Società post-sindacale

sindacato-1000x480Lelio Demichelis

La società non esiste, era il credo di Margaret Thatcher negli anni ’70 del secolo scorso. E alla fine, passo dopo passo, la società non esiste davvero (quasi) più. Non esiste più la polis, l’agorà è stata occupata dal mercato e dalla rete, i corpi intermedi e la vecchia società civile sono diventati un fastidio che deve essere rimosso. Il partito novecentesco è stato sostituito da un rapporto verticale e populista tra gli elettori e il leader, la politica è diventata spettacolo, la comunicazione è una compulsione di tweet che nascondono una finzione di ascolto e di partecipazione.

Il disegno è chiaro, la democrazia partecipativa è da rottamare e da sostituire pienamente con il modello-impresa, dove la democrazia non deve entrare, dove le decisioni sono assunte rapidamemente, dove anche il sindacato deve essere eliminato (o integrato nel sistema). Perché è corpo intermedio ancora autonomo, perché è parte della società civile, perché è a volte ancora espressione di una volontà di partecipazione dal basso e di controllo democratico di ciò che accade nell’impresa (e fuori). E così come Taylor, cento e più anni fa considerava inutile il sindacato se nelle imprese fosse stata introdotta la sua organizzazione scientifica del lavoro – era infatti irrazionale e antiscientifico opporsi a qualcosa di scientifico e di scientificamente organizzato – così oggi, nella nuova organizzazione scientifica della vita (non solo del lavoro) che è la rete, irrazionale è ancora il sindacato (già indebolito per i propri errori ma soprattutto per la trasformazione del lavoro e la sua ulteriore scomposizione e individualizzazione), così come la difesa dei diritti.

Due esempi rendono bene la profondità del cambiamento (culturale, antropologico) intervenuto negli ultimi trent’anni di neoliberismo. Il primo, è quello famoso di metà settembre, quando un’assemblea sindacale del personale di custodia del Colosseo di Roma ha impedito ai turisti di entrare, bloccandoli per alcune ore fuori dai cancelli. Nulla di irregolare, tutto secondo le procedure. Eppure, subito si era scatenata l’ira della politica e dei media. “Ora basta, la misura è colma". E ancora: "Non lasceremo la cultura in ostaggio dei sindacalisti contro l'Italia". "Uno sfregio per il nostro paese". Era stata durissima la prima reazione del ministro della Cultura Dario Franceschini, del premier Matteo Renzi e del sindaco di Roma Ignazio Marino. A poco serviva la smentita della Sovrintendenza: "Non si è trattato di chiusura ma solo di apertura ritardata. Siamo dispiaciuti per i disagi ma era impossibile vietare l'assemblea". Ormai la caccia al sindacato era partita, accusato di non rispettare la cultura e i turisti, di subordinare l’economia ai diritti sindacali.

Secondo esempio, speculare al primo e citato da Tomaso Montanari su la Repubblica del 9 ottobre: “Giovedì scorso i turisti sono rimasti chiusi fuori dalla Villa della Regina a Torino, importantissimo monumento barocco e sito dell’Unesco. Un cartello informava, infatti che la Villa e il Parco, progettati per Maurizio di Savoia nel 1615 sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano i giovani manager del Programma di formazione Uniquest di Unicredit. I futuri capitani del capitale però ‘collaborano alla semina di un prato fiorito… in una ideale restituzione di risorse, non solo economiche, della banca verso il territorio’. Tradotto: Unicredit prende in esclusiva per un’intera giornata un monumento nazionale, chiudendolo al pubblico e senza sborsare un euro. Possibile?” Sì, possibile, ma non solo perché (ancora Montanari) “l’affitto a privati del patrimonio storico e artistico della nazione è totalmente deregolamentato: ogni direttore fa come gli pare”, quanto, e piuttosto perché ormai il modello-impresa è dominante, egemone.

