successo di chi la sfanga speculando sui contributi assegnati ai migranti ristretti nei Cie, sugli appalti di grandi e piccole opere, sui bilanci bancari e assicurativi.

Questo si ricava dai giornali e dal web, ma vorrei soffermarmi su una piccola storia vissuta in diretta. L’occupazione della Scup a Roma, via Nola 5 – palestra, sale studio, ludoteca infantile, mensa sociale, ecc.– si è ritrovata per controparte non il Demanio e la Fip, che ne gestisce la valorizzazione, e neppure la società fittizia F&F immobiliare cui aveva ceduto l’edificio per far cassa, ma la potente Unieco, holding di decine di cooperative “rosse”, oggi uno dei dieci principali general contractor italiani.

Dopo un primo sgombero e rioccupazione, si è aperta una procedura giudiziaria, nel cui corso la struttura cooperativa ha negato di avere a che fare con la società fantasma di cui sopra, mentre usciva fuori che in realtà la Unieco, sull’orlo del fallimento, si sta impegnando con le banche a modulare il debito dismettendo beni immobiliari per 142 milioni di euro, fra cui probabilmente l’edificio Scup.

Fioccano le smentite, s’intende, come per Lampedusa, gli altri Cara gestiti da Cono Galipò e le numerose vertenze per contratti irregolari dei dipendenti, con le consuete caratteristiche di opacità e scatole cinesi che consentono di scaricare la responsabilità per li rami. Cooperazione e socialità in questo caso vanno poco d’accordo...

Non voglio entrare nel merito di singole controversie e scandalizzate deplorazioni, ma solo registrare un’impressione: il pieno adeguamento alle dinamiche neoliberiste, con il ricorso a tutti gli espedienti di flessibilizzazione e sub-appalto, esprime una stridente contraddizione fra pratiche effettuali e ricordi evocativi della primitiva missione. Coop, chi? Non puoi operare come Walmart e fingerti Onlus, sfruttare legami privilegiati con le amministrazioni locali di sinistra e agire nel solco del mercato e della precarizzazione.

La Coop sei tu suona derisorio nell’orrore di Lampedusa o nell’ordinaria prassi di un lavoro domenicale di fatto obbligatorio. A meno che quel tu implichi la complice omologazione dell’interlocutore, il popolo coop, alla medesima rassegnata logica dell’impoveritevi e buttate dalla scialuppa chi si aggrappa.

Il ruolo delle cooperative rosse, bianche e delle strutture cielline nel trasformare in affare la gestione dei migranti e dei loro luoghi di segregazione è assai significativo nella governamentalità neoliberista analizzata ne La nuova ragione del mondo di Dardot e Laval, qui già recensito. Il neoliberismo non solo incastra in modo indissolubile funzioni di governo e di mercato, ma costruisce una soggettività auto-imprenditoriale e competitiva, disciplinata e rendicontabile, servendosi di figure intermedie semi-private, che sono imprese a tutti gli effetti ma con parvenze di socialità e magari vantate ascendenze progressiste. Big Society all’italiana.

Ciò consente alle cooperative, in maniera diversa dal riformismo degli albori del capitalismo e poi del fordismo, di prendere l’iniziativa, superando – nella faccia esposta al pubblico, la grande distribuzione – la contraddizione, sempre latente nell’esercizio commerciale, fra promozione edonistica del consumo e salvaguardia del lavoro ascetico dei dipendenti e dei clienti. Luogo elettivo per le tecniche di Pnl (programmazione neuro-linguistica) e di coaching (come imbambolare il cliente e sentirsi realizzati), la vendita che fa leva sull’empatia si completa felicemente con il rinnovo forsennato di brevi contratti oltre ogni limite legale e con salari abbastanza bassi da predisporre a un totale disponibilità per straordinari, festivi e spostamenti di sede secondo i flussi di domanda.

A monte sta l’illusione che la prestazione intermittente costituisca un “percorso formativo”, una soggettività multiforme e potenziata che accoppia gioiosamente management dell’anima e d’impresa, cura di sé e orari di merda, a valle una pubblicità friendly e populista accomoda il cliente sull’impresa, garantendo con il passato la democraticità e con lo slogan la comunanza fra il venditore precario e l’acquirente altrettanto precario e affannato – entrambi interiorizzano la crisi quali imprenditori di se stessi...