Un’assemblea sindacale che chiude solo per poche ore un bene artistico crea sconcerto e reazione incattivita contro i lavoratori e contro il sindacato. L’affitto per una’intera giornata di un altro bene culturale, ma a un privato come una banca non produce alcuna reazione (a parte Montanari e pochi altri). Nessuno ha gridato: Ora basta, la misura è colma. Non possiamo essere ostaggio dell’impresa. No, l’impresa ha sempre ragione. Il sindacato ha sempre torto. Perché questo è il senso comune che deve essere prodotto. Perché questo è lo storytelling che viene raccontato dal neoliberismo e dai media. Il sindacato è ormai l’obiettivo, facile facile, troppo facile per le sue stesse debolezze. L’impresa invece è il nuovo sovrano ed ha costruito un consenso per sé tanto condiviso che nessuno (o pochissimi) contesterà all’impresa ciò che invece viene contestato al sindacato.

Due esempi: per dimostrare che il sindacato e la società civile e i corpi intermedi e la partecipazione dal basso e i diritti sociali devono morire. Perché sono un ostacolo al buon funzionamento del mercato. Perché il mercato non ama la democrazia. Perché il mercato deve occupare ogni spazio, ogni tempo di vita, sciogliere ogni valore alternativo; mentre l’impresa ha in sé valori positivi sempre e comunque, a prescindere (e infatti, le retoriche dominanti insegnano non ad essere se stessi – come dovrebbe essere in una società umana e umanistica - ma imprenditori di se stessi). Perché – come ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della sera del 27 settembre, condividendolo - il sogno dell’impresa è una società post-sindacale, un’impresa da vivere come una comunità che deve obbedire al mercato coltivando allo stesso tempo una responsabilità sociale verso i propri dipendenti, oggi chiamati collaboratori perché devono appunto collaborare con l’impresa e smetterla di opporsi al suo comando (e a quello del mercato), piuttosto introiettandolo.

In fondo, uno dei sei zeri da cercare di raggiungere nella fabbrica toyotista era l’eliminazione del conflitto sindacale. Oggi possiamo dire: obiettivo (quasi) raggiunto. Sogno (quasi) realizzato. Nell’impresa. E nella società.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Giovedi 29 ottobre, alle 16.25, replica di Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

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Retoriche globalizzanti

Giorgio Mascitelli

Ammetto di essere stato molto colpito dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della FIAT dottor Marchionne, che commentando la sentenza di reintegro di 145 cassaintegrati FIOM a Pomigliano d’Arco ha definito questo pronunciamento del tribunale di Roma come «folklore locale». L’aspetto sorprendente di tale dichiarazione non sta nel suo erroneo presupposto che solo in Italia esistano leggi che sanzionano i comportamenti antisindacali, ma nella sua novità retorica. Fino allo scoppio di quest’ultima crisi un qualsiasi omologo del manager italocanadese a fronte di una sentenza sfavorevole avrebbe fatto ricorso ad altri modelli retorici, in particolare a quello antistatalista della burocrazia che è d’ostacolo alla libera iniziativa.

Tale cambio di registro è da addebitarsi senza dubbio a circostanze individuali che riguardano il dottor Marchionne: la sua immagine pubblica, la sua exit strategy dall’Italia e non ultimo il fatto che abbia commentato la sentenza mentre si trovava in Cina; ritengo, tuttavia, che esso sia anche un riflesso di un cambiamento della sensibilità dominante. L’immagine di un potere arcaico, burocratico e conservatore richiama per connotazione anche la speranza di un domani prosperoso e felice, quando esso cesserà di ordire regole che imbriglino le forze della libera iniziativa umana; l’immagine del folklore locale richiama semplicemente una nicchia attardata che non si è ancora accorta che, per citare le parole del Poeta, il mondo non si è fermato mai un istante, senza peraltro promettere niente a nessuno.

Vi è tuttavia un’altra differenza cospicua tra le due linee retoriche: l’immagine del folklore è un’immagine derisoria che rende ridicolo il suo oggetto, l’altra è un’immagine che instilla paura evocando un potere ostinato e terribile. Sociologicamente la prima appartiene al repertorio del gran signore certo più abituato a fare le leggi che a subirle, la seconda a quello dell’alacre lavoratore che teme che un arbitrio vanifichi una vita di sforzi. Se dovessimo trovare delle parentele letterarie quella del folklore locale è un’espressione che starebbe bene in bocca al re de Li soprani der monno vecchio del Belli, l’immagine della burocrazia troverebbe una sua collocazione ottimale nel racconto kafkiano Davanti alla legge.

Infondo definire folklore locale una sentenza del tribunale, da un punto di vista retorico, è una semplice perifrasi, benché irridente. La giurisdizione di un tribunale è sempre locale e per quanto esso aspiri a produrre una giurisprudenza universale, l’universalità della sua giurisprudenza coincide con l’estensione della sua giurisdizione, come potrà testimoniare qualsiasi fuggiasco a cui è bastato varcare una linea di frontiera, godere di un’immunità o fare un balzo sul sagrato di una chiesa per evitare l’esecuzione della condanna. Al di fuori dei suoi confini una sentenza può non solo essere inosservata, ma sembrare anche risibile: ritenerla folcloristica, cioè relitto di ciò che è trascorso, significa porre i confini della giurisdizione non su un piano spaziale o formale, ma su un piano temporale.

Significa affermare che c’è stato un tempo in cui ci si poteva anche rivolgere a un tribunale per far rispettare i propri diritti, ma ora questo tempo è finito. Naturalmente una simile affermazione non è da tutti, chiunque tra i comuni mortali si troverà di fronte a una sentenza sfavorevole non potrà che accettarla o darsi alla macchia, come è sempre stato. Ma per chi come gli dei ha il dono dell’ubiquità, ossia il potere di passare con facilità e in molti modi da un luogo all’altro, anzi da un non luogo all’altro, allora ciò diventa possibile. In definitiva senza saperlo il dottor Marchionne con la sua battuta ci informa che gli dei sono tornati sulla terra, dopo un periodo di sonno che qualcuno aveva chiamato modernità.

La nuova alleanza

Intervista a Maurizio Landini a cura di Francesco Raparelli

Sergio Marchionne viene presentato dall’informazione mainstream e dalla politica quasi al completo come un grande innovatore. Di converso la Fiom – seguendo la litania – risulta una forza ideologica e conservatrice incapace di fare i conti con le trasformazioni del mondo presente e con la crisi. Ci aiuta a demistificare questa retorica e a comprendere più nel dettaglio il carattere distruttivo del «modello Marchionne»?

Basta ricordare la Fiat con questo accordo… Se la Confindustria non applica il contratto di lavoro nazionale impedisce ai lavoratori e alle lavoratrici di votare per potere eleggere i propri delegati, in più toglie la possibilità alle persone di poter contrattare la propria condizione di lavoro limitando il diritto di sciopero fino al licenziamento, non pagando i primi giorni di malattia, aumentando lo straordinario obbligatorio e rendendo l’orario di lavoro uno strumento totalmente in mano alle imprese, totalmente discrezionale nel suo uso. Leggi tutto "La nuova alleanza"

La generazione precaria

Sergio Bologna

Sul numero 2 di «alfabeta2» (settembre 2010) avevo raccontato la storia di un giovane neolaureato che a Milano stava facendo un tirocinio gratuito di sei mesi presso una multinazionale. La storia è finita bene, potremmo dire, il giovane nel 2011 è stato assunto con contratto annuale, rinnovabile, a 800 euro mensili netti. Va in ufficio alle 9:00 e dice, «la sera prima delle 20/20:30 non sono a casa». Lavora in centro e abita in Bovisa. Vuol dire che la sua giornata normale di lavoro è di 10 ore, qualche giorno più lunga, qualche giorno meno. Leggi tutto "La generazione precaria"