Che l’impettita Legacoop o il più casual Eataly di Oscar Farinetti (che strizza l’occhio alla Leopolda quanto la prima, prima di saltare sul carro renziano, al vecchio Pd) vogliano trarne vantaggio è ben comprensibile, che si debba abboccare a tali trucchi aziendali e all’ideologia politica che veicolano – Farinetti in tono sgradevole e vistoso – è tutto da vedere. Bella sfida, comunque, vendere sotto crisi. Merci e illusioni, surplus di prestazione e di godimento. Fantasmi, a breve in saldo.

 

La nuova ragione del mondo

Michele Spanò

Dopo la crisi del 2008 non poche furono le pubblicazioni che annunciavano la fine del neoliberismo o, più sobriamente (benché indulgendo alla barbarie del neologismo), l’avvento di un’età post-neoliberale; si sarebbe potuto credere che un’epoca – e, soprattutto, il paradigma interpretativo che permetteva di leggerla – fosse al tramonto.

È pertanto salutare l’effetto di après coup che viene dalla pubblicazione italiana del monumentale volume di Dardot e Laval (l’edizione francese data al 2009). Se infatti le letture che potevano considerare un ciclo finito o tramontante poggiavano sull’identificazione tra il neoliberismo e una ideologia politica o una dottrina economica influente, è proprio questa sovrapposizione ciò che Dardot e Laval mettono sotto cauzione. Al punto che la crisi, ben lungi dal costituirne la pietra tombale, è, per il neoliberismo, il più serio degli experimenta crucis.

Se si accetta la premessa di Dardot e Laval secondo cui con esso sarebbe in gioco nulla di meno che la “forma della nostra esistenza”, il neoliberismo andrà piuttosto considerato il nome della nostra epoca. More foucaultiano: esso incarna la razionalità tipica della governamentalità contemporanea. Dunque né ideologia né economia (o almeno non solo queste) a fornirne la fisionomia, ma un vasto insieme di discorsi e tecniche – altrimenti detto: una razionalità politica che esprime una speciale normatività – capace di ristrutturare da cima a fondo le condotte istituzionali e soggettive. Il principio di concorrenza da un lato e la forma-impresa dall’altro costituiscono il calco istituzionale e lo stampo soggettivo che hanno modellato e modellano il circuito di assoggettamento e soggettivazione che decide delle forme di vita contemporanee.

Questa promozione del neoliberismo a razionalità governamentale implica che di esso si dia una storia lunga e risalente. Il canovaccio della vicenda è custodito nel corso foucaltiano del 1979. In Naissance de la biopolitique, Foucault allestiva una genealogia intessuta di quelle fasi, quei passaggi e quegli snodi che avrebbero fornito consistenza alla “nuova ragione del mondo”: espressione certo poco foucaultiana e che tuttavia – aldilà dell’enfasi – rimanda allo statuto di razionalità onnicomprensiva (eterogeneità e compatibilità appaiono il suo sigillo e il suo blasone) e alla dimensione transnazionale del neoliberalismo (globalizzarsi e “viaggiare” sembrano la sua vocazione e il suo destino).

Il volume insiste perciò, e a ragione, sui termini della discontinuità che separano il liberalismo classico dal neoliberismo contemporaneo. Sideralmente lontano dal laissez-faire, esso è un’impresa costruttiva e produttiva. Nessuna naturalità del mercato e dei suoi attori; nessuna regolazione spontanea. Nessuna immediata ritirata dello Stato. Ma una certosina opera di produzione di regole e di produzione di soggetti. A rigore si dovrebbe dunque parlare di un modo di produzione dei soggetti. In questa formula forse non felicissima è infatti sintetizzabile anche un altro degli sforzi maggiori del libro: reimpaginare un dialogo tra Marx e Foucault. Impresa improba quante altre mai; e tuttavia è incrociando l’ascissa del capitale come rapporto sociale e l’ordinata di un potere produttivo più che repressivo che il quadro teorico di Dardot e Laval può cominciare a disegnarsi.

Alcuni hanno lamentato l’eccessiva compattezza dell’analisi; il rifiuto di ogni “fuori” della e dalla governamentalità; il fatto, per dirla brutalmente, che Dardot e Laval non si impegnino a dirci “come se ne esce”. Tuttavia questo non sembra certamente il limite maggiore dell’impresa; al contrario: in esso è custodita la lezione più preziosa che è possibile ricavare da un’assunzione integrale e radicale del paradigma governamentale. Se assoggettamento e soggettivazione stanno, nel neoliberismo, sotto il segno della libertà, quest’ultima designa allo stesso tempo il carburante del governo e ciò che fatalmente a esso sfugge. Allora si potrà biasimare piuttosto l’eccessiva speranza catecontica che gli autori ancora accreditano alla “sinistra” che non la mancanza di un programma generale di fuoriuscita.

La via d’uscita – ma l’espressione è ingannevole – non abita altrove che nella stessa dialettica che allaccia il governo di sé e il governo degli altri. Nella transitività che lega l’uno all’altro e nella mai totale riduzione del primo al secondo. È precisamente in questo scarto e in questo diastema – quella contingenza e quell’immanenza in cui operano le forme di vita contemporanee – che si gioca ogni possibile trasformazione.

C’è ancora troppo moralismo nell’immaginare una soggettività alternativa; che la si chiami cooperazione sociale o controcondotta quello che si designa altro non è che una forma di vita capace – dentro e contro la governamentalità neoliberale – di accordare il singolare e il comune in nome di una “cosa” tanto indefinibile e idiosincratica come può essere un certo modo di stare al mondo. Sono proprio queste irragionevoli condotte mondane che hanno già cominciato a disfare la ragione del mondo.

Christian Laval, Pierre Dardot
La nuova ragione del mondo
Critica della razionalità neoliberista

prefazione di Paolo Napoli
DeriveApprodi (2013), pp. 512
€ 27,00

Matteo Renzi è Matteo Renzi

G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Si è candidò come outsider alle primarie per sindaco di Firenze, contro le previsioni le vinse e alle successive elezioni comunali del 2009 la lista con il suo nome prese 10.526 voti, seconda soltanto al PD all’interno della coalizione di centrosinistra.

Dopo le primarie che meno di un anno fa hanno preceduto le elezioni politiche di febbraio, Matteo Renzi sembrava condannato a continuare la sua esperienza di sindaco di Firenze, con le penne parecchio abbrustolite. D’accordo, Bersani ci ha messo del suo per facilitargli il percorso, ma ancor prima dell’esito delle elezioni di febbraio non era infrequente incontrare persone che, pur non avendo votato Renzi nelle primarie, confermavano il detto post coitum omne animal triste.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda. A Firenze come in Italia. Dalle prime analisi del voto che lo ha eletto segretario del PD emerge che a suo favore si sono espressi soprattutto persone relativamente anziane e classificabili fra i lavoratori dipendenti. Non sono dettagli di poco conto, per un candidato giovane e dall’aspetto giovanile e per un partito che nelle ultime tornate elettorali aveva trovato altrove gran parte dei consensi.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Ha incarnato alla perfezione la domanda di un leader in cui riconoscersi, ormai dominante in una società come la nostra. Non la condivido, ma mi rendo conto che, all’interno della sua apparente irrazionalità, si cela il nocciolo duro di un motivato rigetto del vuoto sostanziale che ha caratterizzato le proposte e le realizzazioni politiche nel ventennio della cosiddetta Seconda Repubblica.

Da tempo tutti gli altri schieramenti, anche quando collocati a sinistra, si erano adattati, affidandosi a un leader più o meno carismatico, che spesso si identifica tout court con il partito. Anche nell’adeguarsi al mainstream, Matteo Renzi è Matteo Renzi. L’uomo non è riducibile al testimonial di se stesso. Lo confermano il discorso di investitura tenuto a Milano e le prime mosse dopo la nomina a segretario.

Le indicazioni sugli strumenti per affrontare il problema della disoccupazione giovanile non possono essere liquidate come aria fritta. La proposta di sospendere nella prima fase dopo l’assunzione l’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha incontrato l’opposizione della CGIL, ma sembra piacere a Confindustria e CISL. In parallelo Renzi si impegna con la FIOM a promuovere norme che garantiscano la rappresentanza sindacale nelle fabbriche.

Un abile temporeggiatore come Letta è stato costretto a varare immediatamente un decreto legge sul finanziamento ai partiti, che libera la questione dall’insabbiamento al quale l’aveva destinato la melina parlamentare. L’avere sottratto al Senato la discussione sulla riforma della legge elettorale contro la volontà di una parte consistente dello schieramento politico è iniziativa che, se la memoria non mi inganna, non ha precedenti nella prassi parlamentare. Si può concordare con le sue proposte e con il suo modus operandi, oppure respingerli in toto o in parte. Difficile, viceversa, negare che finora l’uomo dimostrato di avere statura politica.

Anche in questo Matteo Renzi è Matteo Renzi. Almeno nelle sue prime mosse, a differenza di Berlusconi, abile nel coniare uno slogan di indubbia efficacia, come il teatrino della politica, ma nella pratica successiva incapace di fuoriuscire dalle logiche della politique politicienne, si è dimostrato in grado di sparigliare le carte e di imporre agli altri i temi del confronto. Finora questo gli è riuscito anche con il Movimento 5 stelle; e non è impresa da poco.

Se proprio vogliamo appiccicare a Renzi un’etichetta (ma le etichette sono sempre, almeno parzialmente, fuorvianti) la sua è una forma aggiornata di blairismo, con varianti, rispetto al modello, dettate dal differente contesto. Blair voleva accattivarsi una quota dell’elettorato che per anni aveva votato Thatcher, Renzi cerca di replicarne il successo con una parte degli elettori di Berlusconi. Diversi i convitati di pietra, diverse anche le motivazioni di fondo dei rispettivi elettori. Ovvio, quindi, che Renzi berlusconeggi quanto basta, ma il personaggio è molto più complesso di quanto appare quando paga dazio alla società dello spettacolo.

Insomma, le prime mosse nel ruolo di leader politico nazionale suggeriscono di prenderlo sul serio. Qualunque sia il giudizio di merito, sarebbe un errore esorcizzarlo, perché non si gradiscono le innovazioni che sta introducendo in un contesto politico ingessato. Ricordiamoci le ironie che hanno accompagnato l’entrata in campo di Berlusconi, con Forza Italia definita un partito di plastica. Da vent’anni il leader di cartapesta e il partito inesistente hanno segnato il nostro destino e per il momento non sembrano destinati a uscire di scena.

Forche caudine

Augusto Illuminati

In sé, che i movimenti sovversivi siano ambivalenti, è la scoperta dell’acqua calda. Innegabile, inoltre, che essi segnalino un limite di comprensione e di composizione di classe delle forze egemoni, anche se di origine progressista. A cominciare da vandeani e sanfedisti rispetto alle contraddizioni e al carattere di una rivoluzione (borghese) nativa come quella francese o di parziale importazione (la Repubblica napoletana del 1799).

Chi si sognerebbe oggi di ridurli all’appoggio militare inglese (che ci fu e come) o alle mene degli aristocratici (che in effetti manipolarono contadini poveri, preti refrattari e nobili spiantati), senza occuparsi della frattura che essi aprirono in un processo rivoluzionario gestito da più o meno consistenti élites proprietarie cittadine?

Il movimento operaio, a sua volta, ha sperimentato sulla propria pelle il ricorso storico di quella situazione, nel 1848-1852 e nel 1871 (le campagne contro Parigi o indifferenti ai suoi sussulti), è passato attraverso gli appelli ambigui del sovversivismo fascista nel 1919 e la tragedia dei disoccupati weimariani arruolati nelle SA nel 1932-33. All’inverso, nefasto fu chiudere gli occhi nel 1962 su piazza Statuto o bollare di diciannovismo la cacciata di Lama dalla Sapienza nel 1977.

Insomma, va bene ricordare l’ambivalenza alla sinistra istituzionale, soprattutto quando si rende corresponsabile della crisi, come fu la socialdemocrazia tedesca nella politica deflattiva di inizio anni Trenta e oggi è il Pd nella servizievole sottomissione al neoliberismo e ai diktat eurocratici, ridondante farne pretesto per polemiche all’interno dei movimenti, che le mani se le sono sempre sporcate, con minore o maggiore avvedutezza e successo, ma sempre senza alzare il ditino e assestarsi in comode certezze. Di tutti i modi per distinguersi e primeggiare è il meno legittimo, il più proclive a derive patetiche.

Il movimento 9D o dei forconi, forse sopravalutato nella sua consistenza e diffusione nazionale e tuttavia a suo modo indicativo della sofferenza sociale e dello sbandamento politico conseguente al fallimento della sinistra e del berlusconismo, da soli o congiunti, ha riproposto quel vecchio nodo e tutta la scontata gamma di reazioni: non è niente in quanto fuori dai giochi parlamentari, è un complotto reazionario, è il pope Gapon che avanza alla testa del quarto, quinto o sesto stato, ecc.

Euforie e allarmismi fuori scala. Sebbene, al pari dell’ossessione giustizialista e manettara di settori che pretendono a ben altra “rispettabilità” mediatica, stiano emergendo componenti virtuali di un blocco d’ordine che, al solito, congiunga individualismo familiar-possessivo, impunità fiscale e legalitarismo contro le classi subalterne. Imprenditori di se stessi, con protezione poliziesca lasca, riti rubati un po’ dai movimenti un po’ dagli stadi e un tocco finale pizzo-squadrista. Un po’ presto per chiamarlo Alba Dorata, al massimo ha indotto Brunetta a promettergli una “casa politica”, robetta.

Qualche tempo fa Spinoza l’aveva spiegato pianamente: siamo attivi quando accade in noi o fuori di noi qualche cosa di cui noi siamo la causa adeguata (cum aliquid in nobis, aut extra nos fit, cujus adæquata sumus causa), esprimibile a noi e agli altri, siamo passivi quando invece non ne siamo che causa parziale (cujus nos non, nisi partialis, sumus causa), insomma un poco c’entriamo, ma in misura minoritaria (Ethica III, def. 2).

Ciò si riflette anche sulla gioia, che è passaggio da minore a maggiore perfezione (ivi, Definizione degli affetti, II), e dunque può essere un affetto attivo o passivo: una gioia passiva è sempre meglio di una passione triste ed è pure inevitabile, essendo noi parte della natura, ma dovremmo cercare di passare dalla gioia passiva a quella attiva, cioè a dare risalto alla nostra azione positiva come causa della perfezione.

In altre parole: naturale sporcarsi le mani per comprendere le passioni tristi e inserirsi in esse per volgerle al meglio, a rischio di essere contagiati dal rancore, decisamente preferibile animare attivamente azioni di contestazione e rivolta secondo i propri programmi, a rischio di trascinarsi dietro detriti ed equivoci. L’iniziativa fa la differenza, sceglie i terreni di scontro, risulta maggioritaria nella parole d’ordine, orienta la composizione, smaltisce le tossine venefiche.

La differenza, appunto, che intercorre fra manifestazioni giustificate ma confusive e inquinate, da seguire e attraversare con attenzione ma senza peana, e lotte che esprimono una composizione sociale già sperimentata (no-Tav e no-Muos, cortei studenteschi di Roma, Torino, Venezia, Milano in questi giorni, lotte dei migranti, assedi, scioperi selvaggi dei tranvieri contro la privatizzazione strisciante, occupazioni abitative, produttive e culturali, progetti di co-working) o più insolite ma chiaramente disposte (il 18-19O, il Fiume in piena della Terra dei fuochi).

In questo secondo ma non meno complicato gruppo la conduzione delle rivendicazioni e i caratteri della repressione (manganelli e caschi ben calcati) non richiedono svolazzi dannunziani o pauperisti, ma faticosa ricomposizione di pezzi di moltitudine e di obbiettivi, sono cose di cui siamo causa più che parziale, se non altro nel gesto di avvio, nella continuità della memoria recente –non di retoriche da fabbrica disciplinata o da sollevazione onirica.

Materia da elaborare e braci da attizzare ce ne sta un sacco: ben vengano nuove soggettività e segmenti inediti di protesta, abbiamo tutto da imparare. Studiando, selezionando, gettandoci dentro. Dentro, ma caute –avrebbe suggerito il Maestro.